Il brigante

Di

Editore: Rusconi

3.6
(94)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 199 | Formato: Tascabile economico

Isbn-10: A000112348 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Paperback , Copertina rigida

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
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  • 4

    Un romanzo che ho amato alle superiori e rileggendolo mi sono ritrovata a provare le stesse emozioni della prima volta, perchè è proprio lo stile dell'Autore che tocca, per la sua sensibilità, per l'i ...continua

    Un romanzo che ho amato alle superiori e rileggendolo mi sono ritrovata a provare le stesse emozioni della prima volta, perchè è proprio lo stile dell'Autore che tocca, per la sua sensibilità, per l'immediatezza e la sua capacità di far entrare il lettore nel vivo dei fatti narrati, nei luoghi così ben descritti, nel periodo storico, e lo fa attraverso gli occhi di un ragazzino spontaneo, sensibile, coraggioso, i cui sentimenti ci coinvolgono inevitabilmente.

    Michele Rende è un personaggio che appare agli occhi di Nino e nostri come un eroe, un eroe comune, come ce ne sono stati tanti nel corso della storia, di quelli che hanno cercato di lottare per migliorare quell'angolo di mondo in cui son capitati, ma che spesso si sono dovuti arrendere davanti all'immutabilità e all'ottusità di certe realtà, perchè ad attenderli c'era un finale tragico.

    Non posso che consigliare la lettura di questo romanzo, che ha i suoi anni ma riesce a toccare anche il lettore contemporaneo; Giuseppe Berto è un autore che merita di essere letto e apprezzato.

    http://chicchidipensieri.blogspot.it/2016/02/recensione-il-brigante-di-giuseppe-berto.html

    ha scritto il 

  • 0

    Chi come me ha conosciuto Giuseppe Berto grazie a "Il male oscuro" potrebbe rimanere spiazzato dalle prime pagine del "Brigante", il suo terzo lavoro, scritto quando ancora la sua poetica poteva esser ...continua

    Chi come me ha conosciuto Giuseppe Berto grazie a "Il male oscuro" potrebbe rimanere spiazzato dalle prime pagine del "Brigante", il suo terzo lavoro, scritto quando ancora la sua poetica poteva essere inquadrata nel filone neorelista del secondo dopoguerra italiano.

    Si tratta infatti di un romanzo che ha del pavesiano: doloroso, dallo stile puntuale e asciutto, anni luce distante dal capolavoro indiscusso dello scrittore veneto; che qui, malgrado gli ingenui ma giustificabili sentimenti socialisti di fondo, riesce a trasmettere al lettore la sua infinita umanità, il suo essere libero e poco allineato, elemento che forse spiega anche il successo del testo all'estero e la sua scarsa fortuna in patria.

    Ad ogni modo, non imprescindibile ma comunque importante per comprendere al meglio il percorso artistico dell'autore.

    ha scritto il 

  • 0

    Le montagne della Sila, la povertà secolare della sua gente e le ingiustizie sociali fanno da sfondo a più di una storia di briganti, temuti o ammirati, resi in ogni caso personaggi fantastici. Ispira ...continua

    Le montagne della Sila, la povertà secolare della sua gente e le ingiustizie sociali fanno da sfondo a più di una storia di briganti, temuti o ammirati, resi in ogni caso personaggi fantastici. Ispirandosi a un fatto di cronaca degli anni Quaranta, anche Berto ci parla di un “brigante” e nel raccontare la vicenda ci presenta un uomo meridionale qualunque. Con uno stile piano, partecipe ma non enfatico, l’autore dà voce a Michele Rende; reduce dalla guerra d’Africa, partigiano, promotore dell’occupazione delle terre, fuorilegge, egli vive una parabola tragica di cui è, insieme, vittima e responsabile. Ma il “brigante” non è solo; intorno a lui appaiono tante altre figure di uomini e adolescenti, mossi da passioni, grandi e piccole, fra i quali spicca Nino, il ragazzo che attraverso la contrastata amicizia con Michele Rende fa il proprio duro apprendistato di uomo.

    ha scritto il 

  • 4

    Concordo assolutamente con la recensione del Time che campeggia in copertina: “Uno dei più belli e tragici romanzi che siano apparsi da anni, veramente un piccolo capolavoro”. La scrittura è superba: ...continua

    Concordo assolutamente con la recensione del Time che campeggia in copertina: “Uno dei più belli e tragici romanzi che siano apparsi da anni, veramente un piccolo capolavoro”. La scrittura è superba: precisa, chiara, né troppo semplice, né troppo ampollosa. Sia per lo stile, che per il contenuto, già soltanto la prefazione (dello stesso Berto) è degna di nota: in poche pagine, anzi in poche parole, riesce a tracciare un quadro dell’immediato dopoguerra e del neorealismo di estrema chiarezza e precisione.
    Quello che rende l’opera notevole, pur nella sua semplicità quasi da fiaba, è la completezza: vi si racconta la lotta contadina, culminante in una occupazione delle terre incolte; la storia del brigante Michele Rende che torna dalla guerra partigiana con una coscienza marxista forse un po’ ingenua ma senza dubbio sincera; e infine la formazione del ragazzo Nino che è anche la voce narrante del tutto. Secondo Berto il fatto che questi tre elementi si intreccino senza realmente fondersi rappresenta uno squilibrio del romanzo, ma a mio avviso è forse uno dei suoi punti di forza.

    Un altro aspetto notevole è l’ambientazione: la natura e il paesaggio della montagna sono protagonisti del racconto a tutti gli effetti. La vicenda si svolge in Calabria ma obiettivamente potrebbe essere ambientata in qualsiasi altra parte della dorsale appenninica senza apportavi variazioni di rilievo. Pur essendo l’Italia lunga e con tante differenze tra nord e sud, è proprio vero che la dorsale appenninica rappresenta un qualcosa a sé stante, un elemento che accomuna genti e tradizioni.

    Concludo citando ancora Berto dalla sua prefazione: “…voglio che questo libro sia una testimonianza della ingenuità e degli errori della mia generazione, e della sua generosità. Noi non capivamo molto, e facevamo speranza di ogni illusione. Ma se poi siamo approdati ad esibizionismo o corruzione, o ad uno stanco scetticismo, la colpa non è tutta nostra.”

    ha scritto il 

  • 5

    Libro strepitoso, non riesco a spiegarmi il silenzio attorno ad esso. Sempre più mi convinco che tutto ciò che abbia a che fare con la Calabria cada nell'oblio perché è una terra maledetta.

    ha scritto il 

  • 4

    delitto e perdono

    esegesi della canzone "la leva calcistica del '68". solo un "esercizio di stile".

    "sole sul tetto dei palazzi in costruzione, sole che batte sul campo di pallone e terra e polvere che tira vento e poi ...continua

    esegesi della canzone "la leva calcistica del '68". solo un "esercizio di stile".

    "sole sul tetto dei palazzi in costruzione, sole che batte sul campo di pallone e terra e polvere che tira vento e poi magari piove..."
    la struttura narrativa del romanzo viene da berto divisa in capitoli per avere parti di transizione, di respiro, di sguardo riflessivo su una vicenda di terra e polvere che si alza fino a bruciare gli occhi. già, l'ambiente è una vista determinante come quando si parla di nuvole e stelle bisogna collocare il cielo: in una terra arsa di calabria, dunque, vive nino savaglio. ad un ragazzetto hanno già dato il cuore di un uomo sul volto di un bambino ("nino cammina che sembra un uomo con le scarpette di gomma dura, dodici anni e il cuore pieno di paura").
    "nino capì fin dal primo momento" ed è nino nel romanzo che diventa l'io narrante passato, cioè colui che ricorda la sua storia a due voci: il volto di nino e il cuore di giuseppe.
    "l'allenatore sembrava contento e allora mise il cuore dentro le scarpe e corse più veloce del vento".
    l'allenatore è michele rende (un cognome come una città calabra), un ex soldato (come berto) come diventano gli ex calciatori a fine carriera, come la guerra a volte diventa una partita di calcio con tattiche, schemi e disillusioni sulla pelle dei calciatori poiché nella maggioranza dei zappatori di pallone c'è "terra e polvere tra i palazzi in costruzione". questo allenatore sembrava contento, ha un messaggio nascosto da far recapitare alla sua amata berlusconiana da nino "mercurio" e così si comincia a correre più veloci del vento verso il calcio di rigore. il protagonista diventa l'allenatore con la sua storia, la sua esperienza, le sue idee, le sue partite ingenuamente tattiche contro il latifondismo, poi le giornate di squalifica nelle prigioni dei signori del paese, dei carabinieri con l'abc delle carte bollate, il silenzio delle saracinesche abbassate nelle domeniche di sconfitta... prigioni come spogliatoi del pensiero, un messaggio da inviare a quella classe calcistica del '68, mentre gli uomini adulti "hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro e adesso ridono dentro a un bar e sono innamorati da dieci anni con una donna che non hanno amato mai". che ne so a cosa pensava de gregori, io ad alberto moravia: un pensatore con le sopracciglia folte.
    c'è quel messaggio di non arrendersi mai che michele rivela nella casa di nino, minacciando padre, madre e sorella. ruba il fucile che sembra una vendetta verso la "donna che non ha amato mai". magari ucciderà, andrà in prigione nel nome della religione dell'onore, di quelle regole recintate su un campo di pallone. magari scapperà nei mille destini che una fuga propone con le mutandine da calciatore ("uno su mille ce la fa" rideva gianni morandi). così il romanzo impone che qualcuno dovrà "tirare un calcio di rigore", quel rigore che un allenatore non può battere, che qualcuno può segnare anche se non significa la vittoria, che porta per qualche minuto a quei festosi balletti e cori carnascialeschi lungo una bandierina con gli spettatori-elettori, finché dura l'illusione della vittoria. un giovane calciatore è come un contadino che aspetta il suo raccolto, non fa finta di asciugarsi il sudore, si allaccia bene le scarpette, è già nel cuore un uomo e il suo futuro. questo nino di giuseppe berto "non ha paura di tirare un calcio di rigore": è il frutto della sua attesa di diventare uomo anche nel volto. ha fretta di tirar giù la sua vita dai destini del sogno, di ritornare nella vita dal rifugio che si è fatto sui monti silenziosi della sila, compra una pistola, crede di essere degno di accettare la sfida più grande di lui... lui il '68!!! questo ingenuo e speranzoso periodo come il '45 di michele rende, l'allenatore brigante che perdona chi sbaglia il calcio di rigore e paga con il suo esonero, magari con la dimenticanza eterna del suo nome. nel cuore di nino, nel suo "coraggio, altruismo e fantasia" esisteva già il male patologico di berto, quel dover uscire fuori dalla letteratura, quella stessa maldicenza che aveva fatto divenire michele il brigante o il sogno di un uomo bambino, una rivoluzione che cresce finché finisce il futuro. finché un altro cantautore potrà narrare un'altra classe di calciatori.

    nel cuore di un uomo non esiste un'età definita, classificabile. esiste la forza delle proprie idee che possono anche avere capelli bianchi, le magliette delle squadre dei sogni, le lacrime adulte della commozione, i pugni chiusi ad ogni evenienza: si appartiene al proprio cuore in ogni età.
    “come possono le cose darci la pace se il nostro animo è incapace di riceverla? e se sono belle per se stesse, e se noi abbiamo affidato loro una memoria, non fanno altro che farci sentire più acuta la mancanza di ciò che ci manca, e ci si accorge di essere sperduti. allora uno può girare come disperato pei campi ad aspettare che arrivi la sera, e poi tornare alla tavola di ogni giorno, e intorno c’è il padre e la madre e una sorella, e sempre si sente sperduto.” questo è il cuore brigante di giuseppe berto, per me lo scrittore italiano più vicino ad antoine de saint-exupéry...

    “oh, ne passavano di stelle davanti alla mia finestra, prima che potessi addormentarmi! e dopo venivano i sogni. lo sognavo come uno degli antichi briganti dei racconti intorno al focolare, col lungo mantello di velluto e il fucile damaschinato e il pugnale dall’elsa d’argento. ed era un brigante buono, uno di quelli che si erano dati alla montagna per farsi vendicatori del popolo oppresso...” un mondo fatto d'eroi senza colpe per il proprio delitto. così nino assolve l'uomo e la storia nonostante lo scrittore berto avesse dato tutti gli indizi per condannare, per essere giudici delle coscienze.

    (ad antonio gramsci, al paròn rocco e gigi meroni e quelli che hanno indossato "la maglia numero sette")

    morale misera letteraria: al signorotto renzi da firenzi io non volevo nino nei versi di una canzone per farmi spiegare come si tirano i calci di rigore...

    ha scritto il 

  • 4

    Mentre leggevo questo libro pensavo a quanto fosse diverso da "Il male oscuro", sembrano scritti da due persone diverse. Visto però che tutti quelli che lo hanno recensito ne hanno parlato a profusion ...continua

    Mentre leggevo questo libro pensavo a quanto fosse diverso da "Il male oscuro", sembrano scritti da due persone diverse. Visto però che tutti quelli che lo hanno recensito ne hanno parlato a profusione, è inutile spenderci su altre parole. Posso solo dire che amo "entrambi" i Berto e il loro modo di parlare al cuore.
    Questa è una bella storia di perdenti, piena di mniseria e di dolore ma anche di amore e speranza nonché un documento fedele sull'arretratezza del sud Italia alla fine della II guerra mondiale.
    Il brigante in realtà è un eroe, un uomo generoso e illuminato la cui colpa è di essere in anticipo sui tempi. Intuisce che il mondo sta cambiando e cerca con ardore di seminare una nuova coscienza fra i miseri del suo paese. Nonostante fallirà non perderà la fiducia, è consapevole che le nuove generazioni avranno più fortuna della sua, è cosciente di essere un precursore.
    Questa speranza nel futuro lo spingerà, quando per lui tutto è perduto, a salvare il suo giovane amico, io narrante della storia ed erede dei suoi sogni.

    ha scritto il 

  • 3

    castelnuovo

    Berto si ispira a un fatto di cronaca degli anni quaranta per parlare di un "brigante" : un uomo meridionale qualunque. La vicenda è ambientata tra le montagne della Sila e la povertà della sua gente. ...continua

    Berto si ispira a un fatto di cronaca degli anni quaranta per parlare di un "brigante" : un uomo meridionale qualunque. La vicenda è ambientata tra le montagne della Sila e la povertà della sua gente. Comunque, il brigante di Berto è un personaggio fantastico.

    ha scritto il 

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