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Il brigatista e l'operaio

L'omicidio di Guido Rossa. Storia di vittime e colpevoli

Di

Editore: Einaudi (Stile libero Big)

3.5
(42)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 326 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806206133 | Isbn-13: 9788806206130 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: History , Political

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Descrizione del libro
Guido Rossa era un operaio. Aveva cominciato a lavorare a quattordici anni in una fabbrica di cuscinetti a sfere, poi era passato alla Fiat, infine all’Italsider di Genova. Nel 1962 era entrato nel consiglio di fabbrica per la Fiom-Cgil. La sua militanza nel Pci era fatta di impegno e rigore, priva di qualunque fanatismo. Aveva una moglie e una figlia, Sabina. La sua era una vita tranquilla.
Anche Vincenzo Guagliardo era un operaio. Nato in Tunisia, si era trasferito a Torino, dove aveva frequentato l’istituto tecnico per geometri per poi approdare alla Magneti Marelli. Attratto molto presto dalla politica, si allontanò in fretta dalla Federazione giovanile comunista, e altrettanto in fretta cominciò a percepire il Pci come una realtà da combattere. La scelta di aderire alla lotta armata fu per lui naturale quanto fu naturale per Rossa l’ingresso nel sindacato.
«Due vite parallele e opposte, - scrive Benedetta Tobagi su Repubblica. – La “pazienza democratica” di Rossa, l’impazienza pseudorivoluzionaria di Guagliardo. La cieca durezza con cui il brigatista accetta la logica efferata dell’omicidio; il rigore con cui il sindacalista si espone al pericolo pur di contrastare la presenza dei terroristi in fabbrica».
Perché il passo falso di Guido Rossa, la sua imperdonabile colpa, fu proprio questa: esporsi fino a firmare, da solo, la denuncia dell’ex-operaio Berardi, fiancheggiatore delle Br. E fu anche la ragione per cui, il 24 gennaio del 1979, il suo destino incrociò quello di Vincenzo Guagliardo. Fu Riccardo Dura, e non Guagliardo, a sparare i colpi mortali su Rossa, ma la sua partecipazione all’azione fu uno dei capi d’accusa per i quali il brigatista fu condannato nel 1983.
Lo scorso 26 aprile, dopo più di trent'anni di carcere, Vincenzo Guagliardo ha ottenuto la libertà condizionale.
Quella che Giovanni Bianconi racconta in questo libro è la sua storia: la storia di un brigatista “irruducibile” che, a differenza di tanti altri, dopo l'arresto ha scelto di chiudersi nel silenzio, dichiarando la propria disponibilità a incontrare i parenti delle vittime, ma senza mai rilasciare dichiarazioni spontanee di pentimento o di scuse.

Oggi Guagliardo accetta di parlare, e di affidare a Giovanni Bianconi - già autore per Einaudi di Mi dichiaro prigioniero politico. Storia delle Brigate rosse e di Eseguendo la sentenza, sul sequestro Moro - la trama durissima della propria vita. Nelle pagine di Il brigatista e l'operaio c'è la ricostruzione - in gran parte inedita – del delitto più enigmatico degli anni di piombo, c'è il racconto di una stagione che ancora vogliamo dimenticare, c'è la storia delle Brigate rosse dentro e fuori le fabbriche.
«Il serio, documentato, angosciante saggio di Bianconi, – scrive Corrado Stajano sul Corriere della Sera, - è anche un tentativo di scavare nella psicologia (la rottura con il mondo degli affetti, la solitudine) e nella cultura politica dei terroristi. […] È anche l'itinerario non pacificato che ha portato Guagliardo a comprendere com'era sbagliata, più che la linea politica, la scelta di fondo del terrorismo legato alla violenza».
E accanto alla verità del brigatista, difficile e controversa, c'è anche quella - assoluta - delle vittime. Come Sabina Rossa, la figlia di Guido, che negli ultimi anni si era espressa più volte a favore della liberazione di Guagliardo, definendolo «un atto di civiltà». Scrive ancora la Tobagi: «Con Sabina Rossa, Bianconi ci costringe a tornare a riflettere sulla funzione della pena, in particolare dell' ergastolo, sul senso di parole come giustizia e ravvedimento».
Una narrazione appassionante che fonde ricordo soggettivo e ricostruzione storica, e che, commenta ancora Stajano, «potrebbe aiutare anche chi nulla sa e fargli capire come fu arduo superare quell'infame stagione della nostra storia nazionale inzuppata di sangue innocente che pesa ancora oggi».
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  • 5

    Qui si racconta l'incredibile storia del rapporto umano tra Vincenzo Guagliardo (il brigatista che gambizzò Guido Rossa: poi arrivò Riccardo Dura e decise sul momento di ucciderlo) e Sabina, la figlia della vittima, diventata nel 2006 parlamentare del Pds e poi del Pd. Una giovane donna decisa, n ...continua

    Qui si racconta l'incredibile storia del rapporto umano tra Vincenzo Guagliardo (il brigatista che gambizzò Guido Rossa: poi arrivò Riccardo Dura e decise sul momento di ucciderlo) e Sabina, la figlia della vittima, diventata nel 2006 parlamentare del Pds e poi del Pd. Una giovane donna decisa, nella ricerca della verità e del senso della sua tragedia personale, a vincere le resistenze umane e il pudore dell'ex terrorista approdato da tempo a una posizione di radicale non violenza ma altrettanto fermamente deciso a non compiere gesti di alligeance e a non cedere alle lusinghe del mercato premiale ... Una bellissima storia, raccontata magistralmente da Giovanni Bianconi

    ha scritto il 

  • 2

    Un pò troppo di parte

    Il libro di Bianconi non mi è piaciuto molto. Innanzitutto perché ha una prosa pesante e ridondante, poco adatta a catturare l'attenzione del lettore e a tenerla desta.


    E poi sinceramente mi sembra che questo libro sia un pò troppo schierato dalla parte dei terroristi, nel senso che alla f ...continua

    Il libro di Bianconi non mi è piaciuto molto. Innanzitutto perché ha una prosa pesante e ridondante, poco adatta a catturare l'attenzione del lettore e a tenerla desta.

    E poi sinceramente mi sembra che questo libro sia un pò troppo schierato dalla parte dei terroristi, nel senso che alla fine mi sembra che in Italia ci sia sempre troppo spazio per chi ha ucciso e sempre meno per chi è morto sotto il piombo di coloro che volevamo cambiare il mondo ma alla fine sono riusciti a produrre solo morte e violenza.

    ha scritto il 

  • 0

    Diciamo subito he questo è davvero un gran bel libro che affronta in maniera a mio avviso corretta una tematica davvero difficile da gestire altrimenti: il terrorismo degli anni settanta e il conseguente pentitismo.
    La parte storica, il concatenarsi degli eventi e come questi si correlino a ...continua

    Diciamo subito he questo è davvero un gran bel libro che affronta in maniera a mio avviso corretta una tematica davvero difficile da gestire altrimenti: il terrorismo degli anni settanta e il conseguente pentitismo.
    La parte storica, il concatenarsi degli eventi e come questi si correlino a scelte di governo più o meno tristi e più o meno efficaci, è ottimamente presentata, soprattutto tenendo presente che è difficile storicizzare a così breve distanza fenomeni così complessi.
    Ma ho trovato particolarmente ben posta la questione del pentitismo.
    Era necessario?
    Certamente senza questo fenomeno probabilmente più lunghi sarebbero stati i tempi che avrebbero portato le forze dell'ordine a trovare il bandolo, ma certamente resta la questione amara, su entrambe le sponde, che il pentito si pente perchè gli viene promesso uno sconto di pena.
    Insomma tradisce se stesso, le sue idee e consegna i suoi compagni facendola franca o comunque pagando molto meno di chi sceglie percorsi più tortuosi di riconciliazione con se stesso e con le vittime di quel terrorismo.
    Perchè è indubbio che quando ci si rende conto di ciò che si è fatto se debba innanzitutto accettare questo aspetto del se che non deve essere poi così semplice da elaborare, nonostante tutte le motivazioni politiche che possono essere invocate.
    La questione del pentitismo mette poi in evidenza il fatto che esiste per lo stato, una sola maniera perchè tu ti possa pentire: ovvero sbandierla e pubblicizazrla soprattutto con i parenti delle vittime.
    Questo è un passaggio obbligato per ottenere il riconoscimento del "vero cambiamento interiore".
    Non basta insomma che uno ripensando, riconsiderando, riflettendo, analizzando arrivi a comprendere l'errore, la natura di questo errore e le eventuali condizioni che lo determinarono, non basta neppure che da quel momento scelga una vita di totale rispetto degli altri, soprattutto delle famiglie delle vittime, e che viva di conseguenza cercando di mettersi al servizio della società nella maniera più positiva possibile.
    No.
    Non è sufficiente.
    E' invece necessaria l'esposizione al pubblico ludibrio, anche se alle famiglie delle vittime di questo pubblico ludibrio poi non importa gran che.
    Insomma se non "ti penti e ti duoli" in forma pubblica non godrai mai dei benefici previsti dalla legge. Lavorerai al servizio della società da recluso.
    Se lo fai invece esci e puoi anche andare a fare il nababbo da qualche altra parte continuando a pensare solo a te stesso come in fondo hai sempre fatto, senza mai porti una domanda sulla conseguenza dei tuoi gesti. Perchè anche da pentito hai scelto e le tue scelte hanno avuto delle conseguenze per alcuni anche drammatiche.
    E allora, alla fine , una domanda sorge spontanea: ma questa esattamente che giustizia è?

    ha scritto il 

  • 4

    Interessantissimo libro, che partendo da una storia particolare percorre gli anni delle BR, naturalmente in maniera non esaustiva, e che pone qualche interessante domanda sul pentitismo e sulla giustizia "premiale".
    Di difficile lettura in alcuni punti, ma non per colpa dell'autore, quanto ...continua

    Interessantissimo libro, che partendo da una storia particolare percorre gli anni delle BR, naturalmente in maniera non esaustiva, e che pone qualche interessante domanda sul pentitismo e sulla giustizia "premiale".
    Di difficile lettura in alcuni punti, ma non per colpa dell'autore, quanto per il linguaggio in vigore in quegli anni e che ormai ci sembra estremamente anacronistico.
    Da leggere per riflettere, capire, essere informati.

    ha scritto il 

  • 4

    Interessante

    La scrittura di Bianconi rende questo saggio molto piacevole da leggere: pur affrontando argomenti difficili e spinosi, il testo si legge agevolmente.
    La parabola del terrorista evidenzia due cose a mio avviso molto interessanti: la iniziale "opacità" della classe operaia delle grande indus ...continua

    La scrittura di Bianconi rende questo saggio molto piacevole da leggere: pur affrontando argomenti difficili e spinosi, il testo si legge agevolmente.
    La parabola del terrorista evidenzia due cose a mio avviso molto interessanti: la iniziale "opacità" della classe operaia delle grande industrie che ha permesso, o agevolato, la nascita e la crescita dei gruppi terroristici come le Brigate Rosse ma anche il successivo distacco di queste dalle reali necessità della classe operaia stessa, traformandole in omicidi e atti violenti che in realtà poco sono serviti alla causa del mondo operaio.

    ha scritto il 

  • 3

    La vicenda è una delle più significative degli anni di piombo. Il ritratto del terrorista sarebbe stato interessante. Ma Bianconi deve fidarsi poco della sua prosa, o della nostra capacità di comprensione, per cui ha appesantito la narrazione con infinite ripetizioni dei concetti centrali alla ba ...continua

    La vicenda è una delle più significative degli anni di piombo. Il ritratto del terrorista sarebbe stato interessante. Ma Bianconi deve fidarsi poco della sua prosa, o della nostra capacità di comprensione, per cui ha appesantito la narrazione con infinite ripetizioni dei concetti centrali alla base della sua ricostruzione, rendendo la lettura faticosa. Arriva a tre stelle solo per la rilevanza della storia

    ha scritto il 

  • 5

    ... "non ci si può rivolgere a qualcuno a cui si è già fatto del male, rinnovandone il dolore, per procurarsi l'assenso ad alleviare la propria pena" pag. 303

    ha scritto il 

  • 4

    L'omicidio di Guido Rossa, storia di vittima e colpevoli

    Il brigatista e l'operaio sono Vincenzo Guagliardo, operaio e membro delle Brigate Rosse, e Guido Rossa, operaio e sindacalista della CGIL alla Italsider di Genova.
    Le loro strade si sono incontrate in una mattina il 24 gennaio ...continua

    L'omicidio di Guido Rossa, storia di vittima e colpevoli

    Il brigatista e l'operaio sono Vincenzo Guagliardo, operaio e membro delle Brigate Rosse, e Guido Rossa, operaio e sindacalista della CGIL alla Italsider di Genova.
    Le loro strade si sono incontrate in una mattina il 24 gennaio 1979, in una strada di Genova del quartiere Oregina: “lui aveva trent'anni, l'altro quarantaquattro. Lui teneva in mano una pistola pistola 7,65 silenziata, l'altro un sacchetto dei rifiuti da gettare nel cassonetto. Lui era appostato dentro un furgone, l'altro era appena uscito di casa. Lui era pronto a sparare, l'altro stava andando al suo lavoro di operaio metalmeccanico presso lo stabilimento Oscar Sinigaglia di Cornigliano, dv'era delegato del consiglio di fabbrica per conto della CGIL, da un decennio iscritto al Partito Comunista Italiano”.
    In quella fredda mattina, le loro strade si incrociano drammaticamente: l'operaio ha deciso, su indicazione del suo sindacato stesso, di denunciare un suo collega operaio che distribuiva volantini delle Br nell'azienda. Per isolare quella zona grigia all'interno delle fabbriche di operai che simpatizzava (o quanto meno, non criticava apertamente) quei terroristi che compivano attentati, atti dimostrativi, gambizzazioni, incendi.
    Siamo nel 1979, e le BR hanno già avuto il battesimo di fuoco con le due morti a Padova nella sede dell'MSI (Giralucci e Mazzola), l'omicidio del giudice Francesco Coco a Genova e la strage in via Fani per il rapimento del presidente Moro (poi ucciso dopo i 55 giorni di prigionia).
    La denuncia da parte di un operaio stesso di un altro operaio, Francesco Berardi, fu un atto di estremo coraggio: Rossa, sindacalista con la passione della montagna, si trovò quasi stritolato dal meccanismo giudiziario. Lasciato quasi solo dal sindacato e dai compagni, firmò da solo la denuncia, e da solo si presentò al processo.
    Le Brigate Rosse lo condannarono per questo gesto (che andava a minare proprio il clima favorevole che permetteva loro di continuare a rimanere nelle industrie): doveva essere “solo” una gambizzazione, un ferimento. Invece, complice un disguido tra Guagliardo e il complice Riccardo Dura, Rossa fu colpito diverse volte a morte.

    "Il brigatista e l'operaio" mette assieme queste due vite, per raccontarci due cose: la sofferenza delle vittime, come la figlia di Guido, Sabina Rossa. Che negli anni ha cercato di rispondere alla sua domanda: perchè? Perchè quelle morti? Quelle scelte così nette, che mettevano le persone e le loro famiglie in secondo piano, persone che non erano più considerate come tali, ma come funzione di un meccanismo più ampio.
    Per rispondere a questo, Sabina ha voluto incontrare dopo tanti anni l'assassino del padre, oggi in regime di semilibertà, per sapere da lui.
    Risposta che arriva dal racconto della vita del brigatista: figlio di una famiglia trasferitasi dalla Tunisia in Italia, a Torino.
    Entrato nelle Br, per portare avanti la lotta per il comunismo e la dittatura del proletariato: è un bel confronto quello che Bianconi fa del libro. Da una parte l'operaio e dall'altra il brigatista senza alcuno scrupolo per le azioni criminali che deve compiere: effetti collaterali della sua battaglia (tanto da ritenere la morte di Rossa un errore tecnico), in nome di un ideale ritenuto valido.

    Scriveva Rossa, l'operaio:
    " Da parecchi anni mi ritrovo sempre più spesso a predicare agli amici l´assoluta necessità di trovare un valido interesse nell´esistenza. Un interesse che si contrapponga a quello quasi inutile dell´andare sui sassi, che ci liberi dal vizio della droga che da troppi anni ci fa sognare e credere semidei, superuomini, chiusi nel nostro solidale egoismo, unici abitanti di un pianeta senza problemi sociali, fatto di lisce e sterili pareti sulle quali possiamo misurare il nostro orgoglio virile, il nostro coraggio, per poi raggiungere il meritato premio, un paradiso di vette pulite e perfette, scintillanti, dove per un attimo o per sempre possiamo dimenticare di essere gli abitanti di un mondo colmo di soprusi e di ingiustizie, di un mondo dove un abitante su tre vive in uno stato di fame cronica, due su tre sono sottoalimentati, e dove, su 60 milioni di morti all´anno, 40 milioni muoiono per fame. Per questo penso che anche noi dobbiamo finalmente scendere giù, in mezzo agli uomini, a lottare con loro, allargare fra tutti gli uomini la nostra solidarietà, che porti al raggiungimento di una maggiore giustizia sociale, che lasci una traccia, un segno tra gli uomini di tutti i giorni e ci aiuti a rendere valida l´esistenza nostra e dei nostri figli...."

    15 febbraio 1970 lettera di Guido Rossa all'amico Ottavio, compagno di vette e scalate.

    Questo invece scrivevano le Br, nella rivendicazione:

    “Un nucleo armato della BR ha giustiziato Guido Rossa, spia e delatore all’interno dello stabilimento Italsider di Cornigliano. Il suo tradimento di classe è ancora più squallido e ottuso in considerazione del fatto che il potere i servi prima li usa, ne incoraggia l’opera e poi li scarica. Compagni, da quando la guerriglia ha cominciato a radicarsi dentro la fabbrica, la direzione Italsider, con la preziosa collaborazione dei berlingueriani, si è posta il problema di ricostruire una rete di spionaggio, utilizzando insieme delatori vecchi e nuovi. L’obiettivo che il potere vuol raggiungere attraverso questa rete di spionaggio è quello di individuare e annientare all’interno delle fabbriche qualsiasi espressione di antagonismo di classe”.

    Non avevano capito niente, del mondo del lavoro, delle lotte per i diritti, del valore della vita. Non si rendevano conto dei paradossi della loro ideologia: “siamo arrivati al punto di di diventare carcerieri attraverso sequestri di persona , noi che dicevamo di voler liberare un'intera classe di persone” pensa oggi l'ex dirigente Br “E siamo diventati giudici che hanno pronunciato verdetti di morte, sebbene ci ritenessimo soldati e il tribunale del popolo”.

    Imboccando la via delle armi “gli eversori di quarant'anni prima si sono messi sullo stesso piano del potere che volevano combattere e soppiantare. Lo consideravano ingiusto e violento, e sono diventati a loro volta ingiusti e violenti”.

    Nel racconto della vita di Guagliardo, preso come riferimento per altre storie parallele di altri terroristi, si affronta il tema della scelta delle armi: era questo ritenuto il male necessario perchè la lotta armata è l'unico strumento per provare a diffondere qualche seme di comunismo nel futuro.
    L'alibi della strage di stato dopo la bomba a Milano del 1969 (se lo stato usa la violenza contro i cittadini, non c'è altra soluzione che rispondere con altrettanta violenza).
    Il vedere nella persona che ti sta di fronte (che sia giornalista, magistrato, poliziotto, carabiniere, dirigente di industria) non un essere umano, ma una funzione dello sfruttamento capitalista sulla classe operaia, come scrivevano nei loro farneticanti comunicati.

    Il libro si articola in cinque parti:
    - Vorrei parlare con Vincenzo
    - Guido Rossa amava scalare le montagne
    - Prima di sparare a Guido Rossa
    - Dopo aver sparato a Guido Rossa
    - Vorrei parlare con il giudice
    La prima e l'ultima raccontano dell'incontro di Sabina Rossa con Guagliardo (l'unico dei brigatisti del commando che nel 2005 ancora in vita e che aveva scontato una pena) e la sua decisione di perorare presso il giudice la richiesta di semilibertà.
    Richiesta che lo stesso Guagliardo non aveva fatto nel passato, nemmeno cercando un incontro con le vittime per chiedere scusa. Per evitare che le sue parole fossero giudicate come un tentativo di ottenere uno sconto della pena.

    Il capito “del dopo aver sparato”, racconta la storia delle Brigate Rosse attraverso quella di Guagliardo, con il ricordo soggettivo di ciò che erano realmente le Brigate rosse dentro le fabbriche nei primi anni 70, e con la ricostruzione dei percorsi che hanno portato alla scelta brigatista.
    Dal rapimento del sindacalista Abate della Cisnal, al rapimento Sossi, fino agli ultimi colpi in Veneto. Gli arresti e i pentimenti, il rapimento per rappresaglia di Roberto Peci e la “ritirata strategica” del 1983.
    Guagliardo fu arrestato con la sua compagna Nadia Ponti (poi sposata) a Milano nel 1980. E per molti anni, è rimasto uno dei pochi irriducibili a non essersi pentito: già nel 2005 aveva ottenuto la possibilità di uscire dal carcere per lavorare in una cooperativa che compone libri per ciechi.
    Dove Sabina Rossa l'aveva già raggiunto per porgli le sue domande.

    Commenta Bianconi:
    “Più che rimorsi, oggi Guagliardo dice di aver impianti. Soprattutto di non aver capito prima l'eterogenesi dei fini: il mezzo della lotta armata era diventato un obiettivo in sé, e i soldati della rivoluzione si stavano trasformando in qualcosa che non era migliore di ciò che intendevano combattere. L'ex dirigente delle Brigate Rosse è consapevole di aver arringato individui, per convincerli a impugnare le armi, che hanno sparato per costruire qualcosa di diverso, ma probabilmente per motivi di affermazione personale: forse uccidevano con la stessa leggerezza con cui hanno camminato sopra i cadaveri delle loro vittime, pur di uscire in fretta dalla galera e senza eccessive conseguenze per la propria esistenza.
    Io no, rivendica Guagliardo. Io non ho abbandonato la violenza rivoluzionaria per abbracciare quella dello stato , che dispensa benefici e privilegi ai reclusi per motivi politici a seconda di come si comportano. Io ho rotto con le scelte passate mentre i veri continuisti sono i pentiti, che hanno proseguito la loro guerra cambiando campo e mezzi: non più le Br e le armi, ma lo Stato e la delazione ”.

    Sulla medaglia d'oro per il valor civile che Sandro Pertini concesse a Guido Rossa è scritto:

    «Sindacalista componente del consiglio di fabbrica di un importante stabilimento industriale, costante nell'impegno a difesa delle istituzioni democratiche e dei più alti ideali di libertà. Pur consapevole dei pericoli cui andava incontro, non esitava a collaborare a fini di giustizia nella lotta contro il terrorismo e cadeva sotto i colpi d'arma da fuoco in un vile e proditorio agguato tesogli da appartenenti ad organizzazioni eversive. Mirabile esempio di spirito civico e di non comune coraggio spinti fino all'estremo sacrificio. Genova, 24 gennaio 1979.»
    — Roma, 26 gennaio 1979.

    Nell'aprile 2011, Guagliardo ha ottenuto la libertà condizionale dal Tribunale di sorveglianza di Roma, anche grazie alla testimonianza favorevole di Sabina Rossa, figlia dell'operaio Guido Rossa.

    ha scritto il 

  • 4

    Bianconi racconta la vicenda di Vincenzo Guagliardo, della sua vita prima e dopo l'omicidio di Guido Rossa. Lo stile di Bianconi mi piace e la capacità di raccontare aiuta ad entrare nella storia di questa tragedia personale e politica che ha accomunato un'intera generazione di italiani.

    ha scritto il 

  • 0

    «Le tante vittime messe nel conto come male necessario in vista di un ipotetico bene comune e futuro,perdono ogni significato. Restano vittime e basta. E il male solo male. Non più necessario ma inutile.»(pag.294)


    9 maggio 1978 a Roma, in via Caetani, le Br fanno ritrovare il cadavere dell ...continua

    «Le tante vittime messe nel conto come male necessario in vista di un ipotetico bene comune e futuro,perdono ogni significato. Restano vittime e basta. E il male solo male. Non più necessario ma inutile.»(pag.294)

    9 maggio 1978 a Roma, in via Caetani, le Br fanno ritrovare il cadavere dell’Onorevole Aldo Moro.
    24 gennaio 1979 a Genova, quartiere Oregina, un comando armato delle Br uccide Guido Rossa,iscritto al Pci e sindacalista.

    Nell’arco temporale di queste due date, a mio giudizio, si compie la parabola brigatista della seconda metà dei ’70 in Italia. Rapendo Moro,ed eliminando la scorta,tenendolo in ostaggio per 55 giorni, le Br hanno realmente portato con successo l’attacco al cuore dello Stato,ma non lo hanno trovato(troppo frastagliato e troppo diverso da come se lo immaginavano i brigatisti risulta essere quel cuore); hanno dimostrato potenza e capacità organizzative,ma non hanno ottenuto nulla,neppure quella riconoscibilità politica seppur minima che davano quasi per scontata. Mai come prima le Br post-Moro hanno forza e seguito,ma si ritrovano presto senza riuscire a dare seguito a quella forza e per di più incalzate da quello stesso Stato che dispone di mezzi,leggi e uomini in quantità molto superiore a loro.
    Dopo l’omicidio di Guido Rossa, le Br perdono anche quella capacità di muoversi nelle fabbriche e di poter contare,se non nell’appoggio,quantomeno in una certa “opacità” della classe operaia.
    A sparare a Guido Rossa è Vincenzo Guagliardo, ex- operaio, al suo battesimo del fuoco. Ad ucciderlo però è Riccardo Dura,il quale(almeno questa è la ricostruzione più probabile)temendo che il compagno avesse fallito l’obbiettivo,quello cioè di ferire Rossa,spara di nuovo. La morte del sindacalista,che aveva denunciato Francesco Berardi un operaio fiancheggiatore delle Br sorpreso a diffondere volantini brigatisti in fabbrica, infatti non era prevista dall’azione e nei giorni seguenti Guagliardo e gli altri comprendono l’errore di quello sbaglio.
    Come in molte vicende di violenza ed armi la tragedia accompagna la scia di sangue che viene versato. C’è la tragedia e il dolore della famiglia Rossa che ha perso Guido, c’è la morte per suicidio di Berardi, c’è la morte(l’esecuzione??)per mano dei carabinieri di Dura – nel covo Br di via Fracchia a pochi metri da dove fu ucciso Rossa – e la carcerazione per Guagliardo,che trascorrerà più di un trentennio in prigione.
    Giovanni Bianconi in questo libro racconta il percorso di Guagliardo da operaio a brigatista a personalità di spicco delle Br fino al carcere. E racconta la vita di Guido Rossa e quello che ha significato la sua morte.
    Gagliardo, pur riconoscendo gli errori e le colpe delle sue scelte, non ha beneficiato di sconti di pena o semilibertà che invece sono stati concessi a brigatisti autori di omicidi e violenze maggiori delle sue. Ciò è accaduto perché Guagliardo non ha mai voluto avvicinare i familiari delle sue vittime(condizione indispensabile per ottenere un miglioramento della condizione della prigionia)in quanto egli ha sempre ritenuto che non fosse giusto farlo per rispetto di quegli stessi familiari(«Non per vergogna,né per arroganza,ma per riguardo: non ci si può rivolgere a qualcuno a cui si è già fatto del male,rinnovandone il dolore,per procurarsi l’assenso ad alleviare la propria pena.»-pag 303). A dare una mano a Guagliardo, oggi impegnato in una cooperativa che si occupa di tradurre in ipertesti per non vedenti opere letterarie di vario genere, è Sabina Rossa,figlia del sindacalista ucciso, la quale,nel 2004, decide di contattare l’ex-brigatista per incontrarlo. Sarà ancora lei, anni dopo, a perorare la causa di Guagliardo per fargli ottenere la libertà condizionale(al momento in cui è stato scritto il libro,nel 2010,non ottenuta). E forse proprio nell’atteggiamento di Guagliardo e della moglie Nadia Ponti(anche lei elemento di punta delle Br)e di Sabina Rossa sta il maggiore insegnamento di questa storia raccontata da Bianconi. L’atteggiamento di due persone che hanno compreso le loro colpe e il dolore inutilmente procurato,ma che non cercano facili strade per guadagnare vantaggi da coloro ai quali hanno provocato quel dolore e l’atteggiamento di una vittima che cerca di conoscere e di capire. Conoscere e capire spetta anche a chi legge, giudicare forse no.

    ha scritto il