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Il brodo indiano

Edonismo ed esotismo nel Settecento

By Piero Camporesi

(35)

| Paperback | 9788811674337

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Book Description

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    Il secolo dei Lumi e delle "buone maniere" (note su "Il brodo indiano" di Piero Camporesi)

    Ne “Il brodo indiano” Camporesi racconta la profonda trasformazione della moda e del gusto che ha segnato l'Europa del Settecento. Nel secolo dei Lumi, infatti, cambia radicalmente il rapporto dell'individuo con il corpo, il cibo, l'abito: in contra ...(continue)

    Ne “Il brodo indiano” Camporesi racconta la profonda trasformazione della moda e del gusto che ha segnato l'Europa del Settecento. Nel secolo dei Lumi, infatti, cambia radicalmente il rapporto dell'individuo con il corpo, il cibo, l'abito: in contrapposizione all'eccesso barocco si impone un modello di raffinatezza, di delicatezza, di eleganza misurata che influisce sull'ideale di bellezza, sulla cucina e sulla moda del secolo. Il Settecento, in contrapposizione ai corpi pesanti e grevi del Seicento, prevede corpi snelli, scattanti, asciutti, fasciati in abiti stretti e attillati come vuole la moda del tempo. Alla calda femminilità seicentesca, inoltre, il “secolo purgato” risponde con “donne-fiori, aeree, leggere, sciolte come giunchi, mobili come notturne farfalle”, donne algide, snelle, eteree, eleganti nelle sale da ballo illuminate a giorno in un'epoca che vede la definitiva vittoria della cultura sulla natura, del tempo notturno sul tempo diurno: la notte nel Settecento non è più il tempo sinistro e spaventoso delle streghe e degli spettri, ma è “illuminata da sfavillanti lampadari” e diventa il regno della seduzione femminile. Questa nuova estetica settecentesca, fondata sulla leggerezza e sulla raffinatezza, trova corrispondenza in una rinnovato gusto culinario: vengono messi al bando alimenti ritenuti volgari e rozzi, dai sapori e odori forti, come la cipolla, il formaggio, il cavolo, l'aglio. Le carni nere, viscide e pesanti, che troneggiavano nei banchetti seicenteschi, vengono sostituite dalle carni bianche e leggere, dalle molli e gelatinose ostriche e dai tartufi, “sotterranei frutti nutriti di tenebre, di rugiade notturne, di linfe opache”. Le vere protagoniste della tavola illuministica sono però le bevande: sorbetti, limonate, aranciate e soprattutto il caffè (che diventa uno dei simboli più importanti di quest'epoca) e il leggendario “brodo indiano”, la cioccolata, che incontra un successo straordinario tra le classi agiate e diventa l'emblema dell'esterofilia, del gusto per l'esotico e del cosmopolitismo culinario della cultura settecentesca.
    La nuova ratio ciborum sancisce la supremazia della cucina francese, illuminata, raffinata, cosmopolita: la Francia, culla della civilisation e depositaria della nuova “scienza di saper vivere”, diventa così il centro propulsore della nuova arte culinaria e esporta in tutta Europa cuochi (ma anche parrucchieri, sarti e maestri di ballo), divulgatori delle nuove tendenze del gusto e della moda. Anche in Italia si afferma progressivamente la cultura alimentare transalpina e nelle cucine nobiliari della Penisola diventa quasi d'obbligo assumere un cuisiner francese, esperto di “pranzi e cene dilicate”, perfetto interprete del nuovo “gusto del secolo” che prevede “diete leggere, carezzevoli, piatti vellutati e insinuanti, morbidamente dolci e addobbati con capricciosa grazia su agili tavolini dalla gambe snelle e mosse”. La cucina italiana, di fronte alla marcia trionfale della cuisine française, entra in una fase di crisi, di riflessione e di ripensamento anche se la riforma illuministica della tavola trova, in alcuni casi, “tenaci resistenze e ostinati rifiuti”: tra i ceti elevati italiani, infatti, sopravvive felicemente il mangiar sostanzioso e saporito, la “mensa larga” di tradizione tardo-rinascimentale.
    Il modello alimentare settecentesco è pensato non solo per il palato, ma anche e soprattutto per l'occhio: le vivande e le portate sono disposte secondo una precisa ratio convivialis, un ordine geometrico che organizza sapori e colori, i quali “si fondono nel concerto ben temperato del pranzo come in una elegante frase musicale”. La componente visiva del cibo viene esaltata dall'utilizzo di un raffinato corredo di leggiadre suppellettili (porcellane, cristalli, tazzine, teiere etc) allineate nella credenza o perfettamente disposte in tavola. La mensa, impreziosita da decori effimeri, raffinati, leggiadri, deve garantire un colpo d'occhio ad effetto e diventa così una scenografia, caratterizzata dalla policromia e dalla miniaturizzazione, in perfetto stile rococò.
    La poetica della delicatezza e della raffinatezza, alimentata dalle nuove tendenze filosofiche, trova dunque compimento in un'arte culinaria e credenziera che postula “sapori fini e pastellati, riflessivi e meditati secondo lo stile di una cucina misurata e composta, pensata per commensali frizzanti e spiritosi, per sensibili “attillati damerini” e per dame leggere che si muovevano, seguendo i ritmi e le cadenze della nuova gestualità, tra argenterie e suppellettili finissime, tra aeree e sottilissime porcellane che sembravano esprimere, con le loro fragili presenze, lo stesso esprit de finesse delle mani che le muovevano”.
    Il Settecento è così, secondo la retorica del tempo, l'epoca delle “buone maniere” connotata dal raffinamento progressivo dei costumi e dalla civilizzazione graduale del gusto: la società “illuminata” del Settecento è ansiosa di prendere le distanze dall'eredità dei secoli bui e rozzi che l'hanno preceduta e si colloca pertanto in un rapporto di radicale discontinuità e evidente rottura con il passato. Il gusto “riformato” del bel mondo si erge così come una barriera temporale nei confronti delle epoche precedenti, ma anche come una barriera sociale nei confronti del mondo popolare: il modello estetico e alimentare, improntato alla raffinatezza e alla delicatezza, si pone infatti come un “dispositivo di rafforzamento delle frontiere dello status privilegiato” che contribuisce a scavare un fossato incolmabile tra l'aristocrazia e le classi popolari. Nella seconda metà del Settecento, però, l'élite pagherà cara l'indifferenza e la chiusura verso le classi inferiori: la Rivoluzione francese infatti spazzerà via in poco tempo l'ancien régime e con esso la delicata frivolezza e l'aristocratica raffinatezza che l'avevano contraddistinto.

    In questo delizioso saggio Camporesi riesce a delineare e descrivere, con eccezionale precisione, l'alta società del primo Settecento: la sua è una scrittura fortemente “visiva” ed evocativa che permette al lettore di immergersi totalmente, come in un quadro di Watteau, Liotard o Hogarth, nell'atmosfera ovattata e delicata delle tavole e dei salotti settecenteschi.
    Il libro è inoltre straordinariamente denso e dotto: l'erudizione di Camporesi non è però formale, manieristica, pesante, ma è un'erudizione di sostanza, alleggerita da un linguaggio agile e levigato. “Il brodo indiano” non è così un semplice saggio di storia del costume e del gusto, ma è un piccolo scrigno fatto di brevi capitoli perfettamente cesellati e scintillanti come gemme. Assolutamente da leggere.

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    Alexgovinda -estoy esperando la casualidad de mi vida- said on Nov 21, 2011 | Add your feedback

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    Adoro i libri che parlano di cibo, ma soprattutto della simbologia legata ad esso. Questo trattato, scritto dall'erudito Piero Camporesi,è singolarissimo. Il settecento bandendo il barocco influenza anche il modo di nutrirsi.Non più carni nere e sang ...(continue)

    Adoro i libri che parlano di cibo, ma soprattutto della simbologia legata ad esso. Questo trattato, scritto dall'erudito Piero Camporesi,è singolarissimo. Il settecento bandendo il barocco influenza anche il modo di nutrirsi.Non più carni nere e sanguinolente (avete in mente il dipinto del Carracci che è poi la copertina del Talismano della felicità)ma carni bianche e poco innervate.La cacciagione che genera carni nervose e scattanti cede il posto alla "mollezza esangue" di cibi come l'ostrica o il tartufo,bui e da scoprire, in contrasto con l'epoca in cui tutto si illumina.Finalmente arriva anche in Italia il " brodo indiano" cioè il cioccolato e scorrono pagine di dolcissima erudizione.

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    Bernardette Dickens said on Apr 29, 2010 | Add your feedback

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    l'erudizione come gioco.Come tutti i libri di camporesi e' un fuoco d'artificio di fatti e collegamenti, di citazioni e di piacevoli scoperte erudite.
    Si impara molto ,con piacere.

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    margrant said on Jan 7, 2010 | Add your feedback

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    Il Settecento irrompe nelle abitudini, nei modi di vestire e di trascorrere il tempo, nell'organizzazione della tavola e nei nuovi cibi. La straordinaria erudizione di Piero Camporesi ci accompagna alla scoperta della rivoluzione illumistica colta at ...(continue)

    Il Settecento irrompe nelle abitudini, nei modi di vestire e di trascorrere il tempo, nell'organizzazione della tavola e nei nuovi cibi. La straordinaria erudizione di Piero Camporesi ci accompagna alla scoperta della rivoluzione illumistica colta attraverso la vita materiale e i riti della socialità. La tavola è il palcoscenico su cui va in scena l'età dei lumi; il brodo indico ovvero la cioccolata è il «liquido emblema della nuova società a due volti, nervosa e pigra, alacre e molle, solerte e voluttuosa, adagiata in tardi risvegli o desta in albe precoci».

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    Jakobvongunten said on Jun 20, 2009 | Add your feedback

Book Details

  • Rating:
    (35)
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    • 3 stars
  • Paperback 158 Pages
  • ISBN-10: 8811674336
  • ISBN-13: 9788811674337
  • Publisher: Garzanti
  • Publish date: 1998-05-01
  • Also available as: Hardcover
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