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Il canto delle manére

Di

Editore: A. Mondadori

3.9
(370)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 411 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: 8804590718 | Isbn-13: 9788804590712 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , eBook , Altri

Genere: Fiction & Literature , History , Science & Nature

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Descrizione del libro
La manéra è la scure dei boscaioli di Erto. Nessuno come Santo della Val, che abbiamo già incontrato in Storia di Neve, ne conosce il filo della lama, l'equilibrio del manico, nessuno come lui sa ascoltare il canto che si alza dalle manére quando i boscaioli entrano a far legna nei boschi. Santo è il migliore tra di loro, il bosco è la sua vita, ma la violenza del sangue lo costringe alla fuga dal paese per cercare fortuna tra le ricche foreste dell'Austria. Nuovi amici e nuovi amori, pentimenti e bramosie dell'animo, finché Santo, dopo l'eccezionale incontro con il grande scrittore Hugo von Hofmannsthal, sentirà imperioso il richiamo della propria terra.
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  • 4

    “Le radici sta dove siamo nati e cresciuti. Quelle radici non le tagli . Quelle radici sono elastici con un capo legato al campanile e l’altro intorno alla nostra vita. Più ti slontani più gli elastici si tira, finché diventa fini come corde di violino. Quando è tirati al massimo passa il vento d ...continua

    “Le radici sta dove siamo nati e cresciuti. Quelle radici non le tagli . Quelle radici sono elastici con un capo legato al campanile e l’altro intorno alla nostra vita. Più ti slontani più gli elastici si tira, finché diventa fini come corde di violino. Quando è tirati al massimo passa il vento della memoria, e questi manda suoni di ricordi. A sentirli pensi al paese e diventi debole. Molla le mani da dove ti tenevi ingrapato e gli elastici, con uno strappo, ti trascina a casa”.
    Il canto delle manére è un libro “storto”, per riprendere un'espressione di Mauro Corona. È storto per il registro friulano adottato dall'autore, che fa sentire un po' scomodo il lettore; per la storia narrata, che descrive il mestiere dei boscaioli facendoci esplorare i meandri di un ambiente e di un'attività sconosciuti, pericolosi e faticosi.
    È storto perché lo è il protagonista della storia: un antieroe, un uomo che pur avendo testa, cuore e coraggio, si butta via e getta via con se stesso gli affetti importanti della sua vita. Santo Corona è il protagonista di questa storia cattiva. “ Hai visto che le robe storte si possono drizzare e farle andare per il verso giusto? Sono le robe storte della vita che non drizzi quando vuoi. Quelle è solo il tempo che le drizza”. Nasce ad Erto, paese del Friuli circondato da crode lunghe e affilate come lapis che si stagliano nel cielo. Sotto di esse il Vajont rugge e sbuffa tra le vallate ricche di boschi che danno sostentamento alla popolazione di quel paese abbarbicato nella roccia. Quelle valli, però, sono difficili, appartengono a un territorio inospitale, aspro, impervio. Gli uomini per sopravvivere devono lottare contro una natura caparbia e ostile, come sono loro stessi. I mestieri degli abitanti sono “tirar di manera” (usare l'ascia, tagliare gli alberi) e falciare. Ma soprattutto tagliare gli alberi. “Il canto delle manère si confondeva con quello degli uccelli e l’abbaio dei caprioli. I venti di primavera, allegri e deboli come le bronze dei rami, faceva le gare a soffiare nei pifferi di croda. Le ultime slavine, scivolando dalle vette sui costoni puliti, non faceva più rumore ma sbuffava come un vecchio stanco quando si siede”. Un lavoro difficile, fisicamente duro e che richiede destrezza, buoni riflessi e prudenza. Santo è discendente di una generazione di boscaioli e lui stesso è diventato, a sua volta, un boscaiolo eccellente. Orfano, è stato allevato dai nonni e preso sotto l'ala protettrice dello zio, Augusto Peron, esperto di manera e della vita. Santo cresce sotto la guida dalla pratica saggezza del nonno, uomo severo ma buono, e la coraggiosa temerarietà dello zio, che insegna al ragazzo la destrezza nella manera, ma anche lo spirito di competizione e l'ambizione. Il giovane diventa uomo, affronta il dolore per la perdita delle persone care, conosce il seme dell'odio e della vendetta, ma anche la passione della carne, l'affronto del tradimento e la gelosia che lo conduce a macchiarsi di un delitto che perseguiterà la sua coscienza per tutta la vita. Scappa in Austria e lì si ricostruisce una vita, riprende la sua professione di boscaiolo, riesce col tempo ad affermarsi, a fare società con altri amici del mestiere, diventa ricco, spietato verso quella stessa natura per la quale gli è stato impartito il rispetto. Ama ancora e ancora subisce un ennesimo tradimento che acuisce la sua rabbia e il suo rancore verso la vita e il destino. Santo sperimenta, tuttavia, anche la conoscenza del mondo intellettuale attraverso l'amicizia di uomini che hanno dedicato la vita alla cultura e all'arte. Uno in particolare, il famoso scrittore Hugo Von Hofmannsthal, gli insegna a leggere il tedesco e lo arricchisce spiritualmente.
    Il canto delle manere racconta la storia malinconica di un uomo che ha deciso le rotte del proprio destino, facendosi guidare dalle proprie incontrovertibili convinzioni, rese ancora più ferree dal suo carattere difficile e ostinato, come le cime che lo hanno visto nascere e crescere. Ha difeso strenuamente le idee che aveva di se stesso, della sua vita e delle persone che lo circondavano, senza mai metterle in discussione. Avrebbe potuto perdonare, capire e finalmente elevarsi per dare un valore ai proprio errori, ma non l'ha fatto. Santo è un uomo senza clemenza per se stesso e per gli altri. Un uomo che non ha saputo amare totalmente, e che per questo è stato tradito.
    Santo Corona è, in definitiva, un uomo che non ha imparato. “ Santo ormai viveva a testa bassa. Aveva stortato la sua vita per tutta la vita, adesso non era più tempo di drizzarla. E non esisteva paese, casa o memoria che lo facesse tornare giovine e ripartire da capo. Aveva scritto la vita in brutta copia e quella era rimasta. Non poteva ricopiarla in bella. Santo aveva sentito chiaro e tondo che era tornato per morire”. Tuttavia questo romanzo è anche qualcosa di più: è una penna lieve che racconta, oltre la meschinità, l'odio, il rancore, la passione e le bassezze dell'animo umano, anche l'onestà, la semplicità e il coraggio della povera gente, costretta dall'asperità del territorio a sopravvivere con i mezzi che aveva a disposizione. Il canto delle manere racconta anche di stellate “che pareva[no] secchiate di mirtilli luminosi buttati nel cielo”, di notti animate dal canto degli animali notturni, di prati che risplendono del colore dei bottondori, di venti che giocano con le foglie. Parla del rumore della neve che si posa, di piccole storie drammatiche o struggenti di tanti personaggi minori come Bonaventura Selchi, detto Venturin, che non dormiva durante le gelide notti d'inverno, ma ascoltava gli alberi cadere morti di freddo, per poi raccoglierli pietoso. Parla dell'amore consumato su una radura magica che donava agli amanti solo bei sogni. Il canto delle manere si riassume nel biglietto lasciato a Santo dal suo amico scrittore Hugo Von Hofmannsthal: “La causa sta in una profondità infinita, negli abissi del carattere e del destino. Tutto dobbiamo capire”.

    ha scritto il 

  • 3

    Come un filò

    Ero abbastanza prevenuta per via dell'autore-personaggio, il vecchio saggio montanaro ecc.: mi aspettavo quel tipo di esaltazione retorica della saggezza di una volta e dell'uomo moderno cattivo che non rispetta la natura che mi fa venire il cimurro.
    Ho trovato invece una scrittura molto ef ...continua

    Ero abbastanza prevenuta per via dell'autore-personaggio, il vecchio saggio montanaro ecc.: mi aspettavo quel tipo di esaltazione retorica della saggezza di una volta e dell'uomo moderno cattivo che non rispetta la natura che mi fa venire il cimurro.
    Ho trovato invece una scrittura molto efficace: infarcita com'è di termini ed espressioni di origine dialettale, è molto precisa, e insieme evocativa, salva dai cliché linguistici che spuntano nella cattiva scrittura in italiano. Ad esempio, per dire di un bambino "quando sua madre l'ha partorito" non dice "quando sua madre l'ha dato alla luce" bensì, "quando sua madre l'ha spinto fuori dalla pancia". Che rende molto bene l'idea, no? Poi la storia non è niente di trascendentale, ma l'ho letto volenieri, sera dopo sera, come accomodandomi nella stalla per il filò, a cui la narrazione somiglia, con digressioni, anticipazioni, ripetizioni (e adesso so tutto di alberi, legname, asce, ronche, che nella vita può sempre venire utile).

    ha scritto il 

  • 0

    Non so bene per quale motivo ogni tanto ci ricasco, a leggere Corona. E' come quando vai a mangiare da McDonalds: in quel che mangi c'è qualcosa di morboso e attraente, probabilmente, che non ha nulla a che vedere con la qualità.
    Questa storia, come tutte le storie di Corona, è scritta in u ...continua

    Non so bene per quale motivo ogni tanto ci ricasco, a leggere Corona. E' come quando vai a mangiare da McDonalds: in quel che mangi c'è qualcosa di morboso e attraente, probabilmente, che non ha nulla a che vedere con la qualità.
    Questa storia, come tutte le storie di Corona, è scritta in un italiano da fare schifo. Però non si può non riconoscere al tipo una sconcertante capacità di mettere in fila aneddoti storielle e sciocchezze da ubriachi che stordiscono, anche se a volte è difficile trattenere lo sghignazzo per l'assurdità dei momenti più splatter.
    Si, credo che Corona stimoli il peggio di me. L'importante è esserne consapevoli.
    Comunque, come antidoto, ho sempre un sacco di libri del grande cimbro Mario Rigoni Stern, da sfogliare a valle di un Corona, con cui disinfettare il linguaggio e il racconto della montagna.
    Come riassaporare il mangiar bene dopo essersi strafogati di hamburger.

    Il che, purtroppo, non mi impedirà di tornarci, ogni tanto, a mangiare da schifo.
    Non so perchè.

    Forse, tra le moltitudini che contengo, ci dev'essere un montanaro porco, rozzo e ubriaco che ogni tanto viene a galla.

    ha scritto il 

  • 4

    Quella valle da cui tanto mi è difficile staccarmi...

    ...torna anche nei libri che leggo!


    E' da quando ho scoperto Marco Paolini che, a causa del suo documento/documentario sul Vajont, mi interesso, cerco, guardo, ammiro, la valle del Piave, la zona di Longarone, Erto, Casso e la valle del Vajont, chiusa sotto la mannaia del monte Toc. E' in ...continua

    ...torna anche nei libri che leggo!

    E' da quando ho scoperto Marco Paolini che, a causa del suo documento/documentario sul Vajont, mi interesso, cerco, guardo, ammiro, la valle del Piave, la zona di Longarone, Erto, Casso e la valle del Vajont, chiusa sotto la mannaia del monte Toc. E' in queste terre, le terre dell'autore (che si ostina a scrivere in un italiano mischiato fino nelle radici, fino nella costruzione della frase, fino a mischiare i singolari con i plurali), dove parte la storia.
    Come a trarre l'incipit da Giovanni Verga, Mauro Corona usa uno scrivere territoriale e imposta una storia che, lo dice l'autore stesso fin dalle prime righe, sarà una vittoria fallimentare (la definizione è mia), quasi a fare il verso del "Ciclo dei Vinti".
    Il personaggio a dirla tutta non esprime simpatia, eppure la storia è passata velocemente e con curiosità. I continui accenni dell'autore a quello che sarebbe successo, per poi ritrattare con un "corro troppo, devo andare per ordine" mi incuriosivano e mi spingevano ad arrivare alla fine con sempre più foga.

    ha scritto il 

  • 4

    In questo lavoro ritrovo il Corona che preferisco.
    Non è che non vi siano omicidi e vendette, intendiamoci, ma lo spettacolo sanguinolento di "Storia di Neve" è ben lontano.
    La vita di Santo della val Martin si dipana lentamente e armoniosamente a chi legge.
    Si è avvinti al ro ...continua

    In questo lavoro ritrovo il Corona che preferisco.
    Non è che non vi siano omicidi e vendette, intendiamoci, ma lo spettacolo sanguinolento di "Storia di Neve" è ben lontano.
    La vita di Santo della val Martin si dipana lentamente e armoniosamente a chi legge.
    Si è avvinti al romanzo fino alla sua (logica) conclusione.
    Un comun denominatore, infatti, unisce i racconti(brevi o lunghi che siano) di Mauro: il malefico destino.

    ha scritto il 

  • 4

    Un passo in avanti rispetto a Storia di Neve.

    Decisamente migliore questo romanzo rispetto al precedente, oltre che per aver ridotto il numero di pagine, anche per l'essersi concentrato sulla storia senza perdersi nel raccontarne altre. Per il resto ci troviamo di fronte al solito romanzo ambientato ad Erto, dove si trovano richiami agli alt ...continua

    Decisamente migliore questo romanzo rispetto al precedente, oltre che per aver ridotto il numero di pagine, anche per l'essersi concentrato sulla storia senza perdersi nel raccontarne altre. Per il resto ci troviamo di fronte al solito romanzo ambientato ad Erto, dove si trovano richiami agli altri suoi libri "L'ombra del bastone" e "Storia di Neve".

    ha scritto il 

  • 1

    Un libro inutile scritto in un italiano scadente. Parla di boschi e boscaioli e forse avrei avuto meno difficoltà a tagliare un faggio che a finire di leggere sto libro!

    ha scritto il 

  • 3

    La vita amara e improntata alla rabbia di Santo, boscaiolo che in seguito ad un delitto trascorrerà molti anni in Austria, per poi tornare al paese natale.
    Consueto linguaggio crudo e al tempo stesso poetico di Corona, temi famigliari, alcune parti troppo lunghe, con digressioni su quello c ...continua

    La vita amara e improntata alla rabbia di Santo, boscaiolo che in seguito ad un delitto trascorrerà molti anni in Austria, per poi tornare al paese natale.
    Consueto linguaggio crudo e al tempo stesso poetico di Corona, temi famigliari, alcune parti troppo lunghe, con digressioni su quello che verrà dopo che anticipano ma anche stonano in alcuni momenti.
    Come tutti i libri di Corona, malinconico e dal duro incanto, con splendide descrizioni della natura.

    ha scritto il