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Il capofabbrica

Di

Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

3.2
(21)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: | Formato: Altri

Isbn-10: 8817036765 | Isbn-13: 9788817036764 | Data di pubblicazione: 

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
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  • 2

    In poche pagine (nemmeno 60)sono raccolti più racconti che possono leggersi singolarmente anche se esiste un legame di personaggi tra loro.
    Troppo scarno per appassionarsi,inoltre lo stile dell'autore,tipo cronaca,non aiuta.
    A me ha interessato solo come documento sul periodo fascista e sulla con ...continua

    In poche pagine (nemmeno 60)sono raccolti più racconti che possono leggersi singolarmente anche se esiste un legame di personaggi tra loro. Troppo scarno per appassionarsi,inoltre lo stile dell'autore,tipo cronaca,non aiuta. A me ha interessato solo come documento sul periodo fascista e sulla consapevolezza politica che lentamente matura nel protagonista.

    ha scritto il 

  • 5

    “Il capofabbrica” segna la nascita letteraria di Romano Bilenchi. Essa è infatti considerata la sua opera fondativa, quella cioè in cui viene per la prima volta alla luce, in modo risolto e letterariamente alto, la personalità e l’originalità di Bilenchi.
    Ora affermato che “Il capofabbrica” è un ...continua

    “Il capofabbrica” segna la nascita letteraria di Romano Bilenchi. Essa è infatti considerata la sua opera fondativa, quella cioè in cui viene per la prima volta alla luce, in modo risolto e letterariamente alto, la personalità e l’originalità di Bilenchi. Ora affermato che “Il capofabbrica” è un testo di grandissima e rara intensità, se ne resta ancor più colpiti se si tiene conto non solo, come anzidetto, che esso è da considerarsi una sorta di opera prima, ma soprattutto che Bilenchi lo scrisse tra il 1930 e il 1932, cioè fra i 21 e i 23 anni essendo egli nato nel 1909. Segno quindi di una maturità espressiva e personale già molto sviluppata, essendovi ne “Il capofabbrica” una tale profondità e sensibilità, nello sviluppo e nella declinazione delle tematiche trattate ed una tale padronanza, nel controllo e nella gestione della scrittura, da sembrare un’opera assai più matura rispetto all’età in cui Bilenchi la scrisse. Peraltro la scrittura di Bilenchi merita un commento a sé, per la sua asciuttezza, per quel suo procedere per sottrazione, per la sua iconograficità soprattutto in relazione alla capacità di rappresentare geometricamente lo spazio e di fissare, con un’immagine, in modo indelebile, un moto dell’animo o un alito di vita, come la tonaca di Dino, nell’omonimo racconto che “sventolava come una bandiera di morte”. Ma la scrittura di Bilenchi è anche connotatta dalla fulmineità. Bilenchi non indugia su quello che narra, passa e va, assecondando l’inesorabile scorrere del tempo e il silenzioso e muto travaglio dei personaggi. In questo senso le sue pagine sono dense, ma le sue frasi sono berevi. L’impianto de “Il capofabbrica” è costituito da otto storie, sorta di brevi racconti, in sé autonomi, ma in realtà interconnessi tra loro tramite il personaggio di Marco che “ritorna” nei diversi racconti a formare quella coesione narrativa che dà a “Il capofabbrica” anche una sua leggibilità in chiave di epopea familiare, data dallo sfondo familiare e dei familiari che a Marco afferiscono e il cui tratto distintivo di tale epopea, narrativamente parlando, è quello di un’umanità sottomessa alla legge del più forte, dove la brutalità non è un disvalore e se serve la si usa, anche tra consanguinei. Ma Bilenchi lungi da qualsiasi didascalica linearità, non ci racconta la “storia” della famiglia di Marco, bensì egli fa altro. Bilenchi delimita le rotture che aggrediscono e segnano le vite dei personaggi, le loro mutazioni profonde e sofferte, dovute a irreversibilità laceranti, dove ad abdicare senza conforto alcuno è da una parte l’innocenza e dall’altra la salvezza, restando al massimo, al fondo di tutto, più che altro nel lettore che nei personaggi, uno smarrito senso di pietas. In questo senso restano indelebili le figure di Dino, protagonista dell’omonimo racconto la cui eclisse esistenziale lo porterà a farsi prete, giunto come egli era giunto, a cogliere l’insignificanza delle lusinghe della vita a cui era vitalisticamente attaccato, allorquando gli muore il suo più caro amico Aldo, o lo stesso personaggio di Andrea, il capofabbrica protagonista del relativo racconto che con una torsione dolorosa dovrà prender coscienza che Marco, padrone della fabbrica e fascista, un fascista ancora illuso che il fascismo sia “la cosa giusta”, si rivela in realtà assai meglio di chi invece dovrebbe essergli amico e sodale, anche per le comuni idee politiche essendo tali sodali così come lo è Andrea antifascisti, scoprendo in Marco doti di rispetto e di umanità impensate che, solo in parte, controbilanciano l’altra delusione. Ma anche i Pazzi protagonisti del racconto omonimo nonché il Nonno di Marco che dà il titolo al relativo racconto sono tutte figure di sconfitti ed esclusi che gli altri: i parenti, la gente, il mondo, vorrebbero solo far scomparire senza tante storie. Perché gli esclusi, sia che essi si siano autoesclusi o siano esclusi davvero sono i personaggi che interessano a Bilenchi. Il mondo come ce lo descrive Bilenchi non è un luogo accogliente e protettivo, al contrario è un luogo di sopraffazione, ferino e, al tempo stesso, carico di indifferenza. In questo senso ne “Il capofabbrica” aleggia costante questo senso di selvaggio e di primordiale, e ciò perché al fondo ne “Il capofabbrica” è inscenata la rappresentazione di uno scontro tra forze e, più precisamente di uno scontro tra pulsioni di vita e pulsioni di morte. Tutto il testo, in questo senso, è attraversato da una geometrica spietatezza, dovuta alla lotta, spesso senza esclusione di colpi, che i diversi attori, protagonisti delle vicende narrate, devono condurre per raggiungere i loro obiettivi e i loro scopi. E anche quando questi sembrano raggiunti e a portata di mano e tanto si è lottato per arrivarvi, d’improvviso essi appaiono insignificanti e vani, oppure ne è impedito un reale e pieno godimento, perché qualcosa accade e sopravviene a sbarrarne l’accesso e la realizzazione. Spesse volte la morte in prima persona, che di solito imperturbabile e silenziosa si appalesa con tutta la sua ineffabile imprevedibilità e, carsicamente, riaffiora costantemente nelle pagine de “Il capofabbrica” . Archetipico di questa inafferrabilità del vivere è il famosissimo incipit, considerato da molti come uno degli incipit più belli di tutta la letteratura italiana del '900. A suo modo indipendente e autonomo dal resto delle successive narrazioni, esso, in realtà, dà l’imprinting all’intero testo, condensando, al suo interno, molti dei temi de “Il capofabbrica”. In queste 58 righe (nell’edizione BUR-La Scala, 2002) che costituiscono l’inizio del 1° racconto intitolato La fabbrica, si descrive il repentineo passaggio dall’entusiasmo alla desolazione di Giovanni, il quale “aveva terminato di costruire la fabbrica” e fermo al centro del piazzale, circondato dai diversi edifici e corpi che formavano il complesso della fabbrica, ormai definitivamente edificati, silenziosamente immerso in quell’attimo di assoluta perfezione di spazi e prospettive, “al colmo del suo entusiasmo” giacchè “Quelli erano i mezzi per raggiungere altra felicità e altra agiatezza”, “si sentì a un tratto desolato. La sua felicità svaniva”. Senza un reale perché “i muri bianchi e nuovi, cresciuti sotto i suoi occhi amorevoli, avevano perduto ogni intesa con lui e più egli li guardava più l’improvvisa tristezza che lo aveva assalito si faceva acuta.” In questa scena si consuma e si volatilizza tutta la felicità di Giovanni a sancirne la inesorabile aleatorietà e la sua impossibilità a “fissarsi” laddove, quando raggiunta, essa è subito destinata a svanire. Tutto appare quindi sfuggente e sfuggevole e nulla si possiede veramente, neanche ciò che è o sarebbe nostro e quanto vana appare e si rivela la nostra stessa possibilità di affermare noi stessi. Lo smarrimento di Giovanni è lo smarrimento che ci assale quando cerchiamo di penetrare le cose e di afferrarle e ahimè esse si sottraggono a prescindere dalla nostra volontà e nulla quindi possiamo poi dare e ritenere scontato. E se quello di Giovanni sembra lì per lì solo uno smarrimento misterioso e inconsapevole, solo un moto dello spirito, esso si trasforma, pochi attimi dopo, in una crudele premonizione e si fa realtà.Allorquando: “Un grido scosse Giovanni” e “vide la moglie che si strappava i capelli”. Il figlio di Giovanni che, quel giorno, egli aveva portato con sé era caduto “nella gora che limitava a sud la fabbrica” e Giovanni, memore che lì sotto vi era stato un convento di frati le cui ossa “erano venute fuori dappertutto” durante i lavori, ebbe chiaro, quasi che fosse cosa normale, che quello era luogo di infelicità e morte. Recuperato il corpo esanime del figlio, Giovanni pagò gli operai, “chiuse i cancelli e cercò un compratore per la fabbrica”.

    ha scritto il 

  • 4

    Otto storie, scritte fra il 1930 ed il 1932, indipendenti, ma attraversate dallo stesso protagonista e da altri personaggi ricorrenti. Giustamente famoso e celebrato l'incipit del primo racconto, La fabbrica. Prosa asciutta, concreta, eppure di grande intensità.

    ha scritto il