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Il castello

Di

Editore: Arnoldo Mondadori (Oscar Classici, 2)

4.1
(786)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 363 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Tedesco , Spagnolo , Olandese , Portoghese , Svedese , Polacco , Turco , Catalano , Greco , Norvegese , Croato

Isbn-10: A000046985 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Anita Rho ; Prefazione: Roberto Fertonani

Disponibile anche come: Altri , Paperback , Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature , Mystery & Thrillers , Philosophy

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Descrizione del libro
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  • 5

    bellissima metafora di vizi e virtù del 900... pagine da leggere e poi rileggere perchè ti erano sembrate deliranti... ma perchè non è finito... quei puntini di sospensione mi hanno lasciata senza parole.

    ha scritto il 

  • 3

    Troppo per me

    Lo ammetto... Questo di Kafka è troppo per me.
    Difficile da capire e interpretare, a tratti quasi fastidioso, da un dilagante senso d'impotenza contro gli ostacoli della vita...
    Poi, colpo di grazie, è pure incompleto.
    Sono arrivato fino in fondo ma con tantissima fatica!

    ha scritto il 

  • 4

    L'agrimensore K. e l'adattamento alla distruzione della normalità

    Come Joseph K. ne Il processo, allo stesso modo il protagonista dell'ultimo romanzo dello scrittore ceco, l'agrimensore K., è costretto a stravolgere le norme della sua vita "passata" poiché gli risulta impossibile adattarsi alle regole del villaggio in cui si è trasferito. Un villaggio, questo, ...continua

    Come Joseph K. ne Il processo, allo stesso modo il protagonista dell'ultimo romanzo dello scrittore ceco, l'agrimensore K., è costretto a stravolgere le norme della sua vita "passata" poiché gli risulta impossibile adattarsi alle regole del villaggio in cui si è trasferito. Un villaggio, questo, dominato da regole inconoscibili, quasi impronunciabili e inspiegabili, dove la normalità risulta deformata come l'immagine riflessa su un cucchiaio.
    Perfino la sua (presunta) storia d'amore con Frieda precipita in una serie di fraintendimenti e incomprensioni destinati a sfociare in pettegolezzi che hanno il sapore di verità rivelate ma inaccettabili.
    A tutti i personaggi è riservato il compito di mandare K. fuori pista tanto che il disadattamento prende il posto dell'adattamento e l'inospitalità quello dell'ospitalità.
    L'aria che si respira durante la lettura del romanzo, purtroppo incompiuto, è pesante come lo sguardo del Castello (simbolo evidente del potere) che sia K. che il lettore percepiscono sempre fisso su di sé.
    Come il protagonista, anche il lettore alla fine riesce a comprendere le regole vigenti nell'allucinata comunità ma, in perfetto stile kafkiano, la dimensione onirica e inafferrabile viene sempre mantenuta grazie a mutamenti di prospettiva e inserimenti di personaggi e dei loro diversi punti di vista.
    Ingegnoso è anche lo stile: ogniqualvolta si sta per avvertire un abbassamento di tensione l'autore interviene per aggiustare il "guasto tecnico" con un colpo di scena.
    Peccato perché manca il finale.

    ha scritto il 

  • 5

    Il Castello, come nessun altro classico del Novecento, ha avuto una pluralità di interpretazione. E' un libro che affascina e che turba profondamente, nel quale non è possibile scoprire un significato unico, chiaro e preciso.

    ha scritto il 

  • 0

    Sneaker restoration

    De la David is an artistic creator of fine art, home and business decor, clothing, and accessories. As a brand we blend artistic expression, creativity, and style together to produce artistic pieces that cannot be duplicated by anyone else in the world.


    De la David pushes the boundaries of ...continua

    De la David is an artistic creator of fine art, home and business decor, clothing, and accessories. As a brand we blend artistic expression, creativity, and style together to produce artistic pieces that cannot be duplicated by anyone else in the world.

    De la David pushes the boundaries of creating art, capturing reality, and pausing life’s most beautiful moments through the mixture of photography, oil painting, and creative design.
    - See more at: http://www.deladavid.com/#sthash.K8KLzt75.dpuf

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Kafka en su más puro estilo. Un agrimensor llamado K. es contratado por un Castillo debido a un error de su perfecta Administración. Los esfuerzos de K. para intentar dar solución al problema con la Administración está condenada al fracaso: los miembros de la Administración son idolatrados por lo ...continua

    Kafka en su más puro estilo. Un agrimensor llamado K. es contratado por un Castillo debido a un error de su perfecta Administración. Los esfuerzos de K. para intentar dar solución al problema con la Administración está condenada al fracaso: los miembros de la Administración son idolatrados por los aldeanos con una veneración surrealista, colocándolos fuera del alcance de K. El lector desesperará si espera encontrar entre sus páginas momentos de acción o suspense pues la genialidad absurda de Kafka se refleja en las conversaciones interminables y estrambóticas de los personajes.

    ha scritto il 

  • 4

    Per quanto detesti parlare della letteratura in termini di primati e supremazie credo che, ogni volta in cui qualcuno afferma che, con Kafka, la letteratura del XX secolo ha toccato la sua più alta espressione bisognerebbe credergli. Le ragioni di questa preferenza non sono facilmente spiegabili ...continua

    Per quanto detesti parlare della letteratura in termini di primati e supremazie credo che, ogni volta in cui qualcuno afferma che, con Kafka, la letteratura del XX secolo ha toccato la sua più alta espressione bisognerebbe credergli. Le ragioni di questa preferenza non sono facilmente spiegabili. La difficoltà ad essere spiegata è d’altronde una caratteristica insita in qualsiasi scritto di Kafka, e nel “Castello” forse più che altrove, tuttavia è proprio sotto questo spaesamento che sentiamo agitarsi forze enormi, affondi in un tipo di oscurità che ci è vietata, ma che pure sembra costituire sempre la risposta a qualcosa di essenziale che non possiamo smettere di chiederci.
    Questo aspetto ha sempre rischiato di limitare Kafka e la sua scrittura in una cella soffocante, oppressiva, a cui quasi sempre viene dato il nome di angoscia. Non a torto, perché angosciante, claustrofobico persino, sono aggettivi che certo non fraintendono la sua opera, ma un grande scrittore è tale proprio perché non si affida mai a un solo registro per raggiungere il suo scopo. Mi riferisco in particolare alla vena comica che attraversa tutta la produzione kafkiana, fatto su cui buona parte della critica ha da qualche tempo posto l’accento, e che ne “Il Castello” trova certamente alcune delle sue forme più definitive. Verrebbe da dire che proprio dove il comico è più prepotente, dove il riso sgorga quasi spontaneamente, i mondi di Kafka sono più feroci, gli strappi più dolorosi. Lo aveva capito anche Giuseppe Gioacchino Belli in uno dei suoi sonetti, che chi ride mostra prima di tutto i denti.
    L’esempio più lampante in proposito è il rapporto tra l’agrimensore K. e i suoi due assistenti. Questi ultimi agiscono continuamente come marionette imbranate, frignano e si concedono capricci infantili, sembrano immaturi e ritardati, eppure c’è qualcosa di subdolo nel loro comportamento solo in apparenza innocente, tramano e affondano stoccate micidiali, si fanno maltrattare soltanto per volgere la violenza subita a loro vantaggio. Oppure basti pensare alle strane disavventure in cui incorre K. nel momento in cui viene assunto come bidello in una scuola.
    Accanto al comico c’è un’altra vena sotterranea che attraversa costantemente “Il Castello”, ed è quella dell’erotismo. Le donne sembrano quasi costruire invisibilmente accanto al castello un villaggio estraneo, che non sfugge, ma mette invariabilmente in crisi il suo potere, e che assume neppure troppo velatamente le sembianze di un gigantesco bordello. Il primo incontro tra K. e Frieda, per esempio, arriva direttamente alla passione travolgente e sanguigna dell’abbraccio erotico, senza passare per i preliminari dell’innamoramento e della tenerezza, e l’impeto sessuale è accresciuto dallo squallore in cui fiorisce, il pavimento lurido e macchiato dell’osteria in cui la ragazza lavora. Il carattere di animalità, di brutalità arcaica e di fondamentale crudeltà dell’erotismo si manifesta distintamente ogni volta che una donna entra in scena: basti pensare alle due sorelle del messaggero Barnabas: Olga, che sembra disposta ad offrire facilmente il suo corpo pur di risollevare la sua famiglia dalla disgrazia in cui è precipitata; disgrazia dovuta al rifiuto dell’altra sorella, Amalia, di cedere alle lusinghe e alle proposte oscene ricevute da un alto funzionario del Castello. La stessa Pepi, che sostituisce Frieda nel lavoro all’osteria nel momento in cui questa lo lascia per seguire K., preserva un purezza e un candore che sono più che opinabili: pare dolersi, infatti, non della precarietà della sua posizione, quanto del fatto che questa sia dovuta a una certa incapacità a intrattenersi con i clienti come faceva Frieda. Per non parlare dell’ostessa, personaggio su cui il romanzo si interrompe nel momento in cui K. scambia con lei delle battute piuttosto salaci sul guardaroba sgargiante e inappropriato che possiede: è un dialogo oscuro e allusivo come solo Kafka riesce a essere, ma ancora una volta si intuisce di trovarsi davanti a una potenziale prostituta, al corpo che seduce per guadagnarsi privilegi e fortuna.
    C’è un terzo punto che mi ha colpito in questo romanzo: “Il Castello” non può prescindere dal rapporto col suo forse più illustre predecessore: “Il processo”. Gli ambienti sono altrettanto dimessi e scarsamente illuminati, le atmosfere tramandano lo stesso senso di clausura. Eppure se il labirinto del “Processo” risucchia dentro di sé e non permette più di trovare una via d’uscita, “Il Castello”, per contrasto, assume le forme di un labirinto al contrario, che cioè non consente neppure di accedere ad esso. Sia Josef K. che l’agrimensore K. vivono in una perenne condizione di esilio, la loro estraneità al mondo circostante è irreparabile, eppure l’agrimensore scopre delle sottese e feroci forme di integrazione, quasi sempre con la comunità che vive più ai margini del Castello, o che forse è il suo stesso cuore, ma K. non riesce a comprenderlo: sono spesso legami fondati sull’ostilità e sulla diffidenza (“Forse si meraviglierà per la nostra scarsa ospitalità, ma non è nostro costume essere ospitali; noi non abbiamo bisogno di ospiti”), ma si sviluppa ugualmente una vita reciproca con gli altri membri della comunità. È un’integrazione che, tuttavia, non ha niente di positivo, oscilla crudamente tra un’apparente felicità e una deprimente insensatezza.
    “In quel momento gli parve di aver interrotto tutte le comunicazioni con il mondo e che ora fosse certamente più libero che mai e potesse rimanere in attesa lì, in quel posto vietato, fin quando volesse, e che si fosse conquistato quella libertà, come nessun altro avrebbe potuto; e a nessuno era consentito toccarlo o cacciarlo via, e tantomeno rivolgergli la parola; ma – questa convinzione era almeno altrettanto forte – era come se allo stesso tempo non ci fosse niente di più insensato, di più disperato di quella libertà, di quell’attesa e di quella invulnerabilità”.
    È un passo importante, forse, per capire anche quello che lascerà insoddisfatti molti lettori: l’incompiutezza del romanzo, la mancanza di un finale che dia un senso all’indecifrabilità dell’insieme. L’intuizione è di Borges: “Il Castello” resta incompiuto non per un difetto d’immaginazione di Kafka, per la sua morte precoce o, in ultimo, per l’insoddisfazione con cui giudicava le sue opere; resta incompiuto perché era nella sua natura non risolversi, il vero labirinto non sono le strade che girano continuamente su stesse e non conducono mai al Castello, ma la scrittura di Kafka, la sua capacità di penetrazione la destina a perdersi negli stessi cunicoli che ha scavato per scalfire le fondamenta di una realtà inaccessibile, a farsi essa stessa prova vivente del labirinto che aveva cercato di decifrare, e arriva a un mimetismo tale che, per rispecchiare il monumento allo smarrimento per eccellenza, compie il sacrificio di prendere le sue stesse sembianze, facendosene, attraverso l’incompiutezza, metafora e strumento.

    ha scritto il 

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