Il castello

Di

Editore: Mondadori

4.2
(2749)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 368 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Tedesco , Spagnolo , Olandese , Portoghese , Svedese , Polacco , Turco , Catalano , Greco , Norvegese , Croato , Russo , Chi tradizionale

Isbn-10: 8804166991 | Isbn-13: 9788804166993 | Data di pubblicazione:  | Edizione 7

Traduttore: A. Rho

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico , Copertina rigida , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli , Filosofia

Ti piace Il castello?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis

ACQUISTA LIBRO
Acquisto non disponibile
per questo libro
Descrizione del libro
L'ultimo romanzo, incompiuto, di Kafka, la cui stesura ebbe inizio nel gennaio 1922 (l'autore non ha ancora quarant'anni e ne mancano due alla morte pertubercolosi faringea) e proseguì fino al settembre dello stesso anno. Non esiste una versione definitiva dell'autore che anzi dispose che il manoscrittofosse distrutto. Più che un romanzo "Il castello" si può definire un insiemedi frammenti in cui il personaggio K., arrivato a un non-luogo, un misero villaggio immerso nel freddo, tenta di avvicinarsi alla meta, il Castello appunto. Sono frammenti di "vuoto", "stanchezza", "solitudine", presentimenti diuna non-vita che attende l'autore nei meandri dell'ultima meta.
Ordina per
  • 4

    Irragionevolezza oggettiva o soggettiva?

    Ormai l’aggettivo “kafkiano” è entrato nei vocabolari della lingua italiana per descrivere una situazione paradossale e assurda che lascia inquieti, angosciati, incapaci di reagire sia sul piano prati ...continua

    Ormai l’aggettivo “kafkiano” è entrato nei vocabolari della lingua italiana per descrivere una situazione paradossale e assurda che lascia inquieti, angosciati, incapaci di reagire sia sul piano pratico che psicologico.
    Kafka, probabilmente suo malgrado, è stato uno degli scrittori più analizzati ed interpretati del ‘900, ed è stato tirato per la giacca da varie correnti religiose, filosofiche e politiche per trovare nelle sue opere un fondamento alle proprie teorie.
    Personalmente non trovo nel Castello un senso di angoscia, di crisi psicologica, di disperazione, di dolore, tanto per utilizzare alcune delle espressioni amate dai critici.
    Esiste invece, questo sì, un’atmosfera cupa, di soffocamento, di inquietudine, di solitudine e difficoltà nelle relazioni sociali. Ma questa atmosfera credo non sia altro che il portato dei disturbi psicologici dello scrittore, derivanti in parte dalla sua storia familiare ed in parte dalle sue cattive condizioni di salute.
    Non sono poi d’accordo con chi legge nell’opera la descrizione di una burocrazia assurda, incomprensibile ed a tratti surreale, che conduce all’estraneazione ed alienazione dell’individuo. Non riesco a vedere, e mi scuso se prendo a prestito parole d’altri, un’espressione del conflitto umano con la burocrazia, della ricerca vana di un obiettivo irraggiungibile, della persecuzione, della colpa e della solitudine dell'uomo al cospetto dell'autorità, insomma della condizione eterna del vivere dell'uomo.
    L’assurdità delle situazioni descritte e la conseguente angoscia del protagonista, sono condizioni soggettive più che oggettive (anche se in alcuni casi per scopi umoristici Kafka pare esagerare certi aspetti).
    La burocrazia del Castello (ma anche del Processo) si muove secondo logiche non comprensibili al protagonista, ma che esistono, sono conosciute da coloro che le gestiscono, hanno probabilmente una giustificazione. Possono essere in alcune casi fallibili, migliorabili, semplificabili, meno esoteriche, ma il non comprenderle, con la conseguente rassegnazione o lotta contro di esse, è un fatto individuale del protagonista, non della generalità delle persone.
    Mi trovo quindi d’accordo con chi legge nel Castello la condizione di alcune persone che tendono ad inventare i problemi, in quanto incapaci di comprendere e valutare la realtà, dalla quale si sentono quindi schiacciate. Alcuni cercano a volte di reagire e lottare, ma l’amministrazione pubblica non può dare retta ad ogni istanza individuale perché opera nell’interesse della generalità.
    In Kafka il mondo esterno sembra irragionevole, ma in realtà è irragionevole chi non riesce a comprenderlo né ad integrarsi con esso, non riuscendo quindi a trovare il senso della vita. Chi è in queste condizioni finisce per portare le frustrazioni del lavoro anche nelle proprie relazioni sociali e familiari, con conseguente difficoltà nel costruire rapporti umani, ed in definitiva nel trovare serenità e fiducia nella vita.

    ha scritto il 

  • 4

    Il libro-limbo

    Romanzo incompiuto, è vero, ma comunque affascinante e con una sua completezza e di una coerenza estrema, per quanto involontaria (?): personaggio e storia rimangono in un limbo. K. resta impaniato in ...continua

    Romanzo incompiuto, è vero, ma comunque affascinante e con una sua completezza e di una coerenza estrema, per quanto involontaria (?): personaggio e storia rimangono in un limbo. K. resta impaniato in un meccanismo - la macchina burocratica? la società? - che genera disforia, che disattende puntualmente le attese. Sia a livello microscopico, nei dialoghi, con le risposte che danno i personaggi, vuoi incongrue vuoi meramente, crudelmente contrastanti rispetto a quanto espresso, sia a livello macroscopico, negli eventi e nelle intenzioni fondanti, primo fra tutti quello di assumere l'incarico per il quale il protagonista è stato chiamato. Il moloch da incubo della burocrazia, ovvero il leviatano che fagocita consuma annichilisce agendo ovunque, dà luogo a un senso di prigionia, a un'asfissia, a una percezione di disagio così palpabili nei rapporti umani rappresentati - schiavi di convenzioni assurde e di astruse convinzioni - che le note di grottesco che sovente le accompagnano quasi non danno sollievo. Riscatta nondimeno, in un certo senso, e dà un brivido di voluttuosa consapevolezza, la percezione del kafkiano, quel sentimento di intensa suggestione che spinge sul limitare del riso, senza tuttavia dar modo di cedervi, al cospetto dello spettacolo allegorico di una realtà dipinta facendo un uso prepotente dello straniamento e di un surrealismo ante litteram delle situazioni che curiosamente racconta molto del consesso umano.

    ha scritto il 

  • 5

    Al castello mi attendano pure; oppure: Il miglior trattato sulla stupidità.

    Mi chiedo cosa ci sia di incompiuto nel bellissimo romanzo incompiuto di Kafka, che fa tutto un giro sebbene di quell’oca che è l’umano quando sottostà alle illogiche logiche del potere al quale s’at ...continua

    Mi chiedo cosa ci sia di incompiuto nel bellissimo romanzo incompiuto di Kafka, che fa tutto un giro sebbene di quell’oca che è l’umano quando sottostà alle illogiche logiche del potere al quale s’attanaglai da solo dopo essersele inventate, e Max Brod, coi suoi maneggiamenti (l’edizione curata da Gandini tiene conto di varianti e frammenti espulsi) si è dimostrato il più desiderabile degli editor, fedele alle esigenze del testo mica alle volontà di chi l’ha stilato.

    E stamattina stessa leggo sul sito “Primo amore”, in un articolo di tal Jonny Costantino alla continua ricerca di una verve moreschiana che non ha, un aforisma di Chamfort, perfetto corollario per il romanzo di Kafka:

    “Il filosofo guarda a quello che si definisce ‘avere una posizione’ come i tartari guardano alle città, cioè come a una prigione. È un cerchio in cui le idee si comprimono, si concentrano, togliendo all’anima e alla mente la loro estensione e le loro capacità di sviluppo. L’uomo con una grande posizione nella società ha solo una prigione più grande e più adorna. Chi ce l’ha piccola sta in una segreta.”

    ha scritto il 

  • 3

    Onorevoli che d'onorevole hanno ben poco.

    Avete mai fatto caso a come la gente, in generale, modifichi il proprio comportamento in base allo stato sociale della persona a cui si relaziona? Arriva l'industrialotto ignorante e cafone, il parass ...continua

    Avete mai fatto caso a come la gente, in generale, modifichi il proprio comportamento in base allo stato sociale della persona a cui si relaziona? Arriva l'industrialotto ignorante e cafone, il parassita inutile di un qualsiasi altolocato dirigente pubblico o peggio di tutti un politico "magnaschei" tanto incapace quanto arrogante e gli si stendono davanti tappeti rossi, ci si prostra annullandosi fin quasi a rasentare l'autoflagellazione: perché la gente è convinta, che più è grasso e grosso il sacco di pane e più è probabile che da questo si riesca a raccattare qualche briciola; ma spesso o quasi sempre ci si scorda che quel grosso e grasso sacco di pane lo riempiamo noi con i nostri sacrifici, il sangue versato con il nostro lavoro e quell'incapacità, quell'inettitudine, quella cafonaggine viene alimentata dalla nostra ignoranza e dalla nostra propensione a essere un cedevole gregge di pecoroni. E di briciole per i poveracci ne restano sempre ben poche, e i portoni del Castello per loro resteranno sempre ermeticamente sbarrati. Poi arriva il foresto Agrimensore K., lui non la vede come il gregge, e questo sancisce la sua condizione di reietto. Ne avesse finito uno di romanzo il buon Franz! Vabbè, non siamo ai livelli, a mio modesto parere, di America o il Processo, ma resta prepotente anche in quest'opera la capacità di solcare illuminando la coscienza del lettore.

    ha scritto il 

  • 5

    Burocrazia dell'anima

    L'impatto della scrittura di Kafka sul lettore è apparentemente logica, lucida: con più attenzione ci si accorge invece come sia straniante, proprio alla pari con la mentalità dei protagonisti, psicol ...continua

    L'impatto della scrittura di Kafka sul lettore è apparentemente logica, lucida: con più attenzione ci si accorge invece come sia straniante, proprio alla pari con la mentalità dei protagonisti, psicologicamente non delineati, che ragionano in modo così razionale da rasentare il maniacale, tanto da diventare figure a volte paradossali. I personaggi sono totalmente in balia dell'ambiente che li circonda, da cui vengono fagocitati. Proprio per questo nei racconti di Kafka la libertà individuale diventa quindi una costrizione, un elemento di instabilità impossibile da preservare in un contesto sociale che cerca di apparire conformista a tutti i costi, risultando così esageratamente grottesco. Proprio come la burocrazia odierna.

    Il genio di Kafka sta nella capacità di veicolare queste sfumature con uno stile di scrittura apparentemente semplice, anche perché le pagine scorrono via che è un piacere.

    ha scritto il 

  • 5

    “das verfremdende Werk eines entfremdeten Schriftstellers” "Cupo" ma romantico

    Incompiuto, alienante, complesso, surreale, insomma, secondo me: “das verfremdende Werk eines entfremdeten Schriftstellers” e dunque, chi più di Kafka, alienato in un mondo che pur conosce bene, avreb ...continua

    Incompiuto, alienante, complesso, surreale, insomma, secondo me: “das verfremdende Werk eines entfremdeten Schriftstellers” e dunque, chi più di Kafka, alienato in un mondo che pur conosce bene, avrebbe potuto scrivere un'opera "estraniante" che ci fa comprendere fino in fondo l'assurdità di alcuni comportamenti umani conseguenza di quella incapacità di comunicare che nessuno meglio di lui ha saputo descrivere.
    L’agrimensore K., protagonista delle vicende, raggiunge un villaggio in cui dovrà lavorare. Su un’altura, distante e quasi illusorio, sorge il Castello, sede dell’amministrazione e del governo del villaggio. Klamm, uno dei funzionari dell’irraggiungibile castello, è l’unico mediatore con cui K. può sperare di entrare in contatto per ricevere informazioni sulle proprie mansioni e sulla propria permanenza in un villaggio che gli si dimostra immediatamente ostile e incomprensibile. Eppure, come il castello che rappresenta, anche Klamm è sfuggevole e lontano. Solo Frieda, cameriera di una locanda, si avvicina all’agrimensore e lo elegge a proprio compagno di vita, lasciandosi alle spalle le precedenti esperienze. Entriamo allora in una dimensione assolutamente fisica, animalesca, che trascende le incomprensioni sociali e psicologiche, e per alcuni critici anche psichiche.
    Quale il senso nascosto tra le righe: tanti, tantissimi, infiniti: il terribile capitalismo che aliena ed emargina l’uomo che si oppone al sistema? Psicoanalisi che vede in questo vano ma costante tentativo l’impotenza dell’essere umano? Filosofia? L’esistenzialismo che guarda l’uomo abbandonato alla sua esistenza sulla terra e che dovrebbe dare un senso alla propria vita solo per il fatto di essere qui ed orai?
    No, niente di tutto questo. Leggerei il nostro K. sempre in chiave “romantica”. Romanticismo non come categoria storica ma eterna categoria dello spirito.

    ha scritto il 

  • 5

    "E in cosa vedi l'influsso del castello?" K. domandò. "Momentaneamente non sembra essersi intromesso ancora."

    Ogni proposizione si attorciglia su se stessa, deflagrando poi in miliardi di piccole postille dalle quali si generano infiniti universi, ognuno dei quali svincolato da qualsiasi logica, legge, senso. ...continua

    Ogni proposizione si attorciglia su se stessa, deflagrando poi in miliardi di piccole postille dalle quali si generano infiniti universi, ognuno dei quali svincolato da qualsiasi logica, legge, senso. Un incubo, dove si passa e ripassa attraverso un'apertura, e questa si riduce di un po' ad ogni nostro attraversamento, fino a sfiorarci, fino a toccarci, fino ad avvilupparci, fino a strangolarci, ma noi imperterriti continuiamo il nostro avanti e indietro, incomprensibile perfino a noi stessi.
    Mi chiedo ancora cosa ci sia sotto tutto questo arrovellamento di testa e parole.
    A pagina 225 però un pensiero improvviso:
    e se il castello non si intromette perché non può intromettersi, semplicemente non esistendo? E se questa costruzione, che dall'alto terrorizza e dirige il villaggio sottostante, fosse solo un'allucinazione di massa, una trasposizione delle nostre paure, un idolo, edificato tempi addietro, del quale continuiamo a rispettare le più assurde leggi e restrizioni? Leggi e restrizioni ovviamente create da noi, da qualche nostro avo, col tempo diventate mostruose costruzioni/costrizioni alle quali siamo avvinghiati? Un castello che non è altro che il riflesso della nostra ombra, deformato da innumerevoli specchi lungo innumerevoli anni, che ha assunto connotati di una creatura quasi reale, enorme, mostruosa, autonoma, alla quale sottostiamo perché, in fondo, è l'unica cosa "vera" in questo universo senza senso? E i tentativi dell'agrimensore di farsi accettare dal castello, e di conseguenza dal villaggio, possono quindi essere visti come il desiderio di chi, pur cercando un posto nel quale sentirsi a casa, non è riuscito a trovare altro che deserto, ad eccezione di questo misero e sperduto agglomerato di case, sommerso dalla neve, freddo, oppresso da una legge senza senso né logica, ma comunque legge?
    ...
    ...
    ...

    ha scritto il 

  • 0

    Ero partita entusiasta, l'inizio mi sembrava molto ironico e divertente....ma poi...sono arrivata quasi alla fine, anzi alla non fine per dire esattamente, dato che non è compiuto, ma non ce l'ho fatt ...continua

    Ero partita entusiasta, l'inizio mi sembrava molto ironico e divertente....ma poi...sono arrivata quasi alla fine, anzi alla non fine per dire esattamente, dato che non è compiuto, ma non ce l'ho fatta. Non ci ho trovato un senso, e sinceramente la storia del rapporto tra gli abitanti del villaggio, quelli del castello e i suoi funzionari oltre che assurda non ha suscitato in me nessun interesse, anzi....

    ha scritto il 

Ordina per