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Il castello

Di

Editore: Mondadori

4.1
(675)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 368 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Tedesco , Spagnolo , Olandese , Portoghese , Svedese , Polacco , Turco , Catalano , Greco , Norvegese , Croato

Isbn-10: 8804166991 | Isbn-13: 9788804166993 | Data di pubblicazione:  | Edizione 7

Traduttore: A. Rho

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: Fiction & Literature , Mystery & Thrillers , Philosophy

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Descrizione del libro
L'ultimo romanzo, incompiuto, di Kafka, la cui stesura ebbe inizio nel gennaio 1922 (l'autore non ha ancora quarant'anni e ne mancano due alla morte pertubercolosi faringea) e proseguì fino al settembre dello stesso anno. Non esiste una versione definitiva dell'autore che anzi dispose che il manoscrittofosse distrutto. Più che un romanzo "Il castello" si può definire un insiemedi frammenti in cui il personaggio K., arrivato a un non-luogo, un misero villaggio immerso nel freddo, tenta di avvicinarsi alla meta, il Castello appunto. Sono frammenti di "vuoto", "stanchezza", "solitudine", presentimenti diuna non-vita che attende l'autore nei meandri dell'ultima meta.
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  • 5

    bellissima metafora di vizi e virtù del 900... pagine da leggere e poi rileggere perchè ti erano sembrate deliranti... ma perchè non è finito... quei puntini di sospensione mi hanno lasciata senza parole.

    ha scritto il 

  • 3

    Troppo per me

    Lo ammetto... Questo di Kafka è troppo per me.
    Difficile da capire e interpretare, a tratti quasi fastidioso, da un dilagante senso d'impotenza contro gli ostacoli della vita...
    Poi, colpo di grazie, è pure incompleto.
    Sono arrivato fino in fondo ma con tantissima fatica!

    ha scritto il 

  • 0

    Sneaker restoration

    De la David is an artistic creator of fine art, home and business decor, clothing, and accessories. As a brand we blend artistic expression, creativity, and style together to produce artistic pieces that cannot be duplicated by anyone else in the world.


    De la David pushes the boundaries of ...continua

    De la David is an artistic creator of fine art, home and business decor, clothing, and accessories. As a brand we blend artistic expression, creativity, and style together to produce artistic pieces that cannot be duplicated by anyone else in the world.

    De la David pushes the boundaries of creating art, capturing reality, and pausing life’s most beautiful moments through the mixture of photography, oil painting, and creative design.
    - See more at: http://www.deladavid.com/#sthash.K8KLzt75.dpuf

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Kafka en su más puro estilo. Un agrimensor llamado K. es contratado por un Castillo debido a un error de su perfecta Administración. Los esfuerzos de K. para intentar dar solución al problema con la Administración está condenada al fracaso: los miembros de la Administración son idolatrados por lo ...continua

    Kafka en su más puro estilo. Un agrimensor llamado K. es contratado por un Castillo debido a un error de su perfecta Administración. Los esfuerzos de K. para intentar dar solución al problema con la Administración está condenada al fracaso: los miembros de la Administración son idolatrados por los aldeanos con una veneración surrealista, colocándolos fuera del alcance de K. El lector desesperará si espera encontrar entre sus páginas momentos de acción o suspense pues la genialidad absurda de Kafka se refleja en las conversaciones interminables y estrambóticas de los personajes.

    ha scritto il 

  • 4

    Per quanto detesti parlare della letteratura in termini di primati e supremazie credo che, ogni volta in cui qualcuno afferma che, con Kafka, la letteratura del XX secolo ha toccato la sua più alta espressione bisognerebbe credergli. Le ragioni di questa preferenza non sono facilmente spiegabili ...continua

    Per quanto detesti parlare della letteratura in termini di primati e supremazie credo che, ogni volta in cui qualcuno afferma che, con Kafka, la letteratura del XX secolo ha toccato la sua più alta espressione bisognerebbe credergli. Le ragioni di questa preferenza non sono facilmente spiegabili. La difficoltà ad essere spiegata è d’altronde una caratteristica insita in qualsiasi scritto di Kafka, e nel “Castello” forse più che altrove, tuttavia è proprio sotto questo spaesamento che sentiamo agitarsi forze enormi, affondi in un tipo di oscurità che ci è vietata, ma che pure sembra costituire sempre la risposta a qualcosa di essenziale che non possiamo smettere di chiederci.
    Questo aspetto ha sempre rischiato di limitare Kafka e la sua scrittura in una cella soffocante, oppressiva, a cui quasi sempre viene dato il nome di angoscia. Non a torto, perché angosciante, claustrofobico persino, sono aggettivi che certo non fraintendono la sua opera, ma un grande scrittore è tale proprio perché non si affida mai a un solo registro per raggiungere il suo scopo. Mi riferisco in particolare alla vena comica che attraversa tutta la produzione kafkiana, fatto su cui buona parte della critica ha da qualche tempo posto l’accento, e che ne “Il Castello” trova certamente alcune delle sue forme più definitive. Verrebbe da dire che proprio dove il comico è più prepotente, dove il riso sgorga quasi spontaneamente, i mondi di Kafka sono più feroci, gli strappi più dolorosi. Lo aveva capito anche Giuseppe Gioacchino Belli in uno dei suoi sonetti, che chi ride mostra prima di tutto i denti.
    L’esempio più lampante in proposito è il rapporto tra l’agrimensore K. e i suoi due assistenti. Questi ultimi agiscono continuamente come marionette imbranate, frignano e si concedono capricci infantili, sembrano immaturi e ritardati, eppure c’è qualcosa di subdolo nel loro comportamento solo in apparenza innocente, tramano e affondano stoccate micidiali, si fanno maltrattare soltanto per volgere la violenza subita a loro vantaggio. Oppure basti pensare alle strane disavventure in cui incorre K. nel momento in cui viene assunto come bidello in una scuola.
    Accanto al comico c’è un’altra vena sotterranea che attraversa costantemente “Il Castello”, ed è quella dell’erotismo. Le donne sembrano quasi costruire invisibilmente accanto al castello un villaggio estraneo, che non sfugge, ma mette invariabilmente in crisi il suo potere, e che assume neppure troppo velatamente le sembianze di un gigantesco bordello. Il primo incontro tra K. e Frieda, per esempio, arriva direttamente alla passione travolgente e sanguigna dell’abbraccio erotico, senza passare per i preliminari dell’innamoramento e della tenerezza, e l’impeto sessuale è accresciuto dallo squallore in cui fiorisce, il pavimento lurido e macchiato dell’osteria in cui la ragazza lavora. Il carattere di animalità, di brutalità arcaica e di fondamentale crudeltà dell’erotismo si manifesta distintamente ogni volta che una donna entra in scena: basti pensare alle due sorelle del messaggero Barnabas: Olga, che sembra disposta ad offrire facilmente il suo corpo pur di risollevare la sua famiglia dalla disgrazia in cui è precipitata; disgrazia dovuta al rifiuto dell’altra sorella, Amalia, di cedere alle lusinghe e alle proposte oscene ricevute da un alto funzionario del Castello. La stessa Pepi, che sostituisce Frieda nel lavoro all’osteria nel momento in cui questa lo lascia per seguire K., preserva un purezza e un candore che sono più che opinabili: pare dolersi, infatti, non della precarietà della sua posizione, quanto del fatto che questa sia dovuta a una certa incapacità a intrattenersi con i clienti come faceva Frieda. Per non parlare dell’ostessa, personaggio su cui il romanzo si interrompe nel momento in cui K. scambia con lei delle battute piuttosto salaci sul guardaroba sgargiante e inappropriato che possiede: è un dialogo oscuro e allusivo come solo Kafka riesce a essere, ma ancora una volta si intuisce di trovarsi davanti a una potenziale prostituta, al corpo che seduce per guadagnarsi privilegi e fortuna.
    C’è un terzo punto che mi ha colpito in questo romanzo: “Il Castello” non può prescindere dal rapporto col suo forse più illustre predecessore: “Il processo”. Gli ambienti sono altrettanto dimessi e scarsamente illuminati, le atmosfere tramandano lo stesso senso di clausura. Eppure se il labirinto del “Processo” risucchia dentro di sé e non permette più di trovare una via d’uscita, “Il Castello”, per contrasto, assume le forme di un labirinto al contrario, che cioè non consente neppure di accedere ad esso. Sia Josef K. che l’agrimensore K. vivono in una perenne condizione di esilio, la loro estraneità al mondo circostante è irreparabile, eppure l’agrimensore scopre delle sottese e feroci forme di integrazione, quasi sempre con la comunità che vive più ai margini del Castello, o che forse è il suo stesso cuore, ma K. non riesce a comprenderlo: sono spesso legami fondati sull’ostilità e sulla diffidenza (“Forse si meraviglierà per la nostra scarsa ospitalità, ma non è nostro costume essere ospitali; noi non abbiamo bisogno di ospiti”), ma si sviluppa ugualmente una vita reciproca con gli altri membri della comunità. È un’integrazione che, tuttavia, non ha niente di positivo, oscilla crudamente tra un’apparente felicità e una deprimente insensatezza.
    “In quel momento gli parve di aver interrotto tutte le comunicazioni con il mondo e che ora fosse certamente più libero che mai e potesse rimanere in attesa lì, in quel posto vietato, fin quando volesse, e che si fosse conquistato quella libertà, come nessun altro avrebbe potuto; e a nessuno era consentito toccarlo o cacciarlo via, e tantomeno rivolgergli la parola; ma – questa convinzione era almeno altrettanto forte – era come se allo stesso tempo non ci fosse niente di più insensato, di più disperato di quella libertà, di quell’attesa e di quella invulnerabilità”.
    È un passo importante, forse, per capire anche quello che lascerà insoddisfatti molti lettori: l’incompiutezza del romanzo, la mancanza di un finale che dia un senso all’indecifrabilità dell’insieme. L’intuizione è di Borges: “Il Castello” resta incompiuto non per un difetto d’immaginazione di Kafka, per la sua morte precoce o, in ultimo, per l’insoddisfazione con cui giudicava le sue opere; resta incompiuto perché era nella sua natura non risolversi, il vero labirinto non sono le strade che girano continuamente su stesse e non conducono mai al Castello, ma la scrittura di Kafka, la sua capacità di penetrazione la destina a perdersi negli stessi cunicoli che ha scavato per scalfire le fondamenta di una realtà inaccessibile, a farsi essa stessa prova vivente del labirinto che aveva cercato di decifrare, e arriva a un mimetismo tale che, per rispecchiare il monumento allo smarrimento per eccellenza, compie il sacrificio di prendere le sue stesse sembianze, facendosene, attraverso l’incompiutezza, metafora e strumento.

    ha scritto il 

  • 5

    Ho eletto "Il Castello" a libro principe delle mie paure. Lo confesso, temo la burocrazia e le sue illogiche più di ogni altra cosa. Kafka ha descritto magistralmente e in modo atemporale le dinamiche di tutti noi, cittadini o sudditi qualsiasi, nei confronti del cosiddetto potere. Il fatto che " ...continua

    Ho eletto "Il Castello" a libro principe delle mie paure. Lo confesso, temo la burocrazia e le sue illogiche più di ogni altra cosa. Kafka ha descritto magistralmente e in modo atemporale le dinamiche di tutti noi, cittadini o sudditi qualsiasi, nei confronti del cosiddetto potere. Il fatto che "Il Castello" sia poi incompleto, è quasi una fine perfetta, perché contro i castelli della burocrazia non vi è mai fine...

    ha scritto il 

  • 0

    Niente da fare (vedi il commento precedente, qui sotto).
    Mi ero illuso, riuscendo a finire La metamorfosi.
    La verità è che Kafka lo trovo proprio insopportabile (Il Processo mi aveva ri/fatto lo stesso effetto)

    Credo dipenda dal fatto che mi sembra ad ogni rigo di percepire com ...continua

    Niente da fare (vedi il commento precedente, qui sotto).
    Mi ero illuso, riuscendo a finire La metamorfosi.
    La verità è che Kafka lo trovo proprio insopportabile (Il Processo mi aveva ri/fatto lo stesso effetto)

    Credo dipenda dal fatto che mi sembra ad ogni rigo di percepire come  uno strato di ovatta o una nebbia tra il narratore e me lettore, da una parte e la "realtà" narrata, dall'altra.
    Il senso del "kafkiano" penso nasca non solo e non tanto dalla connotazione surreale delle situazioni che costruisce con una geniale perversione, ma soprattutto da questa separazione tra la "realtà" che si racconta ed il luogo lontano, l'angolo visuale, in cui il lettore è tenuto confinato ed escluso. 

    Forse la grandezza dell'autore sta proprio nel disegnare questo panorama dell'esclusione, dell'estraneità così bene da rendermelo intollerabile.
    Forse, chissà, nel mio profondo tocca qualcosa che non riesco a guardare. 
    Fatto sta che sbadigli ed insofferenza mi raggiungono prima dell'angoscia.

    D'altronde, mi consolo pensando che quel che c'era da sapere e da capire sul suo contributo alla storia della letteratura europea l'ho afferrato leggendo anche troppa roba di quel che hanno scritto su di lui.
    E dunque la sofferenza di leggere anche ed ancora i suoi libri posso risparmiarmela.

    Lo riaccompagno, credo a questo punto definitivamente, nello scaffale che chiamo Cimitero Monumentale con un senso di liberazione che ha pochi precedenti.

    **********************

    Kafka è una colonna  portante del mio Cimitero Monumentale (grandi libri per me illeggibili). Basta guardare la mia libreria anobiana per capire quanto sono appassionato di letteratura mittleuropea e quanto sono attratto dalla cultura di matrice ebraica. Kafka dovrebbe essere uno dei miei prediletti. E invece comincio a sbadigliare subito. Mi annoia e mi innervosisce. Tutti i suoi libri mi fanno questo effetto. Ogni tanto ritento. Ritenterò ancora.

    ha scritto il 

  • 5

    Il castello di Kafka

    Che cos’è la legge? E cosa rappresenta la burocrazia? A leggere Franz Kafka c’è sempre il rischio di ridurre un’opera così polisemica e ambigua in un banalizzato, piatto plot narrativo a cui segue, quasi sempre, qualche sorta di moralistica conclusione. Rischio ancora più insidioso in una tra le ...continua

    Che cos’è la legge? E cosa rappresenta la burocrazia? A leggere Franz Kafka c’è sempre il rischio di ridurre un’opera così polisemica e ambigua in un banalizzato, piatto plot narrativo a cui segue, quasi sempre, qualche sorta di moralistica conclusione. Rischio ancora più insidioso in una tra le sue opere più importanti, Il castello, edito da Mondadori, disponibile su lafeltrinelli.it a € 6,80.

    Protagonista è l‘agrimensore K che, giunto in un villaggio dominato dalla figura del Castello, tenterà in ogni modo di farsi ricevere dal conte, proprietario della struttura. Cosa ne impedisce la realizzazione? Da una parte una schiera di burocrati e funzionari, dall’altra diffidenza e ostilità degli abitanti del villaggio. Essendo uno dei capolavori del genio praghese, è facile ritrovarvi elementi afferenti alle tematiche carsiche del suo percorso letterario-filosofico. C’è indubbiamente un riflesso dell‘impotente frustrazione che prova l’uomo contemporaneo nella sua vita, che proviamo noi tutti nell’apparente banalità quotidiana.

    Prosegui la lettura su RecensioniLibri.org! Di seguito il link:
    http://www.recensionilibri.org/2012/05/il-castello-di-kafka-impotenza-e-alienazione-nella-perdita-del-senso.html

    ha scritto il 

  • 5

    “E’ vero”, disse K., “non bisogna giudicare in anticipo. Per il momento non so altro del Castello se non che lassù sanno scegliersi l’agrimensore giusto”.
    Se non fosse un termine ormai consunto per il troppo uso improprio – anch’io confesso di averne abusato nella mia vita – la prima ...continua

    “E’ vero”, disse K., “non bisogna giudicare in anticipo. Per il momento non so altro del Castello se non che lassù sanno scegliersi l’agrimensore giusto”.
    Se non fosse un termine ormai consunto per il troppo uso improprio – anch’io confesso di averne abusato nella mia vita – la prima definizione che mi viene in mente a proposito di questo libro è ‘kafkiano’. Ma sarebbe un esercizio sterile, oggi, voler ricondurre questa parola al suo significato originario, cioè ‘di Kafka’.
    La seconda considerazione è che letto di questi tempi – per me alcuni decenni dopo “Il processo”, “La metamorfosi”, “I racconti” – il povero agrimensore K., nell’epoca dell’assalto all’art.18 e del tormentone sul “posto fisso noioso tanto più se vicino a mamma e papà”, fa addirittura tenerezza.
    Per quasi un secolo la critica (il libro fu pubblicato postumo nel 1926) ha interpretato “Il castello” in vari modi, in chiave marxista, secondo la psicanalisi o richiamando le radici ebraiche dell’autore. A me piace invece avvicinare la figura tormentata dell’agrimensore al mondo del lavoro odierno e alla burocrazia che tuttora, nonostante il passaggio di Brunetta alla Pubblica Amministrazione, ancora maramaldeggia sull’individuo.
    K. vorrebbe il lavoro per il quale è stato chiamato al castello, ma proprio non gli riesce di farsi ricevere. Il castello e i suoi burocrati restano per lui qualcosa di inespugnabile. Per sette giorni staziona nel villaggio ai piedi del castello, ingegnandosi per incontrare un funzionario, un segretario, anche un semplice messaggero e far valere le sue credenziali. Riesce poi a farsi ricevere dal sindaco, ma soltanto per scoprire che la sua chiamata al castello è stata un errore e di un agrimensore non hanno bisogno. Gli viene offerto un posto da bidello che K. accetta, sempre sperando nell’incontro risolutore.
    K. sapeva di non essere minacciato da una costrizione reale, non questo egli temeva, e tanto meno qui, ciò che lui temeva davvero era la potenza dell’ambiente scoraggiante, dell’abitudine alle delusioni, la potenza degli influssi impercettibili di ogni momento, eppure bisognava avere il coraggio di lottare proprio contro tale pericolo.
    Le uniche persone che gli danno retta sono le più umili: qualche sguattera arrivista e disinibita, un vetturino, un modesto aiuto calzolaio che vorrebbe fungere da messaggero con il Castello e nella cui casa l’agrimensore trova ospitalità quando tutti lo rifuggono. Questa famiglia è emblematica dell’ostracismo che colpisce chi osa mettersi contro l’apparato: una delle figlie ha sdegnosamente rifiutato le ‘avances’ di un funzionario! Così va la vita nel villaggio che è alle dipendenze del Conte West West: remissività assoluta verso le gerarchie, prepotenza sui sottoposti, bieca burocrazia.
    L’agrimensore K. è un solitario, uomo di cultura ma timido e ingenuo, portato a fidarsi degli altri.
    La gente del villaggio che lo mandava via o che aveva paura di lui gli pareva meno pericolosa, perché almeno si limitava a risospingerlo verso se stesso, lo aiutava a tener raccolte le sue forze.
    Kafka lascia il romanzo incompiuto. Alla fine del manoscritto K. è a casa del cocchiere Gerstacker, che gli offre un riparo e forse un lavoro. Qualcuno ha provato a ipotizzare nella parte mancante la morte di K. per sfinimento, salvo avere poi una sorta di soddisfazione postuma.
    Il sindaco: “Ma non l’annoia questa storia?”
    “No” disse K., “mi diverte”.
    Al che il sindaco: “Non gliela racconto mica a scopo di divertimento”.
    “Mi diverte solo per il fatto” disse K. “che così mi faccio un’idea del ridicolo intrico che in certi casi decide l’esistenza di una persona”.

    P.S. Pare che “Il castello” abbia influenzato non poco Dino Buzzati nello scrivere “Il deserto dei Tartari”. A pensare bene, l’immagine della Fortezza Bastiani è speculare e rovesciata rispetto al Castello, così come la situazione del Tenente Drogo, nell’interminabile attesa dei tartari, lo è rispetto alla disperata attesa di una legittimazione di K. da parte del Castello.

    ha scritto il 

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