Il castello

Di

Editore: Einaudi

4.2
(2682)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 352 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Tedesco , Spagnolo , Olandese , Portoghese , Svedese , Polacco , Turco , Catalano , Greco , Norvegese , Croato , Russo , Chi tradizionale

Isbn-10: 8806162926 | Isbn-13: 9788806162924 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: P. Capriolo

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico , Copertina rigida , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli , Filosofia

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Descrizione del libro
In una nuova edizione, il testo che insieme al "Processo", costituisce uno deipoli dell'intera opera di Franz Kafka, così allusiva e simbolica da continuarea prestarsi a contrastanti interpretazioni e giudizi, e che proprio da ciòtrae motivi di attualità e suggestione.
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  • 5

    Burocrazia dell'anima

    L'impatto della scrittura di Kafka sul lettore è apparentemente logica, lucida: con più attenzione ci si accorge invece come sia straniante, proprio alla pari con la mentalità dei protagonisti, psicol ...continua

    L'impatto della scrittura di Kafka sul lettore è apparentemente logica, lucida: con più attenzione ci si accorge invece come sia straniante, proprio alla pari con la mentalità dei protagonisti, psicologicamente non delineati, che ragionano in modo così razionale da rasentare il maniacale, tanto da diventare figure a volte paradossali. I personaggi sono totalmente in balia dell'ambiente che li circonda, da cui vengono fagocitati. Proprio per questo nei racconti di Kafka la libertà individuale diventa quindi una costrizione, un elemento di instabilità impossibile da preservare in un contesto sociale che cerca di apparire conformista a tutti i costi, risultando così esageratamente grottesco. Proprio come la burocrazia odierna.

    Il genio di Kafka sta nella capacità di veicolare queste sfumature con uno stile di scrittura apparentemente semplice, anche perché le pagine scorrono via che è un piacere.

    ha scritto il 

  • 5

    “das verfremdende Werk eines entfremdeten Schriftstellers” "Cupo" ma romantico

    Incompiuto, alienante, complesso, surreale, insomma, secondo me: “das verfremdende Werk eines entfremdeten Schriftstellers” e dunque, chi più di Kafka, alienato in un mondo che pur conosce bene, avreb ...continua

    Incompiuto, alienante, complesso, surreale, insomma, secondo me: “das verfremdende Werk eines entfremdeten Schriftstellers” e dunque, chi più di Kafka, alienato in un mondo che pur conosce bene, avrebbe potuto scrivere un'opera "estraniante" che ci fa comprendere fino in fondo l'assurdità di alcuni comportamenti umani conseguenza di quella incapacità di comunicare che nessuno meglio di lui ha saputo descrivere.
    L’agrimensore K., protagonista delle vicende, raggiunge un villaggio in cui dovrà lavorare. Su un’altura, distante e quasi illusorio, sorge il Castello, sede dell’amministrazione e del governo del villaggio. Klamm, uno dei funzionari dell’irraggiungibile castello, è l’unico mediatore con cui K. può sperare di entrare in contatto per ricevere informazioni sulle proprie mansioni e sulla propria permanenza in un villaggio che gli si dimostra immediatamente ostile e incomprensibile. Eppure, come il castello che rappresenta, anche Klamm è sfuggevole e lontano. Solo Frieda, cameriera di una locanda, si avvicina all’agrimensore e lo elegge a proprio compagno di vita, lasciandosi alle spalle le precedenti esperienze. Entriamo allora in una dimensione assolutamente fisica, animalesca, che trascende le incomprensioni sociali e psicologiche, e per alcuni critici anche psichiche.
    Quale il senso nascosto tra le righe: tanti, tantissimi, infiniti: il terribile capitalismo che aliena ed emargina l’uomo che si oppone al sistema? Psicoanalisi che vede in questo vano ma costante tentativo l’impotenza dell’essere umano? Filosofia? L’esistenzialismo che guarda l’uomo abbandonato alla sua esistenza sulla terra e che dovrebbe dare un senso alla propria vita solo per il fatto di essere qui ed orai?
    No, niente di tutto questo. Leggerei il nostro K. sempre in chiave “romantica”. Romanticismo non come categoria storica ma eterna categoria dello spirito.

    ha scritto il 

  • 5

    "E in cosa vedi l'influsso del castello?" K. domandò. "Momentaneamente non sembra essersi intromesso ancora."

    Ogni proposizione si attorciglia su se stessa, deflagrando poi in miliardi di piccole postille dalle quali si generano infiniti universi, ognuno dei quali svincolato da qualsiasi logica, legge, senso. ...continua

    Ogni proposizione si attorciglia su se stessa, deflagrando poi in miliardi di piccole postille dalle quali si generano infiniti universi, ognuno dei quali svincolato da qualsiasi logica, legge, senso. Un incubo, dove si passa e ripassa attraverso un'apertura, e questa si riduce di un po' ad ogni nostro attraversamento, fino a sfiorarci, fino a toccarci, fino ad avvilupparci, fino a strangolarci, ma noi imperterriti continuiamo il nostro avanti e indietro, incomprensibile perfino a noi stessi.
    Mi chiedo ancora cosa ci sia sotto tutto questo arrovellamento di testa e parole.
    A pagina 225 però un pensiero improvviso:
    e se il castello non si intromette perché non può intromettersi, semplicemente non esistendo? E se questa costruzione, che dall'alto terrorizza e dirige il villaggio sottostante, fosse solo un'allucinazione di massa, una trasposizione delle nostre paure, un idolo, edificato tempi addietro, del quale continuiamo a rispettare le più assurde leggi e restrizioni? Leggi e restrizioni ovviamente create da noi, da qualche nostro avo, col tempo diventate mostruose costruzioni/costrizioni alle quali siamo avvinghiati? Un castello che non è altro che il riflesso della nostra ombra, deformato da innumerevoli specchi lungo innumerevoli anni, che ha assunto connotati di una creatura quasi reale, enorme, mostruosa, autonoma, alla quale sottostiamo perché, in fondo, è l'unica cosa "vera" in questo universo senza senso? E i tentativi dell'agrimensore di farsi accettare dal castello, e di conseguenza dal villaggio, possono quindi essere visti come il desiderio di chi, pur cercando un posto nel quale sentirsi a casa, non è riuscito a trovare altro che deserto, ad eccezione di questo misero e sperduto agglomerato di case, sommerso dalla neve, freddo, oppresso da una legge senza senso né logica, ma comunque legge?
    ...
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    ha scritto il 

  • 0

    Asfissiante

    È un libro assolutamente da leggere, quantomeno per poter entrare definitivamente nell'universo kafkiano. Permette di penetrare le angosce, i dolori e l'alienazione dell'autore, molto più a fondo di q ...continua

    È un libro assolutamente da leggere, quantomeno per poter entrare definitivamente nell'universo kafkiano. Permette di penetrare le angosce, i dolori e l'alienazione dell'autore, molto più a fondo di quanto riesca a fare il più blasonato La metamorfosi.

    Tuttavia, appunto per questo motivo, è un libro veramente pesante e difficile da leggere. Interminabili dialoghi tra personaggi dalla psicologia poco più che accennata (sì, anche per quanto riguarda il protagonista K.) non fanno che procurare un senso di spaesamento nel lettore. Si fatica ad arrivare alla conclusione del volume, che di per sé è già parecchio consistente, e il fatto che non ci sia una trama vera e propria a prendere per mano chi legge e a trascinarlo con sé fino al termine degli sviluppi della stessa rende infinitamente più difficile il compito. La mancanza di tempo e spazio precisamente definiti, insieme all'assenza di passato del protagonista e all'inconsistenza di tutti gli altri personaggi, ridotti a macchiette abbozzate, dovrebbe aiutare a rendere universale il messaggio che Kafka vuole trasmettere, ma allo stesso tempo impedisce di immedesimarsi in alcunché. Tutta questa fatica, poi, per arrivare alla fine: un altro dei lunghissimi dialoghi che costellano il romanzo, interrotto in partenza e mai terminato. Una fatica insensata almeno quanto quelle dell'agrimensore K.

    Andrebbe probabilmente affrontato come una sorta di novella metaforica e simbolica ma, ahimè, lunga venticinque capitoli per un totale di quasi quattrocento pagine. Ad ogni modo, io, nella mia ignoranza, continuo a vedere un sottile filo conduttore che collega, malgrado siano vissuti sullo stesso pianeta per poco più di dieci anni, Franz Kafka ad Albert Camus, perlomeno nell'assurdità che entrambi attribuiscono all'esistenza e all'inutilità che qualsiasi gesto dei loro protagonisti assume - alla fine anche La peste è carica di significati simbolici.

    ha scritto il 

  • 2

    Kafka al suo peggio

    Un romanzo in linea con l'inquietante e affascinante visione kafkiana della società, nella quale lo spirito umano si perde e si spezza in una ragnatela di stupida burocrazia e paradossali incomprensio ...continua

    Un romanzo in linea con l'inquietante e affascinante visione kafkiana della società, nella quale lo spirito umano si perde e si spezza in una ragnatela di stupida burocrazia e paradossali incomprensioni. Il problema è che qui tutto è condito da un mare di "superfluo", da personaggi inconsistenti, quasi manichini, da interi capitoli privi di un vero impatto nel bilancio totale del racconto. L'autore sembra essersi concentrato su vasti dialoghi logico-morali, che rapidamente riescono a conferire all'opera una pesantezza notevole. E' difficile finirlo, e quasi mai ho sentito il desiderio di riprendere la lettura interrotta il giorno prima.

    ha scritto il 

  • 3

    Testo incompiuto e pubblicato postumo, narra la storia di K., agrimensore che arriva in un non meglio definito villaggio dominato, paesaggisticamente e non solo, da un castello. Per vicissitudini vari ...continua

    Testo incompiuto e pubblicato postumo, narra la storia di K., agrimensore che arriva in un non meglio definito villaggio dominato, paesaggisticamente e non solo, da un castello. Per vicissitudini varie - che compongono e sviluppano il cuore della storia- non gli viene riconosciuta la sua posizione socio-lavorativa causando a lui e a tutti i personaggi che orbitano intorno alla sua esperienza senso di frustrazione ed impotenza.

    ha scritto il 

  • 3

    I like the lengthy monologues between characters. Characters seem were able to voice out their full opinion to each other. Sadly, the book wasn't finished. I guess, there's another 400 more pages or t ...continua

    I like the lengthy monologues between characters. Characters seem were able to voice out their full opinion to each other. Sadly, the book wasn't finished. I guess, there's another 400 more pages or the story seems need to be refurbished before publication. All-in-all, Franz Kafka did good with this book in spite of his ailing condition.

    Read more of my review here: http://www.literateknolohitura.com/2015/07/Franz-Kafka-The-Castle-Modern-Library-388-Book-Review.html

    Thanks!

    ha scritto il 

  • 5

    Una favola inquietante sull’incomunicabilità, sull’isolamento e sulla meschinità dell’animo umano.
    Un perverso gioco del telefono in cui i messaggi si capovolgono strada facendo.
    Il colossale e labiri ...continua

    Una favola inquietante sull’incomunicabilità, sull’isolamento e sulla meschinità dell’animo umano.
    Un perverso gioco del telefono in cui i messaggi si capovolgono strada facendo.
    Il colossale e labirintico edificio della burocrazia, struttura deumanizzata che ricorda un mostruoso strumento di tortura.
    Sublime.

    ha scritto il 

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