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Il castello

By Franz Kafka

(243)

| Paperback | 9788806162924

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Book Description

In una nuova edizione, il testo che insieme al "Processo", costituisce uno deipoli dell'intera opera di Franz Kafka, così allusiva e simbolica da continuarea prestarsi a contrastanti interpretazioni e giudizi, e che proprio da ci&ogr Continue

In una nuova edizione, il testo che insieme al "Processo", costituisce uno deipoli dell'intera opera di Franz Kafka, così allusiva e simbolica da continuarea prestarsi a contrastanti interpretazioni e giudizi, e che proprio da ciòtrae motivi di attualità e suggestione.

227 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    8/10

    Dopo la mia tragica esperienza con 'La metamorfosi' letto in lingua originale ( grazie mille prof di tedesco) avevo ben poche aspettative su Kafka; pensavo non facesse per me. Invece questo romanzo mi é piaciuto molto e mi è finalmente chiaro il conc ...(continue)

    Dopo la mia tragica esperienza con 'La metamorfosi' letto in lingua originale ( grazie mille prof di tedesco) avevo ben poche aspettative su Kafka; pensavo non facesse per me. Invece questo romanzo mi é piaciuto molto e mi è finalmente chiaro il concetto di ' Kafkiano' perché non ci sarebbe modo migliore per esprimerlo.
    Libro un po' onirico, veloce, astratto ma a tratti incredibile te pratico. Un' esperienza difficile da vivere con altri scrittori. Purtroppo è rimasto incompiuto e perciò non riesce ad arrivare al livello di altri capolavori che ho letto, ma sono veramente contenta di aver dato un' altra possibilità a Kafka!
    Lo consiglio solo a chi se la sente sul momento perché essendo molto dispersivo, specialmente all' inizio, è difficile da leggere.

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    Sameterry said on Jul 28, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Lasciate ogni speranza voi ch'entrate

    Il clima inquietante di una vecchia rapsodia ungherese, aleggia su questo romanzo e lo pervade. In un luogo sospeso nel tempo, dalla somiglianza medievale, Il Castello costruito da Kafka non è altro che un guazzabuglio di casupole chiaramente ...(continue)

    Il clima inquietante di una vecchia rapsodia ungherese, aleggia su questo romanzo e lo pervade. In un luogo sospeso nel tempo, dalla somiglianza medievale, Il Castello costruito da Kafka non è altro che un guazzabuglio di casupole chiaramente stagliato nell'aria. Un maniero intorno a cui ruota un mondo rurale popolato da contadini, frequentatori di locande presso cui K. chiede un letto per la notte. Il protagonista, in qualità di agrimensore, è convocato da un conte sconosciuto per un piano di lavoro ma, giunto sul posto, una schiera di personaggi ostili e diffidenti gli impedisce di essere ricevuto. Inizia per K. una vita impossibile fatta di logiche senza speranza, di scene ridicole e ostacoli assurdi. Dal ruolo per il quale è stato nominato finisce per lavorare come bidello presso una scuola nelle cui classi può svolgere la vita domestica a patto che traslochi ogni mattina prima che la lezione cominci. Tutto è regolato dal rilascio di permessi, dall'invio di messaggi e senza un tramite è impossibile anche trovare un giaciglio per dormire. Non c'è uno sprazzo di luce nell'oscurità, né una favorevole occasione grazie alla quale l'agrimensore disperato possa giungere davanti ai massimi vertici per chiedere chiarimenti. L'uomo creato da Kafka è una statuina di terracotta dall' esistenza fragile che va in frantumi un poco alla volta, un uomo il cui nome sembra sgretolarsi in tanti pezzi, le lettere che lo compongono si perdono fino a rimanere, come unica superstite, una sola consonante, la K. Nonostante tutto, il protagonista tenta di rimanere lucido nelle proprie riflessioni di fronte alle avversità, cerca di attribuire una valida risposta ai perché dell’irragionevolezza ma si arrende al suo moto segreto, lo contempla e ne esce ogni volta disfatto. Anche il sistema delle cose insensate sembra avere una sua logica interna. Presso il Castello vige una vena d’ incoerenza nella natura delle regole, perché ognuna di esse ha un proprio ordine e non è mai assoluta, appartiene al suo mondo e non per questo è meno valida. L'angoscia persecutoria dell'autore ritorna in questa burlesca parodia che interpreta e rappresenta l'uomo moderno oppresso da un'entità suprema e invisibile dalla quale non riesce a liberarsi. L'arrivo al villaggio è come varcare la soglia dell'inferno dantesco, in una città dolente, in un eterno dolore, tra la perduta gente. Un mondo per cui bisogna lasciare ogni speranza prima di entrare.

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    Martin Eden said on Jul 17, 2014 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    Un mondo così terribile da essere quasi reale.

    Uno straordinario labirinto senza speranza, un mostro burocratico che solamente il genio di Kafka avrebbe potuto concepire. Un romanzo di straordinaria lentezza, dai diversi picchi di ironia che sbeffeggiano sia gli ingranaggi dell'Apparato che colui ...(continue)

    Uno straordinario labirinto senza speranza, un mostro burocratico che solamente il genio di Kafka avrebbe potuto concepire. Un romanzo di straordinaria lentezza, dai diversi picchi di ironia che sbeffeggiano sia gli ingranaggi dell'Apparato che colui che si impegna a lottare per emergere e creare una breccia all'interno del muro dell'Apparato stesso. Un testo sull'incomunicabilità, sul pregiudizio, sulla rassegnazione, ma in particolare sull'utopia della comprensione del mondo, creato sì dall'uomo, ma che ormai va per conto suo e quindi questo mondo, l'uomo, non lo comprende più.
    Romanzo incompiuto in cui la Mondadori riporta diversi estratti rimossi o modificati dall'autore e che per lo più appesantiscono la lettura, dando raramente invece un contributo prezioso. Lettura ostica ma meravigliosamente kafkiana.

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    Marco Migliorato said on Jun 27, 2014 | 3 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    bellissima metafora di vizi e virtù del 900... pagine da leggere e poi rileggere perchè ti erano sembrate deliranti... ma perchè non è finito... quei puntini di sospensione mi hanno lasciata senza parole.

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    paolina62 said on Jun 15, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/04/28/il-castel… “Il castello, i cui contorni già cominciavano a svanire, sorgeva silenzioso come sempre, K. non vi aveva ancora mai scorto il minimo segnale di vita, forse non era neppure possib ...(continue)

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/04/28/il-castel…

    “Il castello, i cui contorni già cominciavano a svanire, sorgeva silenzioso come sempre, K. non vi aveva ancora mai scorto il minimo segnale di vita, forse non era neppure possibile distinguere da quella distanza eppure gli occhi lo pretendevano e non volevano tollerare una simile quiete. Quando K. contemplava il castello, spesso gli sembrava di osservare qualcuno che se ne stesse là seduto tranquillamente e guardasse davanti a sé, non assorto nei suoi pensieri e dunque inaccessibile a tutto il resto, come se fosse solo e nessuno lo osservasse; eppure doveva accorgersi di essere osservato, tuttavia questo non scalfiva minimamente la sua tranquillità e davvero (non si capiva se ne fosse la causa o l’effetto) gli sguardi dell’osservatore non riuscivano a reggersi e scivolavano via. Questa impressione oggi era ulteriormente rafforzata dall’oscurità precoce, quanto più egli guardava, tanto meno distingueva, tanto più profondamente tutto annegava nella penombra”.
    (Franz Kafka, “Il castello”, ed. Einaudi)

    Kafka se ne sta lì, in agguato, sullo scaffale, mi guarda sempre, m’inquieta e alla fine mi convince a rileggermi un suo racconto, di quelli più brevi, di una sola pagina, e io ci casco, convinto che riuscirò davvero a leggere solo quel racconto e non mi farò avviluppare di nuovo da lui, con il risultato di trovarmi invece invischiato, per l’ennesima volta, nelle sue trame. Così è accaduto anche stavolta, tutto è nato dalla rilettura de “La metamorfosi” e degli altri racconti pubblicati in vita; poi è stata la volta de “Il processo” e adesso eccomi qua, alle prese con “Il castello”. Nell’articolo dedicato alle vicende “processuali” di Josef K. ho già segnalato l’enorme difficoltà, per me, di scrivere su un autore come Kafka, e mi sono avvalso della collaborazione illustre di autori quali Adorno, Camus e Benjamin, ai quali, forse, chiederò supporto anche nella stesura di quest’articolo, nel quale vorrei esprimere ancora una volta la mia smisurata ammirazione per questo scrittore, per quest’uomo, e dico per l’uomo perché, nonostante non abbia avuto modo di conoscerlo (ma chi conosciamo realmente?) per ovvi motivi, l’ho sempre sentito affine a certi miei modi di sentire e approcciarmi alla realtà. In questo senso, la lettura dei suoi diari, operazione che per altri autori mi ha fatto scindere uomo e scrittore, mi “confortò”, aumentando la stima che provavo (e provo) per Kafka.
    L’agrimensore K. sostiene di essere stato chiamato dal castello per svolgere il proprio lavoro, e si reca nel villaggio collegato al castello stesso per essere accolto. Sin dal primo capitolo ci rendiamo conto che tutte le strade sembrano collegare il villaggio al castello, ma le medesime strade deviano senza mai giungere alla metà. Questo, almeno, per chi, come K., è escluso dall’esistenza che si svolge nel castello stesso. K., quindi, cerca ospitalità negli abitanti del villaggio, a partire dalla locanda presso la quale è giunto, tutt’altro che ospitale con lui. Lui è straniero nel posto, e quindi, se al momento non può lavorare come agrimensore, dovrà almeno integrarsi nel villaggio in qualche modo. Come egli stesso afferma, per lui ci sarebbe da disperarsi se non fosse lì per uno scopo ben preciso, cioè riuscire a entrare al castello per svolgere il proprio lavoro. Il problema è che, dal castello stesso, sembrano essere di un’opinione diversa: non c’è bisogno di alcun agrimensore e non si capisce su quali basi K. si senta autorizzato a una simile pretesa. “Sembrano”, ho scritto, perché in realtà i contatti con il castello non sono mai diretti, ma si svolgono attraverso surreali scambi telefonici con funzionari del castello dalla dubbia identità, o ancora peggio tramite messaggeri che fanno la spola tra il castello e il villaggio. Quello assegnato a K. è Barnabas, che per svolgere un ruolo così delicato appare inadeguato e la cui famiglia, per via di una vicenda accaduta alla sorella Amalia, è stata relegata ai margini dal resto della comunità.
    A K. sono stati assegnati, per le sue mansioni, anche due aiutati, goffi, bambineschi, che sono solo un impaccio per K. Come già ne “Il processo”, anche qui troviamo due personaggi legati a stretto filo tra loro, talmente tanto da essere pressoché indistinguibili e perciò chiamati da K. con un unico nome. Il castello, appare evidente, non è solo un banale per quanto affascinante residuo di altre epoche, anzi sotto questo profilo è descritto in modo tutt’altro che accattivante. Il castello è soprattutto un simbolo di altro. Su cosa sia questo altro, le interpretazioni possono divergere, perché una lettura solo laica può scorgere il esso il simbolo del potere burocratico-politico-amministrativo-giudiziario dal quale K. è escluso e che lo vessa; una lettura solo religiosa può invece sottolineare la sete di divino, di assoluto, sete destinata a restare inappagata, perché i membri del castello non sono visibili, eppure sete feroce, viva nella carne, molla dell’agire di K.; qualcun altro potrà scorgere nel castello la metafora della ricerca perenne di una grazia femminile. A me pare che ciascuna di queste letture, e altre ne sono certo possibili, colga aspetti fondamentali, ma che nessuna possa essere esclusiva, e questo perché la grandezza di Kafka sta nell’alludere, nell’offuscare, nell’ingarbugliare, nel velare ciò che, del resto, è già offuscato, velato e ingarbugliati di per sé, cioè l’intero mondo. Il castello sta lì, placido e apparentemente indifferente alle nostre misere battaglie quotidiane, eppure non è proprio così, perché il castello sa intervenire e lo fa nelle forme che ritiene opportune e che noi non sospettiamo, perché i funzionari del castello sono mimetici, sfuggenti, possono essere osservati solo a certe condizioni e mai del tutto, ma sempre attraverso un buco della serratura, e solo da chi si trova nelle condizioni di fatto e spirituali per poterli cogliere.
    “Il castello” è un capolavoro nonostante sia rimasto incompiuto, perché a mio avviso non poteva esserci conclusione migliore di quest’incompiutezza, che è, in fondo, la sensazione perenne che accompagna chi si pone sempre domande e sposta in là il limite delle domande stesse, conscio che non si potrà rispondere a tutto, ma spinto a chiedersi comunque il senso di questo tutto. I singoli capitoli de “Il castello” sono strutturati in modo da presentarci, anche all’interno degli stessi e non solo nel complesso del romanzo, la lotta impari tra K. e i funzionari del castello; K. cerca di trovare appigli che possano avvicinarlo al castello o almeno a scoprire le dinamiche, ma questa sua battaglia è destinata a infrangersi continuamente contro un mare gonfio di ostacoli, di rapporti interpersonali ambigui, d’identità mai del tutto certe. K. conosce Frieda, che fa la cameriera nell’Albergo dei Signori, e che conosce Klamm, colui che dovrebbe essere il direttore di K. e che lui riesce a scorgere solo per pochi istanti grazie alla complicità di Frieda. La donna ricambia il suo amore e lascia l’albergo, ma poi sospetta di essere, per K., sono un mezzo per giungere al fine principale, cioè l’approdo al castello.
    Gli altri personaggi del villaggio sono anch’essi visti in ottica castello, dall’ostile ostessa della Locanda del Ponte, dove inizialmente alloggia K., al sindaco, passando per il maestro della scuola o ancora per i lavoratori del posto. Ciascuno potrebbe essere utile a K. per avere notizie del castello o, ancora di più, per aiutarlo a entrarvi, ma le loro stesse esistenze non sono così chiare. Il groviglio che ne deriva è inestricabile e Kafka è abilissimo nel tessere la trama di questo romanzo, che, sia detto per chiarezza rispetto a quanto potrebbe apparire da ciò che ho scritto finora, a me è sempre parso, oltre che profondo, anche molto divertente. La scrittura è più vertiginosa rispetto a “Il processo”, la mole del romanzo è maggiore, ma questo non va a detrimento della scorrevolezza del testo.
    Un romanzo, insomma, che vale la pena di leggere e, modesto suggerimento da parte mia, anche rileggere diverse volte a distanza di tempo, per coglierne meglio alcuni aspetti, personaggi, dialoghi che la prima volta potrebbero esserci sfuggiti. Ciò detto, per nobilitare questo mio scritto e rendere a Kafka ciò che è di Kafka, anche stavolta cedo la parola a un illustre commentatore che, meglio di me, potrà evidenziare alcuni aspetti del romanzo.

    “Il Processo diagnostica e Il Castello immagina una cura. Ma il rimedio qui proposto non guarisce, e fa soltanto rientrare la malattia nella vita normale, aiutando ad accettarla...Ogni capitolo è un fallimento ed anche un ricominciamento. Non si tratta di logica, ma si spirito di connessione. La vastità dell’ostinatezza costituisce la parte tragica dell’opera. Quando K. telefona al Castello, sono voci confuse e mescolate, risate vaghe, richiami lontani che egli percepisce. Ciò basta a nutrire la sua speranza...Nel Castello questa sottomissione al quotidiano diventa un’etica. La grande speranza di K. è quella di ottenere che il Castello lo adotti. Non potendo pervenirvi da solo, tutto il suo sforzo sta nel meritare la grazia, diventando abitante del villaggio, perdendo la sua condizione di straniero, che tutti gli fanno sentire. Ciò che vuole è un mestiere, un focolare, una vita d’uomo sano e normale. Egli non ne può più della sua pazzia e vuol essere ragionevole e sbarazzarsi della particolare maledizione. L’episodio di Frieda, a tal riguardo, è significativo. Se egli fa di questa donna, che ha conosciuto uno dei magistrati del Castello, la propria amante, è per il suo passato. Egli attinge in lei qualche cosa che lo supera e, contemporaneamente, la coscienza di ciò lo rende per sempre indegno del Castello”.
    (Albert Camus, appendice a “Il mito di Sisifo”, ed. Bompiani)

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    Sisifo77 (Antonio Di Leta) said on Apr 28, 2014 | Add your feedback

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    Capolavoro assoluto del più grande scrittore del Novecento.

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    Gianfry71 said on Apr 14, 2014 | Add your feedback

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