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Il combattimento

Di

Editore: Baldini Castoldi Dalai

4.0
(117)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 244 | Formato: Altri

Isbn-10: 888490207X | Isbn-13: 9788884902078 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Fiction & Literature , History , Sports, Outdoors & Adventure

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Descrizione del libro
Nel 1975 il grande Muhammad Ali, alias Cassius Clay, incontrò sul ring diKinshasa, nello Zaire, un altro campione, George Foreman. Quest'ultimo siserviva del silenzio, della tranquillità e dell'intelligenza per intimoriregli avversari. E non era mai stato sconfitto prima. Muhammad Ali era alculmine della sua potenza fisica, della sua arroganza e del suo talento. Dueuomini, due grandi campioni e due personalità opposte ma entrambestraordinarie. Questo libro descrive la preparazione, il clima, la tensionedelle settimane che precedettero l'evento, l'allenamento, il comportamento deidue rivali e, infine, l'evento stesso.
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  • 5

    E' sempre uno shock vederlo di nuovo. Non in tv, ma in piedi davanti a te, nella sua forma migliore.
    Un libro grandioso, epico direi. Il miglior libro di ambientazione sportiva che abbia mai letto. E non c'è solo il pugilato, con la storica sfida di Muhammad Ali, già Cassius Clay, al ...continua

    E' sempre uno shock vederlo di nuovo. Non in tv, ma in piedi davanti a te, nella sua forma migliore.
    Un libro grandioso, epico direi. Il miglior libro di ambientazione sportiva che abbia mai letto. E non c'è solo il pugilato, con la storica sfida di Muhammad Ali, già Cassius Clay, all'allora detentore del mondiale dei massimi, George Foreman. A far da sfondo è il Congo del 1974, diventato Zaire per volere del dittatore Mobutu.
    C'era Big Black, il grosso percussionista nero di Alì. Un reporter gli chiese come si chiamava il suo tamburo e lui rispose che era una conga. Il giornalista scrisse Congo e la censura cambiò il nome in Zaire. Ora Big Black poteva dire nelle interviste che suonava lo Zaire.
    La scelta di Kinshasa per ospitare il match tra due campioni neri non era stata casuale. Mobutu voleva avviare una gigantesca operazione di immagine per il suo paese e offrire, come recitavano le locandine, un regalo al popolo dello Zaire e un onore per i neri. E gli stessi due pugili, pur partendo da modi diversi di concepire la vita e la politica, convennero che quello era il luogo giusto in cui incontrarsi, al di là della evidente grande incongruenza.
    Sì, l'Africa era terra fertile per la follia, e in quella follia africana due pugili avrebbero ricevuto cinque milioni di dollari ciascuno, mentre a soli mille chilometri di distanza i neri colpiti da una carestia di proporzioni mondiali morivano di fame.
    Norman Mailer, già scrittore di fama internazionale, allora era inviato per un giornale, un punto di vista privilegiato che gli consentiva di avvicinare entrambi i pugili, vivere con i rispettivi entourage tecnici. Sceglie però di parlare di sé in terza persona, un artificio letterario - l'illeismo - che gli consente un approccio ancora diverso, tra l'altro spiegato molto bene nel terzo capitolo, come acquisire una voce anonima rispetto alla narrazione.
    Non solo descriveva gli eventi ai quali si trovava ad assistere, ma anche il piccolo effetto che lui stesso aveva su tali eventi. Ciò irritava i critici. Parlavano di viaggi dell'ego e della dimensione del suo narcisismo. (...) pensò di usare il suo nome di battesimo, come facevano tutti nell'ambiente della boxe. ...l'alternativa era scrivere un pezzo senza firmarlo.
    Mailer si pone questi interrogativi all'indomani del ritorno a Kinshasa dagli Stati Uniti, dopo che il match era stato rinviato di un mese. Foreman infatti aveva rimediato un taglio alla testa durante un allenamento. Una fortuna per lo sfidante Ali che non era ancora in splendida forma e non lo sarebbe stato neppure al momento dell'incontro.
    Combatteva senza spirito. Peggio. Continuava a incassare una serie di pugni che normalmente avrebbe evitato con facilità, e non era da lui!
    Mailer prende a frequentare i quartier generali dei due pugili, segue gli allenamenti, conosce gli sparring partner, va alle conferenze stampa. Muhammad lavora più di testa che sul ring, continua a dare l'impressione di pensare ad altro anche se i suoi proclami sono roboanti. Un simpatico, insopportabile sbruffone.
    - Mi scusi se non le stringo la mano, - disse, con la sua voce accuratamente smorzata in modo da mantenere il proprio potere, - ma come vede ho le mani in tasca.
    Lo scrittore era ben conosciuto da Muhammad, riesce a conquistare la sua fiducia e a partecipare con lui a una seduta di footing. Cosa che il pugile faceva a notte fonda. Mailer si trova così a sfiancarsi dietro al gruppetto e dopo qualche chilometro deve desistere. Allora si rende conto di essere solo, di notte, in aperta campagna, lontano dalle luci. Sente i ruggiti dei leoni provenire dalle rive del fiume Congo o Zaire come adesso viene chiamato.
    Non ce l'avrebbe mai fatta a raggiungere le luci prima che il leone gli arrivasse addosso. Il pensiero successivo fu che se il leone avesse deciso di attaccarlo, lo avrebbe raggiunto in silenzio.
    Se Ali continuava a non convincere lo scrittore per le sue modalità di allenamento, Invece Foreman era minaccioso. Il tipo capace di perpetrare una carneficina da incubo. I due sfidanti dalle rispettive sedi continuavano a lanciarsi insulti e provocazioni, così come i loro allenatori, inevitabilmente raccolte e riportate dai giornalisti durante le conferenze stampa. In una di queste Mailer ha un diverbio con un altro fenomeno del giornalismo americano, Don King. I due evidentemente non si amavano.
    Gli allenatori dello sfidante erano tal Bundini e il mitico di Angelo Dundee, per vent'anni al suo fianco, per proseguire poi con una decina di altri campioni. Aveva lontane ascendenze italiane.
    Avrebbe potuto essere scambiato per un uomo d'affari italiano. Era concentrico nella sua sicilianità: lui si trovava nel primo cerchio, la famiglia nel secondo, gli amici e i soci in affari nel terzo.
    Ed eccoci all'incontro, diventato leggendario con il nome di The Rumble in The Jungle (La rissa nella giungla) era il 30 ottobre 1974, allo Stade Tata Raphaël di Kinshasa. Ali aveva avvisato Angelo Dundee che aveva una strategia per l'incontro e gli chiese di 'mollare' un po' le corde del ring.
    Ali introdusse il suo tema principale. Si appoggiò contro le corde a metà del secondo round e per il resto dell'incontro lavorò da quella posizione, inclinato a un angolo di dieci-venti gradi rispetto al piano verticale e a volte anche di più, un angolo sacrificato e doloroso da cui boxare.
    Questa strategia passiva fu in seguito denominata da Ali rope-a-dope. Foreman si sfiancò nell'inutile esercizio di piazzare un colpo degno di nota e Ali nell'ottava ripresa passò all'attacco e lo mandò ko. Il pubblico parteggiava per Muhammad e lo sostenne al grido di "Ali bomaye!", che significa "Ali, uccidilo!".
    Comunque, gran libro! Sono passati 40 anni e sinceramente non ricordo se quella notte (l'incontro si disputò alle 3 per evidenti esigenze televisiva Usa) ero davanti al televisore. So bene invece che incontrai Muhammad Ali/Cassius Clay a Saint-Vincent nel 1980, Festival del Cinema Sportivo. Cassius venne in Italia per ricevere una riproduzione della medaglia d'oro vinta a Roma 1960 e che aveva gettato nel Tevere per protestare per un episodio razziale avvenuto in un ristorante romano. Ricordo di avergli stretto la mano ma il fotografo non fu pronto e io restai al suo fianco mentre un bambino gli passava un fucile giocattolo. Episodio strano!
    Ma anch'io posso dire, parafrasando Fiorello: "Eravamo io, Cassius Clay, Gianni Minà, Sandro Pertini....."

    ha scritto il 

  • 5

    La battaglia tra due modi di intendere la vita

    Stupefacente questo libro. Da cinque stelle piene. Mailer tesse il suo resoconto di uno dei più grandi combattimenti della storia del pugilato come un grande affresco, in cui i protagonisti Alì e Foreman sono importanti quanto tutto il resto che li circondava.
    Un resoconto che diventa crona ...continua

    Stupefacente questo libro. Da cinque stelle piene. Mailer tesse il suo resoconto di uno dei più grandi combattimenti della storia del pugilato come un grande affresco, in cui i protagonisti Alì e Foreman sono importanti quanto tutto il resto che li circondava.
    Un resoconto che diventa cronaca,racconto, saggio antropologico, saggio politico e altre cose ancora, tale era la mole dei mondi che si scontravano sul ring di uno Zaire sogno di una rinascita africana affetta però dai soliti soprusi, questa volta guidati dall'elite nera e dal padre padrone Mobutu.
    Alì il musulmano, il rinnegato, la star, il provocatore, il faro della razza nera, il ballerino del ring contro Foreman, il nero salvato da un'adolescenza di violenza dai programmi di recupero dell'elite bianca, che non faceva della questione razziale una bandiera,che sventolava la bandierina USA alla fine dell'incontro che lo fece diventare campione del mondo, il cui silenzio e presenza fisica imponente erano le sue armi, il picchiatore brutale. Questi i mondi in contrapposizione, ce ne sarebbe da scrivere per 100 libri ma Mailer condensa tutto in 250 pagine di enorme bellezza, commoventi, esaltanti, lucide e graffianti.
    Un capolavoro, dopo averlo letto la boxe e la vita vi sembreranno diverse da quelle che conoscete.

    ha scritto il 

  • 0

    Dell’incontro tra Muhammad Alì e Goerge Foreman in Zaire del 1974 sì scritto e parlato molto. Un evento che è andato al di la del semplice fatto sportivo, soprattutto per la forza mediatica di Alì. Mailer ci racconta il vero succo dell’evento, quindi soprattutto cosa ci fu attorno, specialmente p ...continua

    Dell’incontro tra Muhammad Alì e Goerge Foreman in Zaire del 1974 sì scritto e parlato molto. Un evento che è andato al di la del semplice fatto sportivo, soprattutto per la forza mediatica di Alì. Mailer ci racconta il vero succo dell’evento, quindi soprattutto cosa ci fu attorno, specialmente prima. Peccato solo la scelta stilistica di parlare di se in terza persona, cosa che nemmeno Alì – nonostante il suo ego smisurato – avrebbe fatto.
    Vino in abbinamento. Leggendo il libro ho invidiato molto a Mailer il fatto di aver avuto l’opportunità di andare a correre con Alì. Ok, il musulmano Alì non beveva alcol, e di sicuro non l’avrebbe fatto in pieno allenamento pre-incontro: ma niente di meglio di uno Champagne (magari un elegante blanc de blancs) per ritemprare forze e spirito al rientro dalla corsa.

    ha scritto il 

  • 4

    Imperdibili i capitoli centrali che descrivono l'incontro!
    Buon libro anche per i non amanti del pugilato per le descrizioni del continente africano, della sua gente, del loro pensiero e delle loro tradizioni.

    ha scritto il 

  • 4

    INTERESSANTE

    Avevo visto anni fa il bel documentario When We Were Kings, che narra la stessa storia. Di Mailer non avevo mai letto nulla, bello questo reportage narrato dal punto di vista del grande scrittore. Ottima traduzione di Colitto, come al solito. Leggerò altro di Mailer, magari Marilyn.

    ha scritto il 

  • 4

    Del 1975.
    E' il racconto dlla sfida Ali - Foreman, del perché la boxe è uno sport affascinante, dell'intelligenza e della stupidità dei protagonisti e di quelli che ci stanno intorno, dello Zaire e delle sue illusioni.

    ha scritto il 

  • 5

    Bello

    Mailer riesce a far rivivere tutta la tensione del più grande incontro di boxe di tutti i tempi, il rumble in the jungle, Foreman VS Alì. Insieme a questo disegna la personalità di un personaggio che è stato tutto, a parlare di cultura Bantu, di Nuova Africa e degli afroamericani.

    ha scritto il 

  • 5

    The Fight, nella nuova traduzione di Alfredo Colitto, uscì pochi mesi dopo il combattimento di Kinshasa, Zaire. Non si tratta di un reportage asettico, quanto di un’elegia di Alì, un atto d’amore dichiarato. Alì, per Mailer, era “il più grande atleta del mondo”, con uno stile inimitabile, “vivace ...continua

    The Fight, nella nuova traduzione di Alfredo Colitto, uscì pochi mesi dopo il combattimento di Kinshasa, Zaire. Non si tratta di un reportage asettico, quanto di un’elegia di Alì, un atto d’amore dichiarato. Alì, per Mailer, era “il più grande atleta del mondo”, con uno stile inimitabile, “vivace e abbagliante”, “un giovane che era stato afferrato dalla storia e ne era diventato uno dei motori”. Quando Alì appare, “le donne sospirano e gli uomini abbassano gli occhi”.
    Foreman, invece, “sul ring sembrava un boia” e poteva tutt’al più “ispirare un timore reverenziale”. Più avanti, però, l’autore arriva ad ammettere che non si trattava di un personaggio inconsistente, anzi nelle ultime conferenze stampa aveva mostrato un considerevole fascino.
    Quello di Mailer è un punto di vista molto diverso, a tratti persino incompatibile con quello che Léon Gast ha proposto nel documentario premio Oscar “Quando eravamo re” (1996).

    Un tempo Kinshasa, già Leopoldville, stava all’incrocio dei commerci di avorio e di schiavi. Mailer vi arriva in concomitanza con la notizia che il match è rinviato per un infortunio di Foreman – il campione in carica - in allenamento. Il taglio è vicino all’occhio, non si sa quando il match sarà disputato.
    I poster che pubblicizzano l’incontro recitano: «Un cadeau de President Mobutu au peuple Zairois et un honneur pour l’homme noir».

    Fra il grande campione e lo scrittore c’è una sorta di familiarità: una notte – appuntamento alle 3, l’orario del match – Mailer va a correre con Alì e la guardia del corpo. Alì gli dava del tu, e non lo derideva per il fiatone, anzi lo incoraggiava. Ma una piccola salita, Norman cede e rientra da solo. L’episodio innesca uno dei passaggi più lirici di questo testo: “Non ci sarebbe bisogno di seguire Norman nel suo lento ritorno alla villa, se non perché stiamo per scoprire uno dei motivi segreti degli scrittori che riescono a ottenere una certa importanza nella loro epoca. Mentre la strada riattraversava la foresta, oscura come si immagina che debba essere l’Africa, Norman scopriva per la prima volta cosa voleva dire essere solo nella notte africana. Nei punti in cui la macchia si diradava, scopriva cosa significava essere solo sotto un cielo africano”. A un tratto, sente un ruggito, terribilmente vicino. Stremato, affretta il passo: all’arrivo gli ricordano che in città c’è un grande zoo.
    Alla vigilia, “Norman non vedeva come Alì avrebbe potuto vincere. Aleggiava un odore di sconfitta che solo Alì sembrava rifiutarsi di respirare”.

    ha scritto il 

  • 3

    Il resoconto dei giorni che circondano una tra gli incontri più celebri e importanti della storia della boxe, quella tra George Foreman e Muhammad Ali, è molto piacevole, tanto almeno da riuscire a far apprezzare a me questo argomento che certo non rientra nel novero dei miei interessi più immedi ...continua

    Il resoconto dei giorni che circondano una tra gli incontri più celebri e importanti della storia della boxe, quella tra George Foreman e Muhammad Ali, è molto piacevole, tanto almeno da riuscire a far apprezzare a me questo argomento che certo non rientra nel novero dei miei interessi più immediati.
    Detto questo, ci sono però da rilevare vari e anche sostanziali difetti. In primis, la scelta di Mailer di parlare di se stesso in terza persona. Non ho conoscenze sufficienti per sapere se questa fosse la norma di un resoconto negli anni '70, ma oggi certamente e a ragione, mi verrebbe da dire, non lo è più. Oggi leggiamo molto più piacevolmente l'io di David Foster Wallace quando ci racconta di una cosa divertente che non farà mai più (resoconto di una crociera), ma certo leggere dell'autore in terza persona risulta molto fastidioso, almeno almeno al mio gusto. In secondo luogo, temo anche che Mailer abbia scritto i capitoli in cui si descrive l'incontro mentre si guardava il video dell'incontro, finendo infatti spesso nella cronachistica azione per azione, quando invece sarebbe stato più funzionale e, certamente più piacevole (quand'anche più parziale), concentrarsi su alcuni frangenti dell'incontro e del resto dare un'interpretazione più generale.
    Al di là di questi, che mi sembrano i difetti maggiori. mi sento di contestare a Mailer le concezioni un po' superstiziose-panteistiche-olistiche che permeano il libro. E' chiaro che buona parte di esse, ma non tutte, derivano dall'ambiente dello Zaire, che certamente dà i suoi input potenti. Ma anche che non son per nulla d'accordo che saltare il balcone oppure no possa avere ripercussioni sull'incontro di boxe. Pur tuttavia Mailer vive gli anni della Beat generation, che mai mi ha particolarmente appassionato, quindi probabilmente la mia repulsione è più generale.

    Ora, lettore della recensione, potrei obiettare, a ragione: ma se ti fa schifo al Beat generation e pure un po' al boxe, perché ti leggi questo libro? Di mia sponte certo non l'avrei neanche preso in mano, ma mi è stato passato da un amico con cui ho troppi debiti letterari per rifiutarlo. Indi per cui, me lo son letto. E, sì, contro ogni aspettativa, è stato piacevole.

    ha scritto il