Sì, ricordate tutte quelle cose normali che chiunque pensa non lo siano, perché in effetti non lo sono, perché in effetti ogni cazzo di istante come quello è un istante rubato alla morte. Dunque, per favore, ricordate che abbiamo reso ininfluenti le Continue
Sì, ricordate tutte quelle cose normali che chiunque pensa non lo siano, perché in effetti non lo sono, perché in effetti ogni cazzo di istante come quello è un istante rubato alla morte. Dunque, per favore, ricordate che abbiamo reso ininfluenti le leggi della termodinamica. Ricordate che si pensa che le cose siano semplici. Ricordate le cose normali. Ricordate che eravamo innamorati.
La storia d’amore tra Alexander e Laetitia è finita. La sola via d’uscita per non perdersi, per non impazzire, è per lui ricordare, ricostruire, rivivere ossessivamente i momenti trascorsi insieme. Dal fondo del precipizio che è diventata la sua esistenza nulla gli sfugge, non un dettaglio, un’espressione, un frammento: la memoria di Alexander è come una pellicola su cui riposano, come traiettorie luminose, le sequenze di ogni istante condiviso. Un reticolato d’ombra e luce che gli serve da sostegno, al pari di un ponte di corde su un burrone: lo sguardo di Laetitia, le sue mani, il suo respiro. E insieme l’andamento, la direzione, la velocità del loro amore, che per lui è ora l’oggetto di un’indagine scientifica sul comportamento della luce e, per estensione, di Laetitia. Sono dunque grafici e immagini sulla fisica delle particelle laetitiane, la dinamica del suo ciclo vitale, dei suoi moti dell’animo, delle sue pene. Prima che lei scivolasse lungo un inesorabile crinale di depressione. Prima che perdesse ogni contatto con la realtà.
Dopo aver conquistato i primi posti in classifica con l’irriverente girls, ne Il comportamento della luce Nic Kelman si china sul dolore più antico e lo incide sulla pagina come nell’animo del lettore: negli spigoli d’ombra degli abbandoni mai superati, nella ferita segreta dei ricordi che con i loro intagli, i loro graffi, ancora ci tengono in vita.
«Nic Kelman dimostra di aver assimilato la lezione di Nabokov, aggiungendo qua e là un tocco di Roth».
Cristina Taglietti, «Corriere della sera».