Il contesto

Una parodia

Di

Editore: Einaudi ( Nuovi coralli ; 147 )

4.0
(808)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 122 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Francese

Isbn-10: 8806010999 | Isbn-13: 9788806010997 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida

Genere: Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli , Politica

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  • 4

    Con grande intelligenza e una buona dose di ironia l’ispettore Rogas riesce a dipanare gli intrecci di un giallo ben costruito . ma proprio sul più bello quando sta per chiarire tutto, la cosiddetta “ ...continua

    Con grande intelligenza e una buona dose di ironia l’ispettore Rogas riesce a dipanare gli intrecci di un giallo ben costruito . ma proprio sul più bello quando sta per chiarire tutto, la cosiddetta “ragion di stato” o meglio l’ipocrisia di una classe politica corrotta che non fa distinzioni tra partiti e opposizioni gli annulla tutto il suo lavoro. E l’ispettore diventa così un intralcio. Sciascia ci lascia una riflessione molto amara su una realtà che non accenna a scomparire.

    ha scritto il 

  • 0

    "Un paese negato all'ironia, ma Rogas si divertiva ugualmente ad usarla"

    Quando si legge un libro di Leonardo Sciascia, inevitabilmente si finiscono col dire più o meno le stesse cose, a tessere le solite lodi; non è però colpa sua se ogni suo libro rappresenta un piccolo ...continua

    Quando si legge un libro di Leonardo Sciascia, inevitabilmente si finiscono col dire più o meno le stesse cose, a tessere le solite lodi; non è però colpa sua se ogni suo libro rappresenta un piccolo capolavoro, uno spaccato lucido e illuminante sull’Italia, spesso profetico in maniera quasi inquietante. Inoltre, non è importante solo cosa dice: ma come lo dice, a partire da una scrittura sempre sublime che ormai diamo per scontata. Il “come” è senz’altro tra le pecurialità del “Contesto”, romanzo che, come recita anche il sottotitolo, si presenta come una parodia; dunque, un qualcosa che in questo caso smonta il genere e ci gioca, come accade in molta narrativa postmoderna.

    Benché non m’interessi granché parlare del postmoderno italiano né tanto meno stabilire se lo scrittore siciliano ne facesse più o meno parte (probabile di sì), il sottotesto “giocoso” del racconto va comunque in quella direzione; quello che potrebbe però sembrare un divertissement dell’autore è in realtà molto di più: lo stesso Sciascia scrive nella nota al testo che ha cominciato a scrivere “Il contesto” divertendosi ma d’averlo concluso senza divertirsi più. Leggendolo poi, senza stare ad addentrarsi nella trama, uno capisce anche il perché: l’indagine dell’ispettore Rogas su un caso di alcuni magistrati fatti fuori uno dietro all’altro si fa sempre più complicata e lontana da una conclusione; e una volta trovata la chiave del tutto, il mistero si fa oltremodo fitto, andandosi però a infangare man mano che si ci avvicina alla fine.
    È a questo punto che il lettore capisce che l’ambientazione immaginaria della storia non è che l’ennesimo, intelligente e spietato ritratto di Sciascia sull’Italia del suo tempo: e, verrebbe da dire, anche del nostro.

    Le cose non sono cambiate poi più di tanto, ecco. E la storia si ripete sempre due volte: prima come tragedia, poi come farsa, per dirla con il buon Karletto.

    Continua qui: https://pignette.wordpress.com/2015/11/15/il-contesto-che-cosa-ci-ha-detto-sciascia/

    ha scritto il 

  • 2

    " Nell'esperienza di Rogas c'erano più fughe di innocenti che di colpevoli. I colpevoli aspettavano a piede fermo che l'attenzione della polizia si concretizzasse in un mandato di arresto, con impazie ...continua

    " Nell'esperienza di Rogas c'erano più fughe di innocenti che di colpevoli. I colpevoli aspettavano a piede fermo che l'attenzione della polizia si concretizzasse in un mandato di arresto, con impazienza, e magari con una confessione, attraverso la zona poliziesca: per approdare a quella giudiziaria più sicura, più garantita, dove anche le confessioni avevano bisogno di prova e la prova quasi sempre mancava. Gli innocenti invece fuggivano. Non tutti si capisce."

    ha scritto il 

  • 4

    Io consiglierei tutti i romanzi di Sciascia, anche quelli che non ho ancora letto. Qui troverete l'ispettore Rogas, i fratelli Karamazov su un comodino, l'ingiustizia, l'ironia della più nera e sprazz ...continua

    Io consiglierei tutti i romanzi di Sciascia, anche quelli che non ho ancora letto. Qui troverete l'ispettore Rogas, i fratelli Karamazov su un comodino, l'ingiustizia, l'ironia della più nera e sprazzi della realtà più attuale. Una narrazione brillante e agghiacciante, una parodia che lo stesso Sciascia non si è divertito a scrivere.

    ha scritto il 

  • 5

    E' un romanzo breve ed intenso, pieno di citazioni e di influenze di grande spicco: Borges, Manzoni, Voltaire, il Vangelo... che impreziosiscono i discorsi trai personaggi. Dalla sua lettura si riesce ...continua

    E' un romanzo breve ed intenso, pieno di citazioni e di influenze di grande spicco: Borges, Manzoni, Voltaire, il Vangelo... che impreziosiscono i discorsi trai personaggi. Dalla sua lettura si riesce a percepire il potere occulto e palese che Sciascia aveva già scoperto nel 1971. Disarmante è la nota che Sciascia lascia a fine lettura:
    Non so bene, ma questa può essere una spiegazione: che ho cominciato a scriverla con divertimento, e l'ho finita che non mi divertivo più.
    Rogas è un ispettore della polizia che viene a conoscenza di un complotto contro lo Stato, o meglio, contro lo Spirito dello Stato. Da questo libriccino si capisce la prima ed eclatante mancanza di Stato quando già il complotto si evolve e dimostra in penombra i suoi architetti più clamorosi. Ma a differenza di ogni poliziesco, Sciascia non ci da nessuna chance per cogliere il colpevole e la lettura si interrompe con la morte di Rogas, di Amar, il segretario generale del Partito Rivoluzionario Internazionale e Riches, il presidente del tribunale. Le tre figure simbolo della tutela della libertà e giustizia. Rogas aveva capito tutto ma, alla sua morte, lo stato insabbia tutto e lo dipinge come un ribelle. E' lo stesso suo amico, Cusan, che rivela questo disprezzo per il lavoro di Rogas quando, una volta al Partito, scopre come lo stesso partito e il partito di governo concordano una visione delle autorità concorde allo stato di quiete. Non ci sarà nessun colpevole, nessun processo, nessuna indagine che possa far giustizia agli assassinati. Tutti i manuali di letteratura italiana, tutti i critici e tutti i cazzoni che professano di letteratura, insistono nell'inserire questo romanzo nel contesto siciliano, quando non capiscono che questo romanzo va bene in qualunque posto si voglia ricucirlo ma poveri disgraziati, loro lo fanno solo per i precedenti di Sciascia, è dato che lui ha i precedenti allora è lecito giudicare così.
    E torno a ripensare alla nota che ha scritto Sciascia su questo romanzo, capendo che non c'è niente di divertente in tutto questo.

    ha scritto il 

  • 1

    una palla ma colta e piena di citazioni

    ovviamente finisce male...e va be'
    ovviamente sciascia è di sinistra...e va be'
    ma la quarta di copertina parlava di un giallo uno dei più ...
    dei più ma cosa
    Già parte scialbo e poi si perde disquise ...continua

    ovviamente finisce male...e va be'
    ovviamente sciascia è di sinistra...e va be'
    ma la quarta di copertina parlava di un giallo uno dei più ...
    dei più ma cosa
    Già parte scialbo e poi si perde disquisendo
    del sistema giudiziario e di Voltaire e l'illuminismo,
    e dei massimi sistemi e metafisica:
    cose che potrebbero avere interresse durante una riunione del partito radicale o consimili.
    Certo è il travestimento """comico""" della seria situazione italiana ma di giallo non ha niente
    deludente

    ha scritto il 

  • 4

    « Eccellenza, mi pare che abbiamo abbandonato la pista giusta per seguirne una falsa. Dico per l’assassinio dei giudici ».
    Il ministro guardò Rogas con compatimento e diffidenza. Disse « Forse. Ma con
    ...continua

    « Eccellenza, mi pare che abbiamo abbandonato la pista giusta per seguirne una falsa. Dico per l’assassinio dei giudici ».
    Il ministro guardò Rogas con compatimento e diffidenza. Disse « Forse. Ma continuate a seguirla ».

    Così, signor Sciascia, ci conosciamo. Ho tanto sentito parlare di lei, ma non avevo mai letto qualcosa di suo. E questo piccolo testo… è un gioiello, una perla rara. Mi dispiace soltanto non abbia scritto qualcosa di più.
    È interessante, Leonardo – posso chiamarti Leonardo? – il modo in cui raccogli gli ingranaggi del giallo e li torci fino a farli estranei. Ci sono questi ammazzamenti di giudici, un ispettore… E il colpevole lo scopriamo già a pagina 30. Ma poi la realtà si incastra nel crimine, la realtà criminosa per cui quel crimine è un incidente necessario. L’ispettore ha già scoperto il colpevole? Più veloce di un Poirot, più efficiente di uno Sherlock! Benissimo, ma adesso basta giocare: ci sono altri colpevoli da perseguire, nemici dello Stato su cui possiamo e dobbiamo scaricare fardelli di responsabilità, perché in un paese come il nostro verità e giustizia sono solo etichette da appiccicare a piacimento.
    E c’è di più. Individuare un colpevole, il colpevole non è affatto importante. E qui la signora Christie avrebbe un mancamento. Non è importante, perché siamo tutti colpevoli. Nella società di massa non c’è un solo individuo che sia innocente. Anzi, nella società di massa non c’è un solo individuo: la massa è un unico corpo criminale. Per aver ragione della massa criminale, c’è bisogno di uno stato criminale. Uno stato che si auto-conservi attraverso il disprezzo e l’esercizio dell’iniquità, che colpisca nel mucchio, che spari sull’innocente ed elevi il boia al solo scopo di istillare nella massa il senso dell’insensatezza della giustizia e il necessario timore della stessa.
    Di fronte alla perversione dell’amministrazione della giustizia, all’ispettore – uomo libero, servente della verità – non resta che adeguarsi al meccanismo. O morire. Ecco che tu scrivi, in un memorabile passaggio,
    « Dentro il problema di una serie di crimini che per ufficio, per professione, si sentiva tenuto a risolvere, ad assicurarne l’autore alla legge se non alla giustizia, un altro ne era insorto, sommamente criminale nella specie, come crimine contemplato nei principi fondamentali dello Stato, ma da risolvere al di fuori del suo ufficio, contro il suo ufficio. In pratica, si trattava di difendere lo Stato contro coloro che lo rappresentavano, che lo detenevano. Lo Stato detenuto. E bisognava liberarlo. Ma era in detenzione anche lui: non poteva che tentare di aprire una crepa nel muro ».
    Leonardo, tu questo lo pubblicavi nel 1971 – e certo l’avevi scritto prima. L’avevi scritto, forse, gli stessi giorni della strage di piazza Fontana. Tre anni prima della strage di piazza della Loggia. Tre anni prima della strage dell’Italicus. Quattro anni prima dell’omicidio Pasolini. Sette anni prima del rapimento Moro. Nove anni prima della strage della stazione di Bologna. E potrei continuare. E potrei allargare il quadro. Potrei estendere la pestilenza della detenzione a tutto il mondo come oggi lo conosciamo. Un mondo che risponde perfettamente alla logica di un titolo pirandelliano, Così è, se vi pare, e che non risponde a nessun’altra logica.

    ha scritto il 

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