Il deserto dei tartari

Di

Editore: Oscar Mondadori

4.2
(10007)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 263 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Chi tradizionale , Francese , Inglese , Spagnolo , Catalano , Chi semplificata , Tedesco , Rumeno , Esperanto

Isbn-10: A000046314 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Tascabile economico , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Filosofia

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Descrizione del libro
"la magia costituisce il lievito delle pagine migliori di Buzzati e restituisce il suono più vero della scoperta." Così scrive Alberico Sala presentando il romanzo Il deserto dei tartari, il più famoso romanzo di Buzzati. Il tema della vita come rinunzia è tipica dell'arte dello scrittore veneto-milanese che, senza mai perdere di vista l'elemento reale, in questo suo romanzo ricrea il clima rarefatto dell'allegoria. Giovanni Drogo, tenente di prima nomina destinato a Forte Bastiani, si avvia alla meta con l'indefinibile presentimento che qualcosa nella sua vita stia portando a una totale sulitudine. La fortezza, enorme,gialla, situata ai limiti del deserto, una volta regno dei mitici nemici, i Tartari, lo accoglie con la sua maestosa imponenza. Il tenete Drogo viene contaminato da quel clima eroico di avidità di gloria, che sembra pietrificare, in un'attesa perenne, ufficiali e soldati. Tutti aspettano i nemici, che verranno dal Nord. Col passare degli anni il tenente Drogo "sente il battito del tempo scandire avidamente la vita2, finchè la speranza verrà stroncata dall'estrema rinunzia: la morte che la dignità del soldato trasfigura in solitaria vittoria.
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  • 4

    Immagino che sia stato uno studente ad appuntare questa frase in cima al primo capitolo dell'edizione che ho preso in prestito: «Metafora delle angosce e delle speranze della vita che non si avverano ...continua

    Immagino che sia stato uno studente ad appuntare questa frase in cima al primo capitolo dell'edizione che ho preso in prestito: «Metafora delle angosce e delle speranze della vita che non si avverano mai». Ringrazio di non aver mai studiato Buzzati a scuola: mi sembra proprio il tipo di libro che bisognerebbe leggere da adulti e che da adolescenti si rischi di bollarlo come noioso cautionary tale.
    L'ambientazione («atemporale e aspaziale» proseguono gli appunti, «un luogo fuori dal mondo dove noi in qualche modo siamo proiettati») e la scarsità di eventi sono una tela vuota che ognuno può dipingere con le angosce del momento. Per me, a ventisei anni, la Fortezza Bastiani e il deserto dei Tartari rappresentano l'illusione che se tutto rimane uguale il tempo non sta scorrendo davvero, che aspettare non è un male e che le occasioni non mancheranno.
    Non facciamo come Giovanni Drogo, riscuotiamoci e diamoci una mossa.

    Note a margine:
    - L'inizio è particolarmente gustoso se riletto dopo aver finito il libro: «Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione».
    - I primi capitoli mi hanno ricordato due dei miei racconti preferiti di Buzzati, I sette messaggeri e Sette piani. Il deserto dei Tartari invece ha preso decisamente un'altra piega.
    - Per un romanzo sull'attesa di qualcosa che non sembra arrivare mai, è ironico che Buzzati non abbia saputo aspettare per la pubblicazione del libro: «Mi ero, sempre, reso conto benissimo che, se fossi stato artisticamente onesto fino in fondo, avrei dovuto continuare a scrivere quel libro per tutta la mia vita, o per lo meno fino all'avanzata maturità, quasi che si trattasse di una specie di autobiografia. Capivo anche che la tensione narrativa, verso la metà, calava alquanto, che certi passaggi erano un po' forzati, insomma una rielaborazione sarebbe stata molto utile. Ma c'era la richiesta di Longanesi, la stesura era fatta, ero giovane e abbastanza ambizioso. Insomma non sono stato capace di aspettare, di avere pazienza. E il romanzo venne varato».

    ha scritto il 

  • 5

    Il Tempo è un idolo cattivo

    Maledetta sia la scuola
    e le malelingue che tramanda!

    Mi sono sempre tenuto a debita distanza dal "deserto dei Tartari" per il terrore di vagarci dentro per anni, secoli e millenni, stremato e sfiduci ...continua

    Maledetta sia la scuola
    e le malelingue che tramanda!

    Mi sono sempre tenuto a debita distanza dal "deserto dei Tartari" per il terrore di vagarci dentro per anni, secoli e millenni, stremato e sfiduciato, senza mai trovarvi uscita e fine!
    - le leggende che correvano intorno alla fama di questo romanzo, erano alla stregua fantozziana dell'armata Kotiomkin; "tre ore, diciotto bobine".

    In realtà, ed io l'ho visto sul serio, "la corazzata Potemkin" dura poco meno di settanta minuti, e (faticherete a crederlo, me lo sento, lo so, ma ve lo giuro) è pure un bel film!

    Così come questo deserto dei Tartari, che, all'acquisto, mi è toccato constatato essere un libro di poco più duecento pagine (e non il monolitico mattone che credevo), leggero, dolce dolce e fragile.
    L'ho letto con gusto, l'ho letto con gli occhi lucidi, come quelli di Emma Stone alla fine di Birdman, l'ho letto con una gioia e una melancolia che difficilmente ho trovato in altri libri.
    È una storia magnifica - ma come, non succede niente! - ma è vero?
    Ho una predilezione, da sempre, per quella che i grandi storici, spocchiosi maledetti, definiscono come "storia pidocchiale": la cenere dei tempi sulla quale poggiano i lari, ferrose costruzioni di gloria: il legno dimenticato. E la storia "comune" si riflette nel brulicante cosmo della fortezza Bastiani, nel suo logorare il tempo e la giovinezza di chi ci vive; è l'indifferenza della Storia (quella dei grandi eventi), che dimentica i suoi figli e non dà loro nemmeno la consolazione del ricordo.
    Il racconto ti abbraccia come rumore bianco, come una interferenza televisiva - quelle interferenze da tubo catodico -, un brusìo di sottofondo, che se lo ascolti bene bene ha nelle sue macchie e nelle sue saette grigie e nere, l'immensità e l'imperscrutabilità dell'infinito.
    Buzzati è geniale e dolce, fatale ma mai patetico, culla verso la paura con un desolante ottimismo.
    Angustina, Ortiz, Tronk, il capitano Matti, Simeoni, fin al tenente Moro, comparsata vaga, sono personaggi che vedrete arrivare e scomparire, riapparire appena appena, sopra la superficie, a pelo d'acqua, per poi immergersi nell'oblio, tutt'intorno agli occhi di Drogo, piantati sulle nebbie del deserto, aspettando i Tartari, per darsi un senso. Ed ogni personaggio, a suo modo, cercherà di darsi un senso, di spiegarsi per quale motivo lì si trovi, e si domanderà come far si che non sia sprecata, che valga qualche cosa, quell'attesa, quel silenzio, quel niente...
    È il buzzantiano per eccellenza, vita e morte nelle pieghe del tempo - ci esce una fragilità umana che spaventa e ferisce, perchè a chiunque appartiene.

    Rimane nella mia classifica dei migliori libri mai letti, ALMENO nei primi cinque posti.
    Fatevi spaventare, perchè è questo che nei capitoli più intensi fa, vi spaventa, riportandovi alla realtà crudele del TEMPO e dei suoi meccanismi, alla realtà crudele della vita e della sua finitezza.
    Spaventatevi, terrorizzatevi, ne varrà la pena.

    ha scritto il 

  • 4

    Dino Buzzati - Il deserto dei Tartari

    Dopo Un amore (romanzo che ho adorato e che consiglio ogni volta che me ne capita l'occasione) il secondo incontro con Buzzati è stato difficoltoso, nel senso che fino a metà questo Il deserto dei tar ...continua

    Dopo Un amore (romanzo che ho adorato e che consiglio ogni volta che me ne capita l'occasione) il secondo incontro con Buzzati è stato difficoltoso, nel senso che fino a metà questo Il deserto dei tartari non mi aveva preso, faticavo ad ingranare, leggevo qualche pagina alla sera ma non pigiavo sull'acceleratore. Chi mi conosce bene sa che il "termometro" riguardo a quanto un romanzo mi è piaciuto è inversamente proporzionale al tempo impiegato a finirlo e cioè più un romanzo mi piace meno tempo impiego a finirlo. In questo caso forse la "colpa" è stata più che altro la mancanza di tempo o più banalmente un periodo di lavoro molto serrato che mi faceva arrivare a sera stanco soprattutto mentalmente.

    Poi mi sono "sbloccato" (e un particolare ringraziamento va ad una persona che mi è sempre vicina nel bene e nel male e che sicuramente starà leggendo questo commento: grazie ancora) ed è stato come aver stappato il tappo di una bottiglia. Il romanzo ha cominciato a fluire fino allo splendido finale, amaro sì, ma perfetto sotto ogni punto di vista.

    Devo dire che Il deserto di tartari è un libro fortemente allegorico, in cui bisogna essere sicuramente in grado di andare oltre quello che si sta semplicemente leggendo. L'ambientazione mi verrebbe da dire è quasi superflua, o meglio quello che ci vuole comunicare Buzzati va oltre a mio parere il mero concetto militare. Nel senso che Giovanni Drogo è l'emblema di chi è rimasto ad aspettare tutta la vita qualcosa: può essere un lavoro, può essere un amore, può essere una persona, può essere un'occasione. Il nocciolo fondamentale è che nell'attesa non ci si accorge quasi mai che il tempo passa, non ci si rende conto che piano piano si invecchia e forse quando arriva finalmente il tanto atteso momento (perché prima o poi arriva) si è ormai vecchi e malati. Mentre si attende non ci si accorge che gli altri vanno avanti, che vanno oltre, le loro vite si evolvono, si modificano, mentre noi siamo sempre in attesa dei Tartari.

    Insomma il messaggio che mi ha trasmesso questo libro è che il futuro bisogna crearselo da sé, non bisogna aspettare che le cose arrivino ma bisogna cercarsele. Non è facile fare questo, ci vuole tanta forza di volontà, ci vuole iniziativa, non è mai semplice fare questo, ma non si può rimanere in attesa tutta la vita, o meglio l'attesa è solamente logorante, nell'attesa si diventa vecchi e malati.

    Buzzati si conferma ancora una volta uno scrittore non banale. Magari questo romanzo è meno accessibile inizialmente rispetto ad Un amore, ma una volta chiuso regala tanto materiale su cui riflettere. Il voto sarebbe quattro stelle e mezzo, giusto perché Un amore mi è piaciuto un filo di più e perché l'unico difetto di questo Il deserto dei Tartari è la difficoltà all'inizio a trovarne una chiave di lettura, ma forse ero anche io come Drogo, in attesa di un segnale, un significato per quanto stavo leggendo.

    ha scritto il 

  • 5

    Un popolare proverbio cita: "chi di speranza vive, disperato muore". Il romanzo di Buzzati fa di questa massima un meraviglioso romanzo. Lo si può definire uno schiaffo in pieno viso, una indefinibile ...continua

    Un popolare proverbio cita: "chi di speranza vive, disperato muore". Il romanzo di Buzzati fa di questa massima un meraviglioso romanzo. Lo si può definire uno schiaffo in pieno viso, una indefinibile verità, il consumare tutta una vita aspettando qualcosa di molto incerto. Il romanzo scorre molto velocemente e tiene incollato il lettore, che attende il riscatto finale. Stupendo.

    ha scritto il 

  • 4

    La nostra prigione

    Ci illudiamo che un giorno faremo una vita diversa in un posto diverso e forse anche con un corpo diverso e soprattutto in un luogo lontano e migliore. E aspettiamo. Il tempo ci scorre addosso e non c ...continua

    Ci illudiamo che un giorno faremo una vita diversa in un posto diverso e forse anche con un corpo diverso e soprattutto in un luogo lontano e migliore. E aspettiamo. Il tempo ci scorre addosso e non ce ne accorgiamo. La nostra mente resta la stessa e i nostri occhi vedono passare tempeste di neve, di sabbia, nebbia che ci avvolge, soli che ci scottano e il nostro corpo che poi si ritrova sempre nello stesso punto. Ci svegliamo e ci chiediamo cosa ci facciamo ancora qui: domani andiamo via. Domani siamo sicuri che qualcosa o qualcuno ci porterà via dal nostro luogo di dolore. Stiamo aspettando che qualcuno lo faccia. Stiamo ancora aspettando che qualcuno venga a salvarci e domani è già il nostro funerale. Il vento soffia forte sulla fronte di Giovanni Drogo. Un libro e un personaggio che letti ora mi fanno pensare ad un fumetto antico ritrovato in soffitta, tra la polvere della fortezza da cui non riusciamo ad allontanarci.

    ha scritto il 

  • 5

    Autore: italiano (1906-1972). Romanzo.

    Il mio medico (che era anche un amico) diceva che leggevo troppo.
    Avevo 16 anni, un cervello curioso, un amore con il quale condividere. Chi se ne fregava del do ...continua

    Autore: italiano (1906-1972). Romanzo.

    Il mio medico (che era anche un amico) diceva che leggevo troppo.
    Avevo 16 anni, un cervello curioso, un amore con il quale condividere. Chi se ne fregava del dottore.
    Non so perché questo romanzo mi fosse piaciuto tanto a quell’età.
    Certo non potevo riconoscermi nel Drogo malato, ma forse nel giovane che con il suo cavallo deve raggiungere la Fortezza per la prima volta.
    La curiosità di provarsi in una nuova vita e forse, chissà, in qualche battaglia.
    Anche l’ambientazione fuori dal tempo e direi anche dallo spazio giocò a favore.
    E altre letture inappropriate come Sartre e certo teatro.
    Non avendo tastiere a disposizione, la ribellione passava dai libri.

    Rileggendolo negli anni scopro che mi ha seguito. C’è un Drogo della gioventù, uno della maturità e uno della vecchiaia.
    L’imponderabile ragnatela che l’attesa tesse intorno agli uomini della fortezza.
    La Fortezza stessa che diventa a poco a poco rifugio.
    La vita degli altri vista con distacco, legami che il tempo ha disciolto.
    La vanità dei sogni giovanili e la semplicità del reale.
    Le grandi aspettative di potersi misurare con avvenimenti eccezionali sono sfumate e si sono lasciate indietro anche le vite comuni del fratello, degli amici, con le loro famiglie, il lavoro, i figli.
    La prova che finalmente arriva insieme ai famosi Tartari, non sarà quella alla quale è destinato Giovanni Drogo.
    La vita, comunque la si sia vissuta, ha in serbo una prova finale alla quale ci si arriva da soli.

    Il tema dell’attesa di ciò che può metterci alla prova o svelarci i segreti della vita è un tema affascinante: da Moby-dick a certi romanzi di Perutz o Holenia, da Don Chisciotte a Bartleby.

    PS. allego un commento che ho trovato qui e che non posso ignorare.

    Dedicato a coloro che non sanno essere felici,
    a coloro che amano attendere,
    a coloro che pensano che domani succederà qualcosa di più interessante e promettente di oggi,
    a coloro che attendono una grande occasione (consapevoli forse che non arriverà mai),
    a coloro che non sanno trasformare la propria vita in una grande occasione,
    a coloro che non comprenderanno mai che non esiste una grande occasione,
    a coloro che devono forzare l'orizzonte pur di vivere un po',
    ecco a tutti questi e a molti altri loro simili, auguro di innamorarsi di questo (notate bene le virgolette) "capolavoro", dal quale attingeranno fiducia e motivazioni per continuare la loro attesa e fare della loro vita un elogio alla mediocrità.

    Qui abbiamo un soddisfatto che vive velocemente, che nel domani non spera molto, che sa cogliere l’occasione anche se non si fa molte fantasie sulla sua effettiva esistenza, che manco ci pensa a spostare un po’ l’orizzonte e che ha deciso che l’amore per questo libro e la mediocrità vanno a braccetto.

    Adesso la smetto perché mi suonano alla porta. E fortunatamente so chi è.

    ulteriore rilettura 03.12.2016

    ha scritto il 

  • 5

    INFINITO E FINITO

    al primo tentativo, quasi quaranta anni fa, ho abortito la lettura considerandolo un mattone pesante e lento. Leggevo con gli occhi ma non con la mente. L'ago si è spostato. Adesso la mente ha più spa ...continua

    al primo tentativo, quasi quaranta anni fa, ho abortito la lettura considerandolo un mattone pesante e lento. Leggevo con gli occhi ma non con la mente. L'ago si è spostato. Adesso la mente ha più spazio. Ha più materiale su cui elaborare ed intrecciare trame, reali o metaforiche. Ha rimpianti da digerire e speranze da realizzare. Oppure speranze alle spalle. Ho pianto alla fine delle pagine. Emozione deve trasmettere un libro. Emozione grande ha trasmesso.

    ha scritto il 

  • 0

    Questo romanzo lascia il segno. Metaforico, surreale, paradossale, onirico ci proietta nelle sembianze di Giovanni Drogo all'interno della meccanica del destino dell'uomo. Le aspettative di una vita c ...continua

    Questo romanzo lascia il segno. Metaforico, surreale, paradossale, onirico ci proietta nelle sembianze di Giovanni Drogo all'interno della meccanica del destino dell'uomo. Le aspettative di una vita che non si concretizza mai veramente in un progetto tangibile. Il tempo scorre, la mente lungimirante cova le speranze di una svolta decisiva che dia un senso alla nostra presenza a questo mondo. Una contemplazione infinita e irrisolvibile che imprigiona l'uomo all'interno di una staticità che diventa stallo, attesa eterna. La fine non può che essere drammatica, almeno quella deve riscattare l'uomo, Giovanni Drogo, dalla beffa di percepire l'ombra dell'esistenza e non l'esistenza vera. Ma il riscatto è anch'esso nullo in quanto il nulla è il buio di noi che rimane.

    ha scritto il 

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