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Il figlio

Di

3.8
(25)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 192 | Formato: Altri

Isbn-10: 8861922317 | Isbn-13: 9788861922310 | Data di pubblicazione: 

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Descrizione del libro
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  • 4

    Lion ha ventun’anni, e viene stroncato all’improvviso da una meningite fulminante. È una mattina d’autunno come le altre: la mamma a casa che lo cura, pensando sia una semplice influenza, il papà in giro a fare spese. Poi la febbre che si alza, il corpo che si riempie di strane macchie, la corsa ...continua

    Lion ha ventun’anni, e viene stroncato all’improvviso da una meningite fulminante. È una mattina d’autunno come le altre: la mamma a casa che lo cura, pensando sia una semplice influenza, il papà in giro a fare spese. Poi la febbre che si alza, il corpo che si riempie di strane macchie, la corsa in ospedale, un ultimo straziante sguardo. Michel Rostain, con una prosa delicata e solerte, ci accompagna nello spazio del dolore assoluto e senza scampo, nel deserto del distacco più brutale e inaccettabile, quello del padre dal figlio. E scardinando i canoni del genere del compianto funebre classico, lo fa dando voce al figlio defunto. Da un luogo non identificato Lion intesse un dialogo dolce e impossibile col padre, dal linguaggio leggero e dal piglio informale dell’adolescenza. Ripercorre gli eventi anteriori alla malattia, quelli terribili della morte, e descrive il tentativo sofferto e vano di dare una giustificazione e un senso a una tragedia che non può averne. Vincitore del premio Goncourt 2011.

    ha scritto il 

  • 3

    Viva la vita.

    Cercare ancora delle parole
    che dicano qualcosa
    là dove si cercano le persone
    che non dicono più nulla

    Trovare ancora delle parole
    che sappiano dire qualche cosa
    là dove si trovano le persone
    che non possono più parlare
    (Erich Fried)

    ha scritto il 

  • 4

    Si può raccontare la scomparsa di un figlio e farlo con delicatezza e inaspettata ironia, unico modo forse per non cadere nella disperazione? Si. Fino ad arrivare a capire che si può vivere con il dolore, che è, insieme al ricordo, ciò che rimane della persona perduta.

    ha scritto il 

  • 3

    Tra gli psicologi odierni va tanto di moda parlare di “elaborazione del lutto”: diffido accuratamente di utilizzare questa espressione perché non credo possibile che esista un modo che permetta di superare in fretta l’improvvisa scomparsa di una persona, ma di certo la scrittura solleva – in ques ...continua

    Tra gli psicologi odierni va tanto di moda parlare di “elaborazione del lutto”: diffido accuratamente di utilizzare questa espressione perché non credo possibile che esista un modo che permetta di superare in fretta l’improvvisa scomparsa di una persona, ma di certo la scrittura solleva – in questi casi- dal peso di una confessione altrimenti taciuta.

    Michel Rostain, famoso regista teatrale ed operistico, decide così di narrare le dodici ore finali della vita del figlio ventunenne. Nel fare ciò, adotta un punto di vista particolare: quello del figlio. Immagina che a parlare sia proprio Lion e che egli sia capace di vedere tutto lo svolgersi delle cose e di rivivere quegli ultimi fatali momenti. Questa scelta, a prima vista bizzarra, è in realtà il tratto caratterizzante del libro: è Lion, dall’esterno, che riesce a trovare un’ironia che il padre, distrutto dal dolore, difficilmente avrebbe saputo tirar fuori. E’ ancora lui che parla di sé, che parla dei suoi genitori: è come se il padre (da abile direttore teatrale) avesse deciso di mettersi da parte, di far parlare il figlio facendolo divenire, in questo modo, unico vero protagonista della vicenda.

    Un libro che rimarca la brutalità della morte, che non cerca di dirci che è facile convivere con una mancanza, ma che ce ne sputa in faccia gli aspetti più tristi.

    Ci dice che sta a noi sopravvivere: siamo noi a dover rincorrere, tra le casualità della vita, indizi che ci parlino e che ci ricordino la presenza di coloro che non sono più.

    http://corrispondenzerecensioni.wordpress.com/2012/01/12/il-figlio-m-rostain/

    ha scritto il 

  • 0

    PRIME 22 PAGINE

    http://www.10righedailibri.it/prime-pagine/figlio
    Papà fa delle scoperte. Per esempio, non far passare una giornata senza piangere per cinque minuti, o tre volte per dieci minuti, oppure un’ora intera. È tutto nuovo. Le lacrime si fermano, ricominciano, si fermano ancora, e poi ritornano, e ...continua

    http://www.10righedailibri.it/prime-pagine/figlio
    Papà fa delle scoperte. Per esempio, non far passare una giornata senza piangere per cinque minuti, o tre volte per dieci minuti, oppure un’ora intera. È tutto nuovo. Le lacrime si fermano, ricominciano, si fermano ancora, e poi ritornano, e così via. Una grande varietà di singhiozzi, ma mai una giornata senza. Tutto questo dà alla vita una struttura diversa. Ci sono lacrime improvvise: un gesto, una parola, un’immagine, ed eccole che zampillano.

    ha scritto il 

  • 4

    Recensione "Il Figlio" di Michel Rostain

    Pubblicata da Tecla Malizia


    Cari lettori, è una penna particolare quella di Michel Rostain, una di quelle che segnano non poco il lettore, perché sanno accarezzare, graffiare e rasserenare la coscienza. Narrare un dolore così lacerante quale quello vissuto per la morte di un figlio richie ...continua

    Pubblicata da Tecla Malizia

    Cari lettori, è una penna particolare quella di Michel Rostain, una di quelle che segnano non poco il lettore, perché sanno accarezzare, graffiare e rasserenare la coscienza. Narrare un dolore così lacerante quale quello vissuto per la morte di un figlio richiede grande capacità comunicativa e Rostain, in questo suo prezioso lavoro, ne dà grande prova.
    Titolo: Il Figlio
    Autore: Michel Rostain
    Editore: Elliot
    Collana: Scatti
    Pagine: 160
    Euro: 15,00 Trama:In questa opera l’autore dialoga con il figlio Lion, morto a ventun anni per una meningite fulminante, trascinandoci nel racconto di un dolore inconcepibile narrato con infinito pudore, eleganza e, non ultimo, un sottile senso dello humour. Ci accompagna la voce benevola di Lion che, mentre assiste al dolore dei genitori, fa riaffiorare i ricordi della vita passata, cercando di incoraggiarli nell’affrontare la vita che li attende. Ex anarchico, ex sessantottino, rigorosamente ateo, Michel Rostain lascia aperti tutti gli interrogativi che appartengono alla morte, riuscendo mirabilmente a mantenere l’equilibrio tra descrivere il più grande dolore che sia dato di provare agli uomini, la perdita di un figlio, e la consapevolezza di consegnare la propria esperienza ai lettori tramite un romanzo privo di retorica o compiacimento ma pieno d’amore per la vita.
    RECENSIONE
    “Il tempo della morte è terribilmente narrabile” e Rostain lasciano la narrazione alla voce del figlio Lion, morto a 21 anni di meningite, in un tempo letterario che, come il pendolo di un orologio, oscilla avanti e indietro rispetto al momento in cui tutto si spegne. Si snodano i ricordi, le aspettative mancate, i rimpianti e la voglia di continuare a vivere anche il momento del dolore, perché è prezioso, perché il dolore non si arrende all’oblio.
    “Papà non sopporta niente che lo distragga dal suo sconforto. […] L’unica cosa alla quale aspira è questa attualità intima, la sofferenza che la morte provoca in lui. Ne avrà un po’ con questo presente. Vuole viverlo in modo totale, come con purezza. Allora lo coltiva. Si ritira”.
    Il padre si immerge nella vita del figlio, nei giorni prima della morte, spiandolo, evocandone le sensazioni, i palpiti, gli sconforti. Come ad invocarne la presenza. Rivede gli eventi che lo hanno tenuto lontano dal figlio agonizzante, li snocciola, cerca di capire. Assapora poi quei ricordi che raffigurano una famiglia unita, vicina nelle intenzioni anche se non sempre negli interessi. Avrebbero voluto che Lion studiasse musica, che seguisse le orme dei suoi genitori, entrambi registi di teatro e di opera, ma non hanno mai insistito per non piegare alle loro aspettaive la sua volontà.
    E i riferimenti alla musica, all’opera, impreziosiscono una prosa placida richiamando quei grandi drammi così simili a quello dei nostri personaggi mentre il metronomo segna il tempo del respiro febbricitante di Lion. Ma non c’è solo dolore tra le pagine di questo libro. C’è pudicizia, delicatezza, genio e quel briciolo di ironia che sta alle cose della vita come a quelle della morte. “Panico, ma poi risate” quando nel salire sull’aereo che avrebbe portato “la spedizione turistico-funeraria” alle pendici di un vulcano Islandese per spargervi le ceneri del figlio, birichinamente trafugate dopo la cerimonia di cremazione, si domandano: "E se al controllo bagagli ci chiedono che cos’è quella strana polvere biancastra nella borsa?"
    Insomma, questo è uno di quei libri che, una volta terminato di leggere, ci stringiamo al petto, incrociando le mani sul cuore. L’opera prima autobiografica di Rostain è stata insignita del premio Goncourt 2011. Best seller in Francia, si annuncia come un caso letterario anche in Italia.
    L'AUTORE: Michel Rostain, Nato nel 1942, vive ad Arles. E’ regista teatrale ed operistico ed ha diretto per 13 anni il Theatre de Cornouaille a Quimper. Dalla sua tragica esperienza personale nasce questo libro di immenso valore artistico.

    ha scritto il 

  • 5

    La perdita di un figlio è una delle esperienze più dure che possano capitare a un essere umano. Un dolore impossibile da metabolizzare e che sembra sfidare una legge di natura.
    Con lucidità e grandissima delicatezza Michel Rostain prova a scandagliare questo dolore, a raccontarlo dall’inter ...continua

    La perdita di un figlio è una delle esperienze più dure che possano capitare a un essere umano. Un dolore impossibile da metabolizzare e che sembra sfidare una legge di natura.
    Con lucidità e grandissima delicatezza Michel Rostain prova a scandagliare questo dolore, a raccontarlo dall’interno, a condividerlo e, se possibile, a dargli un senso.
    Voce narrante è Lion, un ragazzo di appena vent’anni ucciso da una meningite fulminante. Da una dimensione altra che non ha alcuna pretesa di religiosità né intende tingersi di soprannaturale, il suo racconto si libra facendoci ripercorrere le vicissitudini che precedono e seguono la sua prematura scomparsa.
    Non c’è rabbia per una sorte beffarda e nemmeno rimpianto nelle parole di Lion. Il suo sguardo è concentrato sulla famiglia, soprattutto sul padre con cui comincia a dialogare pur non potendo essere udito né ricevere risposta.
    Un dialogo intriso di amore e ironia, che ci fa piangere e sorridere allo stesso tempo, e che pur rinunciando a una funzione consolatoria prova a suggerirci una via per imparare a convivere con il vuoto lasciato dalla morte.
    Penetriamo così nell’intimità di una famiglia devastata accompagnandola nelle varie fasi che caratterizzano il lutto e la sua elaborazione.
    Al principio ci sono le lacrime, l’incapacità di rassegnarsi alla perdita che il padre di Lion esprime attraverso una ricerca spasmodica di qualsiasi traccia del figlio. Cataloga morbosamente le sue foto, ne annusa gli abiti, riavvolge ininterrottamente il nastro dei ricordi rivivendo più e più volte gli ultimi giorni trascorsi insieme, maledicendosi per aver perso minuti preziosi in coda al supermercato.
    Poi arriva l’impatto con l’aspetto più cinico della realtà: la necessità di organizzare il funerale, l’obbligo di decidere rapidamente se inumare o cremare il cadavere, la scelta degli ultimi abiti da fargli indossare. Quasi un affronto alla sacralità del dolore eppure un passo necessario da compiere per metabolizzarlo e ristabilire un contatto con la vita.
    Infine giunge la parte più difficile, quella in cui l’istinto di sopravvivenza impone la ricerca di una via da seguire per imparare a convivere con l’assenza.
    Progressivamente la storia personale di Lion si dilata assumendo un carattere di universalità. Pagina dopo pagina, scopriamo che i sentimenti espressi e gli interrogativi sollevati accomunano l’intera umanità.
    Un percorso difficile quanto condivisibile quello tratteggiato dall’autore che con grandissima efficacia riesce a dar voce alle nostre paure più intime, a farci approcciare al mistero della morte non rinunciando alla speranza e consentendoci, nonostante tutto, di scorgere la bellezza della vita.
    http://strepitesti.blogspot.com/2011/11/il-figlio.html

    ha scritto il 

  • 4

    Questo libro ha preso il premio goncourt. In Italia non sarebbe MAI successa una cosa del genere. Solo questo gli varrebbe il massimo. Scritto con una sintesi e una musica tali, che non ti stupisce sapere che l'autore dirige l'orchestra, di mestiere.
    Il figlio muore inaspettatamente, è indi ...continua

    Questo libro ha preso il premio goncourt. In Italia non sarebbe MAI successa una cosa del genere. Solo questo gli varrebbe il massimo. Scritto con una sintesi e una musica tali, che non ti stupisce sapere che l'autore dirige l'orchestra, di mestiere.
    Il figlio muore inaspettatamente, è indicibile, ma viene raccontato bene, lucido nell'offuscatezza, diretto, perfino ironico. Ma l'autore conclude dicendo: è possibile vivere, anche dopo ciò. Ecco: io non sono daccordo con questa definizione. E' un danno troppo onnipresente, troppo mescolato con il sangue e la carne, per permetterti questa parola enorme: vita. No. Si sopravvive. Questo è il punto.

    ha scritto il 

  • 4

    Ci vuole molto coraggio...

    Per scrivere un libro come questo. Per leggere un libro come questo. Ma in entrambi i casi, ne vale la pena.
    Quanto coraggio deve avere un genitore, un padre, per raccontare il calvario della morte del proprio figlio, stroncato nel giro di dodici ore da un letale e inesorabile bacillo del m ...continua

    Per scrivere un libro come questo. Per leggere un libro come questo. Ma in entrambi i casi, ne vale la pena.
    Quanto coraggio deve avere un genitore, un padre, per raccontare il calvario della morte del proprio figlio, stroncato nel giro di dodici ore da un letale e inesorabile bacillo del meningococco a soli 21 anni di età? Tanto, davvero molto. A nemmeno dieci anni dalla shoccante e brutale scomparsa dell'amatissimo Lion, figlio unico normalmente legato ai suoi genitori e in procinto di avviarsi verso un'altrettanto normale esistenza fatta di sogni e paure, di imprese e di avventura, di successi e delusioni, che non potrà realizzare tutto questo perchè la sua vita scompare in una manciata di ore, l'autore del libro, il bretone Michel Rostain riesce ad assemblare un romanzo che scorre come un normale libro di narrativa, ma che è una raccolta di immagini, di istantanee letterarie, separate da spazi bianchi così palesemente simili a singhiozzi, a brevi crisi di pianto. Quel pianto lucido, dignitoso, irrefrenabile che attraversa, come una corrente purificatrice, tutto il volume. Rostain è un intellettuale progressista, libero, estremamente colto e avido di teatro, di rappresentazione, alla ricerca di equilibri e di bellezza, che ama corrisposto gli altri due componenti della sua famiglia, la dolce moglie Martine, sparuta compagna di tragedia, e appunto il figlio Lion, fulcro vitale e luminoso del libro. L'intero racconto è narrato da Lion, quasi fantasmatica presenza che dall'esterno analizza e studia gli eventi, ironizza con affettuosa partecipazione di fronte ai primi incerti passi dei suoi genitori nelle giornate della loro nuova vita, dopo il lutto, esamina le loro debolezze, le inevitabili scivolate nell'irrazionale, la ricerca di spiegazioni e appigli per curare il male tremendo che brucia nella loro anima. Questa è senz'altro l'idea più geniale del libro: il fatto stesso di dare nuova vita a questo invisibile osservatore, oggetto di amore e di disperazione, ma ancora presente a sorreggere con il suo pensiero tutt'altro che dissolto il dolore dei suoi cari, con la sua pacata e carezzevole capacità di osservazione, senza mai commettere l'errore di attribuire soggettività al narratore incorporeo (l'autore non è certo di poter credere ad una vita dopo la morte, quindi l'io narrante, consegnato al defunto Lion è un espediente letterario e un atto di devozione, ma non il cedimento ad una fede non posseduta o comunque un tributo all'illusione di verosimiglianza), tutto ciò aiuta a stabilire un legame tra questo microcosmo familiare devastato e il lettore, presenza che risulterebbe altrimenti estranea. Lion, figlio morto e narratore, è insomma il trait d'union tra il nucleo familiare intimo dell'autore e il lettore, il quale non si sente così osservatore indiscreto e morboso della sofferenza e della tragedia altrui, ma si identifica con la cerchia di amici e conoscenti invitati a condividere lo strazio, il vuoto, ma anche la rinascita, la costruzione, istante dopo istante, di una nuova esistenza precaria e tentennante, un impasto di ricordo, devozione e progressivo allontanamento dalla persona amata e perduta. Insomma, ci vuole coraggio anche a leggere queste pagine, ma la forza intensa che trapela dalle tante liriche immagini narrate offre a tutti un dignitoso e forte incoraggiamento ad affrontare l'ineluttabile destino di tutti.
    Al pari di altre opera di simile coraggio, una lettura importante, non facile, ma in qualche modo terapeutica anche per chi ha la fortuna di non aver avuto il cammino sbarrato da un simile ostacolo.

    ha scritto il