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Il fu Mattia Pascal

Di

Editore: La Spiga-Meravigli

4.1
(17837)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 256 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Chi tradizionale , Francese , Tedesco , Sloveno , Ungherese , Portoghese

Isbn-10: 8871007492 | Isbn-13: 9788871007496 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Tascabile economico , Cofanetto , eBook

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Philosophy

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Descrizione del libro
Siamo a Miragno, sulla riviera ligure, nei primi del Novecento. Mattia Pascal trascina la sua opaca esistenza tra un matrimonio sbagliato e un lavoro del tutto privo di soddisfazioni. Il caso, però, cambia la sua vita. A Montecarlo vince una grossa somma di denaro, ma sul treno che lo riporta a casa apprende la notizia del suo decesso: al suo paese egli viene riconosciuto nel cadavere di un uomo trovato in una roggia. Mattia Pascal decide così di approfittare dell'occasione unica offertagli dal destino: diventa Adriano Meis e tenta di ricominciare una vita migliore.
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  • 3

    Ho appena terminato questo classico italiano del grande Pirandello che mi è stato consigliato dalla mia professoressa di italiano come lettura estiva. Premettendo che io e i classici abbiamo sempre av ...continua

    Ho appena terminato questo classico italiano del grande Pirandello che mi è stato consigliato dalla mia professoressa di italiano come lettura estiva. Premettendo che io e i classici abbiamo sempre avuto un rapporto abbastanza difficile, devo ammettere che la lettura de "Il fu Mattia Pascal" non mi è dispiaciuta particolarmente.
    La storia è singolare: un giovane (almeno cosí si dice: in realtà non ho ben capito che cosa si intenda per "giovane". Dalla descrizione di Pirandello a me sembra già un quarantenne) pieno di debiti che, sentendosi "in gabbia" a causa di una donna che non ama e una suocera odiosa, decide un giorno di andare a fare un piccolo viaggio. Al ritorno da questo viaggio, però, scopre di essere "morto". Detta così, mi rendo conto che sembra una storia che non ha nessun senso: sta a voi leggerla per capire.

    Ho trovato l'inizio e la fine del libro abbastanza scorrevoli (per quanto un classico può esserlo), a volte divertenti. Mi ha quasi annoiata, per così dire, nel bel mezzo della storia, dove sono accadute tante cose, ma sono state descritte quasi pesantemente, tanto da darmi una sensazione di lentezza.

    **SPOILER**
    La fine l'ho trovata triste, davvero! Mi aspettavo un lieto fine (un ritorno da Adriana o qualcosa del genere) e invece lui si ritrova a casa della "cara" zia Scolastica e in compagnia di un prete.

    Diciamo che dietro a tutto ciò c'é l'insegnamento: vivere una seconda vita senza nessun tipo di obbligo e problema è IMPOSSIBILE.
    **FINE SPOILER**

    Se lo consiglio? Si, ne vale assolutamente la pena. È un classico importante e non noioso.

    ha scritto il 

  • 5

    vivo alla morte, ma morto alla vita

    splendido. ha richiesto una ventina di pagine per ingranare davvero ma, quando lo ha fatto, non solo ho trovato piacevole e scorrevole lo stile di Pirandello ma anche la storia si è fatta molto gradev ...continua

    splendido. ha richiesto una ventina di pagine per ingranare davvero ma, quando lo ha fatto, non solo ho trovato piacevole e scorrevole lo stile di Pirandello ma anche la storia si è fatta molto gradevole e -soprattutto!- coinvolgente. il nostro Mattia Pascal, quest'uomo che ne vive un'infinità in più di una vita, è un uomo che il lettore finisce con adorare, nelle sue paure, nelle sue angosce, ride con lui e ci scherza, accetta o meno le sue scelte e segue le sue vicende, pagina dopo pagina, ad esse completamente incollato. insomma, un appassionante viaggio all'interno della psiche umana e all'interno delle sue ombre più fitte: imprescindibile.

    ha scritto il 

  • 4

    «La certezza che questi altri avevano fin da jeri della mia morte era su me come una insopportabile sopraffazione, permanente, schiacciante...»

    Come ogni maturando che si rispetti («Individuo appartenente alla specie homo sapiens di età compresa tra i diciotto e i diciannove anni, subordinato alle arbitrarie bizze di una razza dominante detta ...continua

    Come ogni maturando che si rispetti («Individuo appartenente alla specie homo sapiens di età compresa tra i diciotto e i diciannove anni, subordinato alle arbitrarie bizze di una razza dominante detta "corpo docente"; la sua peculiarità risiede nel fatto che, in accordo con le teorie bergsoniane e con i risvolti più oscuri della relatività einsteiniana, probabilmente ibridati con i più reconditi e sadici corollari della legge di Murphy, per il tapino maturando tempo scorre diversamente: in breve, non ne ha neppure per respirare» -così si legge nel Glossario dello scolaro); come ogni maturando, dicevo, ho dedicato le notti del mese di maggio alla redazione della mia tesina. Il metodo che ho adottato per scegliere gli argomenti è stato semplice: ho scelto le materie che mi piacciono di più e ho seguito lo stesso criterio per gli specifici moduli, poi mi sono messa alla ricerca del legame che li univa e, una volta trovatolo, ho avuto la mia mappa. Ecco, una delle prime voci comparse su questa mia lista è stata proprio la dicitura Pirandello, con aggiunto, tra parentesi, un timido possibilmente la buon'anima del bibliotecario.
    E sì, infine il mio progetto si è realizzato e io ho avuto la fortuna di unire piacere e dovere e rileggermi con bell'agio questo Fu Mattia Pascal senza dovermi rimproverare di togliere tempo allo studio. Così nella tesina ho potuto sproloquiare a piacere (sotto il beffardo titolo di "Chi non muore si rivede": dovevo pur introdurre il motivo dell'umorismo) della tappa che questo romanzo rappresenta nella poetica pirandelliana, come essa viene espressa, quale sarà il passo successivo e di innumerevoli altre cose per me sempre interessantissime ma più marcatamente accademiche. In questo recensione, invece, voglio fare quello che nelle mie recensioni faccio sempre: voglio cosa è stato questo libro per me e per me soltanto, lasciando stare il vitalismo, la trappola, la lanterninosofia, o meglio reinterpretandoli su misura per una lettura che si proponeva, oltre ai fini didattici, anche quelli propri di una degustazione dell'opera che sia individuale, solitaria, indipendente e deliziosamente soggettiva.

    Il drammaturgo girgentino dal puntuto pizzetto bianco è sempre stato uno dei miei pilastri letterari, e con "sempre" intendo proprio dal principio, quando ero ancora una bambinetta imberbe e il mio numero di libri letti non superava la cinquantina, compreso Geronimo Stilton. Se adesso dovessi cercare di mettere nero su bianco quel che ci capii alla mia prima lettura il risultato sarebbe una parola di cinque lettere che comincia con n e finisce con a, ma non importa, perché, anche se avevo solo undici anni e mi pareva di leggere un'altra lingua, anche così questo libro mi lasciò qualcosa. Ora, a distanza di anni, a colpirmi è soprattutto la forte umanità di Pascal, un'umanità che è in primis debolezza; un'umanità che non si desume da caratteristiche morali o spirituali, ma che è piuttosto condizione comune a qualunque persona viva, attributo terreno, che non presume né elargisce meriti, che è anzi un peso, una zavorra. Mattia Pascal è convinto di potersene liberare, e con essa liberarsi anche di quelle disgrazie che la appesantiscono, la moglie, la suocera, il lutto per le morti della madre e della figlioletta, quando il caso lo uccide annegandolo nella gora del mulino del suo stesso terreno, la Stìa, ma lasciandolo vivo e vegeto e gettando al suo posto, in quel canale, il cadavere di uno sconosciuto. Pascal si gode la sua libertà, girovaga, fa il vagabondo, vede tante città da perderne il conto; ma eccola, eccola l'umanità, quella bestia ferina che Mattia non è abbastanza «forestiere» da seminare, non abbastanza «filosofo» da stordire a pensieri o a parole, che lo fa stabilire, lo fa diventare Adriano Meis, lo fa innamorare penosamente, teneramente, della creatura più dolce che esista. Lei, però è viva, viva mentre Mattia Pascal è morto e Adriano peggio che morto, perché vivo ma tale da dover vivere da morto. Tutti gli svantaggi dell'esser stato trovato cadavere e nessuno dei privilegi, aver liberato dalla propria presenza la moglie ma non poter a sua volta voltare pagina, non dover pagare le tasse ed essere derubato senza possibilità di denunciare il fatto: sfuggire ad una trappola e gettarsi di propria sponte, quasi con voluttà, tra le maglie dell'altra. Quale incubo peggiore di questo?

    Credo che chiunque di noi abbia sognato almeno una volta di essere Mattia Pascal, di ritrovarsi di colpo con un bel gruzzolo in tasca e sgravato da qualunque incombenza, libero di poter fare della propria vita quel che meglio crede. Forse il problema non sono le costrizioni sociali ma il modo in cui noi le viviamo, o forse ha ragione Pirandello e nessuna serenità quantomeno apparente potrà essere raggiunta fino a che il mondo e i suoi tranelli continueranno a ipnotizzare l'uomo col loro canto della sirena riconducendolo sempre punto e a capo; sinceramente non lo so, e temo che la risposta sia troppo cruda per essere sopportata. Solo che, mano nella mano con Pirandello, la sua ricerca, seppur spaventosa, è anche incredibilmente, paradossalmente piacevole.

    ha scritto il 

  • 2

    E provassimo a dimenticare di avere un ombelico?

    Egregio Luigi cav. Pirandello

    nonostante la nostra “conterraneità”, non sono riuscita a farmi “calare giù” la sua poetica. Eccetto forse per quel breve periodo in cui, lasciata la fanciullezza e imboc ...continua

    Egregio Luigi cav. Pirandello

    nonostante la nostra “conterraneità”, non sono riuscita a farmi “calare giù” la sua poetica. Eccetto forse per quel breve periodo in cui, lasciata la fanciullezza e imboccata l’adolescenza, trovavo conforto nei rovelli identitari dei suoi personaggi, fossero uno, sei o centomila, ingenui, scafati o delicatamente cretini.
    Quando gli alti e bassi dei tassi ormonali raggiunsero finalmente l’equilibrio, Lei mi venne a noia dall’oggi al domani. Mai più posi occhio a qualche sua opera sennonché, per un ghiribizzo mentale della terza età, ho rispolverato questo n.° 31 degli Oscar stampato nel novembre ’65 e divorato a manco quindicianni.
    Che avessi sbagliato tutto a diciott’anni e mi fossi privata inutilmente di lei e della sua “nobel-itata” produzione?
    Non amando la suspense fuori luogo, le dico subito: no, nessun errore. O, se proprio lei e i suoi estimatori arricciate il naso, i miei giudizi sono tali e quali quelli di una ventenne. Male, si dirà. Posso, però, vagheggiare di essere stata allora già matura piuttosto che oggi infantile.

    E siamo giunti al nocciolo del contendere: il suo Mattia Pascal è ammalato d’infantilismo. E per giunta lei lo ha immerso in un mondo astorico: un 1904 tecnologicamente cristallizzato in cui le locomotive, che gli permettevano rapidi spostamenti, sarebbero rimaste tali e quali per sempre. Altro che alta velocità.
    Ne dovrebbe risultare, secondo i suoi di Lei intenti, un Mattia prototipo dell’uomo costretto come i Prigioni di Michelangiolo dentro la vile materia fisica e sociale, maledettamente consapevoli dell’amara esistenza, pena non comminata manco ai macachi.
    A” prescendere”, diceva Totò, che Leopardi questo l’aveva detto prima e meglio di Lei – mi perdoni-, la cosa notevole è l’inesorabile invecchiamento del suo personaggio. Altro che atemporalità dell’arte rispetto alla realtà. Le faccio notare sommessamente che eternamente giovani sono Ettore, Antigone, Paolo e Francesca, Julien Sorel, Mastro don Gesualdo o Ciccio Ingravallo, per citare i primi che mi vengono in mente. Che lei sia stato ‘anticchia sopravvalutato?
    Intanto, se Mattia fosse vissuto in un altro paese piuttosto che nell' Italia di quel 1904, le sue disavventure non avrebbero avuto motivo di essere: il divorzio avrebbe messo fine alle sue istanze di libertà.
    Il vizio non è nella forma ma nella tesi che lei strettamente lega alle cose del mondo, destinate a diventare desuete, come la storia dell’umanità doveva suggerirle. Se il malessere del "fu" dipende dalle circostanze, noi non possiamo che essere almeno scettici sulla diagnosi dei suoi mali: l’abbandono del talamo non ne avrebbe placato l’inquietudine e il dolore di vivere, connaturato alla nostra natura – lo ammette anche lei - e che nessuna sburocratizzazione dei rapporti sociali potrà lenire.
    Tutt’al più l’avrebbe liberato dal peso di una responsabilità vissuta come estranea, dovendo fingere un amore non sentito. Un sospiro di sollievo più o meno profondo, e via.
    Nè, tantomeno, la sua apparente dipartita dal mondo dei vivi avrebbe in altri tempi, ma anche nel suo, potuto provocare quel pò pò di riflessioni sui lacci e lacciuoli che tenevano Mattia legato manco fosse stato Prometeo.
    La burocrazia ci potrà fare incazzare ma non ci rende infelici. Così come il divieto di balneazione in una splendida caletta privata o il limite di velocità: tutta roba che dipende dai mores e dalle leggi, tutta roba che cambia.
    La felicità e l’infelicità sono un’altra cosa di cui non troviamo il bandolo, ma sicuramente non dipende da quello con cui lei ci ha “atturrato”.
    Mattia Pascal odia il mondo che gli ha cucito addosso forme fittizie, separandolo da sé e dalla vita autentica, ma per sopravvivere se ne deve inventare un altro simile, pena la morte civile. La vita come una specie di recita? No. La vita è una necessità psichica, caro Lei: adattarsi alle cose e adattare le cose a noi, stringere legami o, come disse Leopardi, "stringersi in social catena è indispensabile. O lei è per il suicidio collettivo?
    Noi non portiamo le maschere che il ruolo in un mondo boia ci impone. Noi siamo le maschere che diventiamo, via via, nell’intreccio di rapporti con gli umani dentro il mondo.
    Io non sono più quella di ieri. Se m’incontrassi non mi riconoscerei. Io non indosso una maschera su un magnifico” me” che mi è impedito di dispiegare e che solo togliendola potrò risorgere a nuova vita: io sono quella maschera che ho costruito, inconsapevolmente ma “realmente”, giorno per giorno tra gli altri e grazie agli altri.
    Se lei l’avesse sospettato, egregio cavaliere, non avrebbe condannato quel mischinazzo di Mattia a vivere prigioniero di una prigione senza sbarre che sono le 260 di questo romanzo .
    Senza malanimo

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Egli fu Mattia Pascal, poi divenne Adriano Meis e infine tornò Pascal Mattia.

    Il protagonista è un uomo infelice, stretto in una morsa da una vita che non gli aggrada, imparentato con persone che non ama e non stima. Un giorno però la fortuna sembra favorirlo e infatti egli olt ...continua

    Il protagonista è un uomo infelice, stretto in una morsa da una vita che non gli aggrada, imparentato con persone che non ama e non stima. Un giorno però la fortuna sembra favorirlo e infatti egli oltre a vincere una cifra considerevole al gioco viene anche creduto morto da tutti i suoi parenti, famigliari e amici e così ha l'occasione d'iniziare una nuova vita come Adriano Meis, a Torino.
    Purtroppo per lui le restrizioni della legge rendono molto difficile questa nuova esistenza e infatti egli è costretto a fingere un nuovo suicidio per tornare nelle sue terre e riprendersi il suo nome perché solo così potrà godere dei diritti dei vivi.
    Un romanzo molto interessante questo di Pirandello che ammonisce una società troppo rigida e che non permette a un individuo, in caso ne avesse l'opportunità, di lasciare una pessima esistenza e iniziare una nuova vita altrove.
    Divertente il finale in cui Mattia torna a vendicarsi di colore che tanto facilmente avevano tentato di sbarazzarsi di lui.

    ha scritto il 

  • 3

    Nonostante sia un classico non conoscevo integralmente la trama de Il fu Mattia Pascal. Onorata di averlo letto.
    La trama l'ho trovata originale, mai scontata e molto divertente. Ho riso come una matt ...continua

    Nonostante sia un classico non conoscevo integralmente la trama de Il fu Mattia Pascal. Onorata di averlo letto.
    La trama l'ho trovata originale, mai scontata e molto divertente. Ho riso come una matta nella parte finale, quando appunto Mattia/Adriano decide di tornare a casa e ha quel simpatico scambio di battute con la moglie, Pomino l'amico e la sua ex suocera.
    Protagonista e narratore è Mattia che decide di raccontare la sua storia, in maniera divertente senza noia.
    Come ogni classico il linguaggio non è proprio moderno, anzi riporta intercalari della lingua italiana ormai caduti in disuso. Tuttavia la narrazione è molto fluida e scorrevole.

    ha scritto il 

  • 4

    La storia di Mattia Pascal è quella del peccato originale dell'uomo di inizio Novecento: consapevole di essere un individuo annichilito dall'omologazione della società di massa che lo costringe a vive ...continua

    La storia di Mattia Pascal è quella del peccato originale dell'uomo di inizio Novecento: consapevole di essere un individuo annichilito dall'omologazione della società di massa che lo costringe a vivere di apparenze e ruoli predefiniti (con gli annessi problemi) egli ricerca una via di fuga, imparando, a proprie spese, che la società stessa le taglia tutte, condannando chi tenta di sfuggirle ad essere nessuno, a non essere riconosciuto o ad essere creduto pazzo, quando non a diventarlo realmente.
    http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2015/05/il-fu-mattia-pascal-pirandello.html

    ha scritto il 

  • 5

    Il bellissimo romanzo psicologico è ambientato a Miragno un paese immaginario della Liguria e a Roma, ma siciliani sono le caratteristiche dei personaggi e dell'ambiente.
    Emerge il tema del doppio:
    - ...continua

    Il bellissimo romanzo psicologico è ambientato a Miragno un paese immaginario della Liguria e a Roma, ma siciliani sono le caratteristiche dei personaggi e dell'ambiente.
    Emerge il tema del doppio:
    - come “specchio” in cui si riflettono i due personaggi Mattia e Adriano;
    - nel gioco dei nomi: Adriano, Adriana;
    - nelle due famiglie: una intesa come una prigione, l'altra ricca di amore;
    - nel dramma della solitudine che troviamo in Mattia e in Adriano.
    Tutta la storia è un paradosso.
    Per definire il romanzo, vorrei riportare ciò che Pirandello scrive a conclusione del romanzo “nell'Avvertenza sugli scrupoli della fantasia” :
    “Le assurdità della vita non hanno bisogno di parer verosimili, perché sono vere.
    All'opposto di quelle dell'arte che, per parer vere hanno bisogno di essere verosimili.
    E allora, verosimili, non sono più assurdità”.
    Da leggere.

    ha scritto il 

  • 5

    Una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal.

    Già l'incipit ci dice che è un'opera eccezionale. Parlare della perdita d'identità, dell'io ...continua

    Una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal.

    Già l'incipit ci dice che è un'opera eccezionale. Parlare della perdita d'identità, dell'io ome una maschera inutile, dellimpossibilità di sottrarsi alle illusioni sociali, con un sorriso (amaro) sulla bocca è opera che solo Pirandello poteva compiere.

    ha scritto il 

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