Il fuggiasco

Di

Editore: E/O (Tascabili E/O)

3.8
(1838)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 146 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese

Isbn-10: 8876419683 | Isbn-13: 9788876419683 | Data di pubblicazione:  | Edizione 2

Disponibile anche come: eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli

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Descrizione del libro
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  • 3

    vittima o carnefice!?

    tecniche di sopravvivenza di un personaggio ambiguo! Rifugiato politico? appendice di una stagione storico-politica discutibile? graziato da un presidente della repubblica! Il resto lo sa solo l'uomo ...continua

    tecniche di sopravvivenza di un personaggio ambiguo! Rifugiato politico? appendice di una stagione storico-politica discutibile? graziato da un presidente della repubblica! Il resto lo sa solo l'uomo Carlotto. Comunque da leggere.

    ha scritto il 

  • 2

    Meglio quando racconta del Nordest

    Non mi è piaciuto questo primo, autobiografico libro scritto da Carlotto, apparso nel 1994, subito dopo la conclusione della sua vicenda giudiziaria che lo vide protagonista con la sospirata concess ...continua

    Non mi è piaciuto questo primo, autobiografico libro scritto da Carlotto, apparso nel 1994, subito dopo la conclusione della sua vicenda giudiziaria che lo vide protagonista con la sospirata concessione della grazia da parte del Presidente della Repubblica. Non mi è piaciuto il racconto (di pezzi) dei 17 anni trascorsi in parte in carcere e, in gran parte, come latitante, prima in Francia e poi in Messico, soprattutto per 2 motivi. In primo luogo, come ha giustamente notato qualcuno dei recensori che mi ha preceduto, Carlotto non affronta minimamente i fatti delittuosi che portarono alla sua incriminazione e, dopo un'assoluzione in primo grado, alla sua condanna negli altri due gradi di giudizio (la morte violenta di una giovane studentessa a Padova nel 1976). Avrebbe potuto narrare la sua versione dei fatti, avvalorando in tal modo la propria innocenza, che ha sempre proclamato con tanta convinzione. In questo senso, il libro è ellittico, omette una parte rilevante della vicenda umana e giudiziaria,dilungandosi invece fin troppo nel racconto delle vicissitudini burocratiche che costellarono la revisione del processo - queste sì, vicende effettivamente paradossali e sintomatiche della lentezza e del malfunzionamento dei tribunali italiani (ma niente a che vedere, comunque, con il calvario, ad esempio, di Enzo Tortora, che pagò con la vita la malagiustizia italiana).
    In secondo luogo, non mi è piaciuto affatto quel tono generale da "radical chic", da beniamino della sinistra italiana intellettualoide e salottiera che , quasi a scadenze regolari, nel nostro Paese vede mobilitarsi uno stuolo di giornalisti, scrittori e corifei vari con campagne di stampa e petizioni per affrettare la scarcerazione di personaggi condannati per crimini violenti (i vari casi Sofri, Baraldini, Battisti e via elencando). Non sto dicendo che Carlotto appartenga al novero dei criminali (anche se ha subito due condanne): sono anzi dell'idea che egli sia innocente rispetto all'omicidio della Magello, ma ciò che non accetto è che debba essere portato in palmo di mano dagli intellettuali solamente perché esponente di una certa parte politica. Inoltre, dal libro si capisce che durante la latitanza, al netto della precarietà e del senso di costante insicurezza che l'essere ricercati dalla polizia comporta, Carlotto non si è fatto mancare nulla: lauti pasti in ottimi ristoranti (ingrassò circa trenta chili in pochi mesi, come scrive lui stesso), flirt frequenti con donne avvenenti, accoglienze calorose e assistenza economica e non solo da parte dell'ambiente sindacale e della sinistra radicale, frequenza dell'università (si iscrisse alla facoltà di Storia a Città del Messico) e perfino - come ammette con la massima naturalezza l'autore - il sostegno economico dei propri genitori. Anche il cattivo stato di salute che portò Carlotto, una volta rientrato in Italia nel 1985 (non per sua volontà, ma solo perché tradito da un furbo avvocato messicano che lo "vendette" agli agenti federali), alla sua precoce scarcerazione per motivi di salute, sbandierata dai sinistrorsi nostrani come motivo grave per affrettare la concessione della grazia, non era che una conseguenza della bulimia di origine nervosa che Carlotto si fece venire per la depressione una volta dietro le sbarre. Insomma, dal racconto trapelano diversi particolari che collidono con l'effigie da santino che la sinistra nostrana (e anche europea) ha voluto fare di quest'uomo. Ma il discorso qui rischia di diventare troppo lunbgo...
    Lo stile è molto semplice, colloquiale, non privo di una certa efficacia retorica, come un amico che racconta aneddoti della sua vita sedendo intorno al fuoco in una sera d'estate.
    Di Carlotto apprezzo molto di più i lavori successivi, in particolare i suoi noir ambientati nel suo (e mio) Nordest, dei cui vizi e virtù sociali si è dimostrato osservatore attento e preciso, oltre che efficace narratore.

    ha scritto il 

  • 4

    Ingredienti: una fuga dall’Italia per garantirsi la libertà, un viaggio senza bagaglio tra Francia e Messico con mille pericoli e paure, una vita da invisibile a contatto con nuove ingiustizie e sopru ...continua

    Ingredienti: una fuga dall’Italia per garantirsi la libertà, un viaggio senza bagaglio tra Francia e Messico con mille pericoli e paure, una vita da invisibile a contatto con nuove ingiustizie e soprusi, tanti incontri indimenticabili con persone vissute dalla parte sbagliata della storia.
    Consigliato: a chi ha fame e sete di giustizia terrena, a chi non si rassegna ai torti continuando a vivere e lottare.

    ha scritto il 

  • 3

    ll fuggiasco, Massimo Carlotto

    Lettura terminata nel giro di due ore o giù di lì'. Non intendo soffermarmi sulla vicenda giudiziaria e umana dello scrittore, non me ne sono occupata a suo tempo per incuria o forse per pregiudizio. ...continua

    Lettura terminata nel giro di due ore o giù di lì'. Non intendo soffermarmi sulla vicenda giudiziaria e umana dello scrittore, non me ne sono occupata a suo tempo per incuria o forse per pregiudizio. Oggi gli avvenimenti risultano in qualche modo oggettivati dallo scorrere del tempo e proprio per questo troppo freddi per produrre il coinvolgimento di un lettore con le mie caratteristiche. D'altronde il fatto che si tratti di una autobiografia mi impedisce quell'approccio che invece mi porta a godere della saggistica anche storica e del giornalismo di denuncia.
    Ciò non di meno la lettura mi è piaciuta proprio per il contenuto autobiografico e per lo stile che l'autore mantiene, leggero -nonostante la pesantezza dei temi e delle vicende di cui l'autore narra- ironico, in alcune pagine anche auto ironico. Così mi viene di accostare il libro a "Le mie prigioni" di Silvio Pellico anche se i due protagonisti, divisi da un secolo e oltre di storia, non potrebbero essere più diversi. Non è solo l'assoluta mancanza di riferimenti alla fede in Massimo Carlotto a fare la differenza. Direi che a marcare la distanza è la sua volontà di non ritrarsi dall' ambiente politico e dall'ideologia che ha avuto così grande parte nella vita e negli avvenimenti tragici della sua prima giovinezza, quindi mantenendo una continuità e identità ideologica con la propria passata militanza. Là ove invece Silvio Pellico mette subito in chiaro che le sue memorie non hanno carattere politico. Si può discutere sulle motivazioni di questa scelta che contraddistinse gli anni successivi alla detenzione dopo la sconfitta di quei moti carbonari in cui senz'altro prevalse, ma non solo, l'autodifesa rispetto al dispotismo dell'impero austriaco. La discussione però mi lascia freddina. Quello che invece mi interessa e mi colpisce nelle due letture è sempre la tematica della resistenza della persona che vive in situazioni di estremo disagio e pressione psicologica, ciò che lo spinge ad accettare e aggredire la vita e quindi a rendersi vittorioso, a rialzarsi nonostante una serialità di cadute. In questo libro di Massimo Carlotto c'è anche un altro aspetto che mi colpisce ed è questa vita farsesca, fatta di travestimenti, di identità multiple che consentono al "fuggiasco" di farsi beffa delle autorità e della giustizia che potrebbe sempre essere in agguato. Qui, come ho detto altre volte, la lettura si fa canaglia perché non posso fare a meno di pensare a come mi sarei comportata, insomma mi immergo in fantasie di paragone. Un paragone che mi vede sempre piccina, piccina, scollegata dall'azione perché imbranata da lacciuoli etici con un impero del senso della giustizia e della lealtà al potere costituito, forse al senso del dovere che fa male a me e spesso fa male a quella causa del bene che mi illudo di avere umilmente servito nel corso della mia vita. Sono i limiti di una personalità che, nella fantasia, può anche supportare episodi eroici, sempre mai vittoriosi.

    ha scritto il 

  • 3

    Per caso

    Carlotto racconta l'esperienza di latitanza per caso fuori dal paese, in seguito al caso giudiziario di omicidio che l'ha investito a partire dal 1976, passando dal suo successivo rientro in Italia fi ...continua

    Carlotto racconta l'esperienza di latitanza per caso fuori dal paese, in seguito al caso giudiziario di omicidio che l'ha investito a partire dal 1976, passando dal suo successivo rientro in Italia fino alla grazia avvenuta nel 1993.
    Una vicenda autobiografica disperata — che per forza di cose sconvolge la vita di chi la vive e di chi gli sta intorno — stemperata grazie al taglio autoironico che l'autore imprime alla narrazione, che però di per sé risulta sbrigativa in più di un'occasione, smorzando tensione e drammaticità degli eventi stessi.

    ha scritto il 

  • 3

    il caso in se è surreale e un diabolico destino si abbatte su massimo, sembrerebbe addirittura un complotto per tacere la realtà... si legge bene per la cusiosità ma non ho trovato grande ispirazione ...continua

    il caso in se è surreale e un diabolico destino si abbatte su massimo, sembrerebbe addirittura un complotto per tacere la realtà... si legge bene per la cusiosità ma non ho trovato grande ispirazione letteraria, forse non lo pretende

    ha scritto il 

  • 4

    La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di aprile della rivista letteraria on line Il Colophon.
    https://ilcolophon.it/il-fuggiasco-149d29880fb8#.uwnln9pen

    Oggi Massimo Carlotto è uno scr ...continua

    La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di aprile della rivista letteraria on line Il Colophon.
    https://ilcolophon.it/il-fuggiasco-149d29880fb8#.uwnln9pen

    Oggi Massimo Carlotto è uno scrittore di successo ma fino a qualche decennio fa il suo nome veniva associato, non alla letteratura, bensì a uno dei casi giudiziari più controversi del dopoguerra: accusato ingiustamente di omicidio a diciannove anni (probabilmente a causa della sua militanza in Lotta Continua), condannato a trent’anni di carcere nonostante l’insufficienza di prove, dopo un periodo in prigione, in attesa che la giustizia italiana — intrappolata nei gorghi della burocrazia — facesse il suo corso e gli riconoscesse l’innocenza, scelse la strada della latitanza. Prima a Parigi, poi in Messico.
    Il fuggiasco — libro grazie al quale ha preso il via la sua carriera di scrittore — racconta questo periodo della sua vita.
    Al di là della vicenda biografica e umana, raccontata con ironia — benché si tratti per lo più di fatti drammatici — le pagine di questo memoir permettono al lettore di calarsi nelle abitudini di un latitante e comprenderne meccanismi di difesa e regole di sopravvivenza. Ne emerge un rapporto molto ambiguo tra lo scrittore e le città che lo hanno ospitato durante la clandestinità.
    Di solito, in modo consapevole o meno, si crea sempre un legame tra noi e il luogo in cui viviamo: se ci siamo nati e ci abitiamo da sempre è più facile, ma non è detto: a volte possiamo sentirci “a casa” in un luogo dove siamo di passaggio o viviamo da poco. Quel che è certo è che cerchiamo di appropriarci degli spazi, dei tempi, affinché quel luogo divenga “nostro”. Accade anche con le case in cui abitiamo. Per Carlotto, invece l’imperativo è essere il più invisibile possibile e perché questo avvenga deve seguire delle regole che portano ad estraniarlo dal luogo che lo ospita: evitare di frequentare spesso gli stessi locali (quando di solito si “eleggono” i luoghi preferiti: il ristorante, il caffè, il parco…), non usare mezzi pubblici, non familiarizzare coi vicini, non ospitare amici, cambiare continuamente abitudini, e così via. Da un momento all’altro può essere necessario lasciare l’abitazione in cui vivi, luogo precario che in certi casi è la casa di amici, prendere un treno e sparire nel nulla.
    Se ci si ferma a riflettere su una situazione del genere, noi così abitudinari e legati alle cose, percepiamo quanto possa essere spiazzante e difficile da gestire una vita così. Anche chi ama viaggiare, chi si sposta spesso per lavoro o passione, ha sempre una base a cui tornare, un luogo del cuore. In questo caso, invece, è tutto in continuo divenire, senza certezze e punti di riferimento. C’è da finire in analisi, come minimo. Ma è proprio grazie a queste constatazioni che riusciamo a rivalutare il legame che abbiamo col luogo in cui viviamo e quanto esso possa influenzare la nostra esistenza quotidiana e altri aspetti del nostro essere: ciò che scriviamo, che leggiamo, il nostro gusto estetico, il nostro carattere. Quanto assomigliamo alla nostra città? Saremmo diversi se vivessimo altrove? E, nello specifico della letteratura, quanto un luogo influisce sul lavoro di uno scrittore e sul suo successo? Domande oziose, certo, ma che potrebbero portare a riflessioni utili per rendere le nostre città più a misura d’uomo e fruibili culturalmente.
    Mi sono persa nel labirinto delle mie riflessioni, come lo scrittore, ne Il fuggiasco, si perde tra i vicoli per non incappare nelle retate della polizia.
    Dopo anni di latitanza Carlotto sceglie di tornare in patria e costituirsi. La sua odissea giudiziaria proseguirà ancora: altri anni di carcere alternati a scarcerazioni con il differimento della pena per gravi motivi di salute. Infine, nel 1993, gli viene concessa la grazia dal Presidente della Repubblica Scalfaro.

    ha scritto il 

  • 4

    La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di aprile della rivista letteraria on line Il Colophon.
    https://ilcolophon.it/il-fuggiasco-149d29880fb8#.uwnln9pen

    Oggi Massimo Carlotto è uno scr ...continua

    La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di aprile della rivista letteraria on line Il Colophon.
    https://ilcolophon.it/il-fuggiasco-149d29880fb8#.uwnln9pen

    Oggi Massimo Carlotto è uno scrittore di successo ma fino a qualche decennio fa il suo nome veniva associato, non alla letteratura, bensì a uno dei casi giudiziari più controversi del dopoguerra: accusato ingiustamente di omicidio a diciannove anni (probabilmente a causa della sua militanza in Lotta Continua), condannato a trent’anni di carcere nonostante l’insufficienza di prove, dopo un periodo in prigione, in attesa che la giustizia italiana — intrappolata nei gorghi della burocrazia — facesse il suo corso e gli riconoscesse l’innocenza, scelse la strada della latitanza. Prima a Parigi, poi in Messico.
    Il fuggiasco — libro grazie al quale ha preso il via la sua carriera di scrittore — racconta questo periodo della sua vita.
    Al di là della vicenda biografica e umana, raccontata con ironia — benché si tratti per lo più di fatti drammatici — le pagine di questo memoir permettono al lettore di calarsi nelle abitudini di un latitante e comprenderne meccanismi di difesa e regole di sopravvivenza. Ne emerge un rapporto molto ambiguo tra lo scrittore e le città che lo hanno ospitato durante la clandestinità.
    Di solito, in modo consapevole o meno, si crea sempre un legame tra noi e il luogo in cui viviamo: se ci siamo nati e ci abitiamo da sempre è più facile, ma non è detto: a volte possiamo sentirci “a casa” in un luogo dove siamo di passaggio o viviamo da poco. Quel che è certo è che cerchiamo di appropriarci degli spazi, dei tempi, affinché quel luogo divenga “nostro”. Accade anche con le case in cui abitiamo. Per Carlotto, invece l’imperativo è essere il più invisibile possibile e perché questo avvenga deve seguire delle regole che portano ad estraniarlo dal luogo che lo ospita: evitare di frequentare spesso gli stessi locali (quando di solito si “eleggono” i luoghi preferiti: il ristorante, il caffè, il parco…), non usare mezzi pubblici, non familiarizzare coi vicini, non ospitare amici, cambiare continuamente abitudini, e così via. Da un momento all’altro può essere necessario lasciare l’abitazione in cui vivi, luogo precario che in certi casi è la casa di amici, prendere un treno e sparire nel nulla.
    Se ci si ferma a riflettere su una situazione del genere, noi così abitudinari e legati alle cose, percepiamo quanto possa essere spiazzante e difficile da gestire una vita così. Anche chi ama viaggiare, chi si sposta spesso per lavoro o passione, ha sempre una base a cui tornare, un luogo del cuore. In questo caso, invece, è tutto in continuo divenire, senza certezze e punti di riferimento. C’è da finire in analisi, come minimo. Ma è proprio grazie a queste constatazioni che riusciamo a rivalutare il legame che abbiamo col luogo in cui viviamo e quanto esso possa influenzare la nostra esistenza quotidiana e altri aspetti del nostro essere: ciò che scriviamo, che leggiamo, il nostro gusto estetico, il nostro carattere. Quanto assomigliamo alla nostra città? Saremmo diversi se vivessimo altrove? E, nello specifico della letteratura, quanto un luogo influisce sul lavoro di uno scrittore e sul suo successo? Domande oziose, certo, ma che potrebbero portare a riflessioni utili per rendere le nostre città più a misura d’uomo e fruibili culturalmente.
    Mi sono persa nel labirinto delle mie riflessioni, come lo scrittore, ne Il fuggiasco, si perde tra i vicoli per non incappare nelle retate della polizia.
    Dopo anni di latitanza Carlotto sceglie di tornare in patria e costituirsi. La sua odissea giudiziaria proseguirà ancora: altri anni di carcere alternati a scarcerazioni con il differimento della pena per gravi motivi di salute. Infine, nel 1993, gli viene concessa la grazia dal Presidente della Repubblica Scalfaro.

    ha scritto il 

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