Il giorno prima della felicità

Di

Editore: Mondolibri

3.8
(3846)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 133 | Formato: Copertina morbida e spillati | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo , Francese

Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , eBook , Copertina rigida , CD audio

Genere: Educazione & Insegnamento , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
Don Gaetano è uomo tuttofare in un grande caseggiato della Napoli popolosa e selvaggia degli anni cinquanta: elettricista, muratore, portiere dei quotidiani inferni del vivere. Da lui impara il giovane chiamato "Smilzo", un orfano formicolante di passioni silenziose. Don Gaetano sa leggere nel pensiero della gente e lo Smilzo lo sa, sa che nel buio o nel fuoco dei suoi sentimenti ci sono idee ed emozioni che arrivano nette alla mente del suo maestro e compagno. Scimmia dalle zampe magre, ha imparato a sfidare i compagni, le altezze dei muri, le grondaie, le finestre - a una finestra in particolare ha continuato a guardare, quella in cui, donna-bambina, è apparso un giorno il fantasma femminile. Un fantasma che torna più tardi a sfidare la memoria dei sensi, a postulare un amore impossibile. Lo Smilzo cresce attraverso i racconti di don Gaetano, cresce nella memoria di una Napoli (offesa dalla guerra e dall'occupazione) che si ribella - con una straordinaria capacità di riscatto - alla sua stessa indolenza morale. Lo Smilzo impara che l'esistenza è rito, carne, sfida, sangue. È così che l'uomo maturo e l'uomo giovane si dividono in silenzio il desiderio sessuale di una vedova, è così che l'uomo passa al giovane la lama che lo dovrà difendere un giorno dall'onore offeso, è così che la prova del sangue apre la strada a una nuova migranza che durerà il tempo necessario a essere uomo.
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  • 2

    Due De Luca e sto

    Regalatomi insieme a “Il peso della farfalla” da un’amica grande sostenitrice dell’autore (anche lei montanara come me, e come si dice che sia De Luca), contestualmente li ho letti e contestualmente l ...continua

    Regalatomi insieme a “Il peso della farfalla” da un’amica grande sostenitrice dell’autore (anche lei montanara come me, e come si dice che sia De Luca), contestualmente li ho letti e contestualmente li commento.
    “Il peso della farfalla” l’ho trovato un racconto di buon livello, con una valida ambientazione e un suo equilibrio, tuttavia con una eccesiva tendenza all’aulico che a me troppo non garba e una ricerca continua della metafora da sommo sacerdote o dell’immagine evocativa dell’artista rapito dalle Muse. Dietro a questa voluminosa magnificenza stilistica e retorica rimane però una storia un po’ pasticciata, la rappresentazione di uno scontro (epico, non poteva che essere tale) tra l’uomo e l’animale, mossi in apparenza da sentimenti e ambizioni simili e speculari (troppo simili, direi). Forse va letto in chiave favolistica, ma allora è la forma espositiva che stride.
    Quanto a questo, invece, spiacente ma proprio è appena sufficiente, per non dire sconsigliabile. La storia mi sembra piena di stereotipi, congegnata a tavolino per soddisfare l’aspettativa di un pubblico ampio, con chiare aspettative che non vadano mai oltre il prevedibile.
    Il giovane fanciullo preso sotto l’ala protettrice dell’uomo navigato, che alla fine gli cede pure la vedovella da consolare, nel contesto della città del sud da poco uscita dalla guerra. Riscontro anche la presenza ripetuta del sangue: non so se regge, ma mi appare un po’ di stampo veterotestamentario (non ho letto altro di De Luca, né bene lo conosco, ma da quanto apprendo sembrerebbe bazzicare assai il campo). Poi si giunge all’apoteosi, la soddisfazione delle pulsioni adolescenziali tra i fumi del vulcano: ecco esattamente l’emblema di ciò che più mi infastidisce nella narrativa, quando l’autore vuole fraternizzare forzatamente col lettore medio, gli strizza l’occhio piazzandogli lì l’improvvisa erezione del guagliongiello napoletano per il suo sollucchero, per le casse dell’editore e per la popolarità dell’autore stesso. Insomma mi sembra tutto molto forzato, un guazzabuglio di cliché sapientemente miscelati ma anche terribilmente affettati!
    Fatico davvero, tra gli autori di grido, a trovare qualche stimolo nuovo, qualche voce fuori dal coro, qualche guizzo di originalità.

    ha scritto il 

  • 2

    Non so perchè...

    ...ma non mi ha coinvolta particolarmente. La storia è abbastanza scorrevole e corta ma ci ho messo più di 10 giorni a finirlo, qualcosa è andato storto tra me ed Erri.

    ha scritto il 

  • 2

    Sono arrivata alla conclusione che a me leggere Erri De Luca non piace. Riconosco la sua bravura, ma non mi coinvolge il suo iperrealismo criptico-suggestivo-spirituale. Azzecca molte frasi e molte ri ...continua

    Sono arrivata alla conclusione che a me leggere Erri De Luca non piace. Riconosco la sua bravura, ma non mi coinvolge il suo iperrealismo criptico-suggestivo-spirituale. Azzecca molte frasi e molte riflessioni, ma, alla fine, non mi acchiappa perché mi sembra pieno di un tecnicismo raffinato, ma con poco coinvolgimento di fondo. Sa combinare le parole, ma forse non le storie

    ha scritto il 

  • 3

    "Il vuoto in faccia a un muro, lasciato da una libreria venduta, è il più profondo che conosco. Porto via con me i libri mandati in esilio, do loro una seconda vita. Come la seconda mano in pittura ch ...continua

    "Il vuoto in faccia a un muro, lasciato da una libreria venduta, è il più profondo che conosco. Porto via con me i libri mandati in esilio, do loro una seconda vita. Come la seconda mano in pittura che serve a rifinire, la seconda vita di un libro è la migliore." (p. 38)

    ha scritto il 

  • 3

    Quando l'anima dell'autore deve fondersi con il libro

    Questo è il primo libro che ho letto di Erri de Luca, conoscevo un po' l'animo dell'autore, avevo ascoltato qualche suo intervento ma ancora nessun libro.
    Ti lascia un po' di sapori contrastanti, cred ...continua

    Questo è il primo libro che ho letto di Erri de Luca, conoscevo un po' l'animo dell'autore, avevo ascoltato qualche suo intervento ma ancora nessun libro.
    Ti lascia un po' di sapori contrastanti, credo che l'opera si nutra dell'autore stesso e del suo io. Nel bambino che si arrampica non puoi non immaginarti questo napoletano che ama scalare i monti e che questi percorsi erano soltanto l'anticipazione delle vette da amare più avanti. Rischi di perderti una parte importante nella ricerca delle frasi da sottolineare se non ci metti lo sguardo rivolto ad una città come Napoli, dove ogni pietra ha un nome e un nome diverso se lo vedi con la luce del giorno o quella della notte.

    "Fatemi prendere sul serio almeno il gioco della scopa, che è mezz'arte religiosa. [...] È una lotta tra l'ordine e il caos."

    ha scritto il 

  • 3

    L'educazione non solo sentimentale nella Napoli del secondo dopoguerra

    Ho smesso di leggere De Luca una quindicina di anni fa per ragioni extra-letterarie. Torno a leggerne un libro sempre per ragioni extra-letterarie, sia pure molto diverse da allora. Lo ritrovo nei su ...continua

    Ho smesso di leggere De Luca una quindicina di anni fa per ragioni extra-letterarie. Torno a leggerne un libro sempre per ragioni extra-letterarie, sia pure molto diverse da allora. Lo ritrovo nei suoi pregi e nei suoi difetti. Per esempio, non c’è dubbio che De Luca usi una lingua essenziale nella sintassi e dunque priva di orpelli e giravolte. Tuttavia spesso l’autore ricorre a un’aggettivazione personale e colorita che suonerebbe bene in poesia – almeno in un certo tipo di poesia novecentesca – ma funziona molto meno in prosa – almeno nella prosa contemporanea. Lo stesso dicasi per un io lirico che stona un po’ con vicende trattate sempre con pudore e ruvidezza.
    Una novità è l’introduzione di una componente teatrale – probabilmente favorita dall’ambientazione nei bassi napoletani dai quali derivano gli innesti dialettali e il recupero di personaggi (e passaggi) senz’altro dalla valenza comica.
    Per il resto, quella che sarebbe una novella, piuttosto che un romanzo, è costruita secondo le modalità del Bildugnsroman: da bambino gracile e deriso dai coetanei (che lo chiamavano “a scigna”, cioè la scimmia) ad adulto. Il processo non può che passare per lezioni di vita di un maestro (qui il portiere Don Gaetano), la scoperta dell’amore (Anna – ma non è la parte più riuscita della storia), il confronto/scontro con un guappo (l’immancabile figura de “o’ malamente” delle sceneggiata napoletana), la partenza per il Nuovo Mondo.

    ha scritto il 

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