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Il grande Gatsby

La biblioteca di Repubblica - Novecento, 26

Di

Editore: Gruppo Editoriale L'Espresso - Divisione La Repubblica

4.0
(8175)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 191 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi semplificata , Chi tradizionale , Spagnolo , Giapponese , Portoghese , Francese , Tedesco , Svedese , Olandese , Finlandese , Catalano , Slovacco , Polacco , Rumeno , Greco , Ceco

Isbn-10: 8481304875 | Isbn-13: 9788481304879 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Fernanda Pivano

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Romance

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Descrizione del libro
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  • 3

    Ero molto curiosa di leggere quest'opera,l'ambientazione è di quelle che mi attraggono molto. L'ho riletto una seconda volta prima di andare a vedere il film.Carino,non male ma non mi ha fatto impazzire.

    ha scritto il 

  • 2

    Avrò beccato una traduzione sbagliata, ma questo libro mi è sembrato così...così...STRANO!
    Ho avuto un pò di difficoltà nel seguire la storia. Inizio lento, trascinato. Poi si, incalza, ma ho continuato comunque a fare fatica.
    Forse lo rileggerò, magari in un'altra edizione.

    ha scritto il 

  • 3

    Occhio alla traduzione

    La mia è l'edizione Feltrinelli ed è stato davvero difficile seguire il tutto a causa di una traduzione approssimativa in alcune parti( si può tradurre "emporio" con "farmacia"??? Vi risulta che in farmacia si acquisti benzina?) e la difficoltà di visualizzare le immagini. Reperirò un'altra edizi ...continua

    La mia è l'edizione Feltrinelli ed è stato davvero difficile seguire il tutto a causa di una traduzione approssimativa in alcune parti( si può tradurre "emporio" con "farmacia"??? Vi risulta che in farmacia si acquisti benzina?) e la difficoltà di visualizzare le immagini. Reperirò un'altra edizione. Magari Einaudi o Garzanti, se c'è.

    ha scritto il 

  • 3

    Un libro che va letto per la sua tristezza

    Questo romanzo è uno di quei libri che sei quasi obbligato a leggere, un classico immortale. Non mi entusiasmato, ma dalla metà in poi dove viene fuori la storia tragica tra Gatsby e Daisy, l'enorme sacrificio e l'infinito amore che Gatsby per 5 anni ha coltivato per la sua amata ti rende parteci ...continua

    Questo romanzo è uno di quei libri che sei quasi obbligato a leggere, un classico immortale. Non mi entusiasmato, ma dalla metà in poi dove viene fuori la storia tragica tra Gatsby e Daisy, l'enorme sacrificio e l'infinito amore che Gatsby per 5 anni ha coltivato per la sua amata ti rende partecipe del suo sogno. Infinitamente triste.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Per spiegare i motivi che hanno fatto di questo piccolo gioiello il mio romanzo preferito, dovrò chiamare in causa molteplici fattori, non solamente letterari, ma anche storici e sociali.


    Tanto per cominciare, l’autore: Francis Scott Fitzgerald, quell’essere umano imperfetto e disperato al ...continua

    Per spiegare i motivi che hanno fatto di questo piccolo gioiello il mio romanzo preferito, dovrò chiamare in causa molteplici fattori, non solamente letterari, ma anche storici e sociali.

    Tanto per cominciare, l’autore: Francis Scott Fitzgerald, quell’essere umano imperfetto e disperato alla cui acutissima capacità di osservazione egli stesso ha dato voce in un processo formativo che si dipana e sviluppa attraverso i suoi alter ego narrativi, dall’ambizioso Amory Blaine in Di qua dal paradiso fino al disincantato Dick Diver di Tenera è la notte, passando per il rovinoso Anthony Patch di Belli e dannati e, soprattutto, per la grande illusione di Jay Gatsby. Ogni lettore ha la sua personale accezione di autore preferito e la mia è quella di un testimone attivo, cantore e critico del proprio tempo, capace di svelare ai suoi contemporanei i segreti che stanno sotto gli occhi di tutti ma che non tutti riescono a vedere, e pochissimi sono in grado di afferrare; ma anche un profeta, un precursore, colui che trasporta il segreto fino alle generazioni future, dove infine assumerà un significato – quando accidentalmente ci troveremo a domandarci: come diavolo siamo finiti in mezzo a questo casino? In poche parole, quello che lo stesso Fitzgerald afferma nel suo primo romanzo, Di qua dal paradiso (un titolo, ahimé, cento volte più evocativo in lingua originale), ovvero:

    Un autore dovrebbe scrivere per i giovani della sua generazione, per i critici della successiva e per i professori di tutti i tempi a venire.

    Un’affermazione solo apparentemente scontata, in quanto oggigiorno la tendenza sembra essere piuttosto quella di scrivere per i critici della propria generazione e/o per i giovani della successiva, secondo una logica che ha dell’assurdo (soprattutto se si considera il fatto che, una volta sfiorite le due generazioni, dell’opera in questione non resterà più nulla).

    Ho già specificato come il contesto storico nel quale un classico è stato elaborato sia di fondamentale importanza durante la lettura del classico stesso, e questo concetto è da applicarsi con rinnovato vigore ai romanzi di Fitzgerald in generale e a Il grande Gatsby in particolare, il quale è interamente fondato su un’allegoria in cui il personaggio di James Gatz (poi Jay Gatsby) incarna la parabola dell’America del primo dopoguerra. Si tratta di quel complesso decennio di rivolte e stroncature, illusioni e delusioni che si trova racchiuso tra l’armistizio e la grande crisi del ’29, segnato dall’urgenza statunitense di sganciarsi dalle influenze europee non solo dal punto di vista politico ma anche da quello culturale, e dalla smania delle classi dirigenti di inaugurare l’era dell’Americanità – smania in cui è possibile rintracciare le radici di quel processo che in tempi successivi condurrà alla globalizzazione (a tale proposito si veda la seconda metà di questo post).

    Nel quadro generale dell’istituzione del grande stato americano quale oggi conosciamo, la prima conseguenza importante fu la necessità di stroncare e allontanare tutto ciò che in questo quadro non rientrava, il che si tradusse principalmente, nell’immediato dopoguerra, nella paura del comunismo e nella diffidenza nei confronti di qualsiasi infiltrazione straniera, confusa in un unico calderone sotto l’etichetta comune di bolscevismo. Non solo, anche tutto ciò che urtava l’opinione pubblica, dalla simpatia per i negri o per gli ebrei a fenomeni di costume come le donne coi capelli corti e gli uomini coi capelli lunghi, venne marchiato come comunista. — Ne Il grande Gatsby il principale portavoce dell’urgenza americana, Tom Buchanan, esordisce quasi immediatamente con l’enfatica menzione a un libro che ha letto e a cui egli pretende di attribuire un inconfutabile rigore scientifico, il quale sembra suggerire la necessità incalzante di tutelare la civiltà occidentale dalla minaccia che la razza africana costituirebbe nei confronti di quella “nordica”, giudicata dominante e portatrice di cultura. In quanto alla confusione politica è lo stesso narratore, Nick Carraway, a spiegarci fin dalle prime parole del romanzo come la singolare predisposizione all’ascolto e le frequentazioni bizzarre indotte dall’educazione paterna gli abbiano attirato addosso, al liceo, l’accusa di essere un “politicante.” Ma è soprattutto la diffidenza di Tom (e dei più) nei confronti del mistero condensatosi attorno alla figura di Gatsby, che nessuno sa da dove venga e in che modo abbia costruito la propria fortuna, a svelare il meccanismo di isterismo e diffidenza su cui questa nuova America pretendeva di fondarsi.

    Diffidenza che, se non giustificata, era comunque del tutto fondata: Gatbsy ha effettivamente preso la strada più veloce, costruendo la sua fortuna grazie ad attività illecite. Non è difficile immaginare quanto, in seguito ai rigori del Vittorianesimo e alle difficoltà della guerra, alle riforme naufragate e alle speranze disattese, la gente comune fosse stanca di scioperi e politica e cercasse di distrarsi in ogni modo che le era concesso. Ma la distrazione più affascinante e snob è sempre, in ogni epoca, quella che non viene concessa, motivo per cui all’istituizione del proibizionismo seguirono automaticamente e quasi logicamente la fioritura del contrabbando e dagli spacci clandestini (speakeasy). Negli speakeasy si entrava di nascosto pronunciando una parola d’ordine e vi erano ammesse anche le donne (naturalmente, quelle di una certa risma), che prima di allora non si erano mai confuse in mezzo agli uomini per bere in luoghi pubblici. — In un romanzo ambientato nell’America del Volstead Act non poteva mancare la menzione agli speakeasy, ed è difatti in uno di essi che Gatsby porta Nick a fare la conoscenza di Meyer Wolfsheim, l’unico vero gangster che ci viene presentato nel corso del romanzo e dietro alla cui figura è impossibile non riconoscere richiami diretti ad Arnold Rothstein, l’ebreo che “ha truccato i campionati di baseball nel 1919.”

    Il proibizionismo non fu la sola grande novità degli Anni Venti. Due anni prima dell’apertura del romanzo, infatti, era stato accordato il suffragio universale, il primo grande riconoscimento dell’autonomia femminile. A causa dell’inserimento delle donne nella scena pubblica, iniziò a diffondersi la figura della donna lavoratrice, indipendente dal marito, capace di provvedere a se stessa e al proprio sostentamento. Questo mutamento importante della storia del costume alleggeriva da un lato l’esistenza delle donne ma la appesantiva dall’altro, non solo per la fatica naturale del lavoro, ma anche per quella di imporsi all’opinione pubblica; per questo non tutte le donne ci stavano, ed ecco che nacquero le flapper, di cui una delle prime e più celebri esponenti fu proprio Zelda Sayre, futura moglie ed eterna musa di Fitzgerald. Per capire fino in fondo l’importanza del fenomeno che le flapper costituirono, non dobbiamo dimenticare il lungo periodo da cui si proveniva: la già citata era Vittoriana, in cui l’estremamente limitata libertà delle donne (o sarebbe più corretto dire la non libertà) si traduceva in società in rigidissimi schemi di comportamento, secondo cui, tra le altre cose, a una ragazza non era consentito truccarsi e mostrare le caviglie a meno di non voler essere giudicata una donnaccia, e per la stessa ragione gli abiti senza maniche dovevano essere riservati alla gran sera e di certo non era pensabile bere né tantomeno fumare.

    Ci sono pagine meravigliose di Fernanda Pivano, utilizzate da Oscar Mondadori per le introduzioni alle opere di Fitzgerald, che non posso che riportare fedelmente, almeno in parte.

    Le flappers, le maschiette, indossavano le più lucide delle loro calze di rayon color carne, il più lucido dei loro vestiti di seta senza maniche, si fissavano la cintura sui fianchi snelli, si coprivano il viso di cosmetici vistosi, si aggiustavano i bobs, le zazzere corte [...], si mettevano in bocca un lungo bocchino e andavano a dare scandalo in qualche speakeasy. Pare incredibile, ma ciascuno di quei gesti era già di per sé uno scandalo. (Fernanda Pivano)

    In realtà furono le maschiette, questo strano sottoprodotto del suffragismo, a strappare la donna dal guscio schiavistico dell’Ottocento assai più di quanto non vi fossero riuscite le fanatiche, virtuose donne lavoratrici che del suffragismo furono le apostole. [...] La loro ostentazione di comportarsi come i compagni [...] nascondeva una scoperta importante: che la leggendaria “libertà” maschile non aveva in realtà molto più valore né fondamenti molto diversi della nuova libertà femminile. Così, mentre le donne lavoratrici si battevano in silenzio per i diritti della donna di fronte alla società, le maschiette, forse inconsciamente, si battevano con ogni genere di chiasso per i diritti della donna di fronte all’uomo. (Fernanda Pivano)

    Alla rivoluzione del costume conseguì la nascita di nuove industrie: cibo in scatola, elettrodomestici e telefoni per le donne in carriera; cosmetici, rayon, alcol e tabacco per le giovani ribelli; automobili, radio, cinematografo e, soprattutto, la promessa del benessere per tutti. Man mano che il successo economico diventava l’obiettivo principale a cui anelare nella vita, la ricchezza veniva istituita come metro di giudizio. Nel grande progetto americano dell’era di Ford non c’era posto per i poveri e i falliti e perfino artisti e sportivi avevano valore soltanto nella misura in cui riuscivano a far soldi. D’altronde, se il signor Carraway si era sentito in dovere di avvisare Nick che “non tutti hanno avuto i tuoi stessi privilegi”, questo significa forse che al giovane rampollo americano un simile pensiero non sarebbe mai passato spontaneamente per la testa; di certo non passa mai per quelle di Daisy e Tom. Il boom capitalistico non era destinato a durare a lungo, ma almeno il secondo dei due fenomeni che ne scaturirono sarebbe arrivato intatto e con rinnovata potenza addirittura fino a noi: quei due fenomeni furono la speculazione in borsa — non a caso, quando Nick arriva a New York, se ne va di filato a cercarsi un lavoro a Wall Street — e la pubblicità.

    L’agente di pubblicità imparò presto a spostare l’attenzione dall’oggetto da vendere alla psicologia del compratore, vale a dire ai desideri della massa del pubblico. Questo rese la pubblicità la più preziosa alleata di una storia del costume, rivelando sogni, debolezze, umiliazioni segrete e complessi inconfessati, ambizioni e delusioni di ogni genere nei personaggi pubblicitari che dovevano per qualche ragione comprare un certo prodotto, o un dizionario per non mostrarsi ignoranti o un galateo per non mostrarsi ineducati [...] o un certo dentifricio per non mostrare la piorrea… (Fernanda Pivano)

    — Gli enormi occhi stampati sul manifesto del Dr. Eckleburg, fissi sul degrado della periferia di New York, assumono così un duplice significato: quello di svelare il controllo delle masse attraverso l’attribuzione di pensieri che esse non sono più in grado di formulare da sole e quello di essere i testimoni implacabili dello spettacolo della follia umana.

    In ultima istanza, ma non priva di importanza, c’è Zelda. C’è sempre Zelda, nella vita, negli scritti e in tutto di Fitzgerald. Si narra che egli concepì Il grande Gatsby col cuore grondante della disillusione che lei gli aveva regalato in seguito a una relazione con un pilota di idrovolanti francese, descritta non solo dalla stessa Zelda nella sua autobiografia (Lasciami l’ultimo valzer) ma anche da Ernest Hemingway, che un po’ si compiaceva di spargere fango sulla figura instabile e bellissima della moglie del suo altrettanto instabile amico. Ecco in parte spiegato il motivo per cui in Gatsby non c’è un amore che sia vero: Tom ha sposato Daisy per la semplice logica che ha mosso tutta la sua vita, ovvero dimostrare che può accaparrarsi solo il meglio; Daisy ha sposato Tom per i suoi soldi; l’interesse di Jordan nei confronti di Nick svanisce in un battito di ciglia; lo stesso Nick rivela a se stesso la vacuità del suo sentimento nell’attimo in cui Jordan si ritrova invischiata nel quadro del suo sdegno generale; e perfino l’amore di Gatsby per Daisy non è che la chiave di un progetto più grande, l’ennesima illusione di una generazione che distrugge se stessa, una terribile fatalità.

    Il grande Gatsby ci catapulta direttamente nell’estate del 1922. Mancano ancora sette anni al crollo della borsa e alla grande Depressione. Un breve susseguirsi di pagine ci conduce attraverso tutta una vita – la vita di un uomo e quella di un’epoca, entrambe irripetibili – nel sotterfugio di un’estate selvaggia sulla splendida Long Island, il sogno da inseguire, l’accattivante luce verde che racchiude tutte quante le speranze. Durante il nostro breve viaggio ci scontriamo con caratteri appena accennati per mezzo di una manciata di emozioni elementari che mettono a nudo in maniera oscena e brutale la loro più profonda intimità: il ritratto spietato e angosciante di un’umanità perduta, che forse non si è mai trovata, divisa al suo interno da se stessa e dal continuo rinnovarsi di convinzioni antiquate. Ecco cos’è Il grande Gatsby. Un capolavoro senza tempo, proprio come il suo incredibile protagonista, talmente attuale da spingerci a chiederci se il mondo, a distanza di cinque anni o quasi un secolo possa essere mutato veramente nella sua forma e sostanza o se, piuttosto, non lo abbiamo ritenuto diverso per un precedente personalissimo errore di valutazione, avendo su di esso proiettato le nostre speranze per un radioso futuro destinato a schiantarsi nell’improvvisa scoperta della crudezza della luce del sole. Ecco cos’è Il grande Gatsby. Quello che con sprezzante faciloneria è stato visto come il parossismo di un amore impossibile – la stessa tragedia di Gatsby è ridotta dalla stampa a una semplice storiella, per risultare comprensibile a un ambiente “dove le infrazioni a un codice erano ritenute impossibili” – è invece il drammatico destino di un uomo talmente estraneo al proprio spazio e al proprio tempo da sentirsi addirittura provvisto di una natura divina. E come sarebbe possibile non sentirsi altrimenti, quando l’umanità che ti sbanda di fianco alla cieca, disperata e noncurante, va progressivamente forgiando la propria incoerente morale, rivelandosi sempre più prossima a un branco di bestie? Ecco cos’è Il grande Gatsby.

    È il sogno americano che scopre se stesso e la propria illusione, finendo schiantato in un lago di sangue nell’accessorio di una piscina che nessuno ha mai usato – se non per schiantarcisi dentro – e di cui neppure riesce a toccare mai il fondo, continuamente risospinto verso la luce di quel sole che non avrebbe voluto vedere. E il suo protagonista, Jay Gatsby, è l’America stessa, nel suo mutar nome e vestiti e sfoggiare una cultura europea che è spesso fittizia, ingenuo come un ragazzino ma caparbio come un vecchio nel conseguire il proprio fine a ogni costo. È lo specchio di un’umanità delusa, contagiata dalle promesse inadempiute di una società gonfiata dai grandi progetti e dalle grandi riforme, in cui facilmente potremo ritrovare il nostro stesso ritratto – solo, dannatamente più elegante.

    Leggi il mio articolo qui: http://zeldasroom.wordpress.com/2014/01/04/il-grande-gatbsy-di-francis-scott-fitzgerald/

    ha scritto il 

  • 5

    The Great Gatsby

    Published 89 years ago, The Great Gatsby by F. Scott Fitzgerald still creates discussion and controversy for its brilliant depiction of the characters. The enigma of Jay Gatsby remains still today. What does he want from life? Daisy? The self-assurance of those born to wealth? Acceptance? Belief ...continua

    Published 89 years ago, The Great Gatsby by F. Scott Fitzgerald still creates discussion and controversy for its brilliant depiction of the characters. The enigma of Jay Gatsby remains still today. What does he want from life? Daisy? The self-assurance of those born to wealth? Acceptance? Belief that he has reached success? Each reader walks away with their own interpretation, and each interpretation seems equally viable. That, to me, is the the magic of this book.

    Read my complete review at: http://www.memoriesfrombooks.com/2014/11/the-great-gatsby.html

    ha scritto il 

  • 5

    malinconia portami via..

    Fitzgerald descrive ad arte l'amara solitudine dell'uomo che trova nel passato la sua ragione per vivere il presente. «Ti farò venire qualcuno, Gatsby. Non preoccuparti. Fidati di me e ti farò venire qualcuno» ma "non venne nessuno". «Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti ...continua

    Fitzgerald descrive ad arte l'amara solitudine dell'uomo che trova nel passato la sua ragione per vivere il presente. «Ti farò venire qualcuno, Gatsby. Non preoccuparti. Fidati di me e ti farò venire qualcuno» ma "non venne nessuno". «Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.»

    ha scritto il 

  • 5

    "disse soddisfatto, rimettendosi i ricordi in tasca"

    Leggo questa frase ( e poi anche altre ma questa, prima) e contrariamente a mie abitudini sento che devo copiarla subito sull'agenda, per fermarla in qualche modo, portarmela dietro, un ricordo in tasca deve diventare, in modo che possa ogni tanto tirarla fuori, guardarla da vicino, soffiare pian ...continua

    Leggo questa frase ( e poi anche altre ma questa, prima) e contrariamente a mie abitudini sento che devo copiarla subito sull'agenda, per fermarla in qualche modo, portarmela dietro, un ricordo in tasca deve diventare, in modo che possa ogni tanto tirarla fuori, guardarla da vicino, soffiare piano col fiato e pulirla sulla manica del golf come facevo da bambina cn le biglie di vetro più belle, prese dal fratello grande: erano mini mondi che ci si poteva portare dietro e vedere dentro ...tutto.
    Questo libro è così e mi ha incantata.
    "Lo vidi aprire un forziere di rubini per placare con quelle profondità accese di cremisi i morsi del cuore infranto"
    Poiché un grande libro non è solo un'infilata di immagini belle, anche se così evocative, in sintesi: non manca l'azione, i colpi di scena, il romanticismo, i personaggi complessi e affascinanti, l'atmosfera newyorkese convulsa dell'età del jazz e del proibizionismo... poteva diventare un tomazzissimo di 970 pagine invece rimane un breve romanzo: densissimo e incredibilmente leggero, vero e favoloso.

    ha scritto il 

  • 5

    La bella traduzione della Pivano

    Scaduti i diritti di tutela ormai tutti accorrono a "ritradurre' Il Grande Gatsby e ad attualizzarne i termini con libere interpretazioni autoriali ma la traduzione della Pivano, ripubblicata da Einaudi, conserva quella traccia del tempo necessaria alla conservazione del romanzo.
    Alcuni gra ...continua

    Scaduti i diritti di tutela ormai tutti accorrono a "ritradurre' Il Grande Gatsby e ad attualizzarne i termini con libere interpretazioni autoriali ma la traduzione della Pivano, ripubblicata da Einaudi, conserva quella traccia del tempo necessaria alla conservazione del romanzo.
    Alcuni grandissimi della letteratura americana lo sono diventati anche per la nostra letteratura grazie al contributo di alcuni nostri traduttori (Pivano, Pavese e la compianta Adriana Motti)

    ha scritto il 

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