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Il grande crollo

By John Kenneth Galbraith

(22)

| Others | 9788833906287

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Book Description

22 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    *** This comment contains spoilers! ***

    Tre pagine da incorniciare

    Nella mia edizione sono 173, 174 e 175. E rispecchiano in modo sorprendente, a più di 80 anni di distanza, ciò che accade oggi in Europa.
    Con qualche piccola differenza: il pareggio di bilancio ce lo hanno ficcato in... costituzione, e l'omologo del ...(continue)

    Nella mia edizione sono 173, 174 e 175. E rispecchiano in modo sorprendente, a più di 80 anni di distanza, ciò che accade oggi in Europa.
    Con qualche piccola differenza: il pareggio di bilancio ce lo hanno ficcato in... costituzione, e l'omologo del sistema aureo per noi è l'euro, che è come se fosse una risorsa naurale da procurarsi sul mercato invece che un pezzo di carta da stampare. Entrambi i dogmi e i relativi anatemi reggono il confronto e le conseguenze, come ha scritto Galbraith, saranno profonde.

    ... In seguito il potere politico contribuì all'aggravamento della situazione. Interrogato sul modo in cui il governo avrebbe potuto meglio favorire la ripresa, il consulente, saggio e pieno di senso di responsabilità, sollecitava il pareggio del bilancio. Entrambi i partiti erano d'accordo su questo.
    Per i repubblicani il pareggio del bilancio era, come sempre, materia di alta dottrina. Ma il programma democratico del 1932, con una precisione che i politici raramente consigliano, chiedeva fra l'altro un “bilancio federale pareggiato annualmente sulla base di accurati preventivi di spesa nei limiti delle entrate...”.
    L'impegno di pareggiare il bilancio è sempre gravido di conseguenze. Esso significava allora che non ci poteva essere un incremento nelle spese governative al fine di espandere il potere d'acquisto e attenuare le difficoltà. Significava che non ci poteva essere un ulteriore sgravio fiscale. Ma, preso alla lettera, significava molto di più. Dal 1930 in poi il bilancio era rimasto in grave squilibrio, e quindi il pareggio significava un aumento delle imposte, una riduzione delle spese, o entrambi. Il programma democratico del 1932 chiedeva un'“immediata e drastica riduzione delle spese governative” per realizzare una diminuzione di almeno il 25 per cento nel costo dell'amministrazione.
    Il pareggio del bilancio non era materia d'opinione. Né era, come spesso si è asserito, una precisa materia di fede. Era piuttosto una formula. Per secoli l'astenersi dal contrarre prestiti aveva protetto la gente dalla negligenza e dalla temerarietà nell'amministrazione della cosa pubblica. I custodi dei pubblici averi negligenti o incauti avevano spesso elaborato complicati argomenti per dimostrare che il pareggio fra entrate e uscite non era segno di virtù. L'esperienza aveva invece dimostrato che, per quanto opportuna sembrasse tale idea al momento immediato, alla lunga intervenivano le difficoltà o il disastro. Quei semplici precetti di un mondo semplice non resistettero in mezzo alle crescenti complicazioni dei primi anni trenta.
    La disoccupazione di massa, in particolare, aveva alterato le regole.
    Gli avvenimenti avevano giocato un pessimo tiro alla gente, ma quasi nessuno tentò di affrontare il problema in modo nuovo.
    Il pareggio del bilancio non era l'unica camicia di forza sulla politica. C'era anche lo spauracchio dell'“uscita” dal sistema aureo e, sorprendentemente, del rischio d'inflazione. Fino al 1932 gli Stati Uniti aumentarono in modo fonnidabile le loro riserve auree, e invece dell'inflazione il paese aveva a che fare con la più violenta deflazione della storia nazionale. Eppure, ogni serio consulente scorse in ciò dei pericoli, ivi compreso il pericolo di un precipitoso rialzo di prezzi. Gli americani, in anni ormai decisamente appartenenti al passato, avevano mostrato un'inclinazione a gingillarsi con la provvista di denaro e ad assaporare le gioie brevi, ma inebrianti di un boom dei prezzi. Nel 1931 o nel 1932, il pericolo e addirittura la probabilità di un boom del genere erano nulli. Consiglieri e consulenti, d'altronde, non sottopenevano ad analisi il pericolo o la possibilità. Essi svolgevano soltanto la funzione di custodi di cattivi ricordi.
    Il timore dell'inflazione rafforzò la richiesta del pareggio del bilancio. Limitò inoltre gli sforzi diretti ad abbassare i saggi d'interesse, a rendere il credito abbondante (o perlomeno copioso), e a facilitare il più possibile prestiti data la situazione esistente. La svalutazione del dollaro era, com'è naturale, recisamente scartata: violava direttamente i princìpi del sistema aureo. Nella migliore delle ipotesi, in simili periodi di depressione, la politica monetaria è una debole canna per appoggiarvisi. I correnti cliché economici non consentivano neppure l'uso di quella fragile arma. Anche questi atteggiamenti non conoscevano confini di partito. Benché di mente straordinariamente aperta, Roosevelt era attento a non offendere o disturbare i suoi sostenitori. In un discorso a Brooklyn verso la chiusura della campagna del 1932, egli affermava:

    Il programma democratico dichiara specificamente: "Noi auspichiamo una moneta solida da difendere a tutti i costi." Questo è parlare chiaro.
    Discutendo questo programma il 30 luglio, ho detto: "Una moneta solida è una necessità internazionale, non una considerazione interna di una sola nazione." Nel lontano nord-ovest, a Butte, ho ripetuto l'impegno... A Seattle ho riaffermato il mio atteggiamento..."

    Il febbraio successivo, Hoover espone il suo punto di vista, come spesso prima, in una famosa lettera al presidente eletto:

    Si tranquillizzerebbe enormemente il paese se si potesse immediatamente assicurare che non ci saranno manomissioni della moneta o inflazione; che il bilancio sarà indiscutibilmente portato in pareggio anche se si renderà necessaria un'ulteriore imposizione fiscale; che il credito dell'Amministrazione sarà mantenuto rifiutando di esaurirlo nell'emissione di titoli.

    Il rigetto della politica finanziaria (imposte e spese) e monetaria equivaleva precisamente al rigetto di ogni politica economica positiva da parte del governo. I consulenti economici dell'epoca avevano l'unanimità e l'autorità sufficienti a imporre ai leader di entrambi i partiti il ripudio di tutte le misure disponibili per arrestare la deflazione e la depressione. A suo modo questa fu un'impresa notevole, il trionfo del dogma sul pensiero. Le conseguenze furono profonde.

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    nullpointer said on Nov 12, 2012 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Se gli economisti da salotto televisivo ripassassero la storia darebbero meno fiato ai denti e direbbero cose più sensate. Basterebbe che leggessero questo librettino sul crollo di Wall Street del '29 e saprebbero che la nostra storia è stata già scr ...(continue)

    Se gli economisti da salotto televisivo ripassassero la storia darebbero meno fiato ai denti e direbbero cose più sensate. Basterebbe che leggessero questo librettino sul crollo di Wall Street del '29 e saprebbero che la nostra storia è stata già scritta e che ripetere gli errori spacciandoli per rimedi non fa che peggiorare le cose.
    Impressionante come anche allora le parole usate dai governanti fossero le stesse usate da questi di oggi.

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    silliver said on Oct 27, 2012 | Add your feedback

  • 6 people find this helpful

    Bellissimo, chiaro e puntuale, The Big Crash spiegato quasi ora per ora, con la chiarezza che per i saggisti anglosassoni è normale.

    Purtroppo è anche da brividi, vedere come certi giochi delle parti si ripetano nelle grandi tragedie. La bolla, la c ...(continue)

    Bellissimo, chiaro e puntuale, The Big Crash spiegato quasi ora per ora, con la chiarezza che per i saggisti anglosassoni è normale.

    Purtroppo è anche da brividi, vedere come certi giochi delle parti si ripetano nelle grandi tragedie. La bolla, la corsa generale alla ricchezza, i pochi saggi che dicono “non durerà”, ma finché dura nessuno li ascolta, i piccoli crolli, le riprese, gli interventi dei banchieri, i nuovi più massicci crolli, gli appelli alla calma, gli appelli dei politici, le poche voci contro, gli appelli sui giornali (...), i “la situazione strutturale è sostanzialmente solida” … (I Brividi).

    Poi il Crash. Poi la colpa di chi fu, chi ha truffato prima, poi i suicidi, la Depressione, la fame, e poi e poi ..la Guerra. E brividi che non se ne vanno, ahimé.

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    ♘ΑνναΦ (Ἦθος, ἀνθρώπῳ δαίμων ) ♘ said on Nov 6, 2011 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    1929:la crisi della Borsa di Wall Street nell' avvincente e lieve racconto di un grande economista . 2011 : più andavo avanti nella lettura, più il mercato crollava.

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    plob said on Oct 8, 2011 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    No es es una lectura de verano

    Reconozco que este libro es una fuente esencial para explicar la crisis y la depresión norteamericanas de 1.929.

    Sin embargo, no es fácil de leer: requiere un seguimiento de las referencias y de los personajes clave (o al menos un conocimiento previ ...(continue)

    Reconozco que este libro es una fuente esencial para explicar la crisis y la depresión norteamericanas de 1.929.

    Sin embargo, no es fácil de leer: requiere un seguimiento de las referencias y de los personajes clave (o al menos un conocimiento previo). En ocasiones, y sin incluir en general lenguaje y explicaciones demasiado técnicas, es difícil seguir el hilo argumental.

    Ni yo soy economista, ni el libro es una lectura de verano. Eso es todo. En otras circunstancias lo puntuaría más alto.

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    Pablo Rodríguez Madroño said on Aug 27, 2011 | Add your feedback

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