Il grande gioco

I servizi segreti in Asia centrale

Di

Editore: Adelphi (L'oceano delle storie, 5)

4.3
(370)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 624 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Giapponese

Isbn-10: 8845918130 | Isbn-13: 9788845918131 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Giorgio Petrini

Disponibile anche come: Tascabile economico , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Viaggi

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Descrizione del libro
Davanti al palazzo dell'emiro di Buchara, due uomini in cenci sono inginocchiati nella polvere. A poca distanza, due fosse scavate di fresco, e tutt'intorno una folla sgomenta, che assiste in un silenzio irreale. Non è certo insolito che l'emiro faccia pubblico sfoggio di crudeltà, ma è la prima volta che il suo talento sanguinario si esercita su due bianchi, e per di più servitori di Sua Maestà britannica. La scena non è stata scritta da Kipling, ma è accaduta una mattina di giugno del 1842, dando inizio a una vicenda che in questo libro Hopkirk ricostruisce nella sua fase più avventurosa, allorché gli ufficiali dei servizi segreti zarista e vittoriano valicavano passi fino allora inaccessibili per stringere alleanze con i khan della regione.
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    Spesso si fatica a distinguere i titoli che compaiono sui giornali di oggi da quelli di un secolo fa o più.

    Saggio storico che si legge con la passione del romanzo, completato nel 1990, l’Unione Sovie ...continua

    Spesso si fatica a distinguere i titoli che compaiono sui giornali di oggi da quelli di un secolo fa o più.

    Saggio storico che si legge con la passione del romanzo, completato nel 1990, l’Unione Sovietica ancora per poco integra intenta a leccarsi le ferite della guerra afghana, e ripreso dall’autore nel 1997 per decidere di lasciarlo inalterato: come sette anni prima, come cento anni prima situazione in fieri, troppo fluida per un aggiornamento destinato all’obsolescenza nel giro di mesi, forse di giorni. Non occorreva un indovino, bastava un conoscitore, come Hopkirk, della storia di una regione, sterminata, che più di altre si è rivelata il centro del mondo.
    Nel 2017 l’ennesima guerra afghana è in corso da sedici anni e i titoli dei giornali sono gli stessi di quando, due secoli fa, quella zona divenne il centro del mondo, per rimanerlo.
    ---

    Se gli afgani, come nazione, si opponessero con risolutezza agli invasori, le difficoltà della marcia sarebbero pressoché insormontabili.
    (Arthur Conolly, 1829)
    ***

    Vi erano pesche, susine, albicocche, pere, mele, mele cotogne, ciliegie, noci, more, melagrane, viti, e crescevano tutte in uno stesso giardino. Vi erano anche usignoli, merli, tordi, colombi… e gazze chiacchierine quasi su ogni albero.
    (Alexander Burnes, Kabul, 1832)
    ***

    I loro mullah predicano contro di noi da un capo all’altro del paese.
    (Henry Rawlinson, Kabul, 1842)

    Kabul, Kandahar, Peshawar, Herat, Pamir.
    Quattro città e una regione fisica. Gli stessi nomi da due secoli: gran parte della storia del mondo si gioca là. Giocare, Grande Gioco, che alla Guerra Fredda ci fa un baffo (eufemismo). Definizione ancora più sensata scoprendo che i giocatori erano dannatamente giovani, competizione per ventenni, massimo trentenni. Ragazzi, che hanno fatto la storia e pure la geografia, immensi vuoti sulle mappe colmati. Mercante, spia, avanguardia militare, esploratore: l’eclettismo era capitale.
    Hopkirk amalgama storia economica e psicologia storica, tutto innesca una tettonica geopolitica che più di una volta poteva sfogare in sismi devastanti e ha lasciato faglie, ancora e per sempre (difficile pensare diversamente) in movimento. Se l’Afghanistan è il cuore, la periferia è dilatata, confini porosi: Caucaso, Turchia, Persia (per noi: Iran, ma il cambiamento è solo nominale), Cina (come allora oggi: la spina nel fianco, Xinjiang). Il sistema nervoso è l’Islam: se non è scontro, conflitto, guerra di civiltà è superficie di contatto e il contatto, decenni dopo, non si può dire che l’abbiamo elaborato.
    Guerra a bassa intensità. All’angolo occidentale: Inghilterra, pragmatica, affamata di mercato, materie prime da trovare ma soprattutto manufatti da vendere e una base casa da proteggere (tranne che dall’Inghilterra stessa): il gioiello India. All’angolo orientale: Russia, pure lei commerciante, ma spinta da un impulso di più, la realizzazione del suo proprio “destino manifesto”, la conquista dell’Asia, per esorcizzare lo spettro che mai cesserà di aggirarsi per l’anima russa: Gengis Khan.
    Conflitti collaterali: militari vs. politici, Inghilterra vs. governo indiano. Fiumi di sterline per difendere il gioiello della corona, il vero successo russo, spesso a costo zero: la disinformacija nacque allora. Come l’instant book: a Londra specialmente, i maître à penser suggestionavano il popolo più dei governanti. Motori collaterali: Napoleone (in piccolo un Gengis Khan per l’Inghilterra), la Guerra civile americana (se il cotone non arriva più dal Dixieland perché non andarselo a prendere in Asia centrale, dove ce n’è?). Attori non protagonisti: gurkha e pandit, soldati e spie straordinari ma troppo indiani per essere ricordati per nome.
    Il grande atout della Russia: essere autocrazia; la democratica Inghilterra era troppo ingessata da catena di comando e opinione pubblica, da cui la principale strategia che era una non strategia: inazione ottimale. Maestra di dissimulazione, la Russia (sì, l’autore è inglese, sarà di parte, anche perché all’oggettività credono solo i gonzi, ma circostanzia, documenta, spiega) che chiedeva ratifiche a cose fatte, considerando ogni passo avanti come irreversibile (quando il passo indietro inevitabilmente avveniva non era solo sconfitta, ma tragedia).
    Sempre avanti la Russia (finché non sbatté il muso contro il muso dei Giapponesi), a sgominare gli usi asiatici di schiavitù e torture (pensando a Stalin, più che sgominati viene da dire: cooptati), la più grande impresa coloniale della storia; quando Hopkirk scrive, granitica l’URSS, ogni palmo di terra conquistato è ancora là: crollati gli imperi coloniali, restituito il gioiello indiano, richiuse le ferite di guerre su guerre, il colonialismo russo ha vinto perché irreversibile, la conquista dell’est.
    Ora il libro potremmo immaginare di aggiornarlo noi. L’Unione Sovietica si è dissolta, ma la Russia non conta nulla per le sue ex sorelle asiatiche? Ma, soprattutto, l’Afghanistan è là, con le sue tribù e etnie che hanno lottato ogni giorno della loro storia con un’unica mira: essere lasciate sole, farsi i fattacci loro. Per ritrovarsi, da due secoli a questa parte, il mondo in casa. Non per tutti i destini manifesti sono gloriosi.

    ha scritto il 

  • 5

    Un compendio di viaggi e avventure nel XIX secolo, che fa venire voglia di leggersi tutte le fonti (partire no, che in questo momento la situazione tra Iran, Iraq, Afghanistan e territori limitrofi no ...continua

    Un compendio di viaggi e avventure nel XIX secolo, che fa venire voglia di leggersi tutte le fonti (partire no, che in questo momento la situazione tra Iran, Iraq, Afghanistan e territori limitrofi non è proprio delle più tranquille).
    Hopkirk racconta da dentro (con una analisi e ricerca delle fonti dettagliatissima) il "grande gioco" ovvero le battaglie sul campo e dei servizi segreti che videro fronteggiarsi Inghilterra e Russia per il controllo dell'Asia Centrale (con il non trascurabile dettaglio di difendere/conquistare una via dì accesso all'India via terra).
    Affascinante è anche la posizione di Hopkirk che per scontato che fosse del tutto legittimo e accettibile e corretto deporre capi, conquistare territori a 20mila km da casa: il concetto di sovranità territoriale era di là da venire, non che oggi sia molto più radicato nei potenti della Terra.
    Ugualmente colpisce il pregiudizio di fondo sulla perfidia asiatica e sul doppiogiochismo russo quasi apertamente dichiarati.

    ha scritto il 

  • 5

    Jeux sans frontières

    Da bambino non ricordo di aver mai sognato di fare l'esploratore o l'archeologo, ma l'astronauta sì e il mio desiderio supremo consisteva nell'andare su Giove per studiare la Grande Macchia Rossa. Qua ...continua

    Da bambino non ricordo di aver mai sognato di fare l'esploratore o l'archeologo, ma l'astronauta sì e il mio desiderio supremo consisteva nell'andare su Giove per studiare la Grande Macchia Rossa. Quando mi resi conto di quanto le mie abilità matematiche e scientifiche fossero scandalosamente basse, desistetti, ma lo spazio infinito esercita ancora su di me un grande fascino e mi riporta indietro a quei giorni in cui disegnavo il sistema solare coi pastelli; nessuno mi batte nelle domande sui pianeti quando si gioca a Trivial Pursuit. E' curioso che proprio adesso, adulto, mi venga la smania di fare l'esploratore per Sua Maestà la Regina e che prenda sonno sognando di attraversare il Karakorum a dorso di mulo. Se fossi un bambino passerei i miei pomeriggi ad allestire immaginarie spedizioni e a scalare montagne di scatole di cartone; per simulare gli accampamenti ad alta quota potrei usare le lenzuola.

    Il Grande gioco di Peter Hopkirk si è rivelato uno dei libri più avvincenti e proficui di quest'anno che si sta chiudendo. Non solo perché racconta fatti che normalmente s'ignorano, ma per la passione che trasuda da ogni capitolo, da ogni paragrafo; un saggio di geopolitica di questa mole, dovrebbe in teoria provocare qualche sbadiglio, invece ringalluzzisce, ispira ed eccita l'immaginazione. Ne sconsiglio la lettura notturna perché l'effetto è pari a quello di un litro di caffè forte.

    Ma il Grande gioco cos'è poi? Con questa espressione s'intende la guerra sotterranea combattuta nel corso dell'Ottocento tra l'Impero britannico e quello russo, per il controllo delle zone strategiche dell'Asia centrale. Una guerra non convenzionale a suon di esploratori in incognito e attacchi fulminei sui passi di montagna. Ora i tempi sono assai cambiati e se un governo sente la necessità di gettare un occhio su un territorio remoto e lontano, basta mandare un drone; nell'Ottocento l'Afghanistan, il Pamir, il Tibet erano lande quasi completamente sconosciute agli europei, esplorate in piccolissima parte e delle quali non si disponevano mappe attendibili. La necessità della Gran Bretagna di proteggere l'India dalle mire espansionistiche russe portò Londra a servirsi di militari in incognito o spessissimo di privati cittadini in vena d'avventura, per mappare i punti d'accesso sensibili, per stringere alleanze politiche e commerciali con i mille khanati asiatici, per spodestare legittimi sovrani e installarvi governi fantoccio. Stessa tattica venne applicata dalla Russia, in quel secolo in fortissima espansione da un lato all'altro del suo immenso territorio; gli zar non rimasero con le mani in tasca, imbarcandosi in una serie di spedizioni militari e di spionaggio spesso annegate nella disfatta e nel disonore; i russi erano però maestri nel far pendere sul collo inglese la perpetua minaccia d'una invasione dell'India.
    Ogni capitolo di questo bel lavoro potrebbe benissimo costituire un film, anzi mi stupisce che nessun abbia pensato di tirarne fuori una serie tv: ci sarebbe materiale per almeno dieci stagioni e abbastanza intrighi da tenere lo spettatore incollato allo schermo e col fiato sospeso. In certi capitoli, dove l'avventura s'impenna e non si può non trattenere il fiato leggendo delle brillanti spedizioni a quattromila metri d'altezza con il gelo e la morte nelle membra, il lettore può essere realmente assalito dalla sensazione che si tratti di fandonie, d'invenzioni inglesi fatte per ravvivare la noia vittoriana; le cento pagine di fonti testimoniano invece dell'immenso lavoro necessario per reperire le informazioni elegantemente rielaborate dallo storico, della quantità titanica di rapporti, dispacci, minute diplomatiche, biografie e autobiografie di esploratori svaniti nelle nebbie del tempo, le cui imprese sono diventate - al volgere del secolo - roba di poco conto in confronto al sanguinoso avvitarsi della storia nel continente europeo. Riemergono con colori vividi, imponenti nella loro grandezza e statura, portatori del gene imperialistico che a noi oggi provoca tanti imbarazzi e rimorsi di coscienza.

    Come diceva Mark Twain (ma forse non l'ha mai detto), history doesn't repeat itself but it does rhyme: la Russia è ricascata nel pantano afghano negli anni Settanta del Novecento, in un momento di amnesia storica; e come un bambinone grasso e con la bava alla bocca che gattona verso una rampa di scale, poco più di dieci anni fa gli Stati Uniti hanno pensato bene di farci una guerra, con la peggior sicumera dell'occidentale ricco, rimanendoci invischiati e buttando miliardi di dollari e parecchie vite umane. Questa è storia recente, che non si ripete, ma che produce assonanze spettrali; il Grande gioco non è in realtà mai finito, ha solo cambiato giocatori e obiettivi.

    ha scritto il 

  • 4

    L'inizio dell'ultima guerra in Afghanistan

    Ricordo le parole dell'amico che me lo consigliò: "mentre noi stavamo facendo, faticosamente, il Risorgimento, questi (Russi e Inglesi) si affrontavano per conquistare il mondo". In effetti alla fine ...continua

    Ricordo le parole dell'amico che me lo consigliò: "mentre noi stavamo facendo, faticosamente, il Risorgimento, questi (Russi e Inglesi) si affrontavano per conquistare il mondo". In effetti alla fine la sensazione di capogiro arriva. Scritto molto bene, mescolando sapientemente testi storici e ricostruzioni, tenendo a freno la voglia di elargire le impressioni personali ma senza per questo rinunciare al pathos della narrazione, si legge con piacere e si torna ogni sera come uno di quei vecchi che hanno storie da raccontare. Assolutamente da leggere fosse solo per rinfrescare la memoria a quelli che credono che la guerra in Afghanistan sia iniziata dopo l'attacco alle torri gemelle.

    ha scritto il 

  • 5

    Il “Grande Gioco” è la corsa al controllo dell’Asia Centrale che nell’Ottocento vide contrapporsi Gran Bretagna e Russia. Hopkirk ce ne narra la storia, fatti di ambiziosi ufficiali, cinici diplomatic ...continua

    Il “Grande Gioco” è la corsa al controllo dell’Asia Centrale che nell’Ottocento vide contrapporsi Gran Bretagna e Russia. Hopkirk ce ne narra la storia, fatti di ambiziosi ufficiali, cinici diplomatici e avventurieri senza scrupoli che si scontrarono tra loro e con i dispotici ed infidi khan locali sulle strade di Bukhara e di Samarcanda, di Kabul e di Herat, del passo Khyber e della Persia, nomi di regioni per noi sospese tra la magia e il fascino dell’esotico da un lato e la durezza delle cronache di guerra dall’altro.

    ha scritto il 

  • 5

    Splendido acquerello storico della metà dell'800 in Oriente . Hopkirk riesce a descrivere i fatti storici come un lungo thriller. Un libro che una volta iniziato, non si riesce a smettere.

    ha scritto il 

  • 2

    Confiteor: ho letto questo libro svogliatamente e saltandone ampissimi tratti.
    Non che le buone intenzioni mancassero; ero pronto a vivere intrighi internazionali, gesta epiche e descrizioni dei paesa ...continua

    Confiteor: ho letto questo libro svogliatamente e saltandone ampissimi tratti.
    Non che le buone intenzioni mancassero; ero pronto a vivere intrighi internazionali, gesta epiche e descrizioni dei paesaggi medio-orientali.
    Ma fin dall'inizio questo libro che narra di cospirazioni, spie e voltagabbana ha soprattutto tradito le mie aspettative. Ho nuotato controcorrente per cercare di memorizzare e mettere insieme nomi di persone, di eventi, di luoghi, per poi restare sempre confuso, navigare avanti&indietro nella pagine per riscontrare di chi o cosa si stesse scrivendo e per orientarmi nel *grande gioco*.
    Mi rendo conto che gli appassionati di storia (o meglio: romanzi storici) possano qualificare "The Great Game" come un ottimo lavoro. Probabilmente è vero ma, da non amante del genere, la mia opinione resta diversa.

    ha scritto il 

  • 4

    La storia della competizione tra grandi potenze (principalmente Gran Bretagna e Russia) nell'Asia Centrale nell'arco di un secolo. Ho letto questo libro affascinante centellinandolo, capitolo per capi ...continua

    La storia della competizione tra grandi potenze (principalmente Gran Bretagna e Russia) nell'Asia Centrale nell'arco di un secolo. Ho letto questo libro affascinante centellinandolo, capitolo per capitolo, e prendendo molti appunti. E' l'epopea di molti uomini coraggiosi, di esploratori, soldati, di avventure spesso temerarie, di tradimenti e doppi giochi. Ignoravo completamente queste vicende, mi riprometto di leggere altre opere sul Grande Gioco.

    ha scritto il 

  • 4

    Ottimo libro

    Libro molto interessante, a tratti così avventuroso da sembrare un romanzo. Talvolta l'autore è un po' "pedante" e freddino nella narrazione, ma il fascino degli avvenimenti e dei personaggi in questi ...continua

    Libro molto interessante, a tratti così avventuroso da sembrare un romanzo. Talvolta l'autore è un po' "pedante" e freddino nella narrazione, ma il fascino degli avvenimenti e dei personaggi in questi luoghi sperduti del mondo è molto coinvolgente. Inoltre è abbastanza evidente una descrizione filo inglese e un po' "russofoba" dei fatti, ma niente di grave, vista la nazionalità dello scrittore.
    Forse bisogna essere appassionati di storia per apprezzare un libro del genere, ma a me a fatto un po' sognare il fascino di questi posti che non ho mai visitato. Mi sono venuti alla mente alcuni film come "L'uomo che volle farsi Re" "Karthoum" "55 giorni a Pechino" che anche se non riguardano l’argomento del’libro, richiamano quel periodo e narrano fatti citati, sia pure brevemente, anche in questo testo.

    ha scritto il