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Il libro di Benjamin

Di

Editore: Iperborea (110)

3.5
(14)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 284 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8870911101 | Isbn-13: 9788870911107 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Carmen Giorgetti Cima ; Postfazione: Massimo Ciaravolo

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Descrizione del libro
Benjamin Trogen, traduttore finno-svedese, ha dedicato tutta la sua vita alla devota trascrizione di testi scientifici e storici. A sessantatré anni, una moglie, due figli, i nipoti e una carriera al termine si ritira a vita privata, per dedicare altrettanta devozione alla stesura del suo diario. Il "libro blu" come Benjamin chiama il quaderno è lo "sviluppo in una camera oscura" di immagini, ora violente, esuberanti, irrefrenabili, ora desolate e pessimistiche in tensione tra il ricordo e la speculazione esistenziale. Finché uno strano sogno lo chiama alla realtà e a ripercorrere un passato misterioso.
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  • 3

    Diario

    “Da giovani la vita sembra una saponetta eterna. Da vecchi si scopre che la saponetta si sta rapidamente consumando. Forse si potrebbe cavarsela senza sapone?”


    Il motivo conduttore del romanzo è l’affiorare nella coscienza del traduttore Benjamin Trogen di un episodio accaduto cinquantacin ...continua

    “Da giovani la vita sembra una saponetta eterna. Da vecchi si scopre che la saponetta si sta rapidamente consumando. Forse si potrebbe cavarsela senza sapone?”

    Il motivo conduttore del romanzo è l’affiorare nella coscienza del traduttore Benjamin Trogen di un episodio accaduto cinquantacinque anni prima quando aveva solo sette anni, quando Benjamin manda il suo compagno di giochi Olli “a quel paese”, ossia in finlandese “a fare un lungo viaggio”.

    Queste parole non lo lasciano tranquillo, disturbano la sua vita. Infatti Benjamin scopre progressivamente attraverso ricordi e sogni la triste realtà, ossia che Olli in seguito a quel litigio ebbe un incidente che gli procurò un danno psichico irreversibile. L’imprecazione di Benjamin ha avuto dunque il suo effetto, in quanto Olli ha intrapreso un lungo viaggio verso la demenza.

    Il libro di Benjamin è un diario composto da 164 brani; un diario del suo lento e lungo viaggio di ricordo e avvicinamento alla verità. Un viaggio nei rimorsi, nell’umanità di un rapporto che si vuole ricostruire, nel tempo, nella memoria familiare, nella solitudine in cui sia Benjamin che Olli sono caduti. Benjamin alla fine trova la forza di andare a trovare Olli e di chiederli perdono.

    Il libro è, come dicevo, un diario composto da 164 brani, ricchi di riflessioni esistenziali, poesia, citazioni. Brani che possono essere anche riletti separatamente, visto che contengono episodi bellissimi legati tra loro ma anche indipendenti, immagini delle piccole cose di tutti i giorni.
    Il ricordo, la contemplazione, la solitudine sono presenti in tutto il libro, dando un effetto complessivo abbastanza malinconico e triste. Forse troppo, per me.

    “E’ cominciato a nevicare verso mezzanotte. E la cucina
    naturalmente è il posto migliore
    dove stare, il posto degli insonni.
    Lì c’è caldo, ti prepari qualcosa da mangiare,
    bevi del vino e guardi dalla finestra
    la tua amica etarnità.
    Perché preoccuparsi della nascita e della morte come punti
    quando la vita non è una linea retta.
    Perché ti torturi guardando il calendario
    e chiedendoti cosa ci sia in gioco.

    Se qui non ci fosse un silenzio
    La neve l’avrebbe sognato.
    Sei solo.
    Risparmia i gesti. Niente per le apparenze.”

    ha scritto il 

  • 5

    Mi ha accompagnato per quasi quindici giorni -un passo lento, che assecondava la necessità di indugiare con l'occhio e la mente.
    E adesso che ho finito di leggerlo, ascoltarlo -la sua voce e il suo silenzio- ritrovarlo nella mia realtà, pensarlo, portarlo con me, come una delle tante piccol ...continua

    Mi ha accompagnato per quasi quindici giorni -un passo lento, che assecondava la necessità di indugiare con l'occhio e la mente.
    E adesso che ho finito di leggerlo, ascoltarlo -la sua voce e il suo silenzio- ritrovarlo nella mia realtà, pensarlo, portarlo con me, come una delle tante piccole cose che fanno parte delle nostre giornate, della nostra quotidianità, mi sento improvvisamente più sola. Orfana di qualcosa, quasi. Forse di quel tempo intimo e raccolto -il tempo del ricordo e del ripensamento- che aprire questo libro significava.
    "Discorrevamo" di luce e tramonto, di parole e silenzio, di stagioni e di passato, di vita e di morte, Carpelan ed io...

    E non avendo, adesso, tempo alcuno per scrivere un qualche commento, ho sentito il bisogno di appuntare almeno le sensazioni e i pensieri che avevo dentro nel momento in cui ho chiuso definitivamente il libro dentro la sua copertina azzurra, sentendomi, chissà perchè, come "consumata" da tutte le ore, i giorni, le stagioni che vanno ammucchiandosi alle mie spalle. Più fragile. Vulnerabile all'erosione del tempo, ecco. O forse solo più consapevole di questo.
    _________________

    C’è un oggetto, all’inizio di questo libro -il vecchio cipollone del nonno che racchiude molti segreti, che racconta la vita attraverso il suo ticchettio, che è un cuore pulsante di tempo e di ricordi. Un cuore che lui, Benjamin Trogen, ha stretto in pugno, da bambino, ha accostato all’orecchio, ha fissato innumerevoli volte, vedendovi riflessi i propri pensieri, le proprie angosce, la propria solitudine.
    Ora però Benjamin Trogen, l’anziano traduttore di testi scientifici che soffre il vuoto dei suoi giorni presenti e l'incompiutezza della propria vita, non sa più dove sia finito. Farà la sua ricomparsa, quel cipollone dalla cassa consumata, al termine del libro, quasi a voler simboleggiare un tempo del quale ci si è riappropriati -ed è il tempo che serve a ripercorrere una intera esistenza, cercando di coglierne il senso, il pieno significato, magari attraverso i lampi di sofferenza o di gioia, lo squarcio azzurro dei momenti sereni o il buio di quelli tristi, il grido del passato, o la sua quiete… E’ il tempo del ritorno a sé, ai luoghi dell’infanzia, a quegli oggetti che si credevano dimenticati -siano essi un berretto di pelo di cui ci si era disfatti, o il plastico del trenino che si era tenuto invece con cura- ai pensieri che si hanno avuto e son caduti nel terreno della vita come gocce d’acqua quando piove -subito assorbite o evaporate… E’ il tempo di risentire nel ricordo l’odore di lana bagnata, il respiro degli abeti, il sibilo dell’uccello malvagio, o rivedere la foresta silenziosa, la calda luce del sole pomeridiano, le pozzanghere polverose, consapevoli che la memoria può restituire alle cose contorni e colori nitidi…
    E’ il tempo di camminare ancora a fianco di quelle persone che erano le voci e i volti dei giorni andati -il nonno intento a parlare delle api e dei fiori (ed è il ricordo più lontano); la zia Ida che annuisce benevola dalla profondità del suo silenzio (lo sguardo perso oltre la finestra); la nonna con la stessa austerità dei colori autunnali dentro di lei e nei capelli con la riga in mezzo; la madre sempre troppo nervosa; il padre sempre troppo silenzioso (una rosa posata sul tavolo, una volta, a rapprendere il tempo in un brivido di felicità, e la certezza che non moriranno mai). E Ollie. Ollie con il quale ha litigato, quel giorno. Ollie che ha colpito con un pugno. Ollie che è caduto dal pontile. Ollie che è rimasto troppo tempo dentro l’acqua…
    E dall’acqua si alza in volo -un lampo rosso, fumante- il malvagio Otaoli, l’uccello della vendetta, che si nasconde in un bruciante segreto e si vorrebbe ricacciare nell’oscurità o rendere invisibile.
    E' il tempo di "guardare" le cose per guardare dentro di sè.
    Così il passato diventa, per Benjamin, il filtro attraverso cui vedere il presente -o forse è il contrario. Il tempo si sovrappone, si interseca, si sfilaccia; fa sì che si possano avere sessantadue anni e sette nello stesso momento. Forse perché la memoria si nutre di un tempo tutto suo, forse perché in ogni stagione della vita si avverte la medesima inquietudine, la medesima incertezza di sé, sia pur in forma diversa, e i giorni rappresentano allora il costante tentativo di camminare verso se stessi, di raggiungersi, di costruire, esperienza dopo esperienza, pensiero dopo pensiero, quei luoghi interiori in cui rifugiarsi, abitare, arricchirsi, placare l’inquietudine, continuare a camminare, a crescere. Anche se si hanno sessantadue anni.
    E’ uno spazio interiore questo libro. Vi sono angoli fatti di penombra e di silenzio -parola ricorrente in Carpelan, come ha già rilevato prima di me Pipaluk63 nel suo splendido commento- dove si può sostare con i propri pensieri, dove ci si interroga, dove si riflette; vi sono spazi di luce (altra parola che ricorre) viva o sospesa, dove i ricordi acquistano nitore e si precisano, restituendoci al nostro passato; vi sono spazi ampi che accolgono gli innumerevoli frammenti di quotidianità -le piccole cose!- destinati a diventare polvere che il tempo disperde, ma che acquistano qui un profondo significato; vi sono spazi bui che occorre affrontare per giungere alla verità, smascherare le finzioni, afferrare ciò che sfugge, riconciliarsi con se stessi, alfine…
    E se scrivere -immagini, sensazioni, pensieri, colori, persone, musica, libri, solitudine, Lena, il cane, un viaggio: frammenti della propria realtà, attimi del proprio tempo, quel poco o quel nulla che riempie i giorni- si configura come "spazio interiore" per Benjamin-Carpelan, leggere lo diventa allora per noi.
    Si è inevitabilmente di fronte a se stessi, in queste pagine…
    Perchè tutti traduciamo il tempo in colori, suoni, profumi, paesaggi, impressioni, oggetti, pensieri, persone, sentimenti che abitano dentro di noi. Perchè tutti scriviamo, consapevolmente o meno, il nostro libro.

    ha scritto il 

  • 3

    “I ricordi sono sempre qualcosa che ci aspetta nel futuro con un fiore nella mano ossuta”

    "Se avessimo una forte visione e percezione di tutta la vita umana quotidiana, sarebbe come sentire l'erba che cresce e il cuore dello scoiattolo che batte, e moriremmo di quest'urlo che esiste dall'altra parte del silenzio".

    George Eliot

    ha scritto il 

  • 5

    In ognuno, credo, esiste una stanza, una soffitta, qualcosa di piccolo e molto privato, un luogo nascosto dove vanno a finire le cose. Anno dopo anno vi si depositano vecchie foto, ricordi, sogni avvizziti od ancora in attesa; antichi amori e speranze, sensi di colpa chiusi in bauli... E’ piccol ...continua

    In ognuno, credo, esiste una stanza, una soffitta, qualcosa di piccolo e molto privato, un luogo nascosto dove vanno a finire le cose. Anno dopo anno vi si depositano vecchie foto, ricordi, sogni avvizziti od ancora in attesa; antichi amori e speranze, sensi di colpa chiusi in bauli... E’ piccola quando siamo bambini e cresce negli anni, gli armadi e le cassapanche si ammassano. Non è solo memoria, è la stanza intima, quella delle cose private. Nella polvere e nella penombra a volte sai ed a volte no, e certe volte è meglio non ricordare cosa vi sia in quella stanza. Ma c’è, ed è nel profondo. Alcuni libri hanno la chiave, di quella soffitta. Salgono i pochi scalini e sono dentro. Il libro di Benjamin di Bo Carpelan è uno di quelli. Ho iniziato a leggerlo nella luce straordinaria e ventosa di Skagen, poche pagine ed ho capito che dovevo chiuderlo e leggerlo poco alla volta, ho riconosciuto subito che era uno di quelli “con la chiave”.
    Non so perché, è un libro come tanti, forse anche più semplice. Dice del silenzio, parola che ricorre così spesso tra le pagine, un silenzio che ha bisogno di essere tradotto in parole; dice dei giorni e delle stagioni; della luce e dell’imbrunire. E’ il libro di Benjamin Trogen, traduttore di libri scientifici, una vita spesa in modo tranquillo, senza appariscenza, tra lavoro ed affetti. Sulla soglia dell’ultimo tratto egli sente il vuoto, la mancanza di un senso, l’intorpidirsi dei giorni. Egli sente la necessità di cominciare un diario e, di paginetta in paginetta ,imparare a tradurre la sua vita ed il suo tempo, trovare se stesso. Ritrovare i suoi morti, i loro volti, le loro piccole minuzie; ritrovare le estati perdute e gli alberi, il mito stesso dell’infanzia estiva, di corse, giochi ed osservazione magica della luce. Ma soprattutto affrontare l’uccello Otaoli, l’urlante volatile dalle ali nerorosse che popola i suoi incubi. L’antica lite, il gioco finito male, il confuso incedere del compagno Olli, il tonfo dal pontile. Affrontare quell’ombra scura che riaffiora lenta dentro a sé.
    Ota Olli pitkä reissu, vai Olli, per un lungo viaggio: come un mantra questa frase irrompe in Benjamin e nel lettore e ricorre, si ripete; va e ritorna, si fa incubo e sogno, grido acuto d’uccello rapace ed indistinto mormorio. Prenditi un lungo viaggio: è il viaggio verso la memoria, verso quel capitolo della sua vita riaffiorato nell’incedere verso la senilità; ma è, soprattutto, anche un perentorio invito al viaggio autoanalitico, alla ricerca del sé, allo scandaglio della vita fino ad allora percorsa. Accanto a Lena, la compagna di sempre, dolcemente presente, Benjamin osserva e pensa. Pensa cose semplici, accenna alle visite degli amici, uomini e donne che avanzano come lui nell’età. Il vecchio cipollone del nonno scandiva il tempo ma si è perso. Era un tempo intimo, quello della famiglia e quello delle cose di sempre, della memoria. Ora il tempo va affrontato e ponderato, riconsiderato
    La cadenza è lenta, le parole nascono piano e piano camminano: inutile correre, le pagine di Benjamin vanno lette al ritmo della scrittura. Perché non si va da alcuna parte, è un viaggio dentro, un viaggio che tutti, chi più chi meno, chi prima ed altri poi, fanno. La ricerca di una pace intima, l’appello a tutte le memorie e le cose andate, ai minuscoli momenti di nulla importanza, perché si condensino in una traccia, in un nulla osta all’ultima tappa. “Ricordo così tante cose insignificanti, che si fanno evidenti e trovano il loro significato, adesso, o più avanti in futuro, come le persone che si incontrano. Quindi non sono insignificanti, sono solo in possesso del proprio valore, che per loro è prezioso. Avvenimenti, paesaggi, stanze, persone, cose: niente è insignificante”.
    Vi è una fine malinconia che costituisce la tonalità prevalente, e Benjamin afferma che essa “ richiede una certa dose di equilibrio, di contemplazione, di solitudine e di capacità di ascoltare, la propria vita come l’altrui. E’ il tampone necessario e legittimo contro il dolore profondo….La tristezza, la malinconia non offrono nessuna panacea. Sanno cosa vogliono dire le sconfitte e come si può faticosamente superarle. Non promettono nulla che non possono mantenere. Sono le alte giornate d’autunno dopo un’estate traditrice.”.
    Bisogna essere vecchi per apprezzare questo libro di Bo Carpelan, scrittore finlandese in lingua svedese? Forse avere anni alle spalle conferisce solidarietà, ma io credo conti la sensibilità, il peso che anche le piccole cose di tutti giorni ha nel nostro sentire, nel porsi in ascolto davanti al vento, agli alberi, agli oggetti quotidiani ed ai ricordi. “I ricordi sono sempre qualcosa che ci aspetta nel futuro con un fiore nella mano ossuta”, sembra concludere Benjamin.
    E questo, io credo, vale anche per i libri come Il libro di Benjamin.

    ha scritto il 

  • 0

    Il sessantaduenne Benjamin Trogen, traduttore finno-svedese, ha dedicato tutta la vita alla devota trascrizione di testi scientifici e storici. Una notte si sveglia d’improvviso in preda all’angoscia; è una frase in finlandese che ha tormentato il suo sonno: “Ota Olli pitkä reissu - Olli prendi u ...continua

    Il sessantaduenne Benjamin Trogen, traduttore finno-svedese, ha dedicato tutta la vita alla devota trascrizione di testi scientifici e storici. Una notte si sveglia d’improvviso in preda all’angoscia; è una frase in finlandese che ha tormentato il suo sonno: “Ota Olli pitkä reissu - Olli prendi un lungo viaggio”, ovvero “Va’ a quel paese”. La frase gli fa tornare in mente un episodio accadutogli quando aveva sette anni: l’incidente capitato al compagno di giochi d’infanzia Olli in riva al lago, il tuffo da un pontile che procurò all’amico-rivale un danno psichico permanente, poco dopo che Benjamin gli aveva lanciato una violenta imprecazione, “Ota Olli pitkä reissu” per l’appunto, e lo aveva malmenato durante una delle solite discussioni tra i due. Il romanzo di Carpelan non è altro che il diario di Benjamin, il diario di un anziano traduttore impegnato da sempre a lavorare su opere altrui, che sente ora la necessità di scrivere, di riflettere sulla sua esistenza, “ogni volta che scrivo, scrivo da solo, come se gli anni da traduttore fossero una sorta di maggese, sottobosco e fossati vengono adesso alla luce in tutta la loro sgradevolezza”. Tormentato dal senso di colpa per quel che è accaduto a Olli, Benjamin trova nel diario uno strumento per conoscere se stesso, per recuperare un passato a lungo rimosso. Il diario è scandito in 164 quadri caratterizzati da un’intensa vena lirica, ricchi di pensieri, ricordi e meditazioni esistenziali: l’io narrante ripercorre episodi della propria vita familiare, le immagini dei parenti stretti ora scomparsi si susseguono incessanti, Benjamin interroga e scandaglia il proprio io, sono i suoi stati d’animo a emergere dalla narrazione. La parte centrale del diario è invece occupata dal resoconto del breve viaggio che Benjamin, spinto dalla moglie Lena, decide di intraprendere in estate, il viaggio catartico che lo allontana dai sobborghi di Helsinki dove vive e lo riporta nei luoghi della propria adolescenza e della propria memoria. Benjamin riallaccia così relazioni bruscamente interrotte a causa del conflitto mondiale e dell’incidente di Olli: con la cugina Mirjam e il marito Harald, con Kaisa, sorella di Olli, e il marito Matti. Benjamin ritrova però soprattutto Olli: la sauna e la lunga passeggiata nei campi con il vecchio amico sono i momenti che segnano il difficile avvicinamento tra i due. Benjamin confessa a Olli più volte il suo senso di colpa, cerca di instaurare con lui un rapporto che sembra impossibile per la condizione di malato dell’amico; ma alla fine, nonostante l’apparente sordità di Olli, si stabilisce una sorta di comunicazione tra i due. Dopo essere tornato dal suo viaggio, Benjamin viene a sapere che Olli l’ha cercato, è fuggito nella notte e ha intrapreso un viaggio verso la “città”, verso Benjamin. Se però l’amico handicappato è riuscito a salvare Benjamin (che si è forse liberato del suo senso di colpa, del famigerato uccello del malaugurio Otaoli che ha inquietato il suo sonno), il traduttore non può far nulla per aiutare Olli, per venire incontro ai suoi segnali di richiesta di vicinanza. Olli così muore, solo ai piedi dell’albero dove i due si erano seduti insieme durante la passeggiata estiva. Il percorso catartico di Benjamin è simboleggiato dal ritrovamento nel finale di un vecchio cipollone d’argento che il traduttore aveva smarrito: il diario e il viaggio estivo di Benjamin, in quanto momenti significativi di autoriflessione, hanno forse permesso al traduttore di ritrovare una difficile serenità interiore.

    ha scritto il 

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