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Il lupo della steppa

By Hermann Hesse, Ervino Pocar (Translator), Ervino Pocar (Editor)

(4010)

| Mass Market Paperback | 9788804460350

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Critics

  • Il lupo della steppa

    Le recensioni di Il lupo della steppa, romanzo di Hermann Hesse. Il disagio di fronte alla volgarità e alla massificazione della società moderna, la ricerca di valori più elevati, la forza liberatrice degli impulsi primordiali, il rimettersi in gioco ... (read full critics)

    Qlibri published on Tue, 23 Nov 2010

6 Reviews

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  • 1 person find this helpful

    lo sto leggendo, di nuovo, perchè non me lo ricordavo bene. avevo, ovviamente, un motivo per tale dimenticanza.
    che cumulo di nevrosi. che noia mortale, che pataccata di autocompiacimento.
    e se leggo che si chiama per la milionesima volta lupo della steppa, prendo e brucio il libro. un sinonimo, ... (continue)

    lo sto leggendo, di nuovo, perchè non me lo ricordavo bene. avevo, ovviamente, un motivo per tale dimenticanza.
    che cumulo di nevrosi. che noia mortale, che pataccata di autocompiacimento.
    e se leggo che si chiama per la milionesima volta lupo della steppa, prendo e brucio il libro. un sinonimo, perdio! tiralo fuori!
    e mi chiedo..ma se invece di star tutto il giorno a leggere, fumare sigari, bere vino e calarsi nella parte del povero asociale disadattato in perenne conflitto fra vita civile/addomesticata e spiritualismo/misticismo/lato selvaggio, qualcuno gli avesse dato due calci in culo e lo avesse costretto a guadagnarsi il pane nella catena di montaggio della Fiat, questo povero Cristo non sarebbe stato un po' meno autoreferenzialista e con meno preoccupazioni introspettive?

    comunque adesso rivedo come va a finire e mi riservo una aggiunta postuma (perchè secondo me tira le cuoia prima della fine del libro, o lo ammazza Hesse, o lo ammazzo io)

    finito. lentamente e con sofferenza, ma perlomeno dopo la metà del libro migliora sensibilmente. perlomeno compare un concetto prima sconosciuto: la speranza. non mi è piaciuto, ma si prende una stellina in più per l'impegno.

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    magnus said on Oct 5, 2010 | Add your feedback

  • Tormenti di un uomo solitario, non totalmente rassegnato all'estremo gesto della disperazione e alla ricerca di un equilibrio fra le mille sfaccettature dell'animo umano. Bellissima la prima parte, perde una stella per il finale eccessivamente onirico e poco in "armonia" con il resto dell'opera.

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    SτεKκσ said on Dec 7, 2011 about the Paperback edition | Add your feedback

  • Un romanzo che si sviluppa su diversi piani narrativi nettamente delineati da altrettanti diversi stili di scrittura sempre e comunque adeguati al ritmo della narrazione. E’ esclusivamente grazie al ritmo infatti che il testo non appare slegato, che il confine tra un ambiente e l’altro, che il passa ... (continue)

    Un romanzo che si sviluppa su diversi piani narrativi nettamente delineati da altrettanti diversi stili di scrittura sempre e comunque adeguati al ritmo della narrazione. E’ esclusivamente grazie al ritmo infatti che il testo non appare slegato, che il confine tra un ambiente e l’altro, che il passaggio da uno stile all’altro, non appaiono eccessivi e discordanti. Questi ambienti, queste sfere di competenza, o piani narrativi che dir si voglia, sono oggettivamente slegati e riordinati uno dentro l’altro quasi l’autore avesse voluto scrivere quattro o più libri distinti, tuttavia questo netto distacco non stona anzi a suo modo dona al testo una sorta di peculiare appeal, una sensazione di ordine, di lucidità mentale. Onde evitare fraintendimenti è bene precisare che Hesse non dispone i sopracitati piani soltanto in maniera concentrica l’uno dentro all’altro ma li illustra anche in ordine cronologico facilitando così il compito al lettore, permettendo a chiunque di seguire la trama del libro e il filo logico dei suoi ragionamenti.
    Sul (o nel) primo piano narrativo l'autore ci introduce in una casa medio-borghese che rispecchia la società del tempo, in questa parte molto breve, manieristica e volutamente banale Hesse strizza l'occhio e forse fa una pernacchia alla narrativa a lui contemporanea.
    Sul (o nel) secondo piano narrativo, con il consueto stratagemma del "carteggio ritrovato”, ci si addentra finalmente nella vita di Harry Haller il vero protagonista del romanzo i cui pensieri così alieni a quelli del suo tempo lo fanno sentire come un emarginato al di fuori della società in cui vive.
    Per stile, dal mio punto di vista, questa è la parte migliore del libro, i toni e le atmosfere richiamano o probabilmente inventano il genere noir (confesso che qua l’uso dell’avverbio nasce da una mia mancanza culturale).
    Sul (o nel) terzo piano narrativo, grazie ad un altro "carteggio", questa volta trovato dallo stesso Haller, l’autore si concede alla disquisizione filosofica e spirituale a lui cara abbracciando un insieme di pensieri e pensatori che vanno dai classici greci ai guru orientali. Questa è la parte più concettuale dell’opera e anche la più ostica da comprendere e condividere. In queste pagine si abbandona il ritmo del romanzo e, come un libro nel libro, ci si inoltra in un saggio
    filosofico - metafisico talvolta fin troppo cerebrale ma pur sempre a tema con il resto della vicenda.
    Se questa è la parte meno scorrevole del Lupo della Steppa è altresì una parte essenziale poiché rappresenta il meccanismo che fa scattare la molla interiore del protagonista, che lo spinge a compiere quell’ulteriore passo oltre il quale non si può più tornare indietro, oltre il quale c’è la salvezza o la morte. In questo “carteggio” Haller trova sé stesso, rivive la sua vicenda, ritrova i suoi problemi e, gran novità, intravede uno spiraglio, una soluzione, una via di fuga a quella vita che tanto odia.
    La quarta parte è la corsa sempre più rapida e sempre più folle del protagonista verso quella tanto agognata soluzione ai suoi problemi, corsa in bilico sul precipizio della pazzia che culmina in una festa, comune e selvaggia, che per certi aspetti richiama il circo quale metafora dell’eccesso, dell’assurdo e appunto della pazzia.
    Questa è l’ultima vicenda del protagonista, dopo questa, dopo aver varcato la soglia della follia rimane solo un ultimo viaggio allucinato in un corridoio dalle molteplici porte, metafora della vita e delle proprie scelte, metafora del pensiero e dei singoli ragionamenti, della conoscenza e della coscienza, della logica e dell’istinto. Haller, l’uomo ormai disposto a qualunque cosa, viene messo di fronte a se stesso e la sua singola natura, il suo io, si spezza in una serie di molteplici forme, tante quante sono le porte che gli si parano di fronte, in ognuna di queste egli trova una versione di se stesso, una versione che ha compiuto una singola determinata scelta seguendo istinto o ragione. Ogni porta un nuovo Haller finché lui stesso non comprende più cosa sia quel che ha davanti; finzione o realtà? Finché lui stesso non si annulla colpendo a morte il suo redentore (o redentrice data la sua duplice natura androgina) colpendolo/a a morte per poi ripensarci e salvarlo/a, per poi svegliarsi e rinascere, trovare un nuovo sé, una nuova ragione di vita…o forse no.
    Questa è la parte più intensa del romanzo, quella più vissuta, quella in cui il libro sembra veramente nascere, vivere e consolidare se stesso come opera narrativa vera e propria. In questa parte Hermann Hesse, traendo spunto dalle precedenti, si concentra maggiormente sulle problematiche dell'uomo al di fuori del suo tempo, che istintivamente si sente inadeguato in una società (quella tedesca tra le due Guerre) che non condivide i suoi valori, i suoi bisogni e in fondo la sua natura. Da qui la conseguente formazione dei "due io" faustiani, quello sociale, dei comportamenti dabbene, dell’etichetta a cui il protagonista vorrebbe abbandonarsi e quello naturale, selvaggio, ribelle, quello del lupo della steppa, animale metafora della natura sanguigna dell’uomo, animale che è sempre in agguato, digrignante, pronto a saltare sulla preda ovvero il protagonista stesso e coloro i quali interagiscono con lui. E’ questa la parte in cui il dualismo della coscienza si propaga evolvendosi con un ritmo sempre più incalzante fino al finale metafisico e allucinato fino a quell'immancabile duello conclusivo che vedrà per forza di cose prevalere una natura sull'altra decretando la totale autodistruzione o la redenzione del protagonista...o forse no.
    La quinta parte… la deve scrivere il lettore, Haller sarà morto? Sarà vivo? E se vivo sarà un animale sociale o un lupo della steppa, sarà un autentico individuo o una contraddittoria moltitudine?
    E’ nel dubbio della quarta parte, nell’assenza di una quinta che sta la genialità dell'autore: Hesse lasciandoci un finale aperto permette al lettore ogni possibile tipo di interpretazione, o ancor meglio: l'interpretazione che più ci appartiene poiché, è inutile negarlo, almeno una volta, anche solo per un istante, per un singolo episodio o vicissitudine chiunque abbia letto il libro si è immedesimato nel protagonista, ha sentito propri i di lui dolori, ha empaticamente vissuto le medesime vicende.
    Questa è la forza del libro, scritto in un tempo ormai così lontano dal nostro che per problematiche, costumi, modi e convenzioni parrebbe assolutamente inattuale ma che in realtà è estremamente attuale e sempre lo sarà, poiché sussurra all'io profondo i temi universali.
    Questa è la forza di un libro che, forse ancor più di altri suoi celebri lavori, consacra l'autore a quella ristretta cerchia di uomini a lui cara che nel testo chiama "gli Immortali."

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    Paolo Pizzi said on Mar 4, 2011 about the Hardcover edition | Add your feedback

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