Il male oscuro

Di

Editore: Rizzoli (BUR)

4.1
(925)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 415 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Spagnolo

Isbn-10: 8817132004 | Isbn-13: 9788817132008 | Data di pubblicazione:  | Edizione 5

Prefazione: Carlo Salinari

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati , Tascabile economico

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Filosofia

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Descrizione del libro
La nevrosi che si scatena nel protagonista dopo l'atroce morte del padre; il suo crescere e proliferare mostruosamente fino a procurargli acuti malesseri fisici, che i medici tentano invano di curare, infine la scoperta della psicanalisi che magari non lo guarisce ma dà un volto e un nome a ogni cosa, a tutti gli incubi, i sogni e le fobie, e gli rivela il suo processo d'identificazione col padre. E' questa l'ardua, rischiosa e vischiosa materia di un romanzo fra i più interessanti di questi ultimi anni, il primo che - dopo "La coscienza di Zeno" di Svevo - affronti come tema centrale l'analisi del profondo. Per rappresentare questa discesa agl'inferi, Berto ha creato uno stile originalissimo, un discorso indiretto libero che assorbe in sé dialogo, riflessione e descrizione. In un fittissimo concatenarsi di frasi dal movimento vorticoso e frenetico, coinvolgendo completamente il lettore.

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  • 4

    Subito dopo l'iniziale impatto con la prosa si entra facilmente nel flusso. Tragicomico, un po' 'La coscienza di Zeno', peraltro citato, e un po' anche 'La vita agra' di Bianciardi. Forse un po' proli ...continua

    Subito dopo l'iniziale impatto con la prosa si entra facilmente nel flusso. Tragicomico, un po' 'La coscienza di Zeno', peraltro citato, e un po' anche 'La vita agra' di Bianciardi. Forse un po' prolisso ma diversamente non sarebbe così nevrotico.Illuminante l'Appendice.

    ha scritto il 

  • 5

    Che dispiacere chiudere questo libro. Che profondità, che coraggio, che modernità, che leggerezza e allo stesso tempo quanto dolore ho trovato ad ogni pagina. Se solo chi lo ignora sapesse cos'è conv ...continua

    Che dispiacere chiudere questo libro. Che profondità, che coraggio, che modernità, che leggerezza e allo stesso tempo quanto dolore ho trovato ad ogni pagina. Se solo chi lo ignora sapesse cos'è convivere con la vita quando qualcosa che ha a che fare con la serotonina non funziona a dovere. Berto lo ha fatto, e alla fine ha scritto "il male oscuro" , quando e forse perché la paroxetina non era ancora sul mercato. Ma non è solo la storia di una malattia, è anche essenzialmente il racconto della ricerca di un padre quando il rancore e il senso di colpa sono l'ultimo collante rimasto.
    Il tutto con una prosa, a tratti esilarante, fatta di periodi lunghissimi ma nient'affatto faticosi. In questo momento trovo che Berto e Bianciardi siano gli eroi dimenticati della migliore letteratura italiana.

    ha scritto il 

  • 5

    Il mio credo di lettrice si fonda su un unico e semplice assioma: i libri sanno essere specchio di noi stessi, e le letture si definiscono significative quando con esse si ha l'identificazione assolut ...continua

    Il mio credo di lettrice si fonda su un unico e semplice assioma: i libri sanno essere specchio di noi stessi, e le letture si definiscono significative quando con esse si ha l'identificazione assoluta.
    Pochi sono i romanzi con cui si è creato tale rapporto d'intimità, Il Male Oscuro è tra questi.

    La fiumana di parole che mi si è presentata dinanzi agli occhi mi ha attratto come un magnete; per me, lettrice molto pigra, è stata un po' una sfida adeguarsi ad uno stile così travolgente, che durante la lettura mi ha impedito qualsiasi forma di ritorno indietro, qualsiasi forma di riflessione spicciola.

    Un incessante dipanarsi di pensieri, un flusso di coscienza che funge da motore propulsivo, una narrazione in cui ruoli e schemi non possono che saltare, in cui i punti di riferimento sono totalmente effimeri e irreali, perché così lavora l'anima e così siamo noi: in balia di noi stessi.

    Il crescendo di sofferenze fisiche e mentali culminano nella catarsi e nella liberazione, simboli di una presa di coscienza ultima che è tanto dolorosa quanto rigenerante; ma è solo così che deve concludersi quel percorso terapeutico di rinascita al quale tutti noi dovremmo aspirare, benché sempre si reputi difficile il solo atto di intraprenderlo. Ci vuole tanta forza di volontà per guardarsi allo specchio.

    Così Berto mi ha parlato a cuore aperto, la sua sincera umanità mi ha violato e scoperto emotivamente; non potevo leggere più di una trentina di pagine senza sentirmi mancare il fiato in petto. Non mi aspettavo minimamente di ritrovarmi di fronte ad una lettura che con cosi tanta semplicità ha saputo descrivere il mio stato psicofisico attuale, dando nome e voce a pensieri che, nel bene e nel male, mi hanno attraversato la mente in questo ultimo periodo e che tuttora, a volte, prorompono inaspettatamente mio malgrado e che si riverberano sul mio corpo non volendo.

    Un testo di una bellezza unica e di una profondità sconvolgente, testimone di una fragilità e di un dolore dell'anima universale e senza tempo, proprio perché umana.
    Il male oscuro è di Berto, ma anche mio e vostro.

    Era destino che io leggessi questo romanzo, ora.

    Ringrazio chi me lo ha fatto scoprire, non sai il bene che mi hai fatto e che mi fai. Come Berto, anche tu mi sei entrato sottopelle.

    ha scritto il 

  • 5

    Questo romanzo mi ha a lungo attratto ed intimorito allo stesso tempo soprattutto perché mi è purtroppo familiare il male oscuro a cui si riferisce il titolo, inteso come nevrosi legata ad un conflitt ...continua

    Questo romanzo mi ha a lungo attratto ed intimorito allo stesso tempo soprattutto perché mi è purtroppo familiare il male oscuro a cui si riferisce il titolo, inteso come nevrosi legata ad un conflitto irrisolto con un genitore che per giunta è pure deceduto, invece mi è successo come con Il viaggio al termine della notte di Céline che non c’entra proprio niente con questo libro, ma anche quello all’inizio mi spaventava un po’ per ragioni del tutto diverse, ed invece in entrambi i casi mi sono trovato irresistibilmente catturato dalla scrittura e dall’inaspettato umorismo perché Berto si lascia andare ad una liberatoria ironia in questo suo torrenziale e travolgente flusso di coscienza che traduce senza nessuna censura le interminabili associazioni di pensiero di una mente nevrotica perennemente ripiegata sulle proprie magagne, per cui mi sono ritrovato spesso a sorridere salvo venire poco dopo risucchiato nel vortice di una crisi di panico, o di angoscia come le chiamavano ai tempi in cui scriveva Berto, ma ormai non riuscivo più a riemergere dalla lettura anche perché di solito uno per interrompere aspetta di arrivare ad un punto mentre qui non se ne vedono quasi, ci sono solo virgole ed a volte manco quelle, quindi si è rivelato infondato il timore che l’autore volesse analizzare il proprio male per concettualizzarlo e lasciarsi andare a noiose astrazioni o considerazioni filosofiche, per fortuna Berto non era quel tipo di intellettuale anzi gli intellettuali li schifava proprio anche per un complesso d’inferiorità misto ad invidia, li chiamava “radicali”, ed insomma è finita che in soli cinque giorni ho portato a termine questa esperienza che definirei catartica anche per non ripetere l’aggettivo liberatoria che ho usato prima, ed ho letto tutte le quattrocento pagine fino al finale agrodolce e poetico sul quale non dico di più e mi fermo qui.

    ha scritto il 

  • 5

    Ecco, il momento è giunto

    Mi dice, Sai che il sardo è una vera e propria lingua e che alcune parole sono identiche al latino?
    Gli brillano gli occhi quando parla della sua terra. Pencola con la testa un po’ di qua, un po’ di ...continua

    Mi dice, Sai che il sardo è una vera e propria lingua e che alcune parole sono identiche al latino?
    Gli brillano gli occhi quando parla della sua terra. Pencola con la testa un po’ di qua, un po’ di là, il suo grosso naso ne segue il movimento, come un compasso che disegni nello spazio cieli grevi di luce, alberi di ulivo contorti in un abbraccio millenario, e in fondo, proprio in fondo, la linea piatta del mare.
    Mi dice, Per esempio questa frase – pone tre panes in bertula – tu sai che vuol dire?
    Io l’immagino, perché al liceo ho studiato latino, ma col capo gli accenno di no, e lui piega il suo in avanti, il naso è la cosa che vedo meglio, non è proprio grosso, é lungo e storto come un ramo di ulivo, anche la sua bocca è storta, si solleva leggermente di lato mentre parla. Solo gli occhi sono diritti, due linee azzurre.

    Anche quel giorno i suoi occhi erano due linee azzurre. Eravamo nella mia stanza, soli. Non mi guardava. Non mi guardava mai, né mai mi rivolgeva la parola. Io avevo quindici anni, allora, e non sapevo cosa dirgli. Lui non sapeva di che parlarmi. Quando ci capitava di ritrovarci assieme, passavano tra noi lunghi silenzi. Confondevamo il disagio con rumore di posate, se si era a tavola, lo disperdevamo con movimenti bruschi, lo sguardo sempre altrove, se per caso ci incontravamo in qualche stanza.
    Quel giorno aveva in mano un libro. Teneva il capo basso, le linee assorte degli occhi contemplavano la copertina. Ha cincischiato un po’ con le pagine. Pareva indeciso. Poi ha alzato lo sguardo. “Questo romanzo mi ha fatto stare male. Ci sono dentro” mi ha detto. Nient’altro.
    Era la prima volta che mi rivolgeva la parola per parlarmi di sé.
    Ho allungato il collo, ho guardato il titolo. Era “Il male oscuro” di Berto.

    Questo ricordo di mio padre mi è rimasto dentro a lungo, né mai ho avuto il coraggio di leggere il romanzo.
    Anni dopo – tanti – scoprii all’ultimo momento che ero nella cinquina finalista del Premio Berto Opera Prima. La cinquina fu estratta il giorno del mio compleanno. Pensai a mio padre, a quelle uniche parole che mi aveva regalato, alla strana coincidenza del nome del premio, e a quella della data.
    Quando sono salita sul palco insieme agli altri quattro finalisti, sentivo che avrei vinto.

    Gli anni successivi ho continuato a stare alla larga da questo libro. Paura di leggervi la sofferenza non detta di mio padre. Ma sapevo anche che sarebbe arrivato il momento in cui avrei potuto farlo.
    Ecco, il momento è giunto, e un domani - vivaddio! - dirò anche il perché.

    Grazie a quelli che con pazienza hanno voluto leggermi fin qui.

    *****************************************

    Commentare questo romanzo non mi è facile: vi è totale mancanza di struttura narrativa che trova vita (e che vita!) nel ritmo narrativo che ci trascina negli Inferi insieme all’autore, e mentre con lui cerchiamo le radici del nostro ambiguo malessere, riusciamo persino a ridere, o a sorridere, perché Berto ha il dono dei grandi narratori autobiografici, possiede cioè quell’umorismo salvifico che ci rende più simili a Dio o più vicini a lui, se poi fa differenza.
    Berto ce l’ha col padre suo, lo lascia morire senza la sua presenza filiale, gli sembra che tutto vada bene e poi invece, subdola e improvvisa, ecco che inizia l’angoscia. Dallo scatenarsi del male oscuro e dalla paura d’impazzire, nasce timido il coraggio di voler scoprire le cause di questo malessere, ed ecco la discesa agli inferi. Coraggio e vigliaccheria accompagnano questa ricerca con un torrenziale flusso di pensieri; i pensieri costruiscono gli eventi che si giustificano nel valore liberatorio della parola; il ritmo narrativo ci travolge con i suoi flash-back e la quasi totale mancanza di punteggiatura; ogni tanto si pensa di poter riprendere fiato, ma è solo un’illusione, Berto ci trascina con lui negli abissi della psiche e della coscienza, riuscendo infine a risalirne grazie al potere terapeutico della scrittura, e noi, con un sospiro di sollievo, risaliamo con lui.

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    Ho cercato a lungo il padre mio tra queste pagine. Per fortuna, non l'ho trovato. Né mai saprò se soffrisse veramente di depressione, o se quel giorno o solo in quel periodo ne fosse turbato. Meglio così.

    Per quanto mi riguarda, ho invece trovato molte risposte, e ora finalmente mi sono liberata della paura di questo libro, e della paura di conoscere il padre mio.

    ha scritto il 

  • 5

    Allora.
    Qui si potrebbe cominciare e finire con una parola, togliendosi il peso di cercare di dir qualcosa di sensato su un'Opera letteraria così grossa e importante. La parola in questione è CAPOLAVO ...continua

    Allora.
    Qui si potrebbe cominciare e finire con una parola, togliendosi il peso di cercare di dir qualcosa di sensato su un'Opera letteraria così grossa e importante. La parola in questione è CAPOLAVORO.
    Non sarò certo il primo ad accostare il fin troppo abusato vocabolo a "Il male oscuro"; e del resto mi auguro di non essere l'ultimo. Poiché qui siamo davanti a una delle più grosse espressioni della letteratura italiana del secondo Novecento.

    Berto, malgrado tutto, nonostante una vita difficile e piena di sacrifici e segnata dalla malattia, ebbe buon successo e vinse pure diversi premi. Prima scrittore inquadrato nel Neorealismo, Premio Strega e poi il silenzio; sceneggiature per campare, nevrosi, blocco dello scrittore, stesura di sceneggiature più o meno scadenti e via dicendo. Poi, la psicanalisi: s'intravede uno spiraglio di luce; anzi: molto di più.
    La terapia fu in parte la sua salvezza, nonché fautrice di questo romanzo: il racconto di una malattia, disperato ma ironico, anarchico e spietato, doloroso e talvolta difficile, ma di quella difficoltà che vale più di uno sforzo.

    Uno può pensare che solo un matto possa, nel 1964, aver scritto un romanzo tutto in flusso di coscienza, tecnica narrativa legata perlopiù al modernismo, probabilmente considerata obsoleta, datata, in quegli anni. Sulla carta poteva pure essere così, ma il fatto è che qui l'autore veneto reinventa questo procedimento, facendolo suo; dunque, il suo non è un flusso di coscienza joyciano, e non c'è alcun manierismo. Quello del "Male oscuro" è il flusso di coscienza di Giuseppe Berto: incontrollato ma al contempo controllato, scandito dai capitoli e qualche volta da qualche punto fermo; rarissimi, quasi inesistenti i paragrafi.

    Quattrocento pagine di travasi di bile, di crisi, di attacchi nervosi, di ipocondria, di ossessioni, di pianti ma anche di qualche risata amarognola.
    E il bello di tutto ciò è che non è per nulla noioso. Ovvio, deve piacere, bisogna entrarci dentro, cercare di empatizzare un po' con l'alter-ego bertiano; posso capire che non sia cosa semplice, ma ammetto che, purtroppo o per fortuna, per me è stato piuttosto facile.
    Forse perché sono un po' un Berto nell'anima: nervoso, pauroso, pignolo, in analisi da qualche anno; e questa roba mi garba, non ci posso far nulla: quando trovo un libro così me ne innamoro, e penso che un salto in questa Cognizione del dolore più popolare e viscerale dovrebbero farcelo più o meno tutti, anche quelli che si sono rotti il cazzo della tristezza. Quelli che fanno finta che non esista un Male Oscuro in ognuno di noi.

    ha scritto il 

  • 4

    Leggendolo è come essere investiti da un mare in tempesta,un fiume di parole,sensazioni,pensieri,emozioni,che ti inducono ad una riflessione sulla tua vita e le tue vicende personali.La descrizione de ...continua

    Leggendolo è come essere investiti da un mare in tempesta,un fiume di parole,sensazioni,pensieri,emozioni,che ti inducono ad una riflessione sulla tua vita e le tue vicende personali.La descrizione della sofferenza,del dolore,la sottile analisi psicologica,la scrittura molto "joyciana",fanno di questo libro uno di quei testi che rimangono dentro a lungo nel lettore.

    ha scritto il 

  • 5

    Ironia della psicoanalisi

    La prima “anomalia” che si nota quando ci si accinge a leggere questo romanzo, è la particolarità e originalità dello stile narrativo: in pratica non esiste punteggiature e il tutto procede come un fl ...continua

    La prima “anomalia” che si nota quando ci si accinge a leggere questo romanzo, è la particolarità e originalità dello stile narrativo: in pratica non esiste punteggiature e il tutto procede come un flusso di parole senza soluzione di continuità.

    La vicenda è narrata in prima persona; il protagonista è uno sceneggiatore che in seguito alla morte del padre, malato di tumore, entra in una fase di depressione acuta che sconvolge la sua vita affettiva e lo induce alla sindrome ipocondriaca. E’ ossessionato dalle malattie, tra cui le neoplasie, che lo portano a continui controlli medici senza che gli stessi riescano a trovare e diagnosticare alcun segno di malore e malanni; quindi il risultato è una salute perfetta.

    Ecco, allora, interiorizzarsi il famoso “male oscuro”, un male non fisico ma ancor più subdolo in quanto devasta l’anima. La decisione di intraprendere un percorso psicoanalitico fa scorgere al protagonista l’ombra del mal di vivere che ha come base il senso di colpa e il rimorso inerenti accadimenti e vicissitudini creati dal suo inconscio.

    La lettura scorre veloce, quasi a perdifiato, in maniera, a volte grottesca, e con frequenti sfumature ironiche; la terapia psicoanalitica mette in luce un forte senso della morale, instauratosi fin dall’adolescenza, che è una delle cause degli attuali malori dell’anima scatenati dall’evento traumatico della morte paterna.

    Il romanzo è stato scritto e pubblicato mezzo secolo fa, nel 1964, ma penso che possa ancora essere di estrema attualità.

    ha scritto il 

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