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Il mare che bagna i pensieri

Di

Editore: Sellerio (La nuova diagonale; 91)

4.0
(11)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 369 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8838925909 | Isbn-13: 9788838925900 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Mario Rubino

Genere: Biography , Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
Questi ricordi rievocano un’infanzia e prima giovinezza nomade tra gli anni Quaranta e Sessanta. Dietro c’è lo spazio geografico tra Trieste e Cracovia, in cui si transita superando lingue più che frontiere, ma unito, come ebbe a dire l’autrice, «nel modo di pensare, di sentire, persino già nello stile architettonico, nella tradizione letteraria». Un’area definita, dallo scrittore jugoslavo esule Danilo Kiš, «nostalgia d’Europa». E questa pervadente nostalgia colloca la condizione della piccola Ilma e della sua famiglia: padre sloveno, madre ungherese, sempre con le valigie pronte. Un vagabondare dalla Slovacchia fino a Zurigo, passando per Budapest, Lubiana, Trieste, che non fu conseguenza di sventure o di precarietà personali, quanto di un trovarsi a seguire le onde dei destini collettivi, le complesse questioni identitarie, i cambiamenti politici e a volte di confini. Per cui questi «passaggi della memoria», ancor più a causa del loro essere intimi, sensitivi, finiscono con il ricostruire una specie di memoria storica, filtrata dalla coscienza vibrante a ogni mutamento di una bimba quadrilingue, dimorante in nazioni senza coste con la brama di seguire i fiumi fino al mare promesso, divisa tra Dostoevskij e i rituali delle diverse religioni, Bach e le canzoni popolari. E danno un senso preciso alla «nostalgia d’Europa»: è vivere in patrie che portano incisi in ogni luogo e in ogni immagine i segni di popoli che c’erano fino a ieri e ora non ci sono più; è scoprire sempre, tra una bambola di pezza e il primo bacio, nel racconto del vicino di casa o degli zii o degli amici di ieri, che la Storia più vasta è il fato delle piccole vite; è apprendere ad essere stranieri come modo di vivere. Nella scrittura della Rakusa questa estraneità è lo stile dello sguardo periferico, della prosa descrittiva, che costruisce scene e personaggi remoti attraverso un oggetto o una luce, ricorrendo spesso, per superare i confini delle parole, a poesie, canzoni, dialoghi immediati, favole narrate, frammenti di cultura orale.
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  • 4

    Libro stupendo e profondo, di quelli che ti aprono la mente ad orizzonti che ho sempre pensato che esistessero ma che sentivo non alla mia portata, lontani o estranei quasi. La Rakusa ha operato per me un avvicinamento ancora più sentito a quello che Danilo Kis definisce “nostalgia d’Europa”, a ...continua

    Libro stupendo e profondo, di quelli che ti aprono la mente ad orizzonti che ho sempre pensato che esistessero ma che sentivo non alla mia portata, lontani o estranei quasi. La Rakusa ha operato per me un avvicinamento ancora più sentito a quello che Danilo Kis definisce “nostalgia d’Europa”, a tutta quella cultura letteraria, alla musica, alle religioni, all’arte e alla storia di quella Europa dell’Est, cui mi sto letterariamente avvicinando in questi ultimi tempi. Leggere nelle sue pagine citazioni, giudizi su autori russi, ungheresi, cechi, o ebrei di Praga o polacchi, di cui ho appena letto alcune opere, mi ha provocato un piacere profondo. Ma al di là delle personali impressioni, che dire poi dei contenuti e dello stile? La Rakusa, di sicure ascendenze slovene, ungheresi, slovacche ha vissuto la sua infanzia, da apolide, sempre con le valigie pronte, soggiornando bambina in varie “patrie” da Lubiana a Budapest, alla Trieste che così intensamente ha amato, fino ad approdare a Zurigo, apparente luogo d’arrivo. Ma la giovane Ilma cerca solidi punti cui abbarbicarsi come un’edera: la musica, per esempio, la letteratura, soprattutto quella russa dell’amato Dostoevskij, dei cui personaggi proprio a San Pietroburgo, allora Leningrado, va alla ricerca delle tracce. Completamente padrona di più lingue, impara perfettamente il tedesco, come punto fermo della sua cultura e con il quale traduce decine di autori dell’est. Questa sua autobiografia fruga nel ricordo, alla ricerca di quei tanti personaggi , gente normale ma anche nomi veramente illustri, che un oggetto, un profumo, un sapore o un accordo musicale le fanno ricordare; ricordi intimi, molto personali che non seguono un filo storico cronologico ma che, come la trama e l’ordito, intessono una grande tela storica della quale è intrecciata gran parte della cultura mitteleuropea e non solo. La sua coscienza, prima di bambina, poi man mano di adolescente e di donna, ricostruisce, rielabora, rievoca, richiama quei luoghi e quei popoli che la storia ha cancellati, ma il cui ricordo è ancora vitale. Salti temporali inevitabili che si riflettono in una scrittura ricca e varia che usa ora un registro narrativo , ora diaristico, ora poetico, ora un taglio giornalistico. Come ha scritto il suo traduttore, l’eccellente Mario Rubino, la Rakusa utilizza alcuni giochi linguistici o certi atteggiamenti espressionistici, difficilmente riproducibili in un’altra lingua ma che fanno capire quanto sia difficile rendere in un linguaggio diverso il proprio vissuto, la propria anima, i sussulti della propria coscienza.

    ha scritto il 

  • 4

    "E sempre un andar via, e sempre un commiato alla volta di nessun luogo" dice Ilma Rakusa, scrittrice, poetessa, slavista, traduttrice che, nata nel secondo dopoguerra in una cittadina della Slovacchia da padre sloveno e madre ungherese ha scelto come sua lingua il tedesco, il tedesco u ...continua

    "E sempre un andar via, e sempre un commiato alla volta di nessun luogo" dice Ilma Rakusa, scrittrice, poetessa, slavista, traduttrice che, nata nel secondo dopoguerra in una cittadina della Slovacchia da padre sloveno e madre ungherese ha scelto come sua lingua il tedesco, il tedesco ufficiale, il tedesco dei libri che è diventato per lei "un punto di convergenza e un asilo".

    Singolare autobiografia costruita sul filo dei ricordi e rievocazioni che vanno dall'infanzia alla giovinezza dell'autrice dagli anni Quaranta alla fine degli anni Sessanta, Il mare che bagna i pensieri è ricco di divagazioni, salti temporali, riflessioni sulla musica (la stessa Rakusa è un'ottima pianista), sulla letteratura, la politica, la religione e…su una "nostalgia" di un'Europa, quella mitteleuropea --- o, come preferiscono definirla scrittori come Danilo Kis e Milan Kundera, l'Europa centrale --- nel cui modo di pensare, di sentire, nella cui tradizione letteraria e persino in una certa architettura trova, secondo la Rakusa, una sua compattezza ed identità culturale.

    Un libro costituito da "passaggi della memoria" in cui i temi dei confini (geopolitici, ma anche interiori), delle frontiere (anche linguistiche) da oltrepassare, dell'identità e dell'appartenenza costituiscono a mio parere l'aspetto più intenso ed interessante.

    Mai del tutto integrata con il Paese che di volta in volta la ospita, l'"essere stranieri come modo di vivere" sembra costituire più un valore aggiunto che una diminutio per una donna che come professione ha scelto, non a caso, quello di traduttrice, e cioè di mediatrice tra registri linguistici diversi (la Rakusa ha tradotto dal russo Remizov e la Cvetaeva, dal francese Marguerite Duras, Danilo Kis dal serbocroato, Imre Kertész e Péter Nadas dall'ungherese).

    "Mi manca del tutto il sentimento di un'appartenenza nazionale; quando mi si chiede dove mi senta di casa, in tutta franchezza posso soltanto rispondere: nella lingua e nella letteratura" ha dichiarato Ilma Rakusa secondo quanto riportato dal traduttore e curatore Mario Rubino nell'eccellente postfazione dal titolo "Il Kaddish per un'Europa scomparsa".

    Qualcos'altro sul mio blog
    http://nonsoloproust.wordpress.com/2013/02/09/il-mare-che-bagna-i-pensieri-ilma-rakusa/

    ha scritto il 

  • 4

    Un ricamo. Tutta la pazienza del dettaglio.

    "Sento la mancanza di ciò che conosco, provo un desiderio ardente di ciò che non conosco. Sono un essere manchevole."

    ha scritto il