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Il mare non bagna Napoli

Di

Editore: Rizzoli

3.9
(657)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 160 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: A000049765 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Fiction & Literature , Political , Social Science

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Descrizione del libro
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  • 3

    Una testimone estranea e dolente

    La letteratura sulle città spesso non piace agli abitanti di quella che vi è stata rappresentata. L’orgoglio, la suscettibilità e finanche l’ipersensibilità dei napoletani sono risaputi e dopo quel che avvenne a Malaparte per colpa del suo “La pelle” c’è poco da aggiungere al riguardo.
    Lo stesso ...continua

    La letteratura sulle città spesso non piace agli abitanti di quella che vi è stata rappresentata. L’orgoglio, la suscettibilità e finanche l’ipersensibilità dei napoletani sono risaputi e dopo quel che avvenne a Malaparte per colpa del suo “La pelle” c’è poco da aggiungere al riguardo. Lo stesso destino sarebbe toccato a Ortese dopo questo suo libro ripubblicato 40 anni dopo la prima volta, cioè nel 1954, con una nota nella quale l’autrice dichiarava di aver scelto la strada dell’esilio volontario come risposta alla “fatwa” che l’avrebbe colpita a causa sua. Probabilmente ciò che indispose i suoi concittadini non furono tanto i primi racconti di ambientazione orrida, disperata e irredimibile, quella che Citati definisce come la discesa agli inferi. Il fatto è che a un certo punto l’argomento cambia e il registro pure: ci troviamo davanti alla rappresentazione del mondo intellettuale del secondo dopoguerra, del quale vengono messi in scena i maggiori protagonisti. Permane però lo stesso sentimento di estraneità che ce li fa apparire rimpiccioliti e immeschiniti nelle loro ambizioni così come nelle loro disillusioni, le une e le altre opposte facce della stessa medaglia coniata con un metallo mediocre e di certo inferiore al compito che gli sarebbe spettato. Ma questa parte soffre della stessa sindrome: velleitari furono gli scrittori di allora, ma altrettanto velleitaria appare la testimone che li immortala e che crede di salvarsi l’anima con un dolente disincanto, tuttavia un po’ troppo snob.

    ha scritto il 

  • 4

    Una miseria senza più forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a modo suo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina. Straordinario era pensare come, in luogo di diminuire o arrestarsi, la popolazione cresceva, ed estendendosi, se ...continua

    Una miseria senza più forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a modo suo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina. Straordinario era pensare come, in luogo di diminuire o arrestarsi, la popolazione cresceva, ed estendendosi, sempre più esangue, confondeva terribilmente le idee all'Amministrazione pubblica, mentre gonfiava di strano orgoglio e di più strane speranze il cuore degli ecclesiastici. Qui, il mare non bagna Napoli. Ero sicura che nessuno lo avesse mai visto, e lo ricordava. In questa fossa oscurissima, non brillava che il fuoco del sesso, sotto il cielo nero del sovrannaturale.

    Il mio voto riguarda solo i tre racconti ("Un paio di occhiali", "Interno familiare", "Oro a Forcella") e il reportage "La città involontaria". Ho deciso di escludere dalla votazione "Il silenzio della ragione" e "Le Giacchette Grigie di Monte di Dio" perché legate ad un contesto, storico e geografico, davvero specifico e, forse, sicuramente per quanto mi riguarda, superato. Ammetto che non sono in grado di valutarlo né di valutarne davvero l'importanza, tranne rilevare che è sicuramente questa la parte che ha suscitato l'ostracismo dell'ambiente intellettuale di Napoli dell'epoca, che le ha voltato le spalle e fondamentalmente l'ha costretta a trasferirsi. E' ironico che un libro che ha portato all'autrice molti riconoscimenti sia stato anche quello che ne ha provocato l'esilio.

    Ne Il mare non bagna Napoli (rimaniamo d'accordo che con questo titolo io intendo solamente la parte sopra identificata) la Ortese ci presenta la quotidianità di una Napoli assolata ma povera, popolata da una vita brulicante, una folla "ridente e terribile":

    Ma quegli uomini e donne e bambini seminudi, e cani e gatti ed uccelli. tutte forme nere, sfiancate, svuotate, tutte gole che emettono appena un suono arido, tutti occhi pieni di una luce ossessiva, di una supplica inespressa - tutti quei viventi che si trascinavano in un moto continuo, pari all'attività di un febbricitante, a quella smania tutta nervosa che s'impadronisce di certi esseri prima di morire, per un gesto che gli sembra necessario, e non è mai il definitivo - quella grande folla di larve che cucinava all'aperto, o si pettinava, o trafficava, o amava, o dormiva, ma mai veramente dormiva, era sempre agitata, turbava la calma arcaica del paesaggio, e mescolando la decadenza umana alla immutata decenza delle cose, ne traeva quel sorriso equivoco, quel senso di una morte in atto, di vita su un piano diverso dalla vita, scaturita unicamente dalla corruzione.

    Le protagoniste dei racconti (qui sto parlando soprattutto dei primi due racconti) sono donne, già sfiorite dall'età (anche se nel caso del racconto "Un paio di occhiali" la protagonista è una bambina, che viene però descritta con un "viso di piccola vecchia, i capelli come stoppa, tutti arruffati, le manine ruvide, legnose, con le unghie lunghe e sporche") che conducono una vita meschina, descritta come "un gastigo", in un mondo che "è meglio non vederlo che vederlo", perché "Dio sopra la piaga mette il sale". Nonostante questo, c'è un punto nelle loro esistenze in cui viene promesso qualcosa di bello, qualcosa di agognato a lungo seppur forse inconsapevolmente. Una promessa che, nel momento stesso in cui si profila all'orizzonte, riporta in prospettiva tutta una vita che, se prima era soddisfacente, ora si rivela un vero e proprio deserto (come chi scorge per la prima volta un paese misero e silenzioso, e gli dicono che lì ha vissuto, credendo di vedere palazzi e giardini dove non erano che ciottoli e ortiche, e considerando in un baleno che la sua vita altro non era stata che servitù e sonno, e ora stava per declinare). E quando il desiderio viene esaudito (se viene esaudito) si inacidisce velocemente, diventando un'occasione di spavento, di intrusione, di bruttura che si mette a fuoco e incombe (è l'intollerabilità del reale). E alla fine rimaniamo con la sensazione che tutto sia perduto: nonostante i barlumi di consapevolezza "Sentiva confusamente che al di là di quella stanza, sempre piena di panni bagnati. con le sedie rotte e il gabinetto che puzzava, c'era della luce, dei suoni, delle cose belle; e, in quel momento che si era messa gli occhiali, aveva avuto una vera rivelazione: il mondo, fuori, era bello, bello assai" alla fine ritorna il torpore: "La vita...era una cosa strana, la vita. Ogni tanto sembrava di capire che fosse, e poi, tac, si dimenticava, tornava il sonno." Un torpore che secondo l'autrice ha catturato anche quegli intellettuali che avevano iniziato nel Dopoguerra un'opera di rinnovamento:

    La città lo aveva distrutto. E perché non avrebbe dovuto distruggerlo? Tutti erano caduti, qui, quelli che avevano desiderato pensare o agire, tutte le lingue si erano confuse ed erano andate ad incrementare la dolorosa vegetazione umana. Questa natura non poteva tollerare la ragione umana, e di fronte all'uomo muoveva i suoi eserciti di nuvole, d'incanti, perché egli ne fosse stordito e sommerso. Anche questo ragazzo era caduto.

    Mi accostai alla finestra di quella casa ch'era alta come una torre, e guardai tutta Napoli: nella immensa luce, delicata come quella di una conchiglia, dalle verdi colline del Vomero e di Capodimonte fino alla punta scura di Posillipo, era un solo sonno, una meraviglia senza coscienza.

    Raccolta consigliatissima anche solo per i primi due racconti, che sono a mio avviso perfetti. Come curiosità, avviso che dal primo racconto è stato girato un corto http://www.imdb.com/title/tt0304515/.

    ha scritto il 

  • 4

    Donne, donne, donne - 21 set 14

    Anna Maria Ortese è una scrittrice il cui nome riecheggiava in qualche fondo di memoria. Ne sape-vo l’esistenza, mi giungevano echi di possibili scritture, e mi rimaneva in testa questo titolo, come se sapessi che prima o poi ne avrei letto. E prima della lettura, c’erano anche i rumori di lotte, ...continua

    Anna Maria Ortese è una scrittrice il cui nome riecheggiava in qualche fondo di memoria. Ne sape-vo l’esistenza, mi giungevano echi di possibili scritture, e mi rimaneva in testa questo titolo, come se sapessi che prima o poi ne avrei letto. E prima della lettura, c’erano anche i rumori di lotte, di-scussioni, forti dissensi, infiniti ed insormontabili litigi. Mi sembrava ricordare qualcuno che parla-va male della scrittrice, che bollava astioso ed irreale questo suo scritto. Non avevo mai avuto vo-glia di sbrogliare questa matassa. Ma, come dico anche altrove, la forza della maturità mi spinge a prendere in mano testi che forse non pensavo di leggere. Maturità e curiosità direi. E bene ho fat-to. Che questo libro, pur coevo, e quindi con del testo che va misurato all’età, rimane bello, ap-passionato. Una serie di scritti, tre racconti e due testimonianze, che, nelle loro diversità, ci fanno scendere nei gironi danteschi dell’universo napoletano del dopoguerra. Sia una discesa fisica, co-me nei crudeli racconti e nella testimonianza, sia una discesa della testa e dell’intelligenza in quell’ultima, lunga e bellissima narrazione dell’universo intellettuale partenopeo di quegli anni. E separiamo allora, anche nella narrazione, questi due momenti. Nei racconti e nella prima testimo-nianza, Ortese ci cala nella Napoli del dopoguerra, nella vita quotidiana, nell’estrema povertà. La si accusa di “godere” della descrizione del dolere di vivere. Ma a me restituisce il senso di una cer-ta vita. Della piccola Eugenia e del dramma di essere povera e quasi cieca. Dello scorrere quasi inutile della vita della quasi zitella Anastasia. Della vita quotidiana e delle sue piccole furberie tra San Biagio dei Librai ed il Monte di Pietà (ed ancor oggi, passeggiando per Spaccanapoli se ne av-verte il sapore, quasi immutato dopo sessanta anni). Di quel monumento descrittivo della miseria e del degrado che furono i Granili, e la massa di senza tetto che per decenni vi si era ammassata (Granili poi finalmente demoliti proprio nel ’53). Le immagini della Ortese, nella loro crudezza, non sono crudeli. Forse irreali, laddove l’irrealtà a volte descrive meglio la realtà di una foto sbiadita. Ne leggo, e torno a Napoli ed a pensarla nella vita minuta. Nei gesti dei napoletani che ho cono-sciuto dopo, ma che ritornano, come delle maschere immote nel tempo. E poi c’è la lunga, soffer-ta testimonianza della vita dei sodali della scrittrice nei primi anni del dopoguerra. In quell’insieme di intellettuali, scrittori, giornalisti ed altro che cercarono, ognuno con le proprie forze ed idee, di dare svolta ad una città che si andava incartando su se stessa. Ne uscirono sconfitti, e la nostra scrittrice, andando a ritrovarli dopo, nell’epoca della sconfitta avvenuta, ce li rende con il suo pa-thos di un essere altrettanto sconfitto, ma che vuole salvarne il senso dall’oblio. Il ritratto viene fuori impietoso, e posso capire che chi ne lesse si sentisse colpito dall’essere messo davanti alla propria sconfitta. Ed a quella di una generazione. Ma non capisco, non accetto, l’ostracismo che verso l’Ortese ne seguì. Il fatto che proprio in seguito a questo scritto, nessuno dei suoi ex-amici la volle più in città. E lei ne fuggì, con la Napoli nel cuore, errando per luoghi italici, fino al buon ritiro e morte in una Rapallo di fine secolo. Io invece li vedo, Luigi Compagnone zoppicante con il suo bastone, il suo salotto, con Pratolini, con il giovane Domenico Rea. La casa dell’allora azzimato La Capria (che rimarrà nella mia testa quando lo incontrai con la moglie Ilaria Occhini alla GS del Pantheon). E, ultimo e molto importante, Prunas, il motore della rivista “SUD”, che tanto sembra-va poter smuovere, e che purtroppo non smosse. Lo vedo allontanarsi, dopo un caffè al Gambri-nus, verso Monte di Dio, che mi riporta al migliore De Luca di tanti decenni dopo. Tutto quel dolo-re non è inutile mostra delle ferite di una sconfitta, né astio per chi ti allontana. È comprensione per quello che poteva succedere. Ed è anche speranza. Quella che in molti non ebbero. Quella che mi ritornava in mente leggendo il libro e pensando alla di non molto successiva morte di Renato Caccioppoli (ed alla bellissima interpretazione che ne diede Carlo Cecchi in “Morte di un matemati-co napoletano”). Ma torniamo al libro, alla Ortese, ed a quel mare che non bagna Napoli. Un libro che va letto. Nonostante.

    ha scritto il 

  • 3

    Non stavo leggendo! Era la sua voce che mi accompagnava nelle strade, nelle case, fra la gente di Napoli (e nel suo degrado). Questa è la prima parte del libro ed è stupenda, nella seconda parte si sofferma tantissimo sulla decadenza intellettuale dei suoi ex collaboratori diventando molto monoto ...continua

    Non stavo leggendo! Era la sua voce che mi accompagnava nelle strade, nelle case, fra la gente di Napoli (e nel suo degrado). Questa è la prima parte del libro ed è stupenda, nella seconda parte si sofferma tantissimo sulla decadenza intellettuale dei suoi ex collaboratori diventando molto monotona.

    ha scritto il 

  • 5

    Da leggere

    Non c'è salvezza possibile, non c'è luce in fondo al tunnel, non c'è mare nelle vie e nei quartieri della Napoli popolare e disperarata del dopoguerra, solo personaggi che trascinano le loro vite con l'unica certezza che tutto è già deciso e immodificabile.

    ha scritto il 

  • 5

    Una scrittura sontuosa

    Solitamente scrivo i miei commenti a caldo, con le sensazioni lasciatemi dal libro ancora ben impresse nella mia labile memoria, stavolta invece ho lasciato passare una settimana e più, perché la Ortese mi ha messo in seria difficoltà.
    La bellezza dei suoi racconti mi ha sorpresa, mi ha travolta ...continua

    Solitamente scrivo i miei commenti a caldo, con le sensazioni lasciatemi dal libro ancora ben impresse nella mia labile memoria, stavolta invece ho lasciato passare una settimana e più, perché la Ortese mi ha messo in seria difficoltà. La bellezza dei suoi racconti mi ha sorpresa, mi ha travolta. Il suo linguaggio aulico e impietoso allo stesso tempo, ricercato e duro, la costruzione quasi barocca delle frasi stridente con le miserie raccontate, mi hanno colpito per la loro magnificenza ma anche per la verità dei contenuti. Uno sguardo lucido, una scrittura limpida ed elegante che tuttavia crea anche frasi di faticosa comprensione al primo passaggio. Un libro molto bello per il quale una sola lettura non è sufficiente per entrare nelle molteplici pieghe della Napoli qui descritta. Quando un autore mi affascina così tanto e mi colpisce in modo particolare sono combattuta tra la voglia di analizzare frase per frase e scrivere fiumi di parole in merito oppure tacere, arrendermi all'incapacità di esprimere in modo adeguato e sintetico tutto ciò che mi è arrivato del libro. Con Annamaria Ortese ho fatto silenzio, non mi sono sentita all'altezza della sua prosa maestosa che a tratti sconfina nella poesia, il timore di banalizzare con un commento questa bellissima raccolta di racconti mi ha creato un blocco. Voglio evitare di entrare nel dettaglio parlando delle polemiche che ci furono su questo libro quando uscì negli anni 50, non avrei nemmeno le conoscenze giuste per fare affermazioni in uno o nell'altro senso, tuttavia sento di poter dire che la Ortese ha dato una visione di Napoli terribile ma amorevole allo stesso tempo seppur di primo acchino non sembri così, una visione che ti scava dentro e che ti fa capire quanto questa città sia unica e diversa da qualsiasi altra città italiana; non dico migliore o peggiore, dico unica. Napoli può piacere o non piacere, può affascinare o disgustare, ma sicuramente quella raccontata in questo libro è una Napoli vera. Tra tutti i racconti letti quello che mi è rimasto più ostico è “Il silenzio della ragione” forse perché legato in modo particolare ad un dato momento storico e culturale a me sconosciuto, vi si narrano dinamiche socio-politiche in cui faccio fatica a calarmi. Negli altri invece si parla soprattutto di umanità e li ho trovati splendidi, si parte con il più leggero apparentemente “Un paio d’occhiali” per passare al malinconico “Interno familiare” e si arriva poi al fulcro della Napoli dolente di “Oro a forcella” e di “La città involontaria”; quest’ultimo mi ha veramente scossa per il suo squallore così sapientemente descritto. Anna Maria Ortese con questi racconti ha scavato dei cunicoli di bellezza raccontando le bruttezze degli uomini e della sua città. L'unico rammarico che ho in merito a questo libro è di non averlo letto in formato cartaceo, l'ebook a mio parere non dà la stessa possibilità di meditazione, di comprensione che offre la pagina di carta da toccare con le mani; sottolineare a matita le frasi che ti colpiscono invece di evidenziarle su uno schermo offre un contatto differente, più profondo. Sono invece felice di aver ascoltato un paio di questi racconti letti dalla voce di Iaia Forte in un programma radiofonico di qualche anno fa (Alta voce su Radio 3), è stata una bella esperienza ascoltare le parole della Ortese con l'intonazione teatrale di un' ottima attrice napoletana. Che dire ancora, voglio rileggere questo libro, voglio assaporarlo di nuovo, bearmi di questo modo di scrivere e voglio leggere altro di questa meravigliosa autrice di cui fino ad un mese fa non concoscevo nemmeno l’esistenza.

    Citazioni:

    “ A te, che ti serve veder bene? Per quello che tieni intorno!…” (Un paio d’occhiali)

    “meravigliata e abbattuta, come chi scorge per la prima volta un paese misero e silenzioso, e gli dicono che lì ha vissuto, credendo di vedere palazzi e giardini dove non erano che ciottoli e ortiche, e considerando in un baleno che la sua vita altro non era stata che servitù e sonno” (Interno familiare)

    “Una miseria senza più forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a modo suo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina <...> Qui, il mare non bagnava Napoli. Ero sicura che nessuna lo avesse visto, o lo ricordava.” (Oro a forcella)

    “Strisciano o si arrampicano o vacillano, ecco il loro modo di muoversi. Parlano molto poco, non sono più napoletani, ne nessun’altra cosa.” (La città involontaria)

    “Si voleva sapere tutto, capire tutto di questa mostruosità che, alla luce degli ultimi fatti, appariva Napoli; rimuovere la lapide finissima che posava sulla sua fossa, e cercare se, in quella decomposizione rimanesse ancora qualcosa di organico.” (Il silenzio della ragione)

    TUTTE LE MIE RECENSIONI http://lemieletturecommentate.blogspot.it/

    ha scritto il 

  • 4

    Ortese non ama Napoli?

    Premetto che mi piace questa scrittrice dallo stile asciutto e descrittivo, quasi giornalistico, che non indulge mai al sentimentalismo o al personalismo.
    La materia che qui tratta è esplosiva, per questo forse il dibattito su questo libro non si è mai placato del tutto: l’opera è frutto di un d ...continua

    Premetto che mi piace questa scrittrice dallo stile asciutto e descrittivo, quasi giornalistico, che non indulge mai al sentimentalismo o al personalismo. La materia che qui tratta è esplosiva, per questo forse il dibattito su questo libro non si è mai placato del tutto: l’opera è frutto di un disprezzo profondo, di un’incomprensione, di una non accettazione? O è un atto di amore? Siamo noi che abbiamo una visione romantica ed edulcorata dei vicoli, perché non ci abbiamo mai vissuto e la notte torniamo a dormire nelle nostre belle case?

    Certo è che in questi racconti l’Autrice usa un linguaggio forte, che oggi suona offensivo e quasi violento; come nel miglior Malaparte, sembra di sentire il gusto dell’orrore, in una Napoli dipinta come il ventre sporco dell’umanità. Così i “bassi” sono chiamati buchi, i loro abitanti formiche; si parla di razza, di plebe dall’informe faccia, di figure orrende, parto di creature tarate; occhietti di topo; cristiani cenciosi e deformi;folle di larve; visi butterati; donnette che ricordano cagne dalle mammelle oblunghe. Sono solo esempi di tante espressioni che indignano e feriscono la sensibilità del lettore. E dunque, questa morbosa insistenza sull’aspetto grottesco è fine a sé stessa, o è una scossa che ci viene inflitta perché si capisca davvero cos’era quel mondo all’indomani della fine della guerra?

    Una risposta potrebbe arrivare da quello scritto, a metà fra il documentario e il racconto, intitolato La città involontaria, vero capolavoro della raccolta, dove viene descritta la vita nell’inferno dei Granili, un mondo a parte con la sua rigida gerarchia: ai piani più bassi c’è il massimo dell’abiezione e del degrado morale, salendo si affaccia una micro borghesia convinta che la permanenza in un simile luogo sia temporanea e accidentale, mentre al contrario diventa ben presto una condizione stabile che risucchia gli esseri umani impedendo loro ogni via di uscita, contaminandoli e marchiandoli irreversibilmente. Ecco, la descrizione dei Granili va letta e metabolizzata, è una cosa che il mondo deve sapere, ma non illudiamoci di essere pronti a saperlo.

    Il libro si conclude con un grido d’allarme al gruppo di intellettuali che con Anna Maria Ortese, negli anni precedenti, aveva tentato un moto di riscatto, in nome di una Ragione alla cui mancanza è dovuto quello che per l’Autrice è il sonno e la dispersione della coscienza. Troverà questi ex compagni ormai stanchi, indifferenti, chiusi nel loro piccolo mondo.

    Il viaggio dai vicoli maleodoranti fino ai viali collinari dove si susseguono le splendide ville settecentesche, dove alberga l’adorata classe colta, nasconde un’altra grave ambiguità: quella Ragione, che potrebbe porre fine a tutto ciò che il libro descrive, sembra doversi fermare davanti alla Natura che in questi luoghi assume la forma di una forza assoluta che tutto piega e tutto neutralizza. E questa è un’altra cosa che la nostra mentalità di oggi non riesce a concepire, né tanto meno ad accettare.

    Se occorre ancora precisarlo, Ortese ci regala descrizioni meravigliose della città, è capace di avvolgerci con i suoni e gli odori resi attraverso l’uso sapiente della parola forte ed evocativa, oppure morbida, poetica, sussurrata; come nelle righe conclusive dove un’alba stupefacente dispensa ancora attimi di tranquillità, ancora per poco…

    Il dubbio iniziale mi è rimasto, ed io continuo a pensare che il grande enigma sia proprio Napoli.

    ha scritto il 

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