Il mare non bagna Napoli

Di

Editore: Rizzoli

3.9
(827)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 160 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: A000049765 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , eBook , Copertina rigida

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Scienze Sociali

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Descrizione del libro
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  • 4

    Nel buio dei bassi

    Il voto è al netto dell'ultimo racconto, che per onestà ammetto di non aver finito.

    Avevo studiato Un paio di occhiali per un esame all'università; allora lo trovai splendido, adesso forse ancora di p ...continua

    Il voto è al netto dell'ultimo racconto, che per onestà ammetto di non aver finito.

    Avevo studiato Un paio di occhiali per un esame all'università; allora lo trovai splendido, adesso forse ancora di più.
    L'insieme è pregno di brulicante umanità - intesa come folla - ritratta in tutta la sua febbricitante miseria; singoli episodi brillano di luce propria nel buio dei bassi napoletani.

    ha scritto il 

  • 0

    Bonjour tristesse

    Il romanzo si apre con questa poesia di Eluard:
    Addio tristezza
    Buongiorno tristezza
    Sei scritta nelle linee del soffitto
    Sei scritta dentro gli occhi che amo
    Tu non sei tutto quello che porta la mise ...continua

    Il romanzo si apre con questa poesia di Eluard:
    Addio tristezza
    Buongiorno tristezza
    Sei scritta nelle linee del soffitto
    Sei scritta dentro gli occhi che amo
    Tu non sei tutto quello che porta la miseria
    Perché le labbra dei più poveri ti annunciano
    con un sorriso
    Buongiorno tristezza
    Amore dei corpi gentili
    Essenza dell’amore
    da cui sorge l’amorevolezza
    Come un mostro senza corpo
    Testa delusa
    Tristezza bel viso
    (Paul Eluard, La vie immédiate)

    Doveva essere un'estate particolare per la giovane Cécile, quell'anno in Costa Azzurra, in quella magnifica villa bianca affacciata sul Mediterraneo, in compagnia del padre e di Elsa Mackenburg, ventottenne giovane mondana , sua nuova amante.Nelle prime pagine del libro sappiamo che Cécile è orfana di madre, ha trascorso un lungo periodo della sua vita in collegio; da due anni vive a Parigi col padre, Raimondo, un pubblicitario quarantenne. Vita fra ozi, aperitivi, cene e conversazioni insulse con personaggi vuoti, quando arriva Anna Larsen una quarantenne disegnatrice di moda, ex amica della madre di Cecilia. Raffinata, elegante, dalla bellezza impenetrabile, conquista subito il padre di Cécile che in pochi giorni vuole interrompere la sua relazione con Elsa e di sposare Anne.
    L'ammirazione nei suoi confronti non impedisce tuttavia a Cecilia di vedere in Anne una rivale, una minaccia per la propria libertà, tanto da mettere in scena, grazie alla complicità di Elsa e dell'amico Cyril, un gioco sottile e ben organizzato per dividere i due amanti. Un piano perfetto, ma con esiti più drammatici e devastanti di quanto Cécile avesse mai potuto prevedere.
    Un altro personaggio, Cirillo, venticinquenne studente di legge, proprietario di una barca a vela, anch'egli in vacanza con la madre, corteggiatore di Cécile.
    Con lui perde la verginità. Con noncuranza. Per noia o per colpire la sua vita di adolescente , ricca e viziata.
    Cosa dice la Sagan su questa tristezza?
    Com'era la Sagan?

    "Esito ad apporre il nome, il bel nome grave di tristezza su questo sentimento, del quale la noia, la dolcezza mi ossessionano. È un sentimento così completo, così egoista che io quasi me ne vergogno mentre la tristezza mi è sempre parsa onorevole. Non conoscevo lei, ma la noia, il rimpianto, e più raramente i rimorsi. Oggi, qualcosa si ripiega su me come una seta, snervante e dolce, e mi separa dagli altri.In quell'estate avevo diciassette anni ed ero perfettamente felice. Gli "altri" erano mio padre ed Elsa, la sua amante."
    D'altronde la stessa vita di Francoise Sagan è una vita vissuta con tristezza.
    Personaggio tormentato della cultura francese, con una vita proiettata sempre sopra le righe, Sagan ama soltanto le intelligenze tristi, e le lunghe fughe, il whisky, la droga, sono mezzi che nascono dall'enigma della vita di questa scrittrice. I pettegolezzi che correvano sul suo conto per il suo modo di vivere assai spericolato non la toccavano, diceva che non aveva nulla contro le droghe: "Semplicemente - ammiccava sorridendo - l'alcool mi basta, e il resto mi incute paura".
    Una vita triste come questo suo libro che la rese famosa. Essa aveva "Bonjour" come "griffe".
    «Bonjour tristesse» inaugurò un genere letterario, e fu sùbito uno scandalo, ma non venne censurato per l'esplicità del linguaggio, tradotto in quindici lingue e venduto in due milioni di copie, divenne un film nel 1958 per la regia di Otto Preminger, con interpreti Jean Seberg, David Niven e Deborah Kerr.
    Francoise Sagan aveva scritto il libro non ancora diciassette anni ed era stato suo padre a firmare il contratto, perché lei era minorenne, e le aveva imposto uno pseudonino.
    Tutte le ragazzine sono esperte dell'amore. L'unica cosa che aumenta è la loro capacità di soffrire per colpa dell'amore.

    ha scritto il 

  • 5

    Libro febbrile, stupefatto, soffocante.

    Ho amato su tutti la terribile Finizio di "Interno familiare": una madre incapace di riscattarsi e che ha perciò rivolto le proprie energie alla mortificazione ...continua

    Libro febbrile, stupefatto, soffocante.

    Ho amato su tutti la terribile Finizio di "Interno familiare": una madre incapace di riscattarsi e che ha perciò rivolto le proprie energie alla mortificazione della figlia ancora senza marito, non tanto per avere una compagna nella sventura, quanto per godere per tramite della propria cattiveria anche in una situazione di sostanziale fallimento esistenziale.
    Mi hanno colpito (in un libro in realtà tutto bello e ispirato) le pagine dedicate al funerale del piccolo Scarpetella ("La città involontaria") e ai bambini del popolo, adultizzati (p. 93).

    A inizio e a chiusura del libro, Ortese manifesta ripetutamente lo stesso desiderio di giustificare le proprie parole su Napoli e i suoi abitanti, autoaccusandosi di non aver raccontato la realtà, ma una sua deformazione nevrotica.
    Eppure, la sensibilità allucinata con cui descrive personaggi reali più o meno noti (mi riferisco naturalmente agli intellettuali di Sud e al racconto "Il silenzio della ragione") ce ne restituisce dei ritratti precisi e vitali.

    Un libro che potrebbe accompagnare un viaggio a Napoli: non per averne una fotografia di com'era nel dopoguerra, ma per lasciarsi suggestionare da un'interpretazione dolorosa e radicalizzata della città.

    LIBRO CITATO A UN POSTO AL SOLE!

    ha scritto il 

  • 5

    Splendida scoperta. Una scrittrice che non conoscevo, una scrittura vellutata e mostruosa, un sussurro terribile, che sbircia e racconta quello che vede dalle porte socchiuse sui bassi di Napoli. "L'o ...continua

    Splendida scoperta. Una scrittrice che non conoscevo, una scrittura vellutata e mostruosa, un sussurro terribile, che sbircia e racconta quello che vede dalle porte socchiuse sui bassi di Napoli. "L'oro di Forcella" è forse tra i racconti più vividi che abbia mai letto.

    ha scritto il 

  • 5

    Mi sono avvicinata alla lettura di “Il mare non bagna Napoli” con la diffidenza che si ha verso un grande nome, soprattutto quando l’opera dell’autore è così marcatamente traversata da certa meridiona ...continua

    Mi sono avvicinata alla lettura di “Il mare non bagna Napoli” con la diffidenza che si ha verso un grande nome, soprattutto quando l’opera dell’autore è così marcatamente traversata da certa meridionalità che racconta un Sud (meglio, una Napoli) di degrado e di sfacelo i cui stereotipi – veri o falsi che siano – tutti conosciamo.
    Non so se mi abbia aiutata la voce calda e il tono sapiente di Iaia Forte (che nella lettura riesce a essere presente e assente allo stesso tempo, come solo i grandi attori sanno fare), ma aver ascoltato - e non letto – questi racconti è stata un’esperienza intensa. Trasportata, letteralmente, nei vicoli napoletani, ho sentito gli odori, le puzze, il marcio, la putrefazione di carogne, gli stracci stesi, il moccio tirato su, le ossicine fragili come grissini, occhi senza un domani, le voci delle donne e le grida dei bambini, e non c’è mai stata gioia, in tutto questo, mai uno scatto di speranza, sempre e solo rassegnazione, violenza, paura.

    Il primo racconto, Gli occhiali, ci fa assistere alla trepida gioia di Eugenia, povera creatura irrisa e comandata da tutti, praticamente “cecata”, nell’attesa di ricevere un grande regalo: un paio di occhiali (costati ottomila lire vive vive) che le permetteranno finalmente di vedere la bellezza dei vicoli in cui vive. La realtà sarà ben altra, e il vomito e la vergogna disperata della bambina, alla fine, chiuderanno un cerchio, togliendo ogni speranza a chi crede ci possa essere una vita diversa.

    Ma il racconto (o meglio, il reportage) che mi ha colpita di più è stato quello de “La città involontaria”, dove veniamo portati per mano nel mondo degradato dei Granili, grande stabile abitato da un brulichio di formichine umane. Un’umanità disperata vive praticamente al buio, senza mai vedere la luce del sole, tra sporcizia croste di pane in bocca a bimbi tisici materassi lerci umidità e occhi, occhi dappertutto che sbucano dal niente, che ti guardano, guardano te che vieni dalla “città”, te che sei “salva”, tutti quegli sguardi a volte rancorosi a volte rassegnati a volte semplicemente apatici me li sono sentiti addosso come carta moschicida, a tratti mi è sembrato di essere in un girone infernale e a tratti nelle miniere di Moria, e mi aspettavo di scorgere da un momento all’altro lo sguardo crudele e disperato di Gollum seguirmi passo passo. Brani bellissimi e terribili, come il funerale di un bambino portato semplicemente a braccia dalla madre nel silenzio assoluto degli altri abitanti dei Granili, o la visita alla neonata che poi si scopre essere una creaturina di un anno e mezzo, destinata a non crescere, con negli occhi azzurri già una quieta rassegnazione.

    Racconti bellissimi, che mi hanno lasciato dentro una pena infinita, ma anche la consapevolezza di aver scoperto una grandissima autrice italiana.
    Consigliatissimo.

    ha scritto il 

  • 3

    Anna Maria Ortese non è napoletana di nascita, ma vi si stabilisce in anni alterni durante la sua infanzia e maturità. Nonostante ciò, ella resterà sempre legata alla città partenopea.
    A Napoli, infat ...continua

    Anna Maria Ortese non è napoletana di nascita, ma vi si stabilisce in anni alterni durante la sua infanzia e maturità. Nonostante ciò, ella resterà sempre legata alla città partenopea.
    A Napoli, infatti, sono ambientate alcune delle sue opere letterarie. “Il mare non bagna Napoli” è una di queste (dal titolo lo si evinceva facilmente), opera che ottenne il Premio Viareggio per la narrativa nel 1953.
    Si tratta di una raccolta di cinque racconti, in cui descrive principalmente le viscere e la miseria di Napoli nel secondo dopoguerra. Alcuni di questi racconti si rivelano molto toccanti, perché raccontano una Napoli che chi non la vive quotidianamente e nei suoi aspetti più miseri non la potrà mai conoscere né comprendere.
    I primi due brani sono quelli che mi sono piaciuti di più, li ho letteralmente divorati, ma per gli altri tre ho fatto una fatica incredibile a portarli a termine!

    “Un paio di occhiali” – E’ sicuramente quello che preferisco tra i cinque. Racconta la storia della piccola Eugenia, una bimba poverissima, che riceve in regalo dalla zia un paio di occhiali costati ottomila lire vive vive (cosa che la zia non dimentica mai di sottolineare), perché la piccola è cecata, ma proprio cecata!

    “Interno Familiare” - Anastasia Finizio, alla soglia dei quarant’anni, mantiene con il proprio negozio l’intera famiglia (madre, zia, fratelli) e nessuno sembra capire i grandi sforzi che ha dovuto fare questa donna per mandare avanti la casa e far vivere tutti nell’agio. Nulla le viene riconosciuto, neanche un briciolo di felicità, ma Anastasia, in realtà, non sembra neanche farci troppo caso: le basta indossare abiti eleganti per sentirsi realizzata. A sconvolgere questo equilibrio sarà il ritorno a casa di un vecchio amore, Antonio Laurano. Solo il suo pensiero riesce a mettere tutto in discussione nella vita di Anastasia.

    “Oro a Forcella” e ”La città involontaria” – La Ortese vi racconta le condizioni disumane della plebe napoletana , con delle descrizioni talmente realistiche da diventare quasi raccapriccianti. Sono racconti che risentono dell’attività giornalistica dell’autrice.
    Nel primo racconto, ambientato appunto a Forcella, descrive una mattina “normale” presso il banco dei pegni, con annessi racconti delle donne sulle loro condizioni di miseria.
    Il secondo, a mio parere quello più straziante, racconta la terribile realtà dei Granili di Portici, un antico palazzone borbonico, che nel dopoguerra venne occupato dai senzatetto e dai più poveri.

    ”Il silenzio della ragione” – Ho fatto davvero fatica a finire quest’ultimo brano!!! Perdevo sempre il filo del discorso e, ad un certo punto, ho cominciato a pensare che la Ortese stesse vaneggiando!! A mio parere, si tratta di un romanzo in cui critica gli scrittori contemporanei napoletani, tant’è vero che quando uscì la raccolta ebbe sì un notevole successo, ma scatenò anche delle polemiche proprio per quanto scritto in quest’ultimo brano.

    ha scritto il 

  • 3

    Ho trovato i primi due racconti molto belli, gli altri molto interessanti, compreso l'ultimo, quello sugli scrittori napoletani, che tanto venne contestato. Non è certo la Napoli che io ho in mente (v ...continua

    Ho trovato i primi due racconti molto belli, gli altri molto interessanti, compreso l'ultimo, quello sugli scrittori napoletani, che tanto venne contestato. Non è certo la Napoli che io ho in mente (visitata poco tempo fa da turista), ma una città dell'immediato dopoguerra, poverissima e annichilente.

    ha scritto il 

  • 2

    Una recensione diceva meraviglie dei primi due racconti, e della fatica di leggere il resto. È stato esattamente così. I primi due racconti conquistano, commuovono si lasciano divorare e ti divorano . ...continua

    Una recensione diceva meraviglie dei primi due racconti, e della fatica di leggere il resto. È stato esattamente così. I primi due racconti conquistano, commuovono si lasciano divorare e ti divorano . Il resto è una perentoria lunga descrizione di luoghi, scompaiono sentimento e personaggi. Ugualmente ben scritto ma faticoso arrivare alla fine. Due stelline una per racconto..

    ha scritto il 

  • 3

    Nonostante la pagina di congedo e la premessa, scritte per la riedizione del 1994, il grosso del libro, ma soprattutto la parte finale (Il silenzio della ragione, rievocazione del fallito tentativo de ...continua

    Nonostante la pagina di congedo e la premessa, scritte per la riedizione del 1994, il grosso del libro, ma soprattutto la parte finale (Il silenzio della ragione, rievocazione del fallito tentativo della rivista «Sud» e dei suoi protagonisti nell'immediato dopoguerra) mostrano il disagio dell'autrice di fronte a un ambiente che la colpisce, ma che non riesce a far suo. La scrittura risulta perciò, come la stessa Ortese riconosce a posteriori, allucinata, nevrotica.

    ha scritto il 

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