Il mare non bagna Napoli

Di

Editore: Rizzoli

3.9
(802)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 160 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: A000049765 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , eBook , Copertina rigida

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Scienze Sociali

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Descrizione del libro
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  • 5

    Splendida scoperta. Una scrittrice che non conoscevo, una scrittura vellutata e mostruosa, un sussurro terribile, che sbircia e racconta quello che vede dalle porte socchiuse sui bassi di Napoli. "L'o ...continua

    Splendida scoperta. Una scrittrice che non conoscevo, una scrittura vellutata e mostruosa, un sussurro terribile, che sbircia e racconta quello che vede dalle porte socchiuse sui bassi di Napoli. "L'oro di Forcella" è forse tra i racconti più vividi che abbia mai letto.

    ha scritto il 

  • 5

    Mi sono avvicinata alla lettura di “Il mare non bagna Napoli” con la diffidenza che si ha verso un grande nome, soprattutto quando l’opera dell’autore è così marcatamente traversata da certa meridiona ...continua

    Mi sono avvicinata alla lettura di “Il mare non bagna Napoli” con la diffidenza che si ha verso un grande nome, soprattutto quando l’opera dell’autore è così marcatamente traversata da certa meridionalità che racconta un Sud (meglio, una Napoli) di degrado e di sfacelo i cui stereotipi – veri o falsi che siano – tutti conosciamo.
    Non so se mi abbia aiutata la voce calda e il tono sapiente di Iaia Forte (che nella lettura riesce a essere presente e assente allo stesso tempo, come solo i grandi attori sanno fare), ma aver ascoltato - e non letto – questi racconti è stata un’esperienza intensa. Trasportata, letteralmente, nei vicoli napoletani, ho sentito gli odori, le puzze, il marcio, la putrefazione di carogne, gli stracci stesi, il moccio tirato su, le ossicine fragili come grissini, occhi senza un domani, le voci delle donne e le grida dei bambini, e non c’è mai stata gioia, in tutto questo, mai uno scatto di speranza, sempre e solo rassegnazione, violenza, paura.

    Il primo racconto, Gli occhiali, ci fa assistere alla trepida gioia di Eugenia, povera creatura irrisa e comandata da tutti, praticamente “cecata”, nell’attesa di ricevere un grande regalo: un paio di occhiali (costati ottomila lire vive vive) che le permetteranno finalmente di vedere la bellezza dei vicoli in cui vive. La realtà sarà ben altra, e il vomito e la vergogna disperata della bambina, alla fine, chiuderanno un cerchio, togliendo ogni speranza a chi crede ci possa essere una vita diversa.

    Ma il racconto (o meglio, il reportage) che mi ha colpita di più è stato quello de “La città involontaria”, dove veniamo portati per mano nel mondo degradato dei Granili, grande stabile abitato da un brulichio di formichine umane. Un’umanità disperata vive praticamente al buio, senza mai vedere la luce del sole, tra sporcizia croste di pane in bocca a bimbi tisici materassi lerci umidità e occhi, occhi dappertutto che sbucano dal niente, che ti guardano, guardano te che vieni dalla “città”, te che sei “salva”, tutti quegli sguardi a volte rancorosi a volte rassegnati a volte semplicemente apatici me li sono sentiti addosso come carta moschicida, a tratti mi è sembrato di essere in un girone infernale e a tratti nelle miniere di Moria, e mi aspettavo di scorgere da un momento all’altro lo sguardo crudele e disperato di Gollum seguirmi passo passo. Brani bellissimi e terribili, come il funerale di un bambino portato semplicemente a braccia dalla madre nel silenzio assoluto degli altri abitanti dei Granili, o la visita alla neonata che poi si scopre essere una creaturina di un anno e mezzo, destinata a non crescere, con negli occhi azzurri già una quieta rassegnazione.

    Racconti bellissimi, che mi hanno lasciato dentro una pena infinita, ma anche la consapevolezza di aver scoperto una grandissima autrice italiana.
    Consigliatissimo.

    ha scritto il 

  • 3

    Anna Maria Ortese non è napoletana di nascita, ma vi si stabilisce in anni alterni durante la sua infanzia e maturità. Nonostante ciò, ella resterà sempre legata alla città partenopea.
    A Napoli, infat ...continua

    Anna Maria Ortese non è napoletana di nascita, ma vi si stabilisce in anni alterni durante la sua infanzia e maturità. Nonostante ciò, ella resterà sempre legata alla città partenopea.
    A Napoli, infatti, sono ambientate alcune delle sue opere letterarie. “Il mare non bagna Napoli” è una di queste (dal titolo lo si evinceva facilmente), opera che ottenne il Premio Viareggio per la narrativa nel 1953.
    Si tratta di una raccolta di cinque racconti, in cui descrive principalmente le viscere e la miseria di Napoli nel secondo dopoguerra. Alcuni di questi racconti si rivelano molto toccanti, perché raccontano una Napoli che chi non la vive quotidianamente e nei suoi aspetti più miseri non la potrà mai conoscere né comprendere.
    I primi due brani sono quelli che mi sono piaciuti di più, li ho letteralmente divorati, ma per gli altri tre ho fatto una fatica incredibile a portarli a termine!

    “Un paio di occhiali” – E’ sicuramente quello che preferisco tra i cinque. Racconta la storia della piccola Eugenia, una bimba poverissima, che riceve in regalo dalla zia un paio di occhiali costati ottomila lire vive vive (cosa che la zia non dimentica mai di sottolineare), perché la piccola è cecata, ma proprio cecata!

    “Interno Familiare” - Anastasia Finizio, alla soglia dei quarant’anni, mantiene con il proprio negozio l’intera famiglia (madre, zia, fratelli) e nessuno sembra capire i grandi sforzi che ha dovuto fare questa donna per mandare avanti la casa e far vivere tutti nell’agio. Nulla le viene riconosciuto, neanche un briciolo di felicità, ma Anastasia, in realtà, non sembra neanche farci troppo caso: le basta indossare abiti eleganti per sentirsi realizzata. A sconvolgere questo equilibrio sarà il ritorno a casa di un vecchio amore, Antonio Laurano. Solo il suo pensiero riesce a mettere tutto in discussione nella vita di Anastasia.

    “Oro a Forcella” e ”La città involontaria” – La Ortese vi racconta le condizioni disumane della plebe napoletana , con delle descrizioni talmente realistiche da diventare quasi raccapriccianti. Sono racconti che risentono dell’attività giornalistica dell’autrice.
    Nel primo racconto, ambientato appunto a Forcella, descrive una mattina “normale” presso il banco dei pegni, con annessi racconti delle donne sulle loro condizioni di miseria.
    Il secondo, a mio parere quello più straziante, racconta la terribile realtà dei Granili di Portici, un antico palazzone borbonico, che nel dopoguerra venne occupato dai senzatetto e dai più poveri.

    ”Il silenzio della ragione” – Ho fatto davvero fatica a finire quest’ultimo brano!!! Perdevo sempre il filo del discorso e, ad un certo punto, ho cominciato a pensare che la Ortese stesse vaneggiando!! A mio parere, si tratta di un romanzo in cui critica gli scrittori contemporanei napoletani, tant’è vero che quando uscì la raccolta ebbe sì un notevole successo, ma scatenò anche delle polemiche proprio per quanto scritto in quest’ultimo brano.

    ha scritto il 

  • 3

    Ho trovato i primi due racconti molto belli, gli altri molto interessanti, compreso l'ultimo, quello sugli scrittori napoletani, che tanto venne contestato. Non è certo la Napoli che io ho in mente (v ...continua

    Ho trovato i primi due racconti molto belli, gli altri molto interessanti, compreso l'ultimo, quello sugli scrittori napoletani, che tanto venne contestato. Non è certo la Napoli che io ho in mente (visitata poco tempo fa da turista), ma una città dell'immediato dopoguerra, poverissima e annichilente.

    ha scritto il 

  • 2

    Una recensione diceva meraviglie dei primi due racconti, e della fatica di leggere il resto. È stato esattamente così. I primi due racconti conquistano, commuovono si lasciano divorare e ti divorano . ...continua

    Una recensione diceva meraviglie dei primi due racconti, e della fatica di leggere il resto. È stato esattamente così. I primi due racconti conquistano, commuovono si lasciano divorare e ti divorano . Il resto è una perentoria lunga descrizione di luoghi, scompaiono sentimento e personaggi. Ugualmente ben scritto ma faticoso arrivare alla fine. Due stelline una per racconto..

    ha scritto il 

  • 3

    Nonostante la pagina di congedo e la premessa, scritte per la riedizione del 1994, il grosso del libro, ma soprattutto la parte finale (Il silenzio della ragione, rievocazione del fallito tentativo de ...continua

    Nonostante la pagina di congedo e la premessa, scritte per la riedizione del 1994, il grosso del libro, ma soprattutto la parte finale (Il silenzio della ragione, rievocazione del fallito tentativo della rivista «Sud» e dei suoi protagonisti nell'immediato dopoguerra) mostrano il disagio dell'autrice di fronte a un ambiente che la colpisce, ma che non riesce a far suo. La scrittura risulta perciò, come la stessa Ortese riconosce a posteriori, allucinata, nevrotica.

    ha scritto il 

  • 3

    Dopo il bellissimo inizio ho faticato non poco a finirlo.
    I primi due racconti mi sono piaciuti veramente tanto, mi hanno fatto sentire le emozioni, la tristezza, la sofferenza che l'autrice sicuramen ...continua

    Dopo il bellissimo inizio ho faticato non poco a finirlo.
    I primi due racconti mi sono piaciuti veramente tanto, mi hanno fatto sentire le emozioni, la tristezza, la sofferenza che l'autrice sicuramente intendeva trasmettere, ma da lì in poi tutto si è oscurato, non credevo nemmeno fosse lo stesso libro.Una serie di episodi, di nomi, di strade scritti quasi a caso, come se da li in poi avesse scritto per se stessa e non più per noi...peccato!

    ha scritto il 

  • 0

    ero convinto di aver già parlato di questo libro... mah...
    l'ho aggiunto anni prima di possederlo perchè mi piaceva il titolo, che dopo averlo letto risulta ancora la parte più bella. tante volte ho p ...continua

    ero convinto di aver già parlato di questo libro... mah...
    l'ho aggiunto anni prima di possederlo perchè mi piaceva il titolo, che dopo averlo letto risulta ancora la parte più bella. tante volte ho pensato che davvero in quella città il mare non c'è, non realmente. quando ci vado è sempre per lavoro e quindi in pratica non la conosco ma anche in quelle poche ore che ci passo sento sempre qualcosa di spiacevole, direi persino di spaventoso. il contrasto tra la luce, bellissima, molteplice, eloquente, intelligente, e le facce dei passanti così confuse e, si direbbe, crudeli, mi fa sognare una malattia che la spopoli, una bomba ai neutroni proprio nel cuore della città, che resti vuota e zitta, un immenso monumento sotto il cielo color collirio, sotto il sole.

    ha scritto il 

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