Il mare non bagna Napoli

Di

Editore: Rizzoli

3.9
(750)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 160 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: A000049765 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , eBook , Copertina rigida

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Scienze Sociali

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Descrizione del libro
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  • 4

    TRE AGGETTIVI per descriverlo: straordinario, allegorico, emozionante.

    DUE FRASI per commentarlo:
    Una raccolta di racconti incredibilmente vivi e toccanti, in quella Napoli tanto povera quanto ver ...continua

    TRE AGGETTIVI per descriverlo: straordinario, allegorico, emozionante.

    DUE FRASI per commentarlo:
    Una raccolta di racconti incredibilmente vivi e toccanti, in quella Napoli tanto povera quanto vera e spietata.
    Indimenticabile il primo racconto in cui Eugenia, una poverissima bambina, riceve in dono un paio di occhiali dalla zia per colmare la sua miopia: quegli occhiali tanto desiderati le mostreranno un mondo diverso da quello che si immaginava ovvero un mondo fatto di miserie tangibili e di sofferenze.

    UNA CITAZIONE per ricordarlo: «aveva avuto una vera rivelazione: il mondo, fuori, era bello, bello assai!»

    CONSIGLIATO A: chi si vuole avvicinare alla Ortese senza affrontare subito i più suoi corposi romanzi.

    ha scritto il 

  • 4

    Qui c'è la saggezza, la vita, la dolcezza, lo spessore di Napoli e dei napoletani . Letto mesi fa, ma conservo, insieme al bellissimo ricordo del mio viaggio lì, quello forte di alcuni racconti, come ...continua

    Qui c'è la saggezza, la vita, la dolcezza, lo spessore di Napoli e dei napoletani . Letto mesi fa, ma conservo, insieme al bellissimo ricordo del mio viaggio lì, quello forte di alcuni racconti, come "Un paio di occhiali", acuto e anche disarmante. E qui c'è il calore, dell'amicizia, quella preziosa, discreta e viva, accogliente e divertente dell'amico che me l'ha regalato.

    ha scritto il 

  • 2

    Primi due capitoli, due abbozzi ma interessanti, su storie di gente di Napoli. Capitolo dedicato all'inferno della vita dei più miseri a Napoli, un vero orrore, ma anche qui un abbozzo, come degli app ...continua

    Primi due capitoli, due abbozzi ma interessanti, su storie di gente di Napoli. Capitolo dedicato all'inferno della vita dei più miseri a Napoli, un vero orrore, ma anche qui un abbozzo, come degli appunti per un romanzo da scrivere. Il resto del libro per me noiosissimo, descrizioni di incontri o ricordi di intellettuali napoletani.
    Forse non ho capito io l'intento del libro. Non mi è piaciuto che siano solo schizzi, senza approfondimento.

    ha scritto il 

  • 4

    Racconti feroci quelli presenti nel romanzo, la scrittrice ci accompagna in un viaggio nelle viscere di Napoli e nulla risparmia della realtà all'occhio di chi legge sottolineando con una, neanche mol ...continua

    Racconti feroci quelli presenti nel romanzo, la scrittrice ci accompagna in un viaggio nelle viscere di Napoli e nulla risparmia della realtà all'occhio di chi legge sottolineando con una, neanche molto velata, ironia il proprio giudizio morale verso una società che non riconosce e che le crea dolore.

    ha scritto il 

  • 3

    Combattuta..

    Se devo dire la verità non so bene come recensire questo libro. Lo stile è di un'eleganza spaventosa, le descrizioni della città di Napoli sono stupende ma i racconti a mio parere si vanno piano piano ...continua

    Se devo dire la verità non so bene come recensire questo libro. Lo stile è di un'eleganza spaventosa, le descrizioni della città di Napoli sono stupende ma i racconti a mio parere si vanno piano piano perdendo. Partiamo dal primo, molto significativo, per arrivare al quinto, decisamente troppo lungo e noioso per chi non è "dentro" l'ambiente letterario di quegli anni. Vorrei leggere altro della Ortese, anche solo per poter apprezzare meglio la sua indiscussa bravura.

    ha scritto il 

  • 3

    Realismo allucinato. Sputtanamento di amici e nemici. Piccolo cenacolo napoletano di intellettuali del PCI, messi in piazza non solo con i difetti fisici e morali ma anche con le loro pochezze sociali ...continua

    Realismo allucinato. Sputtanamento di amici e nemici. Piccolo cenacolo napoletano di intellettuali del PCI, messi in piazza non solo con i difetti fisici e morali ma anche con le loro pochezze sociali ed economiche. Descrizione allucinatoria del popolo dei Granili, antichi magazzini del grano di epoca borbonica. Non può essere paragonato a "I Mandarini" della de Beauvoir, di cui potrebbe rappresentare una bozza di scaletta.

    ha scritto il 

  • 3

    Sono alquanto combattuto riguardo questo libro che si compone di 5 racconti, abbastanza slegati tra loro.
    I primi due sono molto belli. In particolare il primo rappresenta forse la chiave di lettura d ...continua

    Sono alquanto combattuto riguardo questo libro che si compone di 5 racconti, abbastanza slegati tra loro.
    I primi due sono molto belli. In particolare il primo rappresenta forse la chiave di lettura del libro: indossare gli occhiali come la piccola protagonista per riuscire a vedere la "vera" Napoli o meglio la realtà di degrado in cui si trova la città appena uscita dalla guerra. E fin qui niente da dire.
    Il terzo: non pervenuto.
    Nel quarto con un taglio quasi giornalistico la scrittrice ci descrive la vita degli sfollati del Gracile ed è una vera e propria discesa agli inferi, non solo per il luogo e le condizioni di vita, ma anche per la gente...
    Una fredda distaccata cronaca resa con uno stile tagliente e diretto, che non lascia spazio a nessun afflato o approfondimento, se non ad un certo manierismo. La Ortese descrive queste persone come "plebe informe, folle di larve,creature tarate"ecc

    Nell'ultimo si cambia completamente registro e la scrittrice rivolge un'aspra critica agli intellettuali che non hanno fatto niente per la città...si ok, anche giusto (forse)...ma a che pro questa sorta di J'accuse, (noiosissimo tra l'altro) in cui i vari Compagnone La Capria Rea vengono descritti come delle macchiette, delle caricature (come anche saper che la moglie di Compagnone ha dei capelli radi in testa o che Rea sclera durante un pranzo ....sono cose che lasciano il tempo che trovano).
    Senza dimenticare la chiusura del racconto, una vera chicca, per cui la colpa di tutto è da imputare alla "natura" del posto che ammalia, addormenta gli animi....
    E quindi quale sarebbe il messaggio che veicola?

    ha scritto il 

  • 4

    dei cinque racconti che compongono Il mare non bagna Napoli, un incontro con la città uscita dalla guerra, come lo definì la stessa Ortese nella prefazione scritta anni dopo, ce n’è uno bellissimo. S’ ...continua

    dei cinque racconti che compongono Il mare non bagna Napoli, un incontro con la città uscita dalla guerra, come lo definì la stessa Ortese nella prefazione scritta anni dopo, ce n’è uno bellissimo. S’intitola Interno familiare. Parla di Anastasia Finizio, una donna sulla soglia dei quarant’anni, che con il suo negozio di maglieria mantiene la madre, la zia, e i fratelli. Anastasia ha messo da parte i propri sogni, la sua vita è fatta di lavoro e dalla soddisfazione che le dà essere sempre elegante e circondata da rispetto. Basta l’incontro con una conoscente che le porta i saluti di Antonio Laurano, uno che le piaceva quando era giovane, per far crollare tutte le sue certezze. Antonio è tornato, dopo aver cercato fortuna per mare: e se avesse pensato a lei mentre era via? Se fosse possibile un futuro con lui, non per amore (Anastasia conosce i suoi limiti fisici, sa di non essere attraente), ma almeno per desiderio di stabilità? La crisi di Anastasia, tutta mentale, si risolve nel corso di un pranzo. Le arriva voce che Antonio è fidanzato e quello spiraglio su un’agognata felicità si chiude così come si era aperto. Un altro tipo di delusione, ancora più amaro, è nel racconto di apertura, Un paio di occhiali. La piccola Eugenia aspetta trepidante gli occhiali che costano “otto mila lire, vive vive”, grazie ai quali finalmente smetterà di essere quasi cecata; di fronte al nitido spettacolo della miseria non le resta che vomitare. Negli altri tre racconti Anna Maria Ortese entra in scena da giovane cronista tornata nella città della propria adolescenza. C’è la descrizione della folla stremata al Monte dei pegni, c’è la visita agli ultimi che vivono ai Granili e infine l’incontro con i giovani scrittori napoletani, che le valse all’epoca (il libro uscì nel 1953) critiche feroci. Di questi scrittori, due sono ancora vivi e attivi, Domenico Rea e Raffaele La Capria.

    ha scritto il 

  • 4

    Le lenti della borghesia: dal sogno alla realtà.

    Cinque racconti in cui serpeggia la descrizione lapidaria di una Napoli distrutta dall'uomo e dalla storia; una Napoli che vive tra le macerie del dopoguerra. Vite sotterranee, vicoli umidi dove non s ...continua

    Cinque racconti in cui serpeggia la descrizione lapidaria di una Napoli distrutta dall'uomo e dalla storia; una Napoli che vive tra le macerie del dopoguerra. Vite sotterranee, vicoli umidi dove non si sente neanche il mare perchè ogni vitalità, ogni speranza dell'umano è persa.
    "–Ce sta ‘o sole... ‘o sole!– canticchiò, quasi sulla soglia del basso, la voce di don Peppino Quaglia. – Lascia fa' a Dio, – rispose dall'interno, umile e vagamente allegra, quella di sua moglie Rosa,"
    Il sole è il primo ad apparire e ritorna costante più volte in tutti i racconti. Un sole bello, luminoso che illumina e s'infiltra in orridi cortili, in case misere e sui volti orripilanti degli uomini.
    Il sole è il sogno, l'illusione che presto, però deve scostarsi perchè il reale si offre agli occhi in tutta la sua drammatica essenza.
    Lo sguardo della Ortese è palesemente specchio della borghesia a cui appartiene. Non nasconde la stizza nel raccontare dei miseri tuguri dove uomini e donne sono storpi, difettosi, mancanti e i bambini ti fissano con sguardi da vecchi. Non c'è compassione nè comprensione in queste pagine . C'è , invece, tanto ribrezzo ed amarezza per una realtà che stuzzica solo la voglia di fuggire.
    Non a caso, il primo racconto s'intitola "Un paio di occhiali". Eugenia abita in un basso. E' brutta, sporca, cisposa e mezza "ciecata", Con ansia attende di avere un paio di occhiali perchè ora ciò che vede è tutto sfuocato, vago e la tentazione del vedere è forte. Qualcuno l'avverte: " Figlia mia il mondo è meglio non vederlo che vederlo . Ma il desiderio di uscire dalla nebbia è intenso e la porterà ad un inaspettato epilogo.

    Nel secondo racconto ( "Interno familiare") cambia il contesto ma anch'esso si determina sull'amaro passaggio dal sogno alla realtà. Anastasia è una commerciante. Non è bella ma si presenta con un forte carattere, Una corazza costruita nel tempo facendosi carico dell'intera famiglia con il suo lavoro. Non pensa ad una vita sua fino a quando arriva voce del ritorno in città di un antico amore di gioventù. Qualcosa in lei crolla e la fantasia incomincia a prendere il largo progettando una vita a due basandosi solo su un naturale desiderio di essere altro. Ma ciò che è voluto non accade: "Un sogno, era stato, non c'era più nulla. Non per questo la vita poteva dirsi peggiore. La vita... era una cosa strana, la vita. Ogni tanto sembrava di capire che fosse, e poi, tac, si dimenticava, tornava il sonno." .

    Calca, grida, un gran muoversi. Che succede? Una rissa?
    " Niente stanno facenno, signò (...)vuie sunnate."
    Napoli è anche questo. Illusione che stia accadendo qualcosa di straordinario mentre in realtà si osserva la quotidianità. Passeggiando si osserva una folla che altrove parrebbe strana: una corte dei miracoli in eterno movimento. Così Ortese osserva nel tragitto per recarsi al Monte dei Pegni. Il terzo scritto ("Oro a Forcella" ) così come i due seguenti è, di fatti, un reportage di stampo giornalistico. La scrittrice dunque osserva "un groviglio confuso di cose varie". Un luogo (quello del Monte dei Pegni) in cui va in scena la disperazione con un copione che nessuno ha bisogni di studiare. La voce trascinata ed annoiata, per l'abitudine, degli impiegati, il brusìo della folla e le grida disperate di chi recita enfatizzando il suo dramma così da riuscire a scavalcare la fila. Questo la scrittrice osserva e riporta ma qualcosa di diverso accade "Improvvisamente, si fece un gran silenzio, poi un mormorio trasecolato, pieno d'infantile stupore, percorse le tre file dei Pegni nuovi.":una farfalla volteggia nella sala, un piccola sprazzo di poesia s'insinua nella miseria.
    Ne "La città involontaria" lo stile giornalistico si fa più evidente. Ortese si reca al III° e IV° Granili, un imponente edificio risalente alal fine del '700 e situato nella zona costiera della città. Originariamente edificato allo scopo di depositare granaglie e vettovaglie in genere, diventa durante i bombardamenti della II° Guerra Mondiale un rifugio per i senzatetto nonostante sia in parte già danneggiato e pericolante. L'entrata in questo edificio è pari ad una discesa all' inferno("Perché questa non è una casa, signora, vedete, questo è un luogo di afflitti. Dove passate, i muri si lamentano" recita la guida che l'accompagna).
    Dopo una prima descrizione tecnica in cui ci fornisce le esatte dimensioni dell'edificio e calcola la popolazione che occupa questi spazi (3000 persone! Una città nella città. Una città nascosta che nasce dal caso ed è quindi involontaria) la scrittrice riferisce dell'ambiente interno senza nasconderne il ribrezzo che le provoca la vista dei volti mostruosi (per essere tropi rigonfi, o al contrario, troppo scavati), l'incontro con "creature profondamente tarate". Neppure i bambini muovono a compassione "malati nel corpo e stravolti nell'animo, con sorrisi corrotti o ebeti, furbi e desolati nello stesso tempo".
    Questo racconto procurò alla Ortese l'etichetta di anti-napoletana per il suo disprezzo della miseria e per passaggi forti come il seguente:
    " Perché il III e IV Granili non è solo ciò che si può chiamare una temporanea sistemazione di senzatetto, ma piuttosto la dimostrazione, in termini clinici e giuridici, della caduta di una razza. Secondo la più discreta delle deduzioni, solo una compagine umana profondamente malata potrebbe tollerare, come Napoli tollera, senza turbarsi, la putrefazione di un suo membro, ché questo, e non altro, è il segno sotto il quale vive e germina l'istituzione dei Granili. Cercare a Napoli una Napoli infima, dopo aver visitato la caserma borbonica, non viene più in mente a nessuno."
    Lo scritto, a onor del vero, portò alla luce un reale problema della città che probabilmente si voleva ignorare ma con l'onore della cronaca l'Amministrazione dovette trovare delle soluzioni per non perdere la faccia.
    L'allontanamento da Napoli della scrittrice, tuttavia, è maggiormente attribuibile all'ultimo scritto "il silenzio della ragione" anche esso di stampo giornalistico ma in ben altro contesto, ossia quello intellettuale. Ortese racconta una genesi che li vede occupati politicamente e socialmente nell'immediato dopoguerra. Impegnati, con stili e linguaggi differenti, soprattutto nello scoperchiare la vera Napoli e smentire la favola dell'eterna spensieratezza. Avviene poi un graduale e perentorio cambiamento di rotta: dalla anima te discussioni si passa a pacate conversazioni da salotto, dalla preoccupazione del futuro collettivo l'interesse si concentra sulla carriera personale.
    In questo modo si spengono le voci della ragione ed il silenzio che ne consegue è pari ad un sonno, un'apatia che Ortese segnala come caratteristica di tutta la popolazione meridionale.
    Dichiarazioni ed accuse molto forti che le costeranno caro e la relegheranno ai margini della vita culturale.

    ha scritto il 

  • 4

    Ho appena portato a termine questa raccolta di novelle napoletane di Anna Maria Ortese. Una Napoli in subbuglio, una Napoli che emana fragranze di dolore e di autenticità, una Napoli annientata ma mai ...continua

    Ho appena portato a termine questa raccolta di novelle napoletane di Anna Maria Ortese. Una Napoli in subbuglio, una Napoli che emana fragranze di dolore e di autenticità, una Napoli annientata ma mai vinta quella raccontata dalla scrittrice. Un crescendo emozionale, una scrittura che sicuramente ha avuto come insegnante la disciplina dell'ancora più genuina e superba Matilde Serao (in particolare L'anima semplice). Da leggere.

    ha scritto il 

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