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Il mare non bagna Napoli

Di

Editore: Rizzoli

3.9
(684)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 160 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: A000049765 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , eBook , Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature , Political , Social Science

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Descrizione del libro
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  • 4

    Il mare nonbagna Napoli

    Raccolta di racconti che mostrano una faccia di Napoli degli anni '50 dura,terribile quasi disumanizzata e poi la descrizione di un gruppo di scrittori con i loro limiti e le loro fragilità. Brava. ...continua

    Raccolta di racconti che mostrano una faccia di Napoli degli anni '50 dura,terribile quasi disumanizzata e poi la descrizione di un gruppo di scrittori con i loro limiti e le loro fragilità. Brava.

    ha scritto il 

  • 4

    "La vita, era una cosa strana, la vita. Ogni tanto sembrava di capire che fosse, e poi, tac, si dimenticava, tornava il sonno"

    Nel mio viaggio alla scoperta delle scrittrici italiane, ingiustamente es ...continua

    "La vita, era una cosa strana, la vita. Ogni tanto sembrava di capire che fosse, e poi, tac, si dimenticava, tornava il sonno"

    Nel mio viaggio alla scoperta delle scrittrici italiane, ingiustamente estromesse dai datati e maschilisti programmi scolastici, mi sono imbattuta addirittura in una mia concittadina, Anna Maria Ortese. E direi che è stato amore a prima lettura! *_*
    "Il mare non bagna Napoli" è un'opera strana, che mescola racconti di finzione a veri e propri reportage giornalistici. I primi due racconti sono indiscutibilmente i più belli, mentre purtroppo quando dalla pura invenzione si passa gradualmente al reportage giornalistico la scrittura perde un po' di incanto, facendosi anche un po' noiosa nell'ultima parte (ecco il motivo delle 4 stelle). Non vedo l'ora di leggere un suo romanzo o un'altra raccolta di racconti (magari priva di reportage xD).

    1)Un paio d'occhiali: 5*: una bambina miope proveniente da una famiglia povera riceve un paio d'occhiali, e per la prima volta abbandona l'atmosfera di sogno in cui viveva immersa per aprire gli occhi sulla realtà. Il contrasto tra la realtà immaginata e quella reale e la vivida descrizione della povertà della Napoli della prima metà del '900 fanno di questo racconto il più bello della raccolta.
    2)"Interno familiare": 5* altro racconto molto bello!Una donna sulla quarantina che ha dedicato l'intera vita al lavoro per mantenere madre e fratelli intravede per un attimo, in una magica ma al contempo prosaica mattina di Natale, la possibilità di sposarsi e aprirsi finalmente ai sentimenti e a una vita tutta sua...
    3)"Oro a Forcella" e "La città involontaria": 4* due vere e proprie "discese agli inferi" in quello che Matilde Serao (altra scrittrice che dovrò leggere) chiama "il ventre di Napoli". Non ho timore di ammettere che certe situazioni, in certi quartieri, sono abbastanza simili anche oggi.
    5)"Il silenzio della ragione": 3* lungo reportage su alcuni intellettuali napoletani, interessante a suo modo ma forse più per la gente di allora che li conosceva bene, essendo molti di loro oggi quasi dimenticati.

    ha scritto il 

  • 5

    Non si tratta di un romanzo. Si tratta di una raccolta di racconti, o meglio, i primi due sono dei racconti, gli altri una sorta di reportage. L'ultimo è piuttosto difficile da leggere, ma alla fine è ...continua

    Non si tratta di un romanzo. Si tratta di una raccolta di racconti, o meglio, i primi due sono dei racconti, gli altri una sorta di reportage. L'ultimo è piuttosto difficile da leggere, ma alla fine è comunque abbastanza carino, certamente è inferiore rispetto al resto del libro che è un piccolo gioiello. Forse facendo la media dei vari racconti il libro non meriterebbe il massimo dei voti, ma non credo che solo un racconto, per quanto lungo, il più lungo in verità, possa inficiare il valore complessivo del libro. Da leggere assolutamente.

    ha scritto il 

  • 5

    Un paio di occhiali

    Complessivamente meriterebbe 4 stelline. Se penso al primo racconto, però, sento che ne merita 5. Il primo è un racconto perfetto. Avevo letto l'anteprima sul Kobo e sono corsa a comprare il libro pen ...continua

    Complessivamente meriterebbe 4 stelline. Se penso al primo racconto, però, sento che ne merita 5. Il primo è un racconto perfetto. Avevo letto l'anteprima sul Kobo e sono corsa a comprare il libro pensando fosse un romanzo e non una raccolta di racconti. Sono rimasta un pò delusa da questo, devo ammetterlo. Ma poi ho letto la profonda malinconia di Anastasia, la delusione nel non aver avuto la vita che desiderava, quella sensazione che prima o poi avremo tutti; ho letto dei Granili, della Napoli brutta, della Napoli che non è solo caffè, borghesia e belle idee, della povertà, della tristezza, della solitudine, della sconfitta dei valori. E credo che la Ortese sia straordinaria, un talento lasciato allo sbando e non apprezzato quando era il momento.
    Le 5 stelline sono meritate, leggetelo.

    ha scritto il 

  • 4

    Scopro questa scrittrice su consiglio di un’altra famosa e brava scrittrice intervistata non molto tempo fa, Antonella Cilento, che tra una domanda e l’altra mi parlò proprio di questo libro. Ne “Il m ...continua

    Scopro questa scrittrice su consiglio di un’altra famosa e brava scrittrice intervistata non molto tempo fa, Antonella Cilento, che tra una domanda e l’altra mi parlò proprio di questo libro. Ne “Il mare non bagna Napoli”:
    Si racconta di Eugenia Quaglia e delle sue diottrie: «[...] Signorina bella, in casa nostra tutti occhi buoni teniamo, questa è una sventura che ci è capitata... insieme alle altre. Dio sopra la piaga mette il sale...» degli occhiali pagati ottomila lire vive vive, della miseria, e della beffa una volta messi.
    Si racconta di Anastasia Finizio della sua vita in solitudine, del suo lavoro, della sua difficoltà al sostentamento della famiglia, e poi dell’amore, di Antonio Laurano la sua fiamma, che si spegne troppo presto e rinvigorisce sotto altre braccia: «Un sogno, era stato, non c'era più nulla. Non per questo la vita poteva dirsi peggiore. La vita... era una cosa strana, la vita. Ogni tanto sembrava di capire che fosse, e poi, tac, si dimenticava, tornava il sonno».
    Si parla di Napoli, di uno dei quartieri più popolati, Forcella, e del senso di malessere e di irragionevole inconsapevolezza di questi uomini, di queste donne, racchiusi e barricati dietro muri e tele di triste ignoranza.
    Si parla de il III e IV Granili – uno dei luoghi più agghiaccianti di Napoli –, del palazzone, lungo trecento metri, di questi uomini che vagano, che vegetano, che sopravvivono, quasi come fosse proprio un Inferno dantesco, ognuno con la propria condanna, ognuno con il proprio peso sulle spalle.
    Si parla del dissolvimento della rivista intellettuale «Sud», che operò dal 1945 al 1947, a cui collaborò anche L’Ortese stessa, che persi gli intenti sociali e artistici vede la divisione di tutti i suoi collaboratori: Luigi Compagnone, Domenico Rea, Raffaele La Capria, Michele Prisco, Pasquale Prunas.
    Di matrice surrealista questo libro è intenso, cinque prose per cinque storie da leggere di una Napoli che viene osservata con occhi attenti e scevri da ogni condizionamento, una Napoli vera, meno colorata del solito, ma ribadisco più vera, con tutte le sue servilenze, con tutti i suoi malori, e la sua disperazione troppe volte inascoltata.
    E chiudo così : «Una miseria senza più forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a modo suo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina. Straordinario era pensare come, in luogo di diminuire o arrestarsi, la popolazione cresceva, ed estendendosi, sempre più esangue, confondeva terribilmente le idee all'Amministrazione pubblica, mentre gonfiava di strano orgoglio e di più strane speranze il cuore degli ecclesiastici. Qui, il mare non bagna Napoli. Ero sicura che nessuno lo avesse mai visto, e lo ricordava. In questa fossa oscurissima, non brillava che il fuoco del sesso, sotto il cielo nero del sovrannaturale».

    ha scritto il 

  • 3

    Una testimone estranea e dolente

    La letteratura sulle città spesso non piace agli abitanti di quella che vi è stata rappresentata. L’orgoglio, la suscettibilità e finanche l’ipersensibilità dei napoletani sono risaputi e dopo quel ch ...continua

    La letteratura sulle città spesso non piace agli abitanti di quella che vi è stata rappresentata. L’orgoglio, la suscettibilità e finanche l’ipersensibilità dei napoletani sono risaputi e dopo quel che avvenne a Malaparte per colpa del suo “La pelle” c’è poco da aggiungere al riguardo.
    Lo stesso destino sarebbe toccato a Ortese dopo questo suo libro ripubblicato 40 anni dopo la prima volta, cioè nel 1954, con una nota nella quale l’autrice dichiarava di aver scelto la strada dell’esilio volontario come risposta alla “fatwa” che l’avrebbe colpita a causa sua.
    Probabilmente ciò che indispose i suoi concittadini non furono tanto i primi racconti di ambientazione orrida, disperata e irredimibile, quella che Citati definisce come la discesa agli inferi. Il fatto è che a un certo punto l’argomento cambia e il registro pure: ci troviamo davanti alla rappresentazione del mondo intellettuale del secondo dopoguerra, del quale vengono messi in scena i maggiori protagonisti. Permane però lo stesso sentimento di estraneità che ce li fa apparire rimpiccioliti e immeschiniti nelle loro ambizioni così come nelle loro disillusioni, le une e le altre opposte facce della stessa medaglia coniata con un metallo mediocre e di certo inferiore al compito che gli sarebbe spettato. Ma questa parte soffre della stessa sindrome: velleitari furono gli scrittori di allora, ma altrettanto velleitaria appare la testimone che li immortala e che crede di salvarsi l’anima con un dolente disincanto, tuttavia un po’ troppo snob.

    ha scritto il 

  • 4

    Una miseria senza più forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a modo suo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina. Straordinario era ...continua

    Una miseria senza più forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a modo suo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina. Straordinario era pensare come, in luogo di diminuire o arrestarsi, la popolazione cresceva, ed estendendosi, sempre più esangue, confondeva terribilmente le idee all'Amministrazione pubblica, mentre gonfiava di strano orgoglio e di più strane speranze il cuore degli ecclesiastici. Qui, il mare non bagna Napoli. Ero sicura che nessuno lo avesse mai visto, e lo ricordava. In questa fossa oscurissima, non brillava che il fuoco del sesso, sotto il cielo nero del sovrannaturale.

    Il mio voto riguarda solo i tre racconti ("Un paio di occhiali", "Interno familiare", "Oro a Forcella") e il reportage "La città involontaria". Ho deciso di escludere dalla votazione "Il silenzio della ragione" e "Le Giacchette Grigie di Monte di Dio" perché legate ad un contesto, storico e geografico, davvero specifico e, forse, sicuramente per quanto mi riguarda, superato. Ammetto che non sono in grado di valutarlo né di valutarne davvero l'importanza, tranne rilevare che è sicuramente questa la parte che ha suscitato l'ostracismo dell'ambiente intellettuale di Napoli dell'epoca, che le ha voltato le spalle e fondamentalmente l'ha costretta a trasferirsi. E' ironico che un libro che ha portato all'autrice molti riconoscimenti sia stato anche quello che ne ha provocato l'esilio.

    Ne Il mare non bagna Napoli (rimaniamo d'accordo che con questo titolo io intendo solamente la parte sopra identificata) la Ortese ci presenta la quotidianità di una Napoli assolata ma povera, popolata da una vita brulicante, una folla "ridente e terribile":

    Ma quegli uomini e donne e bambini seminudi, e cani e gatti ed uccelli. tutte forme nere, sfiancate, svuotate, tutte gole che emettono appena un suono arido, tutti occhi pieni di una luce ossessiva, di una supplica inespressa - tutti quei viventi che si trascinavano in un moto continuo, pari all'attività di un febbricitante, a quella smania tutta nervosa che s'impadronisce di certi esseri prima di morire, per un gesto che gli sembra necessario, e non è mai il definitivo - quella grande folla di larve che cucinava all'aperto, o si pettinava, o trafficava, o amava, o dormiva, ma mai veramente dormiva, era sempre agitata, turbava la calma arcaica del paesaggio, e mescolando la decadenza umana alla immutata decenza delle cose, ne traeva quel sorriso equivoco, quel senso di una morte in atto, di vita su un piano diverso dalla vita, scaturita unicamente dalla corruzione.

    Le protagoniste dei racconti (qui sto parlando soprattutto dei primi due racconti) sono donne, già sfiorite dall'età (anche se nel caso del racconto "Un paio di occhiali" la protagonista è una bambina, che viene però descritta con un "viso di piccola vecchia, i capelli come stoppa, tutti arruffati, le manine ruvide, legnose, con le unghie lunghe e sporche") che conducono una vita meschina, descritta come "un gastigo", in un mondo che "è meglio non vederlo che vederlo", perché "Dio sopra la piaga mette il sale". Nonostante questo, c'è un punto nelle loro esistenze in cui viene promesso qualcosa di bello, qualcosa di agognato a lungo seppur forse inconsapevolmente. Una promessa che, nel momento stesso in cui si profila all'orizzonte, riporta in prospettiva tutta una vita che, se prima era soddisfacente, ora si rivela un vero e proprio deserto (come chi scorge per la prima volta un paese misero e silenzioso, e gli dicono che lì ha vissuto, credendo di vedere palazzi e giardini dove non erano che ciottoli e ortiche, e considerando in un baleno che la sua vita altro non era stata che servitù e sonno, e ora stava per declinare). E quando il desiderio viene esaudito (se viene esaudito) si inacidisce velocemente, diventando un'occasione di spavento, di intrusione, di bruttura che si mette a fuoco e incombe (è l'intollerabilità del reale). E alla fine rimaniamo con la sensazione che tutto sia perduto: nonostante i barlumi di consapevolezza "Sentiva confusamente che al di là di quella stanza, sempre piena di panni bagnati. con le sedie rotte e il gabinetto che puzzava, c'era della luce, dei suoni, delle cose belle; e, in quel momento che si era messa gli occhiali, aveva avuto una vera rivelazione: il mondo, fuori, era bello, bello assai" alla fine ritorna il torpore: "La vita...era una cosa strana, la vita. Ogni tanto sembrava di capire che fosse, e poi, tac, si dimenticava, tornava il sonno." Un torpore che secondo l'autrice ha catturato anche quegli intellettuali che avevano iniziato nel Dopoguerra un'opera di rinnovamento:

    La città lo aveva distrutto. E perché non avrebbe dovuto distruggerlo? Tutti erano caduti, qui, quelli che avevano desiderato pensare o agire, tutte le lingue si erano confuse ed erano andate ad incrementare la dolorosa vegetazione umana. Questa natura non poteva tollerare la ragione umana, e di fronte all'uomo muoveva i suoi eserciti di nuvole, d'incanti, perché egli ne fosse stordito e sommerso. Anche questo ragazzo era caduto.

    Mi accostai alla finestra di quella casa ch'era alta come una torre, e guardai tutta Napoli: nella immensa luce, delicata come quella di una conchiglia, dalle verdi colline del Vomero e di Capodimonte fino alla punta scura di Posillipo, era un solo sonno, una meraviglia senza coscienza.

    Raccolta consigliatissima anche solo per i primi due racconti, che sono a mio avviso perfetti. Come curiosità, avviso che dal primo racconto è stato girato un corto http://www.imdb.com/title/tt0304515/.

    ha scritto il 

  • 4

    Donne, donne, donne - 21 set 14

    Anna Maria Ortese è una scrittrice il cui nome riecheggiava in qualche fondo di memoria. Ne sape-vo l’esistenza, mi giungevano echi di possibili scritture, e mi rimaneva in testa questo titolo, come s ...continua

    Anna Maria Ortese è una scrittrice il cui nome riecheggiava in qualche fondo di memoria. Ne sape-vo l’esistenza, mi giungevano echi di possibili scritture, e mi rimaneva in testa questo titolo, come se sapessi che prima o poi ne avrei letto. E prima della lettura, c’erano anche i rumori di lotte, di-scussioni, forti dissensi, infiniti ed insormontabili litigi. Mi sembrava ricordare qualcuno che parla-va male della scrittrice, che bollava astioso ed irreale questo suo scritto. Non avevo mai avuto vo-glia di sbrogliare questa matassa. Ma, come dico anche altrove, la forza della maturità mi spinge a prendere in mano testi che forse non pensavo di leggere. Maturità e curiosità direi. E bene ho fat-to. Che questo libro, pur coevo, e quindi con del testo che va misurato all’età, rimane bello, ap-passionato. Una serie di scritti, tre racconti e due testimonianze, che, nelle loro diversità, ci fanno scendere nei gironi danteschi dell’universo napoletano del dopoguerra. Sia una discesa fisica, co-me nei crudeli racconti e nella testimonianza, sia una discesa della testa e dell’intelligenza in quell’ultima, lunga e bellissima narrazione dell’universo intellettuale partenopeo di quegli anni. E separiamo allora, anche nella narrazione, questi due momenti. Nei racconti e nella prima testimo-nianza, Ortese ci cala nella Napoli del dopoguerra, nella vita quotidiana, nell’estrema povertà. La si accusa di “godere” della descrizione del dolere di vivere. Ma a me restituisce il senso di una cer-ta vita. Della piccola Eugenia e del dramma di essere povera e quasi cieca. Dello scorrere quasi inutile della vita della quasi zitella Anastasia. Della vita quotidiana e delle sue piccole furberie tra San Biagio dei Librai ed il Monte di Pietà (ed ancor oggi, passeggiando per Spaccanapoli se ne av-verte il sapore, quasi immutato dopo sessanta anni). Di quel monumento descrittivo della miseria e del degrado che furono i Granili, e la massa di senza tetto che per decenni vi si era ammassata (Granili poi finalmente demoliti proprio nel ’53). Le immagini della Ortese, nella loro crudezza, non sono crudeli. Forse irreali, laddove l’irrealtà a volte descrive meglio la realtà di una foto sbiadita. Ne leggo, e torno a Napoli ed a pensarla nella vita minuta. Nei gesti dei napoletani che ho cono-sciuto dopo, ma che ritornano, come delle maschere immote nel tempo. E poi c’è la lunga, soffer-ta testimonianza della vita dei sodali della scrittrice nei primi anni del dopoguerra. In quell’insieme di intellettuali, scrittori, giornalisti ed altro che cercarono, ognuno con le proprie forze ed idee, di dare svolta ad una città che si andava incartando su se stessa. Ne uscirono sconfitti, e la nostra scrittrice, andando a ritrovarli dopo, nell’epoca della sconfitta avvenuta, ce li rende con il suo pa-thos di un essere altrettanto sconfitto, ma che vuole salvarne il senso dall’oblio. Il ritratto viene fuori impietoso, e posso capire che chi ne lesse si sentisse colpito dall’essere messo davanti alla propria sconfitta. Ed a quella di una generazione. Ma non capisco, non accetto, l’ostracismo che verso l’Ortese ne seguì. Il fatto che proprio in seguito a questo scritto, nessuno dei suoi ex-amici la volle più in città. E lei ne fuggì, con la Napoli nel cuore, errando per luoghi italici, fino al buon ritiro e morte in una Rapallo di fine secolo. Io invece li vedo, Luigi Compagnone zoppicante con il suo bastone, il suo salotto, con Pratolini, con il giovane Domenico Rea. La casa dell’allora azzimato La Capria (che rimarrà nella mia testa quando lo incontrai con la moglie Ilaria Occhini alla GS del Pantheon). E, ultimo e molto importante, Prunas, il motore della rivista “SUD”, che tanto sembra-va poter smuovere, e che purtroppo non smosse. Lo vedo allontanarsi, dopo un caffè al Gambri-nus, verso Monte di Dio, che mi riporta al migliore De Luca di tanti decenni dopo. Tutto quel dolo-re non è inutile mostra delle ferite di una sconfitta, né astio per chi ti allontana. È comprensione per quello che poteva succedere. Ed è anche speranza. Quella che in molti non ebbero. Quella che mi ritornava in mente leggendo il libro e pensando alla di non molto successiva morte di Renato Caccioppoli (ed alla bellissima interpretazione che ne diede Carlo Cecchi in “Morte di un matemati-co napoletano”). Ma torniamo al libro, alla Ortese, ed a quel mare che non bagna Napoli. Un libro che va letto. Nonostante.

    ha scritto il 

  • 3

    Non stavo leggendo! Era la sua voce che mi accompagnava nelle strade, nelle case, fra la gente di Napoli (e nel suo degrado). Questa è la prima parte del libro ed è stupenda, nella seconda parte si so ...continua

    Non stavo leggendo! Era la sua voce che mi accompagnava nelle strade, nelle case, fra la gente di Napoli (e nel suo degrado). Questa è la prima parte del libro ed è stupenda, nella seconda parte si sofferma tantissimo sulla decadenza intellettuale dei suoi ex collaboratori diventando molto monotona.

    ha scritto il 

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