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Il mare non bagna Napoli

By Anna Maria Ortese

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Book Description

116 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    Non posso credere che Napoli sia SOLO questo (un verminaio di nera, morente umanità).
    Ma di sicuro in Napoli c'è ANCHE questo ('na carta sporca...).

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    downisthenewup - MAX BLECHER said on Jul 25, 2014 | 1 feedback

  • 1 person finds this helpful

    Una scrittura sontuosa

    Solitamente scrivo i miei commenti a caldo, con le sensazioni lasciatemi dal libro ancora ben impresse nella mia labile memoria, stavolta invece ho lasciato passare una settimana e più, perché la Ortese mi ha messo in seria difficoltà.
    La bellezza d ...(continue)

    Solitamente scrivo i miei commenti a caldo, con le sensazioni lasciatemi dal libro ancora ben impresse nella mia labile memoria, stavolta invece ho lasciato passare una settimana e più, perché la Ortese mi ha messo in seria difficoltà.
    La bellezza dei suoi racconti mi ha sorpresa, mi ha travolta. Il suo linguaggio aulico e impietoso allo stesso tempo, ricercato e duro, la costruzione quasi barocca delle frasi stridente con le miserie raccontate, mi hanno colpito per la loro magnificenza ma anche per la verità dei contenuti. Uno sguardo lucido, una scrittura limpida ed elegante che tuttavia crea anche frasi di faticosa comprensione al primo passaggio. Un libro molto bello per il quale una sola lettura non è sufficiente per entrare nelle molteplici pieghe della Napoli qui descritta.
    Quando un autore mi affascina così tanto e mi colpisce in modo particolare sono combattuta tra la voglia di analizzare frase per frase e scrivere fiumi di parole in merito oppure tacere, arrendermi all'incapacità di esprimere in modo adeguato e sintetico tutto ciò che mi è arrivato del libro. Con Annamaria Ortese ho fatto silenzio, non mi sono sentita all'altezza della sua prosa maestosa che a tratti sconfina nella poesia, il timore di banalizzare con un commento questa bellissima raccolta di racconti mi ha creato un blocco.
    Voglio evitare di entrare nel dettaglio parlando delle polemiche che ci furono su questo libro quando uscì negli anni 50, non avrei nemmeno le conoscenze giuste per fare affermazioni in uno o nell'altro senso, tuttavia sento di poter dire che la Ortese ha dato una visione di Napoli terribile ma amorevole allo stesso tempo seppur di primo acchino non sembri così, una visione che ti scava dentro e che ti fa capire quanto questa città sia unica e diversa da qualsiasi altra città italiana; non dico migliore o peggiore, dico unica. Napoli può piacere o non piacere, può affascinare o disgustare, ma sicuramente quella raccontata in questo libro è una Napoli vera.
    Tra tutti i racconti letti quello che mi è rimasto più ostico è “Il silenzio della ragione” forse perché legato in modo particolare ad un dato momento storico e culturale a me sconosciuto, vi si narrano dinamiche socio-politiche in cui faccio fatica a calarmi. Negli altri invece si parla soprattutto di umanità e li ho trovati splendidi, si parte con il più leggero apparentemente “Un paio d’occhiali” per passare al malinconico “Interno familiare” e si arriva poi al fulcro della Napoli dolente di “Oro a forcella” e di “La città involontaria”; quest’ultimo mi ha veramente scossa per il suo squallore così sapientemente descritto.
    Anna Maria Ortese con questi racconti ha scavato dei cunicoli di bellezza raccontando le bruttezze degli uomini e della sua città.
    L'unico rammarico che ho in merito a questo libro è di non averlo letto in formato cartaceo, l'ebook a mio parere non dà la stessa possibilità di meditazione, di comprensione che offre la pagina di carta da toccare con le mani; sottolineare a matita le frasi che ti colpiscono invece di evidenziarle su uno schermo offre un contatto differente, più profondo.
    Sono invece felice di aver ascoltato un paio di questi racconti letti dalla voce di Iaia Forte in un programma radiofonico di qualche anno fa (Alta voce su Radio 3), è stata una bella esperienza ascoltare le parole della Ortese con l'intonazione teatrale di un' ottima attrice napoletana.
    Che dire ancora, voglio rileggere questo libro, voglio assaporarlo di nuovo, bearmi di questo modo di scrivere e voglio leggere altro di questa meravigliosa autrice di cui fino ad un mese fa non concoscevo nemmeno l’esistenza.

    Citazioni:

    “ A te, che ti serve veder bene? Per quello che tieni intorno!…” (Un paio d’occhiali)

    “meravigliata e abbattuta, come chi scorge per la prima volta un paese misero e silenzioso, e gli dicono che lì ha vissuto, credendo di vedere palazzi e giardini dove non erano che ciottoli e ortiche, e considerando in un baleno che la sua vita altro non era stata che servitù e sonno” (Interno familiare)

    “Una miseria senza più forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a modo suo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina <...> Qui, il mare non bagnava Napoli. Ero sicura che nessuna lo avesse visto, o lo ricordava.” (Oro a forcella)

    “Strisciano o si arrampicano o vacillano, ecco il loro modo di muoversi. Parlano molto poco, non sono più napoletani, ne nessun’altra cosa.” (La città involontaria)

    “Si voleva sapere tutto, capire tutto di questa mostruosità che, alla luce degli ultimi fatti, appariva Napoli; rimuovere la lapide finissima che posava sulla sua fossa, e cercare se, in quella decomposizione rimanesse ancora qualcosa di organico.” (Il silenzio della ragione)

    TUTTE LE MIE RECENSIONI
    http://lemieletturecommentate.blogspot.it/

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    Monica Spicciani (scambio cartacei-sottolineo a matita) said on Jun 13, 2014 | 3 feedbacks

  • 13 people find this helpful

    Ortese non ama Napoli?

    Premetto che mi piace questa scrittrice dallo stile asciutto e descrittivo, quasi giornalistico, che non indulge mai al sentimentalismo o al personalismo.
    La materia che qui tratta è esplosiva, per questo forse il dibattito su questo libro non si è m ...(continue)

    Premetto che mi piace questa scrittrice dallo stile asciutto e descrittivo, quasi giornalistico, che non indulge mai al sentimentalismo o al personalismo.
    La materia che qui tratta è esplosiva, per questo forse il dibattito su questo libro non si è mai placato del tutto: l’opera è frutto di un disprezzo profondo, di un’incomprensione, di una non accettazione? O è un atto di amore? Siamo noi che abbiamo una visione romantica ed edulcorata dei vicoli, perché non ci abbiamo mai vissuto e la notte torniamo a dormire nelle nostre belle case?

    Certo è che in questi racconti l’Autrice usa un linguaggio forte, che oggi suona offensivo e quasi violento; come nel miglior Malaparte, sembra di sentire il gusto dell’orrore, in una Napoli dipinta come il ventre sporco dell’umanità.
    Così i “bassi” sono chiamati buchi, i loro abitanti formiche; si parla di razza, di plebe dall’informe faccia, di figure orrende, parto di creature tarate; occhietti di topo; cristiani cenciosi e deformi;folle di larve; visi butterati; donnette che ricordano cagne dalle mammelle oblunghe. Sono solo esempi di tante espressioni che indignano e feriscono la sensibilità del lettore.
    E dunque, questa morbosa insistenza sull’aspetto grottesco è fine a sé stessa, o è una scossa che ci viene inflitta perché si capisca davvero cos’era quel mondo all’indomani della fine della guerra?

    Una risposta potrebbe arrivare da quello scritto, a metà fra il documentario e il racconto, intitolato La città involontaria, vero capolavoro della raccolta, dove viene descritta la vita nell’inferno dei Granili, un mondo a parte con la sua rigida gerarchia: ai piani più bassi c’è il massimo dell’abiezione e del degrado morale, salendo si affaccia una micro borghesia convinta che la permanenza in un simile luogo sia temporanea e accidentale, mentre al contrario diventa ben presto una condizione stabile che risucchia gli esseri umani impedendo loro ogni via di uscita, contaminandoli e marchiandoli irreversibilmente. Ecco, la descrizione dei Granili va letta e metabolizzata, è una cosa che il mondo deve sapere, ma non illudiamoci di essere pronti a saperlo.

    Il libro si conclude con un grido d’allarme al gruppo di intellettuali che con Anna Maria Ortese, negli anni precedenti, aveva tentato un moto di riscatto, in nome di una Ragione alla cui mancanza è dovuto quello che per l’Autrice è il sonno e la dispersione della coscienza. Troverà questi ex compagni ormai stanchi, indifferenti, chiusi nel loro piccolo mondo.

    Il viaggio dai vicoli maleodoranti fino ai viali collinari dove si susseguono le splendide ville settecentesche, dove alberga l’adorata classe colta, nasconde un’altra grave ambiguità: quella Ragione, che potrebbe porre fine a tutto ciò che il libro descrive, sembra doversi fermare davanti alla Natura che in questi luoghi assume la forma di una forza assoluta che tutto piega e tutto neutralizza.
    E questa è un’altra cosa che la nostra mentalità di oggi non riesce a concepire, né tanto meno ad accettare.

    Se occorre ancora precisarlo, Ortese ci regala descrizioni meravigliose della città, è capace di avvolgerci con i suoni e gli odori resi attraverso l’uso sapiente della parola forte ed evocativa, oppure morbida, poetica, sussurrata; come nelle righe conclusive dove un’alba stupefacente dispensa ancora attimi di tranquillità, ancora per poco…

    Il dubbio iniziale mi è rimasto, ed io continuo a pensare che il grande enigma sia proprio Napoli.

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    Momi said on Apr 21, 2014 | 8 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    Nei racconti della Ortese il degrado, la miseria, l’orgoglio di una città, narrati con un’indolenza sorniona, amorevole e fredda a un tempo. Pubblicati nel 1953.
    E’ cambiato molto in questi sessant’anni?

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    Bianca (e ora?) said on Apr 14, 2014 | 1 feedback

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    La disillusione, la rassegnazione, il tormento, anche lo sgomento, evidenziati nel capolavoro della Ortese li ritroviamo nell'attuale fase storica. Intatti. Ogni tanto rimossi dall'illusione. Solo passeggera. Lettura fondamentale.

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    Mr.Hopes said on Mar 18, 2014 | Add your feedback

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