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Il marinaio

Di

Editore: Einaudi

4.0
(411)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 62 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo , Catalano , Portoghese

Isbn-10: 8806140558 | Isbn-13: 9788806140557 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: A. Tabucchi

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Fiction & Literature , Foreign Language Study , Science Fiction & Fantasy

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Descrizione del libro
Pessoa compose questo breve dramma in una sola notte dell'ottobre 1913. In unastanza fiocamente illuminata, tre fanciulle vestite di bianco vegliano una loro coetanea. Prive di una identità e di una memoria, sono destinate a vivereuna sola notte. Per potersi credere reali, sono costrette a parlare, a raccontarsi a vicenda i loro sogni, a inventarsi una vita possibile. Scrive Tabucchi: "Forse la magia del Marinaio dipende in gran parte dallo strano e straordinario uso dei modi verbali che Pessoa, approfittando di tutte le potenzialità che la lingua portoghese gli offriva, ha impiegato nel suo dramma statico.Sullo smalto quasi klimtiano di questo linguaggio si è posata inevitabilmenteuna pellicola. La pellicola della traduzione".
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  • 5

    Bellissimo, onirico, travolgente! Un sogno che sfocia nella realtà, oppure la realtà che sfocia nel sogno. Discussioni sulla morte, sulla fantasia, su chi sogna un marinaio senza patria che sogna ...continua

    Bellissimo, onirico, travolgente! Un sogno che sfocia nella realtà, oppure la realtà che sfocia nel sogno. Discussioni sulla morte, sulla fantasia, su chi sogna un marinaio senza patria che sogna di avere una patria... Difficile descrivere a parole questo capolavoro, ma posso dire che, non appena l'ho terminato, ho sentito la necessità di leggerlo nuovamente, per analizzare aspetti e dialoghi che avevo trascurato. Consigliatissimo!

    ha scritto il 

  • 5

    Sogno dunque sono: appunti di lettura (e di ascolto) per marinai spiritualmente apolidi, sognatori per necessità

    È notte. In una stanza semibuia tre fanciulle eteree e timorose come falene ne vegliano una quarta, distesa sul letto di morte, placida e bella come se fosse soltanto addormentata…

    (…) For in ...continua

    È notte. In una stanza semibuia tre fanciulle eteree e timorose come falene ne vegliano una quarta, distesa sul letto di morte, placida e bella come se fosse soltanto addormentata…

    (…) For in that sleep of death what dreams may come?

    Sì, proprio come Amleto col teschio in mano, le giovani si ritrovano a riflettere, silenziosamente, sulla vita (e non a caso la loro viene condensata nello spazio – o nel buio – di una notte) e la morte: ma dalle loro labbra non udiremo né racconti di vita né preghiere per i morti, ma soltanto sogni, racconti di sogni, ricordi e frammenti di sogni. Ed ecco che una di loro sogna un marinaio il quale a sua volta, naufrago su un’isola deserta, sogna una patria (una vita)… e il suo sogno si fa sempre più nitido, sempre più dettagliato, fino a fargli dimenticare quella che fu la sua, se mai ne ebbe una.

    (E torniamo a Shakespeare: We are such stuff As dreams made on; and our little life Is rounded with a sleep.)

    Ma perché la vita come sogno? Perché l’uomo come marinaio (naufrago) apolide? Quella di Pessoa è una metafora (prismica, sfaccettata, quintuplice, oltre che di meravigliosa fattura) del vivere umano, un’espressione di una Weltanschauung che sento molto vicina e che mi riporta a vari altri autori: ricordate il racconto La partenza di Kafka?

    Comandai di andar a prendere il mio cavallo dalla stalla. Il servo non mi comprese. Andai io stesso nella stalla, sellai il cavallo e montai in groppa. Udii suonare una tromba in lontananza e domandai al servo che cosa significasse. Egli non lo sapeva e non aveva udito niente. Presso il portone mi trattenne e chiese: «Dove vai, signore?». «Non lo so» risposi. «Pur che sia via di qua, via di qua, sempre via di qua, soltanto così potrò raggiungere la mia mèta.» «Dunque sai qual è la tua mèta» osservò. «Sì» risposi. «Te l’ho detto. Via-di-qua; ecco la mia mèta.» «Non hai provviste con te» disse. «Non ne ho bisogno» risposi. «Il viaggio è così lungo che dovrò morir di fame se non trovo nulla per via. Nessuna provvista mi può salvare. Per fortuna è un viaggio veramente straordinario.»

    Si potrebbero citare, in alternativa, i versi del Rilke:

    Io giro intorno a Dio, intorno all'antica torre – e giro per millenni e ancora non so, se sono un falco, una tempesta o un lungo canto.

    Esempi celeberrimi, questi, di apolidia spirituale – o, come ben la definirono alcuni critici dell’opera Rilke-Kafkiana, di Fremdsein, ovvero “senso di non appartenenza”, un perpetuo “sentirsi straniero” rispetto alla società contemporanea, alle ideologie dominanti, ai valori e alle tendenze del momento, e via dicendo. Ma potremmo prendere anche il Giovane Holden: l’apparente monello è forse, in realtà, più maturo e disilluso di quanto non voglia dar a vedere, e vorrebbe stare sul limitare del campo di segale – sul ciglio del burrone – non perché non abbia voglia di far altro, ma per proteggere quel sacro campo dove i coetanei si perdono nell’allegria di una partita di baseball... perché non cambino mai, perché non perdano la loro innocenza. Vocazione, la sua, che nasce nel momento in cui, consciamente o no, si accorge di essere sul punto di perderla lui stesso, quell’innocenza, di essere in equilibrio precario su quella maledetta linea gialla fra il “sognare” di fanciullo e il “ragionevole” diventare adulti.

    E quanto alla brevità della vita e a tutte le considerazioni che vengono, o dovrebbero venire, dalla consapevolezza della morte, uno come Bukowski è solo più schietto, in fondo:

    Tutti dobbiamo morire, tutti quanti, che circo! Non fosse che per questo dovremmo amarci tutti quanti e invece no, siamo schiacciati dalle banalità, siamo divorati dal nulla.

    Sì, siamo infettati da una inguaribile epidemia da cui poca parte del mondo si salva, impregnati di violenza e di odio smerciati per miele e ambrosia, di egotica convenienza fatta passare per sincerità e beneficenza, di un vuoto nell’anima che ci ostiniamo a coprire con maschere di supposta religiosità. Di qui il melessere, il Fremdsein della contemporaneità.

    E allora, anche in musica, se il giovane e minimalista Peter Broderick canta semplicemente “And when I’m home I’m not at home”, e il più letterario Guccini riprende e archetipizza la figura del prenditore nella segale (La collina: “ma il prenditore non mi ha scorto quando son caduto al mondo per l'eternità”), Leonard Cohen, nella sua Amen, canta: “Tell me again when I’ve seen through the horror, (…) Tell me that you love me then”… e a me piace immaginarlo mentre dagli scenari patinati delle grandi città americane si dirige con passo pensoso verso strade di periferia, dove lo sguardo incrocia solo ingiustizia, miseria e disperazione: dell’Amore nel mondo, e dell’Amore di un Dio o chi per lui, riparlamene dopo, quando avrò aperto gli occhi e visto tutto questo, quando avrò vissuto tutto questo. “Tell me again when the victims are singing, / And the laws of remorse are restored”: riparlamene dopo, quando avrò visto infine un sorriso sulle labbra di questi fanciulli, una luce negli occhi di queste donne, un fiore selvatico che sbocci sul ciglio di questa strada polverosa… e allora ti dirò sì, ecco la mia patria, sì, ecco l’Amore. Ma nel frattempo, finché una patria non so se l’ho e se l’ho mai avuta, io, essere umano, come il marinaio di Pessoa, e come le sue fanciulle, non posso che continuare a sognare. E che la forza mi basti sempre per sognare ancora un mondo diverso, un mondo migliore.

    ha scritto il 

  • 4

    Un racconto evanescente, un sogno che evoca vite non vissute, forse solo immaginate. Non sembra reale il luogo e la circostanza è altrettanto misteriosa. Pessoa e la sua inquietudine. Egli ha ...continua

    Un racconto evanescente, un sogno che evoca vite non vissute, forse solo immaginate. Non sembra reale il luogo e la circostanza è altrettanto misteriosa. Pessoa e la sua inquietudine. Egli ha bisogno di ridurre se stesso in frammenti dai quali originare altri corpi, altre vite, altri mondi, in un caleidoscopio nel quale diventa difficile distinguere il reale dall'immaginario, il desiderio dal sogno. Molto interessante il testo originale a fronte. Anche se non conosco il portoghese, ho provato a leggere in entrambe le lingue.

    ha scritto il 

  • 5

    Solo la lingua portoghese poteva offrire la possibilità di scrivere un’opera praticamente tutta al congiuntivo, che è di per sé il modo dell’incertezza. Ha ragione Tabucchi: nemmeno la più ...continua

    Solo la lingua portoghese poteva offrire la possibilità di scrivere un’opera praticamente tutta al congiuntivo, che è di per sé il modo dell’incertezza. Ha ragione Tabucchi: nemmeno la più accurata delle traduzioni potrebbe rendere in un’altra lingua l’opera originale, rappresentando solo un gradino per avvicinarci alla sua completa comprensione. In tal senso, ogni opera tradotta è un po’ come un paesaggio guardato dietro vetri appannati. Nel “racconto” ci sono tre giovani donne che vegliano una quarta, ormai morta, all’interno di una stanza circolare dove il tempo appare fermo. E' al di fuori che questo scorre, non in quella stanza e nello spazio che dura una notte. Prive di identità e di memoria, le tre narratrici per riconoscersi vive devono raccontarsi un sogno. Dunque, a questo servono i sogni? Da una finestra si scorge un lembo di mare fra due montagne, ma può essere reale la sua vista di notte, e per di più guardandolo da lontano? Si dice che il mare che vediamo, anche il più bello, susciti in noi nostalgia, a causa di tutti i mari che non vedremo mai. Ma è così, è davvero così? Si può veramente pensare di sognare tutti i sogni non ancora sognati? Il mare, le onde, le nuvole, non possono farci paura a causa della loro mutevolezza, è ciò che è fermo, immobile, ad impaurirci. Come si fa a spiegare cosa si prova quando guardiamo dentro noi stessi? Servirebbero parole sconosciute, parole non ancora pronunciate… Dopo, ogni parola che prima non c’era, esisterà per il semplice fatto di averla detta, a prescindere da noi. …perché i sogni fatti in riva al mare sono così spesso tristi? Forse a causa di quel senso di libertà che il mare è in grado di suscitare e che ci rende consapevoli di non riuscire ad essere ciò che realmente vorremmo… Sognare un marinaio che non sa nulla del suo passato e che, su di un’isola deserta, a sua volta sogna di realizzare una costruzione impossibile, fatta di pietre di sogno. E non è importante sapere poi come va a finire la storia, quella del marinaio, perché si può continuare a sognare nella realtà senza saperlo o, in definitiva, rendersi conto che il sogno altro non è che questa nostra stessa esistenza. E’ vero, noi siamo fatti con la stessa stoffa dei sogni e la nostra piccola vita è circondata di sonno. E quando non avremo più sogni da sognare, sarà allora che moriremo. Per questa ragione io sono qui, vivo… Adesso.

    ha scritto il 

  • 5

    Rapita da Pessoa. Letto e riletto..."Il marinaio" è un piccolo capolavoro. Non so recensire questo libro...l'ho chiuso e sono stata in silenzio, è una riflessione profonda su una delle più grandi ...continua

    Rapita da Pessoa. Letto e riletto..."Il marinaio" è un piccolo capolavoro. Non so recensire questo libro...l'ho chiuso e sono stata in silenzio, è una riflessione profonda su una delle più grandi illusioni: la vita. Questa storia sorpassa la razionalità, non può essere compreso dalla mente logica, si rivolge al profondo, si muove su altri levelli, si rivolge all'anima.

    ha scritto il 

  • 0

    De resto, fomos nós alguma cousa?

    Scrittori che traducono scrittori: sospeso e onirico il fascino delle voci congiunte di Pessoa e Tabucchi nella dolce amarezza di domande senza risposta cullate dalle onde del mare.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    “I sogni non vogliono farci dormire, al contrario, vogliono svegliare.” (R. Magritte)

    Immaginiamo la nostra stanza di lettura e in questa stanza immaginiamo una enorme sfera, leggera, di un tessuto molle, tipo un pallone da mongolfiera, una cosa da Biennale d’Arte di Venezia. La ...continua

    Immaginiamo la nostra stanza di lettura e in questa stanza immaginiamo una enorme sfera, leggera, di un tessuto molle, tipo un pallone da mongolfiera, una cosa da Biennale d’Arte di Venezia. La sfera occupa tutta la stanza, tipo la famosa “Mela” nel bellissimo dipinto di Magritte o potete anche pensare, se siete romanticoni, all’altro suo dipinto dove al posto della mela c’è la rosa. Voi siete praticamente schiacciati, ma dolcemente, tra la parete coi libri e questa sfera, il volto quasi totalmente immerso in questa cosa. Ancora non è sorto il sole, la stanza è al buio, c’è appena un chiarore che indica l’avvicinarsi dell’alba. E questo cos’è? Un sogno,…meglio un metasogno. Si riesce, essendo un tessuto speciale, a vedere dentro, la luce è uguale a quella esterna, e osservate “una stanza che si trova senza dubbio in un antico castello. Da quanto si può vedere la stanza è circolare. Al centro, sopra un catafalco, una bara con una donzella vestita di bianco. Quattro candele agli angoli. A destra, quasi di fronte a chi immagina la stanza, c’è una finestra, alta e stretta, attraverso la quale si vede soltanto un lembo di mare. Dalla parte della finestra vegliano tre donzelle….E’ notte e c’è un vago chiarore lunare”. Le tre donzelle si assomigliano molto, sembrano gemelle, sono biondissime, di un biondo naturale, hanno il volto pallidissimo, sembrano affette da un’anemia perniciosa e anche cascate in una vasca di varechina, del seno nessuna traccia, le loro voci sono molto simili, sembrano tre canne d’organo della stessa frequenza. Sembra un dipinto preraffaellita, un quadro di Edward Burne-Jones, ricorda le fanciulle di “the golden Stairs” E questo cos’è? Un sogno, meglio il sogno. Si tratta di un sogno bizzarro che sa di essere un sogno. Dicono le donzelle: ”Ci intratteniamo raccontando quello che siamo state? E’ bello ed è sempre falso.” ”No, non ne parliamo. E poi, siamo state qualcosa? Parliamo, se volete, di un passato che potremmo non avere mai avuto.” “Il passato non è altro che un sogno…. del resto neppure io saprei dire che cosa non è un sogno” E sapendo di essere un sogno sanno di svanire all’alba quando svaniscono i sogni: “i sogni si addormentano colla luce”: “Non vi alzate, sarebbe un gesto e ogni gesto dissolve un sogno.” “Ah, parliamo, sorelle mie, parliamo tutte insieme ad alta voce…il silenzio comincia a prendere corpo, a diventare una cosa….sento che ci avvolge come una nebbia” E parlano per non svanire, per non morire, come il Molloy beckettiano e allora la seconda donzella racconta… ovviamente un sogno fatto: “In riva al mare si è tristi e si sogna. Volete che vi racconti quello che ho sognato in riva al mare?” E racconta, … racconta di un marinaio “un marinaio che si era perso in una isola lontana, scampando ad un naufragio. In quell’isola c’erano poche rigide palme e fuggevoli uccelli…poiché non aveva modo di tornare in patria, si mise a sognare una patria che non aveva mai avuto….” E racconta del sogno del marinaio. Cerco di fare il punto: una stanza (meta sogno) dove c’è una sfera (il sogno) dove ci sono delle donzelle e una delle quali racconta un sogno, quello di un marinaio che a sua volta fa un sogno, sogna l'isola e questo quindi è un sogno al quarto livello, un sogno elevato alla quarta. Una matrioska perfetta.....anche se visto come mi chiamo mi vien da dire marioska. La luce aumenta,si sta facendo giorno, la luce sta entrando nella stanza e nella sfera. “Guardate, sta per nascere il giorno reale…. Fermiamoci, non parliamo più, non tentiamo di continuare questa avventura interiore….Chi lo sa che cosa c’è alla fine di essa?” “Di eterno e bello c’è solo il sogno…ma perché stiamo ancora parlando?” “Forse perché non si sogna abbastanza” “Ma allora non varrebbe la pena di chiudersi nel sogno e dimenticare la vita, perché la morte non si dimentichi di noi?” “Guardate, il cielo è già verde, l’orizzonte sorride oro…sento gli occhi bruciarmi per aver pensato di piangere.”.

    “Un gallo canta. La luce aumenta all’improvviso. Le tre vegliatrici, senza guardarsi, smettono di parlare.” E pian piano la sfera si dissolve, sparisce nel nulla, rimane la stanza invasa da una leggera luce solare. “Non molto lontano, lungo una strada, una incerta carrozza geme e stride.” 11-12 ottobre 1913” Questo è, ovviamente senza la stanza metasogno, “il marinaio” scritto da Fernando Pessoa in poche ore durante una notte, anche se poi rimaneggiato due anni dopo prima di essere presentato e magistralmente tradotto, nonostante le mille difficoltà dovute al fatto che in italiano non abbiamo il “piuccheperfetto del congiuntivo”, da Antonio Tabucchi. E questo non è, grazie a dio, un sogno ma un gioiello della letteratura, una piccola gemma.

    ha scritto il 

  • 4

    "Solo il mare degli altri paesi è bello. Il mare che vediamo ci dà sempre nostalgia di quello che non vedremo mai."

    "E voi, eravate felice, sorella?" "Comincio in questo momento ad esserlo stato ...continua

    "Solo il mare degli altri paesi è bello. Il mare che vediamo ci dà sempre nostalgia di quello che non vedremo mai."

    "E voi, eravate felice, sorella?" "Comincio in questo momento ad esserlo stato una volta."

    ha scritto il 

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