Hooray! You have added the first book to your bookshelf. Check it out now!
Create your own shelf sign up
[−]
  • Search Digit-count Valid ISBN Invalid ISBN Valid Barcode Invalid Barcode

Il marinaio

By Fernando Pessoa

(450)

| Others | 9788806140557

Like Il marinaio ?
Join aNobii to see if your friends read it, and discover similar books!

Sign up for free

Book Description

Pessoa compose questo breve dramma in una sola notte dell'ottobre 1913. In unastanza fiocamente illuminata, tre fanciulle vestite di bianco vegliano una loro coetanea. Prive di una identità e di una memoria, sono destinate a vivereuna sola not Continue

Pessoa compose questo breve dramma in una sola notte dell'ottobre 1913. In unastanza fiocamente illuminata, tre fanciulle vestite di bianco vegliano una loro coetanea. Prive di una identità e di una memoria, sono destinate a vivereuna sola notte. Per potersi credere reali, sono costrette a parlare, a raccontarsi a vicenda i loro sogni, a inventarsi una vita possibile. Scrive Tabucchi: "Forse la magia del Marinaio dipende in gran parte dallo strano e straordinario uso dei modi verbali che Pessoa, approfittando di tutte le potenzialità che la lingua portoghese gli offriva, ha impiegato nel suo dramma statico.Sullo smalto quasi klimtiano di questo linguaggio si è posata inevitabilmenteuna pellicola. La pellicola della traduzione".

60 Reviews

Login or Sign Up to write a review
  • 1 person finds this helpful

    Bellissimo, onirico, travolgente!
    Un sogno che sfocia nella realtà, oppure la realtà che sfocia nel sogno.
    Discussioni sulla morte, sulla fantasia, su chi sogna un marinaio senza patria che sogna di avere una patria...
    Difficile descrivere a parole q ...(continue)

    Bellissimo, onirico, travolgente!
    Un sogno che sfocia nella realtà, oppure la realtà che sfocia nel sogno.
    Discussioni sulla morte, sulla fantasia, su chi sogna un marinaio senza patria che sogna di avere una patria...
    Difficile descrivere a parole questo capolavoro, ma posso dire che, non appena l'ho terminato, ho sentito la necessità di leggerlo nuovamente, per analizzare aspetti e dialoghi che avevo trascurato.
    Consigliatissimo!

    Is this helpful?

    Moniquebbbaaa said on Aug 19, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Perchè si muore? Forse perchè non si sogna abbastanza...

    Is this helpful?

    Eugen said on Jun 21, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Adoro Pessoa, penso sia un genio dotato di un'incredibile profondità ed estremamente sensibile però "il marinaio" mi è sembrato un disispirato esercizio di stile.

    Is this helpful?

    Ellerslie said on Mar 2, 2014 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    Sogno dunque sono: appunti di lettura (e di ascolto) per marinai spiritualmente apolidi, sognatori per necessità

    È notte. In una stanza semibuia tre fanciulle eteree e timorose come falene ne vegliano una quarta, distesa sul letto di morte, placida e bella come se fosse soltanto addormentata…

    (…) For in that sleep of death what dreams may come?

    Sì, pr ...(continue)

    È notte. In una stanza semibuia tre fanciulle eteree e timorose come falene ne vegliano una quarta, distesa sul letto di morte, placida e bella come se fosse soltanto addormentata…

    (…) For in that sleep of death what dreams may come?

    Sì, proprio come Amleto col teschio in mano, le giovani si ritrovano a riflettere, silenziosamente, sulla vita (e non a caso la loro viene condensata nello spazio – o nel buio – di una notte) e la morte: ma dalle loro labbra non udiremo né racconti di vita né preghiere per i morti, ma soltanto sogni, racconti di sogni, ricordi e frammenti di sogni. Ed ecco che una di loro sogna un marinaio il quale a sua volta, naufrago su un’isola deserta, sogna una patria (una vita)… e il suo sogno si fa sempre più nitido, sempre più dettagliato, fino a fargli dimenticare quella che fu la sua, se mai ne ebbe una.

    (E torniamo a Shakespeare:
    We are such stuff
    As dreams made on; and our little life
    Is rounded with a sleep.
    )

    Ma perché la vita come sogno? Perché l’uomo come marinaio (naufrago) apolide? Quella di Pessoa è una metafora (prismica, sfaccettata, quintuplice, oltre che di meravigliosa fattura) del vivere umano, un’espressione di una Weltanschauung che sento molto vicina e che mi riporta a vari altri autori: ricordate il racconto La partenza di Kafka?

    Comandai di andar a prendere il mio cavallo dalla stalla. Il servo non mi comprese. Andai io stesso nella stalla, sellai il cavallo e montai in groppa. Udii suonare una tromba in lontananza e domandai al servo che cosa significasse. Egli non lo sapeva e non aveva udito niente. Presso il portone mi trattenne e chiese: «Dove vai, signore?».
    «Non lo so» risposi. «Pur che sia via di qua, via di qua, sempre via di qua, soltanto così potrò raggiungere la mia mèta.»
    «Dunque sai qual è la tua mèta» osservò.
    «Sì» risposi. «Te l’ho detto. Via-di-qua; ecco la mia mèta.»
    «Non hai provviste con te» disse.
    «Non ne ho bisogno» risposi. «Il viaggio è così lungo che dovrò morir di fame se non trovo nulla per via. Nessuna provvista mi può salvare. Per fortuna è un viaggio veramente straordinario.»

    Si potrebbero citare, in alternativa, i versi del Rilke:

    Io giro intorno a Dio, intorno all'antica torre – e giro per millenni e ancora non so, se sono un falco, una tempesta o un lungo canto.

    Esempi celeberrimi, questi, di apolidia spirituale – o, come ben la definirono alcuni critici dell’opera Rilke-Kafkiana, di Fremdsein, ovvero “senso di non appartenenza”, un perpetuo “sentirsi straniero” rispetto alla società contemporanea, alle ideologie dominanti, ai valori e alle tendenze del momento, e via dicendo.
    Ma potremmo prendere anche il Giovane Holden: l’apparente monello è forse, in realtà, più maturo e disilluso di quanto non voglia dar a vedere, e vorrebbe stare sul limitare del campo di segale – sul ciglio del burrone – non perché non abbia voglia di far altro, ma per proteggere quel sacro campo dove i coetanei si perdono nell’allegria di una partita di baseball... perché non cambino mai, perché non perdano la loro innocenza. Vocazione, la sua, che nasce nel momento in cui, consciamente o no, si accorge di essere sul punto di perderla lui stesso, quell’innocenza, di essere in equilibrio precario su quella maledetta linea gialla fra il “sognare” di fanciullo e il “ragionevole” diventare adulti.

    E quanto alla brevità della vita e a tutte le considerazioni che vengono, o dovrebbero venire, dalla consapevolezza della morte, uno come Bukowski è solo più schietto, in fondo:

    Tutti dobbiamo morire, tutti quanti, che circo! Non fosse che per questo dovremmo amarci tutti quanti e invece no, siamo schiacciati dalle banalità, siamo divorati dal nulla.

    Sì, siamo infettati da una inguaribile epidemia da cui poca parte del mondo si salva, impregnati di violenza e di odio smerciati per miele e ambrosia, di egotica convenienza fatta passare per sincerità e beneficenza, di un vuoto nell’anima che ci ostiniamo a coprire con maschere di supposta religiosità. Di qui il melessere, il Fremdsein della contemporaneità.

    E allora, anche in musica, se il giovane e minimalista Peter Broderick canta semplicemente “And when I’m home I’m not at home”, e il più letterario Guccini riprende e archetipizza la figura del prenditore nella segale (La collina: “ma il prenditore non mi ha scorto quando son caduto al mondo per l'eternità”), Leonard Cohen, nella sua Amen, canta: “Tell me again when I’ve seen through the horror, (…) Tell me that you love me then”… e a me piace immaginarlo mentre dagli scenari patinati delle grandi città americane si dirige con passo pensoso verso strade di periferia, dove lo sguardo incrocia solo ingiustizia, miseria e disperazione: dell’Amore nel mondo, e dell’Amore di un Dio o chi per lui, riparlamene dopo, quando avrò aperto gli occhi e visto tutto questo, quando avrò vissuto tutto questo. “Tell me again when the victims are singing, / And the laws of remorse are restored”: riparlamene dopo, quando avrò visto infine un sorriso sulle labbra di questi fanciulli, una luce negli occhi di queste donne, un fiore selvatico che sbocci sul ciglio di questa strada polverosa… e allora ti dirò sì, ecco la mia patria, sì, ecco l’Amore.
    Ma nel frattempo, finché una patria non so se l’ho e se l’ho mai avuta, io, essere umano, come il marinaio di Pessoa, e come le sue fanciulle, non posso che continuare a sognare. E che la forza mi basti sempre per sognare ancora un mondo diverso, un mondo migliore.

    Is this helpful?

    Floating Cloud said on Sep 8, 2013 | 4 feedbacks

  • 3 people find this helpful

    Un racconto evanescente, un sogno che evoca vite non vissute, forse solo immaginate.
    Non sembra reale il luogo e la circostanza è altrettanto misteriosa.
    Pessoa e la sua inquietudine. Egli ha bisogno di ridurre se stesso in frammenti dai quali origin ...(continue)

    Un racconto evanescente, un sogno che evoca vite non vissute, forse solo immaginate.
    Non sembra reale il luogo e la circostanza è altrettanto misteriosa.
    Pessoa e la sua inquietudine. Egli ha bisogno di ridurre se stesso in frammenti dai quali originare altri corpi, altre vite, altri mondi, in un caleidoscopio nel quale diventa difficile distinguere il reale dall'immaginario, il desiderio dal sogno.
    Molto interessante il testo originale a fronte. Anche se non conosco il portoghese, ho provato a leggere in entrambe le lingue.

    Is this helpful?

    Donatella said on Feb 19, 2013 | 1 feedback

  • 32 people find this helpful

    Solo la lingua portoghese poteva offrire la possibilità di scrivere un’opera praticamente tutta al congiuntivo, che è di per sé il modo dell’incertezza.
    Ha ragione Tabucchi: nemmeno la più accurata delle traduzioni potrebbe rendere in un’altra lingua ...(continue)

    Solo la lingua portoghese poteva offrire la possibilità di scrivere un’opera praticamente tutta al congiuntivo, che è di per sé il modo dell’incertezza.
    Ha ragione Tabucchi: nemmeno la più accurata delle traduzioni potrebbe rendere in un’altra lingua l’opera originale, rappresentando solo un gradino per avvicinarci alla sua completa comprensione.
    In tal senso, ogni opera tradotta è un po’ come un paesaggio guardato dietro vetri appannati.
    Nel “racconto” ci sono tre giovani donne che vegliano una quarta, ormai morta, all’interno di una stanza circolare dove il tempo appare fermo.
    E' al di fuori che questo scorre, non in quella stanza e nello spazio che dura una notte.
    Prive di identità e di memoria, le tre narratrici per riconoscersi vive devono raccontarsi un sogno.
    Dunque, a questo servono i sogni?
    Da una finestra si scorge un lembo di mare fra due montagne, ma può essere reale la sua vista di notte, e per di più guardandolo da lontano?
    Si dice che il mare che vediamo, anche il più bello, susciti in noi nostalgia, a causa di tutti i mari che non vedremo mai.
    Ma è così, è davvero così?
    Si può veramente pensare di sognare tutti i sogni non ancora sognati?
    Il mare, le onde, le nuvole, non possono farci paura a causa della loro mutevolezza, è ciò che è fermo, immobile, ad impaurirci.
    Come si fa a spiegare cosa si prova quando guardiamo dentro noi stessi?
    Servirebbero parole sconosciute, parole non ancora pronunciate…
    Dopo, ogni parola che prima non c’era, esisterà per il semplice fatto di averla detta, a prescindere da noi.
    …perché i sogni fatti in riva al mare sono così spesso tristi?
    Forse a causa di quel senso di libertà che il mare è in grado di suscitare e che ci rende consapevoli di non riuscire ad essere ciò che realmente vorremmo…
    Sognare un marinaio che non sa nulla del suo passato e che, su di un’isola deserta, a sua volta sogna di realizzare una costruzione impossibile, fatta di pietre di sogno.
    E non è importante sapere poi come va a finire la storia, quella del marinaio, perché si può continuare a sognare nella realtà senza saperlo o, in definitiva, rendersi conto che il sogno altro non è che questa nostra stessa esistenza.
    E’ vero, noi siamo fatti con la stessa stoffa dei sogni e la nostra piccola vita è circondata di sonno.
    E quando non avremo più sogni da sognare, sarà allora che moriremo.
    Per questa ragione io sono qui, vivo…
    Adesso.

    Is this helpful?

    ilsegretodelbosco said on Jan 21, 2013 | 7 feedbacks

Book Details

Improve_data of this book

Margin notes of this book

Page 7 , 9 , 17 , 19 , 21 , 27 , 25 , 29 , 33 , 35 , 37 , 39