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Il messale di Pio V

Perchè la Messa in latino nel III millennio?

Di

2.5
(2)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: 8825019467 | Isbn-13: 9788825019469 | Data di pubblicazione: 

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    Pessimo esempio di divulgazione, questo volumetto di Manlio Sodi è strutturato in quattro brevi capitoli e una conclusione.

    Nei primi due capitoli, l’autore presenta sommariamente il contenuto e ...continua

    Pessimo esempio di divulgazione, questo volumetto di Manlio Sodi è strutturato in quattro brevi capitoli e una conclusione.

    Nei primi due capitoli, l’autore presenta sommariamente il contenuto e la struttura dei due testi necessari per la celebrazione della Messa, vale a dire il Lezionario (che raccoglie l’insieme delle letture bibliche scelte per la celebrazione) e il Messale (che comprende «tutto ciò che serve per la Messa»: il canone, le varie preghiere, le indicazioni per i canti, le formule di benedizione, etc.), fornendone poi, per rapidi cenni, la «storia avvincente». Il terzo capitolo è dedicato alle principali (anzi, «vere») novità del Messale del Concilio Vaticano II, mentre il quarto capitolo interviene finalmente sull’attualità, con una serie di osservazioni intorno al Motu proprio “Summorum pontificum” di Benedetto XVI, sulla liberalizzazione della Messa in rito antico. </p><p>Già dalle prime righe, si ha l’impressione che chi scrive intenda sviare il proprio lettore, verso una direzione diversa da quella auspicata dal documento del Papa. Si dice infatti: «Sarà forse questione di lingua latina? Di ritorno alla liturgia in latino, come è stata per circa 15 secoli? Ma anche l’attuale Messale può essere usato nel testo originale, che è in lingua latina! Dov’è dunque il problema?» (p. 8). </p><p>Queste domande, in realtà, sono lasciate senza risposta, anche perché non sono le domande GIUSTE. Sodi sa bene che non si tratta affatto di un “ritorno” alla lingua latina, altrimenti i sostenitori del Rito “pre-conciliare” (che non sono tutti lefebvriani!) si sarebbero semplicemente battuti, in tutti questi anni, per l’utilizzo del Novus Ordo in latino. Né rientra fra le intenzioni di Ratzinger il ripristino del latino, o un (impensabile) abbandono della liturgia nelle lingue locali. </p><p>Poche pagine più avanti, l’autore scrive che, «come il Concilio di Trento si preoccupò di riformare la liturgia e di accentuarne la dimensione sacrificale negata dai Protestanti, così il Vaticano II ha stabilito una riforma per dare all’esperienza liturgica quella ricchezza che in parte si era perduta nella tradizione e che il movimento liturgico, unitamente al movimento biblico e catechistico, aveva suggerito. Pur voluta dal Concilio, pur elaborata da persone competenti, pur con risultati eccellenti, la riforma liturgica non fu da tutti ben compresa e accolta» (p. 16). </p><p>In realtà sappiamo benissimo che la riforma liturgica non provenne direttamente dal Concilio, e che travalicò ampiamente le disposizioni espresse nella Costituzione apostolica sul tema della liturgia (la “Sacrosanctum Concilium”, del 1963). </p><p>È significativo, mi pare, quell’accenno alle “persone competenti”, che a fin di bene e congiuntamente col “movimento biblico” e col “movimento liturgico”, si sarebbero adoperate per il recupero di «quella ricchezza che si era perduta nella tradizione». Significativo per due motivi. </p><p>Il primo è l’implicita valutazione negativa della “tradizione”, che non è più qualcosa cui si appartiene, qualcosa il cui sviluppo e la cui difesa ci riguarda, ma è ciò che separa l’osservatore, la “persona competente”, da una mitologica purezza delle origini. La tradizione come un ostacolo, come qualcosa di puramente estrinseco rispetto all’esistenza della fede e della liturgia. Seguendo un tale principio nulla impedirebbe, fra dieci o cent’anni, di dichiarare anche l’attuale riforma liturgica come inadeguata a una presunta ricchezza originaria, o di abbandonarla come un vecchio rottame: ma Sodi sarebbe disposto ad ammetterlo? </p><p>Un secondo motivo è costituito dall’accenno alle “persone competenti”, tra le quali l’autore, ovviamente e giustamente, si include. Il ritornello della competenza è un’evidente traccia di “clericalismo”, nell’accezione delnociana del termine. Da una parte il popolo, dall’altra chi lo educa (e chissà che non venga da qui, dalla centralità conquistata dall’omelia nel rito attuale, il fastidio che certi sacerdoti provano nei confronti dell’antico Messale, dove lo spazio riservato al celebrante era uno spazio di mediazione, non di “protagonismo”): non c’è l’idea che entrambi possano condividere lo stesso Spirito, le medesime responsabilità. Perché per capire lo Spirito occorre la competenza. </p><p>Lo si intuisce meglio più avanti, allorquando l’autore si sofferma appunto sui difetti del Messale detto tridentino. Questo in realtà non venne pubblicato durante il concilio, ma successivamente, nel 1570, sebbene i Padri ne avessero auspicato con forza una riforma. «E per fortuna – commenta Sodi – perché certi lavori vanno fatti con attenzione e tranquillità, da parte di persone competenti». Singolare proiezione retrospettiva di quanto avvenuto dopo il Concilio Vaticano II. I Padri, in quell’occasione, non avrebbero avuto la competenza (leggi: l’autorità?) per fare quello che soltanto le “persone competenti” avrebbero potuto fare.</p><p>Altrove, a p. 27, l’autore contesta la denominazione del Rito tradizionale come “Messale del Concilio di Trento” o “di san Pio V” (scelta da lui stesso, si badi bene, per il titolo del volume): «Ma il Messale non è della Chiesa? E allora perché nominarlo con un papa?». Osservazione corretta, ma speciosa: si tratta infatti di una denominazione approssimativa, peraltro invocata dagli stessi detrattori dell’antico Messale, proprio con l’intento di “storicizzarlo”, di ancorarlo a circostanze storiche particolari e superabili. </p><p>A conti fatti, sulla base di questi pochi indizi, non sembra che il volume di Sodi renda un buon servizio per la comprensione del problema liturgico. Si presenta per lo più come una pubblicazione apologetica. La liberalizzazione voluta dal papa, a detta dell’autore, riaprirebbe problemi già ampiamente risolti. Perché i “competenti” hanno stabilito che va tutto bene. Dunque va tutto bene. I semplici fedeli si adeguino. Non discutano, non si confrontino, non aprano dibattiti. Nemmeno su invito del Papa.

    ha scritto il 

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    Una dimostrazione inaspettata

    Ho preso questo libretto di poche pagine convinto che l'autore propugnasse la Messa con il rito tridentino, invece quasi subito si capisce che la tesi è opposta e la dimostrazione inoppugnabile. ...continua

    Ho preso questo libretto di poche pagine convinto che l'autore propugnasse la Messa con il rito tridentino, invece quasi subito si capisce che la tesi è opposta e la dimostrazione inoppugnabile.
    Passo passo a scoprire le radici della Messa che conosciamo risalendo alla Tradizione dei primi cristiani.

    ha scritto il