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Il mignolo di Buddha

Di

Editore: Mondadori (Strade Blu)

3.8
(91)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 371 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8804476494 | Isbn-13: 9788804476498 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Tatiana Olear , Katia Renna

Genere: Fiction & Literature , Political , Science Fiction & Fantasy

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Descrizione del libro
Pëtr Pustotà, un importante poeta di Pietroburgo, si trova inaspettatamente a dover vestire gli scomodi panni di aiutante per il leggendario comandante Čapàev e per la sua formidabile amica, addetta alla mitragliatrice, Anna, nel corso della Guerra Civile del 1919 tra bianchi e rossi. Ma qual è il segreto della mitragliatrice? Perché Pëtr continua a svegliarsi in un ospedale psichiatrico di Mosca negli anni '90 dove viene sottoposto a sedute di terapia "turbojunghiana"? E cosa c'entra Arnold Schwarzenegger in tutto questo?
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  • 2

    Mi dispiace solo che mi divida dall'opinione di una persona che stimo molto e me lo aveva consigliato. Io lo siglo come un pessimo racconto fantastico di 335 pagine scritto come tentativo, di un bravo scrittore, di gestire una lunghezza che non gli è consueta. Da evitare.

    ha scritto il 

  • 4

    Cosa indica, infine, "Il mignolo di Buddha"?

    Recensire Чапаев и Пустота ("Il mignolo di Buddha") - come ogni libro, direbbe chi ha letto "Il mignolo di Buddha" - non è solo difficile. Segnerebbe una fine, e per questo sarebbe opera letteralmente impossibile, oltre che completamente inutile.


    "Vorrei a proposito citare una vecchia fav ...continua

    Recensire Чапаев и Пустота ("Il mignolo di Buddha") - come ogni libro, direbbe chi ha letto "Il mignolo di Buddha" - non è solo difficile. Segnerebbe una fine, e per questo sarebbe opera letteralmente impossibile, oltre che completamente inutile.

    "Vorrei a proposito citare una vecchia favola orientale, secondo cui tre ciechi toccano un elefante per capire come è fatto. Quello che lo tocca sulla gamba, crede che l'elefante sia più o meno come una colonna, qualcosa di grosso e verticale. Chi lo tocca sulla coda pensa che sia soffice e lungo, chi lo tocca sull'orecchio crede che sia un grosso ventaglio. Per quanto riguarda me, si può dire la stessa cosa, ognuno può prendermi dal lato che preferisce".

    Parlando di allegoria, di esperimento letterario, di libro di viaggio, si dimostrerebbe solo di non averlo letto, o di non averlo potuto leggere, o chissà cos'altro. Nulla vi è di concluso: si può dire, per esempio, che ne "Il mignolo di Buddha" c'entrino la Russia, Schwarzenegger, ancora la Russia ma in un altro tempo, il tempo (e quindi il vuoto), la droga, la Rivoluzione e tanto altro ancora. Ma non si direbbe nulla. "Il mignolo di Buddha" accade quando si rileva l'assurdità di ogni descrizione: come dire che un automobile, in realtà, si compone di minerali, reperti fossili, idrogeno. Allora, forse, si può osare con qualche ragionevole speranza di avvicinarsi alle cose supponendo come "Il mignolo di Buddha" abbia la forma di un contenitore vuoto e circolare: tutto quello che in questo contenitore accade, vi accade perchè vi potrebbe accadere, tutto vi è di eterno, tutto di soggettivo, tutto di transitorio, tutto di consentito.

    E non fa il baro affermando "la risposta io la so". Perchè al mondo che ha la facoltà di svanire chissà dove meglio non giurare, ma dire sempre insieme "si" e "no"."

    In questo contenitore vuoto e circolare - psichedelico, faticoso, straniante, sovraffollato - ogni punto di vista è egualmente valido, perchè nessuno è vero. Chi legge (sulle prime, sia riconosciuto, soffrendo) abita, seleziona, accetta implicitamente un percorso d'internamento, una sanguinosa e putrefatta ricerca di sè: ancora, come tutti i libri - o di più? E allora, indietro alla domanda originaria: a che pro? Cosa indica, infine, "Il mignolo di Buddha"?

    ha scritto il 

  • 4

    L'essere e il nulla

    "Dì un po', Volòdin, tu ci credi alla fine del mondo?
    Questa è una faccenda strettamente individuale, rispose Volòdin.
    Un ceceno prende e ti spara, ed eccotela qua la fine del mondo."


    "...dopo la morte ai tempi di Stalin c'era l'ateismo, e ora c'è di nuovo la religione. E secondo la religi ...continua

    "Dì un po', Volòdin, tu ci credi alla fine del mondo? Questa è una faccenda strettamente individuale, rispose Volòdin. Un ceceno prende e ti spara, ed eccotela qua la fine del mondo."

    "...dopo la morte ai tempi di Stalin c'era l'ateismo, e ora c'è di nuovo la religione. E secondo la religione, dopo la morte è tutto come ai tempi di Stalin. Prova a immaginare com'era allora: tutti sanno che di notte al Cremlino resta sempre quella finestra accesa, e dietro la finestra c'è Lui. Lui, che ti ama come un figlio, e tu invece lo temi da cagarti addosso, però anche tu lo devi, tipo, amare con tutto il cuore. Come nella religione."

    Il Mignolo di Buddha è, a ragione, il romanzo più famoso di Pelevin, inspiegabilmente mai ristampato in Italia dove si preferiscono le sfumature di demenza e i lettori assertivi e ignoranti, è un libro che reca in sè cultura postmoderna e sovietica insieme. Pelevin usa la filosofia e un pizzico di buddismo per raccontare quel che semplicemente è: il mondo è una metafora del vuoto e noi siamo solo ballerini notturni sulla superficie della luna.

    "Oh mio Dio, non era forse quella l'unica cosa che ero sempre stato capace di fare: sparare con una penna alla superficie a specchio della palla di questo falso mondo?"

    ha scritto il 

  • 3

    Infantile filosofia programmatica con un occhio verso il pulp in ogni sua forma (è un libro anni 90). Tuttavia é un libro che rileggo periodicamente perché è un simpatico pamphlet sul nulla e un archivio di riferimenti alla Russia in tutte le sue epoche.

    ha scritto il 

  • 5

    Wow.

    Ecco. La prima volta in cui penso: "Questo romanzo avrei voluto scriverlo io" (e inoltre, per un architetto questo non è proprio un commento logico). STUPENDO.


    L'oscillare senza soluzione di continuità nelle contraddizioni dell'ultimo secolo della Russia, dalla rivoluzione, al 1991, a Puti ...continua

    Ecco. La prima volta in cui penso: "Questo romanzo avrei voluto scriverlo io" (e inoltre, per un architetto questo non è proprio un commento logico). STUPENDO.

    L'oscillare senza soluzione di continuità nelle contraddizioni dell'ultimo secolo della Russia, dalla rivoluzione, al 1991, a Putin, la dimensione mistica, i funghi allucinogeni, Maria e Arnold, il manicomio. C'è tutto.

    ps. Questa recensione è orribile, ma è davvero un libro magnifico e indescrivibile. Qualunque tentativo ridurrebbe la ricchezza narrativa di Pelevin ad un'accozzaglia di parole senza senso...e appunto, purtroppo non l'ho scritto io questo libro! :)

    ha scritto il 

  • 5

    l'orizzonte entro cui si muove pelevin è il nulla.
    ci sguazza che è uno spasso, libero dalla concettualizzazione e dalla temporalità, il che gli permette di zampettare felice tra la molteplicità di mondi (im)possibili.
    le categorie aristoteliche, così come il loro propugnatore, si sbriciolano con ...continua

    l'orizzonte entro cui si muove pelevin è il nulla. ci sguazza che è uno spasso, libero dalla concettualizzazione e dalla temporalità, il che gli permette di zampettare felice tra la molteplicità di mondi (im)possibili. le categorie aristoteliche, così come il loro propugnatore, si sbriciolano contro il cranio occidentale, dissolvendosi in polvere e mal di testa. la finzione letteraria avvolge la ben più profonda finzione esistenziale: l'antirealismo di pelevin è una katana che squarcia la pancia; dentro e dietro la vischiosa realtà solo il nulla è. la dicotomia realtà/sogno perde il suo senso d'essere in un fluire indeterminato di forme che svaniscono dinnanzi al mignolo del bodhisattva. la vodka diluisce il pensiero e fa avvampare il fuoco dell'illuminazione sotto una pioggia di specchi in frantumi: ed il nulla può finalmente debuttare sul palco... "L'eterno non ritorno.

    Assumendo varie forme, apparendo, svanendo e mutando volto E limando le sbarre per quasi sette secoli di mancata libertà Dal manicomio modello numero diciasette un pò stravolto E' scappato il pazzo che di nome fa Vuoto: Pustotà.

    Non c'è tempo per la fuga e questo lo sa bene, n'è persuaso. E non c'è luogo, e non c'è rotta che arrivi a quel non-posto. Ma sono baggianate in confronto al fatto che l'evaso in nessun modo e in nessun luogo si può dir dov'è nascosto.

    Si può dire che non esiste un continuo processo del limare, Si può anche dire che di ciò non ci sono prove. Perciò il matto Pustotà un rosario viola usa portare

    E non fa il baro affermando "la risposta io la so". Perchè al mondo che ha la facoltà di svanire chissà dove meglio non giurare, ma dire sempre insieme "si" e "no"."

    ha scritto il 

  • 4

    All'inizio l'ho trovato piuttosto difficile,poi però ho trovato la chiave di lettura, mi ci sono tuffata e me lo sono goduto fino in fondo. Delirante ma divertente, sicuramente geniale.

    ha scritto il 

  • 5

    STRATOSFERICO!!!

    Chi leggerà questo libro potrà varcare le porte della percezione per entrare in un oceano di VUOTO, e scoprire che la realtà può anche essere il sogno partorito dalla coscienza febbricitante di un poeta senza personalità .

    Solo una mente geniale poteva creare un'opera geniale!

    ha scritto il 

  • 3

    La Russia e il grande vuoto

    "La vita come sordo sogno" (per citare Vittorini), il grande vuoto, il nulla: questo è il grande tema che accompagna i personaggi di Pelevin in questo romanzo straordinario e complesso, difficile, senza mezze misure.


    Due i piani temporali, la Mosca della guerra civile e quella dei ...continua

    "La vita come sordo sogno" (per citare Vittorini), il grande vuoto, il nulla: questo è il grande tema che accompagna i personaggi di Pelevin in questo romanzo straordinario e complesso, difficile, senza mezze misure.

    Due i piani temporali, la Mosca della guerra civile e quella dei giorni nostri, legati a doppio filo da un personaggio, Pёtr Pustotà (lett. "vuoto"), protagonista di entrambe le macrostorie. La seconda di queste costituisce anche la cornice alle microstorie di altri personaggi, compagni di manicomio di un tizio (in nostro Pustotà) che, durante la terapia, sogna di un tizio che, durante la lunga convalescenza per le ferite procuratesi nella guerra civile, sogna di un manicomio dalle mattonelle bianche (piccolo piccolo rimando a Bulgakov). Invece, nella prima delle macrostorie, quella ambientata negli anni '20, il nostro sarà accompagnato dalla presenza e dalle sagge parole del comandante Čapaev (in un vero e proprio piccolo percorso di formazione) e dalla passione per la sua assistente alla mitragliatrice, l'irraggiungibile Anna.

    Ma questo breve commento sminuisce molto la ricchezza delle vicende, la copia di bizzarri personaggi che le popolano e le numerose trovate dell'autore: la scelta del titolo (che non è quello originale, Čapaev e Pustotà), suggerita con tanto di alternative nella prefazione da un fantomatico curatore del manoscritto, ne è un esempio.

    Innumerevoli e significativi, grazie anche alla pregevole opera di traduzione, i rimandi (dissacranti) alla cultura russa e sovietica, alla televisione, alle filosofie orientali, ai miti del Paese (Čapaev fu un eroe della guerra civile, divenuto proverbiale) e alle ossessioni dei russi (come quella per il destino e la salvezza della patria, o le domande sul passato del regime). Il tutto scritto con un tono molto brillante, sospeso tra umorismo e grottesco, magistralmente modulato da Pelevin e sempre ben saldo nelle sue mani.

    ha scritto il