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Il milione

By Marco Polo

(14)

| eBook | 9788863990317

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Book Description

Signori imperadori, re e duci e tutte altre genti che volete sapere le diverse
generazioni delle genti e le diversità delle regioni del mondo, ...

81 Reviews

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  • 4 people find this helpful

    "Troppo sarebbe grande male se s'egli non mettesse inscritto tutte le meraviglie ch'egli à vedute, perché chi nolle sa l'appari per questo libro."

    A volte sento proprio il bisogno di allontanarmi da questa societa', da quest'epoca che non mi appartiene, senti il bisogno di tornare nel passato, in un mondo lontano, sento il bisogno di intraprendere un viaggio estremamente difficile e complesso, ...(continue)

    A volte sento proprio il bisogno di allontanarmi da questa societa', da quest'epoca che non mi appartiene, senti il bisogno di tornare nel passato, in un mondo lontano, sento il bisogno di intraprendere un viaggio estremamente difficile e complesso, ma appagante.
    "Il Milione" e' un'opera molto complessa, non solo per la difficolta' che abbiamo noi lettori del XXI secolo a leggere una lingua appartenuta a piu' di otto secoli fa, ma la sua e' anche una complessita' data da un libro in cui ci sono tanti aspetti da considerare, il resoconto del viaggio, le descrizioni geografiche e storiche, le descrizioni degli usi e dei costumi delle popolazioni locali.
    Nel Medioevo l'Oriente era pressoche' ignoto e Marco Polo apri' la mente di coloro che hanno vissuto quell'epoca verso una civilta' cosi' lontana e diversa, dando cosi' loro modo di scoprire un mondo meraviglioso, un mondo quasi fiabesco dove realta' e fantasia si uniscono tra di loro in un complesso ma affascinante trattato geografico.
    Molti criticano quest'opera monumentale perche' la considerano come un semplice libro di memorie di un mercante destinato ai suoi "colleghi", ma per me rappresenta la voglia e il desiderio dell'uomo di esplorare l'ignoto, di assaporare una realta' diversa.
    E' un libro che ti arricchisce dentro, che ti fa sognare una vita diversa, che ti spinge a cercare nuovi orizzonti, nuove aspirazioni.
    Un libro unico nel suo genere che, purtroppo, viene poco considerata dai nostri insegnanti.

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    Banshee said on Mar 18, 2014 | 2 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    Documento assai importante per la ricostruzione di itinerari, culture, usi e costumi e una valida fonte per lo studio dell'evoluzione della nostra lingua, ma non sicuramente una lettura piacevole e scorrevole.

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    Illa Dm 95 said on Oct 27, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Evidentemente mi aspettavo un altro tipo di libro.
    Ma 60 pagine mi sono bastate per dire proprio... basta!

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    Angel Wings979 said on Oct 14, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Sarebbe interessante ripercorrere oggigiorno il percorso effettuato nel 1200 da Marco Polo! ;)

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    Drew said on Aug 26, 2013 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    Le Divisament dou monde

    Innanzi tutto il titolo.
    L'immediata fortuna del manoscritto poliano ne favorì la precoce traduzione in più lingue e conseguentemente l'affermarsi di molteplici tradizioni del testo: in Francia si diffuse col titolo Le Divisament dou monde (e ...(continue)

    Innanzi tutto il titolo.
    L'immediata fortuna del manoscritto poliano ne favorì la precoce traduzione in più lingue e conseguentemente l'affermarsi di molteplici tradizioni del testo: in Francia si diffuse col titolo Le Divisament dou monde (e più tardi De Mirabilibus mundi), in ambito toscano fu invece tramandato come Milione. Quest'ultima titolatura non vagheggia dei tesori che Marco Polo accumulò durante il suo viaggio, come molti comunemente credono, ma trae spunto dall'affettuoso nomignolo con cui era apostrofato il ramo veneziano della famiglia dei Polo (Milione è diminutivo di Emilione, probabile progenitore di Marco).

    Poi la forma.
    Il Milione è fondamentalmente un “manuale di mercatura”, e per questo simile ai tanti in uso alla fine del XIII secolo. Poiché il suo ideale destinatario è un mercante viaggiatore, in esso sono riportate informazioni molto dettagliate circa le popolazioni, le regioni e le città che si incontrano lungo il cammino verso il Gattaio (Catay), nonché accurate indicazioni su prodotti locali, mercati, valute e relativi cambi, distanze (espresse in miglia o giornate di cammino), sicurezza delle strade, punti di ristoro e d'approviggionamento, ecc.

    Quindi tutto il resto.
    Per “resto” si intende tutto ciò che esula dall'arida informazione tecnico-commerciale e riguarda invece la storia e le tradizioni dei popoli che il mercante veneziano incontrò lungo la via, le annotazioni di costume e le credenze religiose delle genti visitate per conto del Gran Khan, nonché le leggende e le notizie de relato che apprende da altri viaggiatori, avventurieri e commercianti come lui.
    Ed è proprio quest'ultimo aspetto a colpire maggiormente, oggi come ieri, il lettore. Il testo infatti oscilla continuamente tra due opposti estremi: il dato tecnico (distanze, merci, tassi di cambio, ecc.), e l'elemento fantastico, a cui la mentalità medioevale era particolarmente sensibile. Ma se leggende e cronache di terre lontane provocano reazioni di stupore ed incredulità sia nel lettore odierno che in quello medievale, quest'ultimo non ravvisava alcun inconciliabile contrasto tra dato reale e dato immaginario; perché ciò che le categorie moderne dividono, l'enciclopedismo medioevale armonizzava (interessante in tal senso è la postilla al testo di Amelio Bonagiusi del 12 novembre 1392: «Qui finisce il libro di messer Marcho Polo da Vinegia il quale scrissi io Amelio Bonaguisi da mia mano [...] per passare tempo e malinconia come che mi paiono cose incredibili e paionomi il suo dire non bugie anzi più che miracoli. E bene potrebbe essere vero quello di che ragiona ma io non lo credo, tuttavia per lo mondo si truovano assai isvariate cose d'uno paese a un'altro. [...].», dall'introduzione di Marcello Ciccuto, p. 36).
    Una tale quantità di storie, leggende e descrizioni etno-antropologiche inducono inevitabilmente il lettore ad un confronto tra la propria cultura e quella dei popoli descritti nel testo, tra l'attualità e il tempo in cui Marco Polo visse e viaggiò. Di seguito alcuni dei passi che più hanno stimolato il mio interesse e la mia riflessione:

    1.
    I «savi uomeni [che] son chiamati tebot [tibetani, n.d.r.] [...] sono sì grandi incantatori, che quando il Gran Cane nella sua sala senta [siede, n.d.r.] a tavola... in mezzo della sala, lontano da detta tavola, è apparecchiata una credenziera grande, sopra la quale si tengono vasi da bere, essi operano con l'arte sue che le caraffe piene di vino, o vero latte, o altre diverse bevande, da se stesse empiono le tazze loro, senza che alcuno con le mani le tocchino, e vanno ben per dieci passi, per aere, in mano del Gran Can. E poi ch'ha bevuto, le dette tazze ritornano al luogo d'onde erano partite [...]» (pp. 222-223).

    2.
    «Egli è vero che in questa città di Camblau [Beijing mongola, n.d.r.] èe la tavola [banca, n.d.r.] del gran sire: ed è ordinata in tal maniera, che l'uomo puote ben dire che 'l gran sire hae l'alchimia perfettamente, e mostrerollovi incontanente. Or sappiate ch'egli fa fare una cotale moneta, com'io vi dirò. E' fa prendere iscorza d'uno albore ch'ha nome gelso; ed è l'albore le cui foglie mangiano gli vermini che fanno la seta. [...] e di quella buccia fa fare carte, come di bambagia, e sono tutte nere. E quando son fatte le fa tagliare in parti grandi e picciole, e sono forme di moneta quadra e più lunghe che larghe. [...]. E tutte queste carte, o vero monete, sono fatte con tant'autorità e solennità, come se elle fossero d'oro, o d'argento puro, perché in ciascuna moneta molti officiali, che a questo sono deputati, vi scrivono il lor nome, ponendovi ciascuno il suo segno. E quando del tutto è fatta, come la dee essere, il capo di quelli per il signor deputato, imbratta di cinaprio [solfuro di mercurio, n.d.r.] la bolla concessagli, e improntala sopra la moneta, sì che la forma della bolla tinta nel cinaprio, vi rimane impressa: e allora quella moneta è autentica. E se qualcuno la falsificasse sarebbe punito dell'ultimo supplizio [condannato a morte, n.d.r.]. [...] e 'l gran sire fa tutto pagare di quelle carte, e' mercatanti le pigliano volentieri, perché le spendono per tutto il paese. E molte volte fa bandire il Gran Cane che ogni uomo che hae oro e ariento o perle o pietre preziose o alcuna altra cara cosa, che incontanente la debbiano avere appresentata alla tavola [banca, n.d.r.] del gran sire, ed egli lo fa pagare di queste carte, [...]. E questa è la ragione perché il gran sire dee avere più oro e piue ariento che signore del mondo.» (pp. 284-287).
    Sorprendono le rispondenze tra le moderne tecniche bancarie e le “alchimie” in uso presso la corte di Khubilai Khan: a) le banconote erano stampate da ufficiali che apponevano il loro “segno” su di esse, così come le banconote attuali sono firmate dal governatore della banca centrale; b) le carte-moneta erano marchiate con un timbro in modo da renderne difficile la falsificazione, proprio come quelle odierne sono stampate su elaborate filigrane; c) la falsificazione era condannata allora come oggi; d) il controvalore in preziosi che doveva possedere la banca del Gran Khan per poter stampare moneta trova il suo corrispettivo nelle riserve auree custodite dalle banche centrali fino a non molti anni orsono.

    3.
    «Egli è vero ch'egliono [i tartari, n.d.r.] non aveano signore, ma faceano rendita a un signore che era appellato in soa lengua Mencan [Ung Khan, capo della tribù dei Cheraiti, n.d.r.], che è a dire in nostra lengua prete Zane; e di sua grandezza favellava tutto il mondo.» (p. 189).
    Il mito del Prete Gianni fa presa anche su Marco Polo, che identificava in Ung Khan e nei suoi discendenti la figura del leggendario sovrano di fede cristiana, il cui regno si pensava fosse al di là dei domini saraceni. Sul suo aiuto l'Occidente cristiano confidava per muovere contro il comune nemico musulmano.

    4.
    «Melibar [Malabar, n.d.r.] è un grandissimo reame, [...]. Ed éscene bene ogni dì bene cento navi di corsali che vanno rubando il mare. E menano con loro la moglie e' figliuoli; e tutta la state vi stanno in corso [praticano la pirateria, n.d.r.]. E acciocché non vi possa passar nave alcuna che non la prendano, si mettono in ordinanza [si dispongono, n.d.r.], cioè che un navilio sta fermato con l'ancore per cinque miglia lontano un dall'altro, sicché venti navili occupano lo spazio di cento miglia. E subito che veggono una nave fanno segno con fuoco o con fumo, e così tutti si ragunano insieme e pigliano la nave che passa. E fanno gran danno a' mercatanti, [...]. Gli mercatanti, che 'l sanno, vanno molti insieme e bene armati, sì che non hanno paura di loro; [...].» (pp. 499-500).
    Ad otto secoli di distanza incombe ancora su quei mari la minaccia della pirateria, e le navi mercantili che solcano quelle acque viaggiano scortate e ben equipaggiate per difendersi da eventuali attacchi (basti pensare al caso “Enrica Lexie” e ad altri simili occorsi di recente).

    5.
    Nel descrivere le tradizioni funebri in uso nella regione di Tun-huang (città attualmente situata nel Gansu nord-occidentale) Marco scrive: «E sappiate che tutti gl'idolàtori, quando alcuno ne muore, gli altri pigliano il corpo morto e fannolo ardere. [...]. Ancora vi dico che, quando lo corpo è morto, si mandono gli parenti per astrolagi [astrologhi, n.d.r.] e indovini, e diconli lo dì che nacque questo morto; e coloro, per loro incantamenti di diavoli, sanno dire a costoro l'ora che questo corpo si dee ardere. E tengonlo i parenti talvolta in casa, quel morto, otto dì e quindici e un mese, aspettando l'ora ch'è buona da ardere secondo quegli indovini, né mai no' gli arderebbono altrimenti. [...]. Ancora: quegl'indovini dicono agli parenti del morto che non è buono trarre lo morto per l'uscio, e mettono cagioni di qualche stella ch'è incontro all'uscio [stella avversa, n.d.r.], onde gli parenti lo mettono [fanno passare, n.d.r.] per altro luogo, e talvolta rompono lo muro della casa dall'altro lato.» (pp. 176-177)
    La superstizione secondo cui il defunto non debba passare per l'uscio di casa ha esatta e sorprendente rispondenza nella cultura latina, prima, e in alcune pratiche cristiano-medioevali, poi: in epoca romana i gladiatori morti venivano condotti fuori dall'anfiteatro attraverso la “porta libitina”, dal nome della dea che presiedeva ai funerali; nel Medioevo in molti borghi dell'Italia centrale le case avevano una seconda porta di ingresso murata detta “porta del morto”, questa veniva smurata in occasione dei funerali e attraverso di essa veniva condotto il defunto per la sepoltura (cfr. Guido Piovene, Viaggio in Italia, Baldini Castoldi Dalai, 2007, p. 343)

    Infine.
    Di fronte ad un testo antico come il Milione è d'obbligo chiedersi: 1. qual è stata la sua importanza storico-letteraria? 2. che senso ha leggerlo oggi?
    Per rispondere al primo quesito è necessario riconoscere nel Milione la testimonianza di una “scoperta”: «scoprire (che è diverso da esplorare) significa dare forma allo scoperto; la scoperta avviene solo quando si registra l'evento che la sottende, [...]. La coscienza della scoperta era insomma il traguardo che il viaggiatore occasionale del Medioevo non riuscì a raggiungere per molto tempo [...].» (dall'introduzione di Marcello Ciccuto, p. 8). La “scoperta” di Marco Polo ebbe significative conseguenze in ambito commerciale, letterario, antropologico, scientifico, nonché cartografico («Il panorama della cartografia rinascimentale è profondamente debitore a Marco Polo del nuovo razionalismo di cui il suo libro risulta portatore: lo documenta anche il mappamondo di Henricus Martellus (Yale, 1490 c.), in cui l'estensione dell'Oceano è stabilita in base ai calcoli che il Toscanelli aveva operato sui testi di Marino di Tiro e di Marco.», dall'introduzione di Marcello Ciccuto, p. 45).
    Per rispondere al secondo quesito è utile ricordare la nota che Sciascia appone in calce al suo Candido: «Dice Montesquieu che “un'opera originale ne fa quasi sempre nascere cinque o seicento altre, queste servendosi della prima all'incirca come i geometri si servono delle loro formule”. Non so se il Candide sia servito da formula a cinque o seicento altri libri. Credo di no, purtroppo: ché ci saremmo annoiati di meno, su tanta letteratura. [...].»
    Leggere il Milione oggi vuol dire ragionarlo di nuovo, nella speranza che la tradizione di quel testo continui a vivere domani; nell'attesa che come Calvino – che su quell'esempio ha modellato Le città invisibili – altri abbiano l'ardire “di servirsene come i geometri delle loro formule. Ché ci annoieremmo di meno, su tanta letteratura”.

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    Zimo said on May 13, 2013 | 1 feedback

  • 1 person finds this helpful

    *** This comment contains spoilers! ***

    Un grande classico della letteratura italiana, direi che non c'è nulla da commentare sullo stile letterario...
    Per quanto riguarda la forma editoriale, direi che è molto apprezzabile la presenza delle miniature!

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    Athena said on Apr 21, 2013 | Add your feedback

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