Il mio nome è Asher Lev

Di

Editore: Garzanti Elefanti

4.4
(715)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 317 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8811667585 | Isbn-13: 9788811667582 | Data di pubblicazione:  | Edizione 3

Traduttore: Donatella Saroli

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida

Genere: Educazione & Insegnamento , Narrativa & Letteratura , Religione & Spiritualità

Ti piace Il mio nome è Asher Lev?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
I ed. giugno 1996.
III ed. novembre 1999.

Asher Lev, un bambino di Brooklyn, ha la pittura nel sangue. Tutto nelle sue mani diventa disegno, immagine, colore: la casa, la madre, il padre, gli amici, la strada. Ma in una cultura come quella ebraica, tradizionalmente ostile alla rappresentazione figurativa, la vocazione di Asher è destinata a creare difficoltà e discussioni, e alla fine una drammatica rottura. Asher incontra un maestro, va in Europa, a Firenze, Roma, Parigi... Quando torna a New York, è ormai un pittore affermato. Decide di misurarsi con un tema fondamentale nella storia della pittura, la Crocifissione, scatenando un nuovo conflitto con il padre e con il suo ambiente d'origine.
In Il mio nome è Asher Lev, Potok continua ad affrontare le tematiche dei suoi grandi romanzi: il confronto tra la modernità e la tradizione, il rapporto tra la fede e l'arte, il contrasto tra l'individuo e i diversi gruppi di cui fa parte, per nascita o per scelta.
Ordina per
  • 4

    Nonostante sia permeato di religione (che mal sopporto nella vita), è un ottimo libro.
    Un libro che di dialoghi ne ha, ma ridotti all'osso (il protagonista praticamente si esprime a monosillabi), pred ...continua

    Nonostante sia permeato di religione (che mal sopporto nella vita), è un ottimo libro.
    Un libro che di dialoghi ne ha, ma ridotti all'osso (il protagonista praticamente si esprime a monosillabi), prediligendo l'espressività interiore. Spesso denso ma comunque scorrevole, come mi disse la persona che me lo regalò "ha qualcosa di musicale".
    Pesantemente incentrato sui primi anni di vita del protagonista, dopo accelera (fin troppo) sensibilmente. Il finale (anche se c'è un seguito potrebbe finire qui) è molto potente.

    ha scritto il 

  • 4

    Il tormento di un artista chassid

    Marc Chagall era un pittore ebreo. Lo erano anche Chäim Soutine e Max Liebermann. Così come il nostro Modigliani. E' pur vero che di pittori ebrei, nella storia della grande arte, ce ne sono pochi. Il ...continua

    Marc Chagall era un pittore ebreo. Lo erano anche Chäim Soutine e Max Liebermann. Così come il nostro Modigliani. E' pur vero che di pittori ebrei, nella storia della grande arte, ce ne sono pochi. Il problema è che per lo più gli ebrei osservanti ritengono l'arte solo un mero diletto o un blando passatempo. La stessa identica opinione che ha Aryeh Lev, il padre di Asher Lev. Per questo padre è complicato avere a che fare con un figlio, l'unico figlio, portatore di un talento inusuale come quello del disegno. Perché per Asher Lev disegnare è come respirare. Gli viene naturale e gli è necessario. Non sa farne a meno. Sa parlare più e meglio attraverso i suoi disegni che con le parole. Coi disegni racconta il dolore lacerante di sua madre, i silenzi vorticosi che vive e vede, spiega certa solitudine e raccoglie sogni che non saprebbe spiegare altrimenti. Asher possiede un talento eccezionale, un incanto che dallo sguardo passa attraverso le dita e dalle dita ad una matita e da una matita sul foglio da disegno. Ritrae ciò che vede e ne ricava consolazione, pensiero e spesso tormento...

    Continua qui: http://disquilibri.blogspot.it/2016/03/il-mondo-non-e-leggiadro-il-mio-nome-e.html

    ha scritto il 

  • 5

    “Si è mai sentito di un grande artista che fosse felice?”

    Asher Lev è un bambino che ha un dono prezioso, sa disegnare. Sente il bisogno irresistibile di esprimere le sue emozioni ed i suoi sentimenti attraverso la pittura. Questo sarebbe una cosa pregevole, ...continua

    Asher Lev è un bambino che ha un dono prezioso, sa disegnare. Sente il bisogno irresistibile di esprimere le sue emozioni ed i suoi sentimenti attraverso la pittura. Questo sarebbe una cosa pregevole, se non fosse che è ebreo.

    Il padre è un importante rappresentante della comunità dei Chassidim Ladover di Brooklyn ed è molto religioso e rigoroso applicante degli usi, dei costumi e delle tradizioni. E’ un uomo buono ma di vedute ristrette, vede l’arte come qualcosa che distoglie l’attenzione dalle cose importanti, che lui pensa siano solo la religiosità, lo studio, la preghiera. Un uomo che, attento solamente a soddisfare gli obblighi che Dio sembra avergli richiesto, non è in grado di capire chi lui stesso ha generato.

    Asher, che racconta la sua storia in prima persona, passa quindi la sua infanzia combattuto tra il suo bisogno di esprimersi con l’arte e le limitazioni imposte dal suo credo religioso che condanna l'arte figurativa in quanto contraria a Dio.

    Fino a quando incontra un mentore che gli fa capire che l’arte non può che essere libera, altrimenti è solo propaganda. E che:

    "ogni grande artista è un uomo che si è liberato della sua famiglia, della sua nazione, della sua razza. Ogni uomo che ha mostrato al mondo la via alla bellezza, alla vera cultura, è stato un ribelle, un "universale" senza patriottismo, senza casa, che ha trovato la sua gente in ogni dove"

    Un artista non può avere paura di mostrarsi; deve liberarsi degli ormeggi, delle costrizioni, degli obblighi, delle tradizioni. Deve essere libero di innovare. Anche se questo gli causa sofferenza. E in effetti, “si è mai sentito di un grande artista che fosse felice?"

    In tutta la prima parte del libro assistiamo al continuo tentativo di condizionamento del ragazzo: mio padre faceva così e il padre di mio padre faceva così. Non ti vergogni a dire cosà? Cosa direbbe tuo padre se ti sentisse? Cosa penserebbe tuo padre se ti vedesse? Tuo padre è un grand’uomo; cosa ha fatto per meritarsi un figlio come te? "Asher, onorare tuo padre è uno dei Dieci Comandamenti"

    “Il mio nome è Asher Lev” risponde Asher. Che significa che lui è un’altra persona. Che significa affermazione dell’Io. Che siamo tutti diversi; che tutti dobbiamo trovare la nostra strada. Che non esistono strade prefissate. Che dobbiamo affermare con forza la nostra individualità, evitando di cedere ai condizionamenti. Anche se così facendo finiamo per ferire chi più amiamo. Ognuno vivendo afferma il proprio io e lascia vittime sul proprio cammino, anche senza volerlo.
    Molto simile, sotto certi punti di vista, al concetto di tradimento espresso da Oz in Giuda, l’innovazione, il cambiamento, visto come tradimento dei valori del passato.

    Il libro parla anche diffusamente di arte, del concetto di arte in senso lato. L’arte non è tecnica, ma una trasposizione fedele del mondo interiore dell’artista. Dovendo quindi guardare dentro di sè, l'artista non può essere limitato da una qualsivoglia ideologia, ma deve guardare tutto e rappresentarlo senza filtri, senza limiti, senza condizionamenti. L'arte deve mostrare le cose per come sono, non deve allietare, né convertire, né convincere.

    "La vera arte è in stretto rapporto con il dolore. Causa dolore, mostra il dolore. Crocifigge."

    Deve provocare reazione, deve urticare, non deve blandire. Ritorna il concetto appena visto nell’Orfeo di Powers: “Lo scopo della musica non è commuovere gli ascoltatori? No. Lo scopo della musica è svegliare gli ascoltatori. Significa imparare che cosa ripudiare e quando”

    Tanti spunti di riflessione, quindi, in questo libro: assecondare o no la via che i figli vorranno intraprendere? Fino a che punto è corretto il rispetto delle tradizioni? E’ sempre giusto non seguire le orme dei padri? E’ giusto credere “ciecamente” in qualche religione? Qual è il rapporto tra arte ed artista?

    E inoltre: i rapporti tra ebraismo e rappresentazione artistica, tra ebraismo e cattolicesimo, l’importanza al negativo della crocifissione nella religione ebraica (Gesù è stato crocefisso dai romani e da quel momento milioni di ebrei sono morti).

    Credo che quello che Potok ci abbia voluto dire nel libro è di aprire la mente, sforzarsi con umiltà di comprendere i punti di vista altrui ma alla fine pensare sempre e comunque con la nostra testa.

    Un grande, splendido libro, interessante, ben scritto, denso, scorrevole, profondo, con personaggi magnificamente caratterizzati.

    ha scritto il 

  • 4

    Intriso di religione fino al midollo, in modo quasi soffocante e inconcepibile per me, ma giustissimo per il libro in questione. La trama è in apparenza semplice: un bambino ebreo ortodosso di Brookly ...continua

    Intriso di religione fino al midollo, in modo quasi soffocante e inconcepibile per me, ma giustissimo per il libro in questione. La trama è in apparenza semplice: un bambino ebreo ortodosso di Brooklyn che - in una realtà tradizionalmente ostile alla rappresentazione figurativa - ha ricevuto in dono un immenso talento per la pittura e per quel dono è pronto anche a perdere l'appoggio della sua famiglia. Ma nel libro c'è molto di più: è un libro che parla di genialità, dolore e solitudine. Parla del conflitto tra generazioni, del tentativo di conciliare mondi in apparenza inconciliabili, della ricerca della propria strada e di tutta la sofferenza che questo può portare.

    Allora sii un grande artista, Asher Lev; quella sarà l'unica giustificazione per tutto il dolore che causerai.

    ha scritto il 

  • 3

    "Tutto è nelle mani del cielo tranne il timore del cielo.... Il Padrone dell'Universo ci dà qualche barlume solo qualche barlume, tocca a noi aprire bene gli occhi"
    "Possibile che sia tramandato nelle ...continua

    "Tutto è nelle mani del cielo tranne il timore del cielo.... Il Padrone dell'Universo ci dà qualche barlume solo qualche barlume, tocca a noi aprire bene gli occhi"
    "Possibile che sia tramandato nelle generazioni qualcosa di indistinto che prende vita in ogni individuo nel momento più adatto per lui?"

    ha scritto il 

  • 4

    Drammatica, inquietante e molto junghiana l'intuizione di Asher: suo nonno prima e suo padre poi avevano lavorato per l'espiazione del "peccato" dell'Antenato e lui, divenendo un pittore, aveva spezza ...continua

    Drammatica, inquietante e molto junghiana l'intuizione di Asher: suo nonno prima e suo padre poi avevano lavorato per l'espiazione del "peccato" dell'Antenato e lui, divenendo un pittore, aveva spezzato il cerchio, impedendo così che l'espiazione si compisse.
    L'ebreo Asher, come ogni ebreo, porta su di sè il peso di una terribile colpa.

    ha scritto il 

  • 5

    Impegnativo ma bellissimo

    Penso che solo un grande scrittore, o uno particolarmente dotato, possa scrivere un libro così denso di contenuti e riflessioni senza mai scadere nel bieco opinionismo o perdere le fila del romanzo.
    S ...continua

    Penso che solo un grande scrittore, o uno particolarmente dotato, possa scrivere un libro così denso di contenuti e riflessioni senza mai scadere nel bieco opinionismo o perdere le fila del romanzo.
    Si, é vero: la trama é monotona e ci sono pochi avvenimenti salienti o colpi di scena.
    Ma c'è molto di piú: Potok ci fa conoscere la sua cultura, le sue tradizioni con tutti i pro e contro del caso, ci descrive il suo mondo senza celebrarlo e allo stesso tempo facendoci intuire una velata critica nei confronti del rigido mondo osservante.
    La crescita interiore di Asher, gli spaccati sull'evoluzione del suo Dono, le accurate descrizioni del processo creativo, le puntuali descrizioni di tutti i personaggi sono solo una bellissima superficie: leggetelo, c'è molto di più...

    ha scritto il 

  • 4

    tanto mi aveva fatto cacare danny l'eletto, quanto mi è piaciuto questo.
    ciò detto, lancio un appello ai frequentatori del sistema bibliotecario milanese: se vi becco un'altra volta a sottolineare bra ...continua

    tanto mi aveva fatto cacare danny l'eletto, quanto mi è piaciuto questo.
    ciò detto, lancio un appello ai frequentatori del sistema bibliotecario milanese: se vi becco un'altra volta a sottolineare brani ad minchiam coi pastelli azzurri, ve spezzo i diti de le mano e ce gioco a shangai!!!!

    ha scritto il 

  • 4

    Insalatona - 30 ago 15

    Altro bello e piacevole libri letto in questo febbraio in cui si è tornati a prendere in mano non dico dei classici, ma sicuramente dei libri sapienti, sempre sotto la guida delle scrittura delle mie ...continua

    Altro bello e piacevole libri letto in questo febbraio in cui si è tornati a prendere in mano non dico dei classici, ma sicuramente dei libri sapienti, sempre sotto la guida delle scrittura delle mie libropeute di “Curarsi con I libri”. Ed altro libro che, praticamente, si svolge come una potente biografia, anzi auto, visto che viene narrato in prima persona appunto da Asher Lev. Un ebreo, come dice chiaramente il nome. Non solo. Un ebreo chassidico, seguace dei dettami del riverito (e forse santo) rabbino polacco del 1700 Israel ben Eliezer. Ed anche di più, perché scritto da Herman Harold Potok, che assunse lo pseudonimo di Chaim (che significa “vita” in ebraico) e che, oltre ad essere uomo di lettere, fu anche un rabbino statunitense (fu, che purtroppo morì di tumore nel 2002 all’età di 73 anni). Forse più noto per il suo primo libro (“Danny l’eletto”) che io non ho letto, Potok imbastisce qui una trama forse scarna di avvenimenti, ma piena di interrogativi intellettuali, quelli che bene o male hanno fatto da corona a tutta la sua vita. Al centro il contrasto, forte ed insanabile, tra vocazione (o dono superiore) intellettuale e religione. Anche lo scrivere non è tra gli elementi di forza del pensiero chassidico (anche se devo confessare di aver letto di cosa tratti questa corrente ebraica ma di non averla capita fino in fondo), e Potok risolse il suo dramma interiore relegando la scrittura al tempo altro cui non dedicava la sua vita pubblica di rabbino. Qui, con il suo alter-ego Asher Lev, tenta di portare fino in fondo questa contraddizione, provando a vedere cosa succede facendo la scelta opposta. Asher è dotato, fin da piccolo, di una spiccata capacità di disegnare, e per buona parte del libro cerca di descrivere le sue sensazioni visive, il suo modo di cercarne la trasposizione in un mondo bidimensionale (la carta, la tela, i colori; come rendere il freddo del ghiaccio siberiano ad esempio, cercando di far arrivare all’osservatore l’angoscia di chi viene relegato in Siberia come ergastolano per motivi religiosi?). Ma il grande cruccio, il grande dilemma, è che Asher vive all’interno di una comunità chassidica di ebrei fuoriusciti russi, ora residenti a Brooklyn. Dove suo padre è uno dei più stretti collaboratori del capo della comunità. E per la comunità, il padre lavora, viaggia in America, si trasferisce per anni in Europa. Per cercare di diffondere e difendere il credo chassidico. E tutta la sua vita è improntata n questa direzione, così come quella di suo padre e del padre di suo padre. E la pittura non è contemplata come espressione consentita. Non che non si possano dipingere Abramo e calendari sacri. Non è concepita la pittura come espressione dei sentimenti, tanto quanto non sembra possibile o ipotizzabile esprimere comunque sentimenti. Certo, sembra almeno, rispetto ad altri elementi ebraici noti, il seguace chassidico è meno “triste”. Anche la vita è un dono di Dio, e va vissuta con gioia, anche cantando (e spesso si canta durante le festività). Ma la più alta forma di vita è quella dedicata a proteggere gli altri ebrei, a leggere la Torah, ed a santificare le feste, in particolare il Sabato. Asher è stritolato tra il suo dono e l’amore verso il padre. In tutto ciò non bilanciato dalla madre, che vuole bene ad entrambi, ma che non riesce a trovare il modo di farli comunicare. Sarà il capo della comunità a proporre una soluzione, affidando l’educazione a Jacob un membro della stessa un po’ ai bordi, ma che è un grande artista, che ha dipinto con Picasso al Bateau Lavoire (ed io ricordo ancora la bellissima piazzetta Émile-Goudeau a Montmartre). Jacob insegna realmente ad Asher come utilizzare la sua arte, e lo mette in contatto con i mercanti d’arte. Bello è tutto l’apprendistato del giovane, i suoi tentativi. Ed il successo della sua prima mostra, dove la sua comunità non va perché espone dei nudi (vedi sotto il bel commento). Quindi Asher va anche a lungo in Europa, soprattutto a Firenze e Parigi, dove si immerge nei doni dei quadri e delle sculture che vi sono in quantità (stupenda la descrizione della scoperta della Pietà di Michelangelo). Qui fa l’ultimo passo e balzo in avanti. Passo che si preannunciava sin dall’inizio, quando, oltre alla Torah, Asher andava guardando i quadri dei musei newyorkesi, soprattutto quelli della Crocefissione di Gesù. Qui bisogna fare un inciso di carattere storico atto ad una migliore comprensione del racconto: da un lato, ci si narra che il nonno di Asher venne ucciso da un cristiano in tempo di Pasqua, dall’altro non si narra, ma si da per scontato da parte di Potok visto la sua storia personale, come la setta chassidica nacque in un momento di grande fermento religioso nell’ebraismo dovuto alla vicenda settecentesca dei falsi messia Sabbat Zevi e Jacob Frank, e soprattutto della conversione dei frankisti al cristianesimo. Motivo questo che rende l’ebreo chassidico particolarmente sensibile al motivo di Gesù e della croce. Comunque Asher a Parigi dipinge il suo capolavoro, intitolato “Crocefissione a Brooklyn”, dove, inserite in serti crocefiggenti, ritrae tutto il dolore di sua madre, di suo padre ed anche suo per tutti i contrasti personali e religiosi avuti nella loro vita. Il quadro avrà un enorme successo nella mostra di Asher Lev, ma segnerà la rottura definitiva con il padre, ed il suo esilio in Francia da parte della comunità. Che rispetta il dono, ma solo lontano da sé. In fondo, ripensando al libro è quasi più denso di cose rispetto a come mi era scorso sotto gli occhi. Ma tutto, e Potok lo rende magistralmente, all’interno di quel conflitto, in cui Asher sente di avere il dono, ma non se la sente, non vuole, (e non lo farà) allontanarsi dalla religione e dalle pratiche chassidiche. Un bel libro di idee, ben scritto, che pone domande. E quando un libro fa riflettere raggiunge un altro dei suoi nobili scopi. Bello, infine, lo scorrere della Storia in sottofondo, che il nostro pittore nasce nel 1943, e percorre, da ebreo, tutti gli avvenimenti di 25 anni di storia (la rinascita post-bellica, la morte di Stalin, l’ascesa di Kennedy, fino all’alluvione di Firenze). Insomma, un libro da leggere e da discutere.
    “È un uomo testardo. Essere testardi è allo stesso tempo una debolezza e una forza.” (235)
    “- Asher, sono tuo padre, sono un uomo sufficientemente intelligente. Dimmi qual è la differenza tra una donna nuda ed un nudo. – Una donna nuda è una donna senza vestiti. Un nudo è una visione personale dell’artista di un corpo senza vestiti.” (258)

    ha scritto il 

  • 5

    Cosa aggiungere alle recensioni (favorevoli) già inserite? È bellissimo! Certo è difficile capire fino in fondo la Sua religione, l'accettazione alla pittura del figlio ( perfino ai nudi) ma lo sdegno ...continua

    Cosa aggiungere alle recensioni (favorevoli) già inserite? È bellissimo! Certo è difficile capire fino in fondo la Sua religione, l'accettazione alla pittura del figlio ( perfino ai nudi) ma lo sdegno della raffigurazione della Crocefissione....Un arricchimento culturale per chi, come me, è attratto dalla conoscenza di quella Religione. Potok ha una capacità narrativa eccezionale e le scene si snodano come in un film, complimenti anche alla traduzione. È il secondo che leggo, non vedo l'ora di acquistare gli altri. Grazie anobiani, consigli sempre molto preziosi.

    ha scritto il 

Ordina per