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Il mio noviziato

Di

Editore: Adelphi

3.6
(89)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 142 | Formato: Altri

Isbn-10: 8845921492 | Isbn-13: 9788845921490 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: M. Andolfato

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Biography , Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Quando Colette, ventenne, arrivò a Parigi, "non era che una giovane sposa"cresciuta in campagna e non sapeva di avere accanto a sé un affascinante,sottile mostro: Monsieur Willy, personaggio immenso, negriero di una squadradi scrittori chini a lavorare oscuramente per lui, che però aveva più talentodi loro. Dietro alle sue perfidie, ai suoi imbrogli, alle sue crudeltà,permane un elemento di mistero. E Colette subì e capì come nessuno questomonstrum psicologico, divisa fra la gelosia selvaggia e una sinuosacomplicità.
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  • 3

    "Un certo genere di privazioni non agisce mai in profondità sulle persone giovani. Nemmeno il bizzarro le tocca molto [...] Un libro, cento libri, il soffitto basso, la stanza chiusa, dolciumi al posto della carne, una lampada a petrolio invece del sole."


    "Al tempo della mia grande giovine ...continua

    "Un certo genere di privazioni non agisce mai in profondità sulle persone giovani. Nemmeno il bizzarro le tocca molto [...] Un libro, cento libri, il soffitto basso, la stanza chiusa, dolciumi al posto della carne, una lampada a petrolio invece del sole."

    "Al tempo della mia grande giovinezza mi è capitato di sperare che sarei diventata 'qualcuno'. Se avessi avuto il coraggio di formulare per intero la mia speranza, avrei detto 'qualcun altro'."

    ha scritto il 

  • 4

    "...mi è capitato di sperare che sarei diventata 'qualcuno'. Se avessi avuto il coraggio di formulare per intero la mia speranza, avrei detto 'qualcun altro'. Ma vi ho rinunciato presto. Non ho mai potuto diventare qualcun altro"

    Per fortuna che è diventata Colette!

    ha scritto il 

  • 4

    ARTE DI VIVERE - p. 91
    A vivere si impara dunque? Sì, se è senza felicità. La beatitudine non insegna niente. Vivere senza felicità e non deperirne; ecco un'occupazione, quasi una professione.

    VENT'ANNI - p. 44
    A vent'anni si accettano regalmente i doni smisurati.

    SPERAN ...continua

    ARTE DI VIVERE - p. 91
    A vivere si impara dunque? Sì, se è senza felicità. La beatitudine non insegna niente. Vivere senza felicità e non deperirne; ecco un'occupazione, quasi una professione.

    VENT'ANNI - p. 44
    A vent'anni si accettano regalmente i doni smisurati.

    SPERANZE GIOVANILI - p. 14
    Al tempo della mia grande giovinezza mi è capitato di sperare che sarei diventata "qualcuno". Se avessi avuto il coraggio di formulare per intero la mia speranza, avrei detto "qualcun altro".

    BELLEZZA - p. 20
    Rare sono le bellezze che possono abbuffarsi senza decadere!

    VELLEITÀ GIOVANILI - p. 42
    C'è sempre un momento, nella vita dei giovani, in cui morire appare normale e seducente proprio quanto vivere, e io esitavo.

    ha scritto il 

  • 3

    "...mi è capitato di sperare che sarei diventata 'qualcuno'. Se avessi avuto il coraggio di formulare per intero la mia speranza, avrei detto 'qualcun altro'. Ma vi ho rinunciato presto. Non ho mai potuto diventare qualcun altro"

    "Il mio noviziato": una Colette matura (il libro fu pubblicato nel 1936) che rievoca le sofferenze dei suoi venti/trent'anni.
    Questo libro rappresenta uno sguardo prezioso sul passato non come tempo privo di significato, poiché oramai irrimediabilmente trascorso, ma pieno di valore proprio ...continua

    "Il mio noviziato": una Colette matura (il libro fu pubblicato nel 1936) che rievoca le sofferenze dei suoi venti/trent'anni.
    Questo libro rappresenta uno sguardo prezioso sul passato non come tempo privo di significato, poiché oramai irrimediabilmente trascorso, ma pieno di valore proprio perché si è svolto come si è svolto, costellato di quei travagli che al tempo, magari, lei malediva a bassa voce, e ai quali ora guarda invece con un tenero ed indulgente sentimentalismo (è la tenerezza della donna vissuta nei confronti della giovinetta ingenua: Colette, infondo, sorride di sé, della sua inesperienza di ragazza di campagna, precipitata, improvvisamente, in una Parigi famelica e luminosa, così diversa dalla provincia adorata con la quale era vissuta in perfetta simbiosi per quasi vent'anni).
    Sembra grata, ora, alle oscure sofferenze (interi pomeriggi trascorsi nell'appartamento che condivideva con il marito, a leggere o a mangiare dolciumi, perché troppo spaventata dalla metropoli, tentacolare e tentatrice, che, già grande di suo, ella provvedeva ad accrescere grazie ad una fantasia eccitabile; solo un cane ed una gatta ad alleviare il peso psicologico di una simile reclusione) di allora, che l'hanno plasmata, rendendola "forte", piena di vita e di coraggio.
    Là le radici dell'anticonformismo che hanno reso grande Colette, sia nell'arte che nella vita, là la nascita di una grande scrittrice (da una casuale proposta di Willy, che la invitò a buttare giù qualche ricordo dei tempi della scuola; quello che lei scrisse, fu giudicato da lui impubblicabile: dopo aver debitamente rimaneggiato il materiale grezzo, Willy vi appose la propria firma, dando vita alla celebre saga di "Claudine"): è difficile credere che da una pallida fanciulla (bella come appare nella foto di copertina: con quel profilo greco e quel corpo vigoroso ma al tempo stesso filiforme, cesellato come quello di una statua, e mortificato da un grembiule scolastico e da un paio di stivaletti scuri, che virilizzavano appena la grazia degli occhi allungati; e poi quei capelli, non più il 'serpente' del quale orgogliosamente parla tra le pagine de "Il mio noviziato", bensì tutti ricci, striati da riflessi rossastri) remissiva e timida, soggiogata dalla personalità prorompente e dispotica del marito Willy (nei confronti del quale lei prova, comunque, gelosia), sia potuta nascere la Colette che conosciamo oggi.
    Eppure i tour de force, vere proprie apnee dentro la crème mondana ed intellettuale della capitale, ai quali il marito la obbligava, costituirono un humus assolutamente congeniale alla sensibilità e all'acume della scrittrice: in quegli anni Colette si riempì gli occhi di colori, scene (anche quella sensuale di due amanti riappacificati dopo un litigio), personaggi; quegli stessi elementi, poi, li rilascerà (lenti come lacrime, gocce perfette di pulsioni e contemplazione) sopra le pagine dei suoi libri, fissando e sublimando quegli anni di vita intensa (come si fa, mi chiedo, a descrivere la cioccolata come lilla? Eppure, in quell'aggettivo, apparentemente così fuori luogo, c'è tutta la vellutata dolcezza di un cioccolato fluido ed insieme morbido, che sembra addirittura di poter gustare) attraverso l'arte.
    Tanta vita, dunque, ma poca arte: solo la genesi, tormentata, del ciclo delle "Claudine" (sempre che questa distinzione abbia un senso nel caso di Colette).
    Un ultimo appunto sulla figura della madre di Colette, Sido (che la scrittrice omaggiò nel libro omonimo, pubblicato nel 1930): nella descrizione della pacata e saggia progenitrice, Gabrielle riesce a condensare tutta la sua tenerezza di figlia devota e tutta la sua insofferenza di bambina che vorrebbe (e non vorrebbe) riuscire a crescere lontana dall'ingombrante ombra materna.

    ha scritto il 

  • 3

    E' una Colette timorosa e incerta quella che emerge da questi ricordi, una scrittrice in fieri che scopre il proprio talento quasi per caso e che si affaccia timidamente sulla scena bohémienne dei primi del Novecento. Tra le tante figure di artisti che attraversano queste pagine, spicca quella di ...continua

    E' una Colette timorosa e incerta quella che emerge da questi ricordi, una scrittrice in fieri che scopre il proprio talento quasi per caso e che si affaccia timidamente sulla scena bohémienne dei primi del Novecento. Tra le tante figure di artisti che attraversano queste pagine, spicca quella di M. Willy, geniale e tirannico marito di Colette, autore di numerosi romanzi senza aver praticamente mai scritto una riga.

    ha scritto il 

  • 3

    Un matrimonio della belle époque

    Amo Colette per la qualità della sua scrittura, per le descrizioni, per il suo modo di dipingere i personaggi con tocchi veloci.
    Questo libro, scritto a metà degli anni '30 sul suo matrimonio e sull'ambiente parigino di fine ottocento/inizio novecento fa comprendere parecchio della sua stor ...continua

    Amo Colette per la qualità della sua scrittura, per le descrizioni, per il suo modo di dipingere i personaggi con tocchi veloci.
    Questo libro, scritto a metà degli anni '30 sul suo matrimonio e sull'ambiente parigino di fine ottocento/inizio novecento fa comprendere parecchio della sua storia, ma i protagonisti, per lei distanti solo vent'anni e ancora notissimi ai lettori dell'epoca, sono invece troppo lontani da noi perchè possiamo goderceli pienamente.
    "La gatta", "Sido" e anche la serie delle Claudine, che in questo libro tanto critica, sono riuscita a seguirli di piu'.

    ha scritto il