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Il nazista & il barbiere

Di

Editore: Marcos y marcos (minimarcos)

4.0
(207)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 476 | Formato: Copertina morbida e spillati | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco

Isbn-10: 8871684958 | Isbn-13: 9788871684956 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Maria Luisa Bocchino , Marzia Luppi Cortaldo

Disponibile anche come: Altri

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Ecco a voi Max Schulz: poveraccio ariano, occhi da rospo e naso a becco, figlio di padre ignoto. Il suo migliore amico: Itzig Finkelstein, biondo, occhi azzurri, ebreo, figlio di un ricco barbiere. Nel terzo Reich, Max Schulz fa carriera: SS, brigate nere, specialista sterminatore in Polonia. In Polonia, nel terzo Reich, Itzig Finkelstein e famiglia vengono sterminati. A guerra finita, Max Schulz dribbla magistralmente russi e partigiani e torna a Berlino. Ricercato dal nuovo governo come criminale di guerra, decide di cambiare identità. Si fa tatuare un codice di Auschwitz sul polso, si fa circoncidere. D'ora in avanti, sarà Itzig Finkelstein, barbiere ebreo. Riceverà gli aiuti destinati alle vittime dell'olocausto, si avvicinerà al movimento sionista...
Un romanzo provocatorio, pronto a disintegrare convenzioni e tabù. Un intruglio magico di umorismo nero, grottesco, fiabe capovolte, pura poesia.
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  • 4

    Ero indecisa fra le tre e le quattro stelline, ma alla fine ho deciso di premiarlo per l'originalità con cui tratta il tema della causa ebraica. La mia perplessità sta nell'uso troppo abbondante di puntini di sospensione e punti esclamativi, che alla lunga mi irritano un po', anche se capisco che ...continua

    Ero indecisa fra le tre e le quattro stelline, ma alla fine ho deciso di premiarlo per l'originalità con cui tratta il tema della causa ebraica. La mia perplessità sta nell'uso troppo abbondante di puntini di sospensione e punti esclamativi, che alla lunga mi irritano un po', anche se capisco che l'autore abbia scelto questo stile "propagandistico" per dare al libro un taglio ben preciso.
    Il problema è che la prima metà mi ha completamente stregata, affascinata, terrorizzata, ma la seconda mi ha un po' annoiata. Eppure questo personaggio così irriverente, opportunista, menefreghista ha tutte le qualità per rendersi indimenticabile. Max Schulz, tedesco ariano dagli occhi di rospo, naso storto, basso con i capelli castani, da bambino è molto amico di Itzig Finkelstein, ebreo suo coetaneo ma biondo con gli occhi azzurri. Dopo essere diventato una SS e aver sterminato migliaia di ebrei, per Max è facile farsi passare lui stesso per ebreo, assumendo l'identità del suo vecchio amico ormai morto in un campo di concentramento. Perché secondo Max - Itzig - sono gli ebrei ad aver vinto la guerra. E così il suo opportunismo lo porta ancora una volta a seguire la corrente, arrivando persino in Israele per combattere per la causa sionista.
    I deliri di questo personaggio così assurdo e senza compromessi lasciano pietrificati. La naturalezza con cui ammette di aver semplicemente fatto quello che gli veniva spontaneo fare, senza alcun riguardo per la famiglia, l'amicizia, la pietà umana, è davvero agghiacciante. Mi ha lasciato una sensazione amara che non se ne andrà tanto presto.

    ha scritto il 

  • 4

    Carnefici o vittime ?

    Un modo diverso di raccontare lo sterminio degli ebrei.
    Visto dalla parte di un nazista e di un ebreo, due anime opposte rinchiuse dentro la stessa persona. Un libro a volte brillante, a volte noioso, a volte inquietante, sicuramente originale. Alla fine, tutti siamo un po' carnefici e un p ...continua

    Un modo diverso di raccontare lo sterminio degli ebrei.
    Visto dalla parte di un nazista e di un ebreo, due anime opposte rinchiuse dentro la stessa persona. Un libro a volte brillante, a volte noioso, a volte inquietante, sicuramente originale. Alla fine, tutti siamo un po' carnefici e un po' vittime, nel nostro piccolo.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    L'ULTIMO DEGLI ULTIMI

    Edgar Hilsenrath. La terza di copertina recita " [...] lo <<Spiegel>> prima, ma soprattutto lo <<Zeit>>, con l'accorata "apologia" di Heinrich Böll, fecero finalmente giustizia, accogliendo Edgar Hilsenrath tra i grandi scrittori tedeschi contemporanei, accanto a Günter Gr ...continua

    Edgar Hilsenrath. La terza di copertina recita " [...] lo <<Spiegel>> prima, ma soprattutto lo <<Zeit>>, con l'accorata "apologia" di Heinrich Böll, fecero finalmente giustizia, accogliendo Edgar Hilsenrath tra i grandi scrittori tedeschi contemporanei, accanto a Günter Grass".
    E in effetti posso concordare, visto il bellissimo stile con cui scrive. Eppure io, in quasi dieci anni di studio della letteratura tedesca, non l'avevo mai sentito nominare! Nessun docente, sia al liceo che all'università, ha mai citato il nome di quest'autore, nemmeno di sfuggita! Già, come se la letteratura tedesca si fosse fermata a Bertolt Brecht...

    Detto questo...passiamo al libro! Come detto, lo stile é molto bello: una prosa che è pura poesia! La narrazione è fluente e coinvolgente. All'autore vanno sicuramente cinque stelline, e sicuramente mi procurerò altre sue opere, per approfondire la sua conoscenza.

    Al protagonista invece di stelline non ne darei neanche una!
    Non sono riuscita assolutamente a entrare in empatia con lui! Non sono riuscita a provare, in nessuna parte del libro, la benchè minima pietà per lui, nè a giustificare il suo comportamento!
    Indubbiamente non ha avuto un'infanzia facile, e ha subito terribili violenze, soprusi e umiliazioni che lo hanno segnato, ciononostante non riesco a considerarlo un "poveraccio" di cui avere pena.

    Quello che Max Schulz fa alla fine della guerra è, a mio parere VERGOGNOSO!
    Max Schulz è una SS, uno sterminatore, come lui stesso sottolinea per tutto il romanzo.
    Max Schulz ha compiuto crimini contro l'umanità, ha ucciso migliaia e migliaia di uomini, e sa che per questo dovrà pagare, se preso dagli Alleati.
    Max Schulz è braccato, e per sfuggire al suo destino si impossessa dell'identità del suo vecchio amico ebreo Itzig Finkelstein e si crea una nuova vita, in Israele addirittura!

    Si impossessa della vita di una persona che lui stesso ha ucciso, alle spalle oltre tutto, da VERO VIGLIACCO! E poco importa che avesse cercato di salvare Itzig dal suo destino di morte mettendolo a lavorare nella cucina del lager. Così come poco importa che la coscienza di Max Schulz a un certo punto si "ribelli" a tal punto da spingerlo a confessare la verità a un vecchio giudice: comodo farlo dopo quasi 25 anni e dopo essersi rifatto una vita!
    Altrettanto comodo cercare di mitigare la propria colpa nascondendosi dietro la patetica scusa: "ero solo un pesce piccolo / seguivo soltanto la corrente, tutti lo facevamo perché a quell'epoca era legale!"
    Non consola il fatto che Max Schulz alla fine dovrà confrontarsi con il giudizio divino: Max Schultz e molti molti altri come lui avrebbero dovuto scontare la loro colpa su questa terra!
    Questo personaggio per me merita un solo aggettivo: gretto!

    ha scritto il 

  • 0

    un delirio, come si conviene in questi casi.
    [un po’ diseguale, ma i delirii sono così].

    dice pasqualino settebellezze che l'importante è sopravvivere.
    se sei nato male, abbellisci la tua ascendenza, fingi con te stesso, cerca di vederla meglio di quello che è.
    se sei sta ...continua

    un delirio, come si conviene in questi casi.
    [un po’ diseguale, ma i delirii sono così].

    dice pasqualino settebellezze che l'importante è sopravvivere.
    se sei nato male, abbellisci la tua ascendenza, fingi con te stesso, cerca di vederla meglio di quello che è.
    se sei stato violentato da piccolo, puoi usare la cosa come giustificazione o per dire che non sei tutto centrato.
    se sei brutto come il culo... beh, per questo puoi fare poco. ma fai abbastanza soldi e vedrai che andrà bene lo stesso.
    cosa sai fare? sai parlare? bene. parla, allora.
    fai una scelta.
    se scegli di non essere invidioso di chi è, invece, nato bene, fortunato, bello come un ariano pur essendo ebreo, potrebbe convenirti diventare suo amico. anche imparare le tradizioni ebraiche può servire.
    e, sempre se serve, puoi uccidere il padre del tuo migliore amico, colui che ti ha accolto in casa sua, che ti ha dato un mestiere.
    puoi uccidere sua madre.
    puoi uccidere il tuo stesso amico.
    [basta che non ti guardi negli occhi].
    lascia perdere i sentimenti, pensa solo a sopravvivere.
    eventualmente, se serve, puoi anche uccidere un, diciamo, decimigliaio di persone.
    senza provare piacere, senza provare disgusto.
    lo fai e basta.
    tuttavia.
    c’è un problema.
    non lo avevi considerato, c’è.
    per quanto tu riesca a non pensare ai tuoi sentimenti, tutti i tuoi sentimenti, non solo la pietà, ma anche la rabbia, per quanto tu riesca a nasconderli bene, se anche riesci a convincerti che uccidere altro non è che un modo per spalare la neve.
    beh.
    un rimasuglio di umanità ti resterà appiccicato addosso.
    quello ti fregherà.

    [mi è quasi venuta voglia di leggere il tamburo di latta].

    ha scritto il 

  • 2

    I libri ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale, nella Germania nazista non sono mai stati i miei preferiti. Non perché l’argomento non mi interessi, tutt’altro. Sarà perchè alle elementari e alle medie le insegnati ci proponevano storie di sopravvissuti e partigiani, di soldati tedeschi co ...continua

    I libri ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale, nella Germania nazista non sono mai stati i miei preferiti. Non perché l’argomento non mi interessi, tutt’altro. Sarà perchè alle elementari e alle medie le insegnati ci proponevano storie di sopravvissuti e partigiani, di soldati tedeschi con gli occhi pieni di odio e terrore, di bambini deportati e uccisi, di Anna Frank e il suo Diario....
    L’Olocausto è una ferita non rimarginata.
    Ha spezzato il respiro al mondo intero e ci ha svelato che non c’è bisogno di frugare negli armadi o guardare sotto i letti, per trovare i mostri.
    Perciò di solito tendo ad evitare i libri che riguardano, anche alla lontana, l’Olocausto.
    Perché fanno male.
    Poi però succede un fatto.
    Succede che in occasione di una vacanza estiva in Europa, quest’estate, mi ritrovo in Germania. Chi mai l’avrebbe detto!!
    E succede che decido di “visitare” il primo campo di concentramento nazista costruito nel 1933, appena un mese dopo la presa del potere di Hitler: DACHAU.

    Dachau fece da modello a tutti i lager nazisti eretti successivamente; fu la scuola dell'omicidio delle SS che esportarono negli altri lager "Lo spirito di Dachau", il terrore senza pietà.
    Nel campo transitarono circa 200 000 persone e secondo i dati del Museo di Dachau, 41 500 vi persero la vita. I deportati in arrivo al lager percorrevano una larga strada curata, la "Lagerstrasse" al termine della quale era situato il cosiddetto "Jourhaus", la "porta dell'inferno", il simmetrico edificio del comando di campo con un posticcio torrino di guardia sul tetto, dove una guardia era sempre pronta a fucilare chiunque oltrepassasse il confine; lo Jourhaus è attraversato nel mezzo dall'arco d'ingresso al campo, completamente chiuso, a sua volta, da una estesa grata in ferro battuto con un piccolo cancello al centro, che reca la scritta: "Arbeit macht frei (Il lavoro rende liberi).
    Con gli anni quella scritta divenne la macabra ironia tristemente famosa di Dachau e delle migliaia di lager dove si praticava, invece, lo sterminio tramite il lavoro. Di un infinito numero di prigionieri che varcarono quel cancello non è rimasto nulla.
    Non racconterò cosa ho provato alla vista di questo luogo, né racconterò gli odori che ho annusato, l’atmosfera che ho percepito, o almeno non in questa sede.
    Ma forse è stata proprio questa esperienza che mi ha spinto a comprare, senza neanche starci troppo a pensare, uno di quei libri che fanno male: Il nazista & il barbiere di Edgar Hilsenrath.
    Una piccola nota sull’autore credo sia doverosa. Hilsenrath è nato a Lipsia nel 1926. Ebreo d’origine orientale, fugge in Romania con la famiglia per sottrarsi alla minaccia nazista; tuttavia viene deportato in Ucraina e vi rimane fino al 1944. Aderisce al movimento sionista, si stabilisce in Palestina . Ma la sua anima errante lo porta in Francia, Stati Uniti e dopo un’odissea lunga 37 anni rientra in Germania, precisamente a Berlino, dove tuttora risiede.
    Il nazista & il barbiere è la storia di Max Schultz, uno sterminatore, un picchiatore, un convinto nazista, un antisemita. Un sergente delle SS.
    Ma è anche la storia di una vittima, non solo di un carnefice. Max è figlio illegittimo di una cameriera, diciamo così, dal facile costume, che viene cacciata dalla casa dove prestava servizio poco dopo la nascita del bambino. Così, accompagnata dai presunti cinque padri del neonato, la donna, Minna Schultz, finisce per stabilirsi da Anton Slavitzki, un barbiere, un lercio e stupratore barbiere, che alterna le proprie attenzioni tra il neonato Max e la madre.
    Davanti al negozio di barbiere di Anton Slavitzki c’è un salone vero e proprio, chiamato L’Uomo di Mondo, di proprietà dell’ebreo Chaim Finkelstein. Con lui vive il figlio, nato a due minuti esatti di distanza da Max, Itzig Finkelstein. Quell’Itzig cui, dopo la disfatta della Germania, Max ruberà il nome e la storia.
    Max vive del riflesso di Itzig. Sono inseparabili. A scuola insieme, in sinagoga insieme, al ginnasio insieme, apprendisti insieme a L’Uomo di Mondo. Diventano complementari. Max ha i tipici tratti degli ebrei, Itzig è biondo, con gli occhi azzurri come un vero ariano.
    Poi arriva il nazismo, arriva Hitler. E quel suo discorso sulla collina cambia Max e il suo mondo, gli attacca la rabbia e gli estirpa gli occhi. L’autore descrive quel discorso in un modo tremendo e meraviglioso insieme. Parla delle fruste con cui Anton Slavitzki picchiava Max, di tutte le angherie ricevute, le assimila in un perfetto parallelo con tutti i tedeschi intenti ad ascoltare Hitler. È un momento intenso e rivoltante, cui segue quanto già dalla storia conosciamo. Lo sterminio degli ebrei.
    Max Schultz diventa sergente, viene mandato nel campo di sterminio in Polonia. Diventa carnefice di milioni di ebrei, diventa carnefice del suo stesso amico, fratello inseparabile, diventa carnefice della stessa famiglia che l’aveva accolto e instradato al lavoro di barbiere.
    E così dall’innocente neonato che un tempo aveva portato il nome di Max Schulz era sbocciato un piccolo torturatore di topi, e dal torturatore di topi, un giovanotto colto, e dal giovanotto colto, un barbiere. E dal barbiere un milite delle SS e dal milite delle SS uno sterminatore. E dallo sterminatore un piccolo corsaro nero ebreo di nome Itzig Finkelstein, alias Max Schultz, pioniere, l’esule che ritorna, un combattente per la libertà.
    Lo stile è piuttosto colloquiale, chiaro e complesso al tempo stesso. Scritto in prima persona, la parola sempre a Max Schulz o Itzig Finkelstein. Schietto e a tratti volgare. Ho spesso chiuso gli occhi per non vedere oltre il senso di quelle parole, per non immaginare il dolore di certe azioni...

    ha scritto il 

  • 5

    La realtà supera la fantasia.
    Per istinto di sopravvivenza la memoria involontaria recupera solo certi ricordi, altri li trasfigura e certa "realtà" la cancella. Finché il controllo si allenta e basta un'immagine inaspettata a ripristinare quella realtà, come un accidentale restore di un au ...continua

    La realtà supera la fantasia.
    Per istinto di sopravvivenza la memoria involontaria recupera solo certi ricordi, altri li trasfigura e certa "realtà" la cancella. Finché il controllo si allenta e basta un'immagine inaspettata a ripristinare quella realtà, come un accidentale restore di un automatico backup mai programmato, ché eliminare definitivamente non si riesce.
    Racconto poetico di un incubo.

    "Se potessi non scriverei così. Mi sento in colpa per essere sopravvissuto". Edgar Hilsenrath

    ha scritto il 

  • 5

    X-Men: Magneto Testament

    Ho sempre avuto grossi problemi con la poesia, fatica e pensieri più che altro. Troppa e troppo concentrati per ogni sillaba di levità. Con la poesia non ci si distrae, si vorrebbe, è questo il problema grosso.
    Ma questo è un romanzo. Sì, va bene, si sa come sono gli scrittori dell’est di u ...continua

    Ho sempre avuto grossi problemi con la poesia, fatica e pensieri più che altro. Troppa e troppo concentrati per ogni sillaba di levità. Con la poesia non ci si distrae, si vorrebbe, è questo il problema grosso.
    Ma questo è un romanzo. Sì, va bene, si sa come sono gli scrittori dell’est di una certa età, soprattutto se hanno sofferto persecuzioni, segregazioni, esili e povertà o, peggio, censure: sono un po’ lallèro.
    Non è che non siano realistici o che non stiano coi piedi per terra, è che hanno il vizio di farcire e mettere le ali alle parole e così sembra sempre che raccontino favole meravigliose. Non hanno l’aspetto delle storie realmente accadute quelle che raccontano e in più sono faticose perché sono intricate e germinano pensieri che spesso non c’entrano niente con i fatti narrati, colpa delle ali che mettono alle parole.
    Alla fine però è prosa, che diamine, al massimo tolgo le piume e mi leggo il resto, ho pensato.

    A pagina due avevo già capito che le piume mi avrebbero tolto il fiato, a pagina cinque seguivo solo le piume perché il resto non era sostenibile, tecnicamente splendido, umanamente non sostenibile.
    Pugno nello stomaco non rende l’idea, un milione di pugni nello stomaco al secondo comincia a rendere l’idea. Lievissimi, un milione.

    Tocca mettercele per forza le piume, ho pensato, e poi ho pensato a che stomaco ci vuole per riuscire, nonostante milioni di pugni, a trovare le piume da mettere a tutto questo.
    E allora ho pensato alla poesia, poi ho pensato a Edgar Hilsenrath e al suo stomaco e alla fine ho pensato: minchia (sì, l’ho proprio pensato).

    Non ha nessuna importanza che questa sia una storia sull’olocausto, che è uno dei temi d’impatto emotivo storicamente più forti al mondo, anzi l’olocausto passa in secondo piano e non perché il libro sia scritto come una commedia, affatto. E questo è stato il secondo minchia.
    Il libro è scritto come una cronaca, la cronaca personale del protagonista, un sopravvissuto, che a un certo punto della sua vita racconta la sua vita in prima persona: i fatti in tutta sincerità. Così come li ha vissuti, come se li ricorda, così com’erano, in una soggettiva spettacolare lunga quasi cinquecento pagine in cui storia, tempo, ideali, sogni, orrori, persone, fantasmi, bellezza e meschinità esteriore ed interiore si mischiano continuamente.

    Il punto di forza di questo libro non è nemmeno l’intreccio, che pure è ben congegnato e affonda le sue radici nel grande romanzo di avventura e di formazione; pieno di peripezie ad ostacoli, stratagemmi, incantesimi e fughe rocambolesche, tutto per raggiungere la consapevolezza del proprio posto nel mondo.

    Ciò che rende grande questo romanzo è che tutta la storia è raccontata dalla voce del protagonista, Max Schulz, il cattivo senza remore più cattivo che sia mai esistito.
    Il fatto è che non è un violento o un assassino o un prevaricatore, Max Schulz è un uomo come tanti della sua generazione, uno senza grilli per la testa, tendenzialmente un buono. E ascoltando la sua storia non si fa fatica a credergli.
    È un uomo senza null’altro scopo nella vita che stare tranquillo e lui sa che per stare tranquilli bisogna stare sempre dalla parte giusta, che sarebbe quella del più forte, per lo meno non si prendono legnate, al più può capitare di darle, se proprio.

    Max Schulz è figlio di una prostituta di una piccola cittadina della Germania, è un bambino povero e sporco in maniera indecente, è l’ultimo della classe, è svogliato, è brutto, ha il naso adunco e gli occhi da rospo, da piccolissimo subisce abusi, violenze e maltrattamenti terribili.
    Ha un solo amico, Itzig Finkelstein, suo coetaneo, ma borghese, che gli insegna quanto può essere bello avere una famiglia, una cultura e un’identità, imparare un mestiere, vivere una vita tranquilla.
    Max Schulz stavolta impara tutto subito, Itzig è suo amico, suo fratello, il suo compagno di giochi e di studio, che bello avere un amico come Itzig, improvvisamente tutto diventa più sopportabile, anche le frustate che prende a casa ogni sera.
    Poi arriva la guerra e Max Schulz sceglie la parte giusta senza pensarci due volte.
    Poi finirà la guerra e Max Schulz sceglierà ancora una volta la parte giusta, senza pensarci due volte.
    Ciò che muove Max Schulz non è ambizione, né sopraffazione, né malanimo, né avidità, né vendetta, né sete di potere. È qualcosa di infinitamente più spaventoso.

    “Caro Itzig. Questa non è una lettera. Non sto scrivendo affatto. Sto solo pensando. Oppure penso di stare pensando. Sto immaginando di scrivere a te, al morto. Quanti ne ho assassinati? Non lo so. Non li ho contati, ma credimi, Itzig, non ero antisemita. Non lo sono mai stato. Seguivo soltanto la corrente. Io, Itzig Finkelstein, a quel tempo ancora Max Schulz, non ho mai odiato gli ebrei, ho sempre avuto l’aspetto dell’ebreo, anche se non corrisponde a verità. Ma la gente lo diceva. Sì, la gente diceva: ‘sembra un ebreo’. Caro Itzig. Non credere che sia stato semplice”.

    Siamo fatti della stessa stoffa dei sogni. Perciò, attenzione.

    ha scritto il 

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