Crea la tua biblioteca Iscriviti

Insieme troveremo i libri migliori

[−]
  • Cerca Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

Il nazista & il barbiere

Di

Editore: Marcos y marcos (minimarcos)

4.1
(215)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 476 | Formato: Copertina morbida e spillati | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco

Isbn-10: 8871684958 | Isbn-13: 9788871684956 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Maria Luisa Bocchino , Marzia Luppi Cortaldo

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature , History

Ti piace Il nazista & il barbiere?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
Ecco a voi Max Schulz: poveraccio ariano, occhi da rospo e naso a becco, figlio di padre ignoto. Il suo migliore amico: Itzig Finkelstein, biondo, occhi azzurri, ebreo, figlio di un ricco barbiere. Nel terzo Reich, Max Schulz fa carriera: SS, brigate nere, specialista sterminatore in Polonia. In Polonia, nel terzo Reich, Itzig Finkelstein e famiglia vengono sterminati. A guerra finita, Max Schulz dribbla magistralmente russi e partigiani e torna a Berlino. Ricercato dal nuovo governo come criminale di guerra, decide di cambiare identità. Si fa tatuare un codice di Auschwitz sul polso, si fa circoncidere. D'ora in avanti, sarà Itzig Finkelstein, barbiere ebreo. Riceverà gli aiuti destinati alle vittime dell'olocausto, si avvicinerà al movimento sionista...
Un romanzo provocatorio, pronto a disintegrare convenzioni e tabù. Un intruglio magico di umorismo nero, grottesco, fiabe capovolte, pura poesia.
Ordina per
  • 2

    Il supereroe sul carro del vincitore

    Non posso dire che mi sia piaciuto questo libro. Il protagonista è uno dei più perfidi che abbia mai incontrato nelle mie letture. Assassino spietato, senza nessuna riconoscenza verso chi l'ha aiutato ...continua

    Non posso dire che mi sia piaciuto questo libro. Il protagonista è uno dei più perfidi che abbia mai incontrato nelle mie letture. Assassino spietato, senza nessuna riconoscenza verso chi l'ha aiutato e soprattutto senza nessuna forma di pentimento verso le atrocità commesse. E' un approfittatore spudorato, sempre pronto, come dice lui, a saltare sul carro del vincitore. Per cui dapprima diventa SS e stermina centinaia di migliaia di ebrei, poi, alla fine della guerra, visto che "è stata vinta dagli ebrei", si spaccia per ebreo, assumendo l'identità di un suo amico a cui ha sparato alle spalle. Agghiacciante. E ciò che è ancora più agghiacciante è proprio la "normalità" di questa persona. Non è un esaltato, è un mediocre che va dove tira il vento e fa ciò che di volta in volta è più opportuno fare. Quanti tedeschi si sono lasciati trascinare così nella voragine del nazismo?
    Ultima annotazione sullo stile. Non mi è piaciuto. Spesso i discorsi sono vuoti e molte parti del libro potrebbero tranquillamente essere stralciate. Letto in lettura veloce.

    ha scritto il 

  • 5

    Ci si domanda spesso cosa e chi si nasconda davvero siti come questo di Anobii e su cosa davvero si voglia ottenere rispetto all’azione della lettura e suoi connessi. A ben intendere è pure ovvio che ...continua

    Ci si domanda spesso cosa e chi si nasconda davvero siti come questo di Anobii e su cosa davvero si voglia ottenere rispetto all’azione della lettura e suoi connessi. A ben intendere è pure ovvio che Anobii può servire molto agli editori e al mercato del libro cioè a coloro i quali vogliono controllare e gestire a proprio utile preferenze letterarie e gusti del lettore facendo passare in secondo piano gli interessi dei lettori e degli amanti del libro. È poi pure probabile che la volontà di controllo del gusto e del suo indirizzo si estenda in parallelo all’utilizzo dello stesso mezzo elettronico. Ma intanto che qualcuno riesce a scoprirlo e a manifestarlo apertamente, devo riconoscere che Anobii mi consente a volta ancora a incuriosire, facendomi conoscere letterature a me sconosciute, raccogliendo qua e là qualche consiglio. Purtroppo visto che la scomparsa del libraio-consigliere per me, come credo per tanti, è stata catastrofica e visto che non frequento ambienti o salotti pseudo culturali le mie informazioni sono quelle basiche dell’italiano medio acculturato, quelle cioè attinte soprattutto dalla radio (la 3) e dalla tv (fazio, figurati!), palesi marchette editoriali alla fine sono riconoscente su alcuni consigli di lettura che trovo in questo sito. Nel caso del libro di Hilsenrath, ad esempio, devo ringraziare pubblicamente l'iscritto Pa Mi che me l’ha fatto conoscere. In sostanza: questa vicenda degli amici/nemici uno nazista e l’altro barbiere è una storia che mi ha portato davvero in alto e mi ha consentito di praticare scenari per me inimmaginabili, lati oscuri e perversi non risolti della shoah. Due personaggi che da due diventano uno e che incrociano il proprio destino perché è la Storia stessa che vuole intrecciare e confondere le parti per gestirle e dominarle. Uomini che si confondono così come si confondono i luoghi e gli spazi, così come sono confusi i confini delle nazioni che mutano a seconda dei tempi e delle opportunità. Leggetelo pure, a nome di Pa Mi, e un po’ adesso anche a nome mio se interessa. E sappiatelo pure voi, mercanti del libro che ci gestite e controllate! Viva il libro, ma non tutti i libri. Viva questo libro! Viva Pa Mi, a meno che Pa Mi non sia pure lui un prezzolato di Marcos y Marcos.
    (PS= dopo aver sgombrato il campo dalla dietrologia, occorre dire almeno una cosa. Pur volendo pensare tutto il male possibile, è sempre utile rammentare che a pensar male comunque si fa peccato ma a volte ci si azzecca. Parlo di Anobii e similari ovviamente, non di Pa Mi)

    ha scritto il 

  • 4

    Il pesce piccolo che visse due volte

    Germania orientale, anni venti: Max Schulz è l’ultimo tra i reietti nella zona ebraica della cittadina di Wieshalle (nome di fantasia). Figlio di una prostituta e di non si sa bene quale padre (cinque ...continua

    Germania orientale, anni venti: Max Schulz è l’ultimo tra i reietti nella zona ebraica della cittadina di Wieshalle (nome di fantasia). Figlio di una prostituta e di non si sa bene quale padre (cinque gli “indiziati”), brutto come la fame, vessato e abusato già in tenerissima età dall’orribile patrigno Slavitzki – un barbiere di terz’ordine – cresce lontano dalla grazia abitando i peggiori scantinati possibili, in un clima di rancore strisciante, vuoto affettivo e miseria culturale. Nel decennio turbolento che condurrà all’affermazione di Hitler, periodo in cui il risentimento popolare per la sconfitta nella Grande Guerra e un’inflazione galoppante saranno pretesti scientemente cavalcati per alimentare l’odio verso gli ebrei, lui, ariano dai caricaturali tratti semitici, trova l’unico conforto a un’esistenza sventurata proprio nell’amicizia di un’agiata famiglia di borghesi ebrei, i Finkelstein: il giovane Itzig, nato il suo stesso giorno ma, a differenza di lui, bello, biondo e con gli occhi azzurri, che lo incoraggia negli studi, gli insegna l’yiddish, le preghiere e i riti del popolo eletto; e il padre di questi, Chaim, che lo introduce al mestiere di barbiere e gli offre un posto di lavoro nel suo elegante salone, “L’Uomo di Mondo”. Seppur osteggiata dai suoi congiunti, la possibilità di un virtuoso riscatto sociale e umano sembra realmente a portata di mano. Ad annientarla sarà però l’ascesa al potere del Nazionalsocialismo, abbracciata a sorpresa da Max con la viltà tipica di tanti suoi connazionali: non certo per chissà quale convinzione antisemita, quanto per l’opportunismo di chi, a lungo roso dall’invidia, ha scorto nelle nuove deliranti istanze politiche la classica “via più breve” per il compimento della propria scellerata fame di rivalsa. In una rapida sequenza di pagine che sembrano un unico assurdo incubo, ecco trasformarsi il nostro protagonista da occasionale testimone delle prime adunate hitleriane, gomito a gomito con il suo stesso carnefice di un tempo, dapprima in un fervente col vizietto della violenza gratuita, quindi in un efferato e rigorosissimo strumento di morte col distintivo di ferro delle Schutzstaffel appuntato sul petto.

    Con la stessa gelida impassibilità a guidarlo, lo ritroviamo – nei resoconti che lui stesso ci offre – mentre veste i panni dell’affidabile addetto alle esecuzioni di massa, in villaggi dell’est Europa prima, e in un campo di sterminio polacco poi (Laubwalde, altro nome di fantasia) dove, tra le decine di migliaia di vittime mietute per mano sua, cadranno anche l’amico di gioventù – liquidato alle spalle alla maniera dei vigliacchi, senza neppure il coraggio di guardarlo negli occhi – e quella coppia di coniugi generosi che lo avevano sempre trattato come un secondo figlio. Quando l’inerzia della guerra svolta, Max Schulz inizia una fuga rocambolesca dai territori ora occupati dall’armata rossa, portando con sé una scatola di denti d’oro strappati ai morti nel campo. Scampato a un agguato partigiano nella gelida campagna polacca, riuscirà a trovare un nascondiglio per l’inverno nella dimora di una vecchia sadica, prima di riparare a Warthenau e poi a Berlino. Qui il raccapricciante colpo di genio per scampare ai tribunali e alla giusta condanna al patibolo: farsi circoncidere, farsi tatuare sul braccio il classico codice numerico dei deportati e assumere l’identità di quel compagno di giochi, studi e lavoro, da lui stesso trucidato. Sembra la più paradossale e cinica delle soluzioni, e lo stesso criminale di guerra non ha idea di quanto a lungo possa stare in piedi, una simile farsa. Eppure nel caos postbellico, il buco nero della documentazione sulla Shoah rivela l’efficacia di questo espediente, e il perverso nazista dagli “occhi di rospo” costruisce anche una discreta fortuna grazie al mercato nero (e all’oro trafugato, naturalmente). Per assicurarsi il rispetto dei potenti si lascia umiliare e buggerare da una contessa antisemita, ma i torti e il disprezzo patiti in prima persona cominciano ad avere effetti imprevisti su quel che resta della sua coscienza: l’immedesimazione si compie, Max diventa Itzig e sposa la causa sionista con convinzione: ormai più realista del re, si imbarca per la Palestina, si schiera con i terroristi contro le truppe inglesi, combatte nell’Haganah e diventa un eroe del neonato stato di Israele, prima di regalarsi un felice vespro dorato, un salone da barbiere chiamato non a caso “L’Uomo di Mondo”, una moglie vittima di eccidi di cui forse è responsabile e quella serenità così a lungo agognata. Per il pentimento e l’espiazione però, beffa delle beffe, non ci sarà margine, se persino la sua tardiva confessione a un giudice in pensione verrà scambiata per demenza senile.

    “Il Nazista e Il Barbiere” è un romanzo allucinante. Non particolarmente cruento, non feroce nei riguardi del lettore, per come racconti le mostruosità della persecuzione nazista verso gli ebrei. Edgar Hilsenrath, vittima in prima persona di una deportazione in un ghetto romeno, tiene il campionario delle atrocità fuori dalla nostra portata, oppure scherma quel poco che sceglie di non risparmiarci attraverso un filtro narrativo che tende allo straniamento, alla deformazione surrealista, e che conferisce alle vicende un inquietante alone onirico limitandosi all’allusione, all’accenno furtivo, e rinunciando all’orrore nudo e crudo. La natura paradossale ma nemmeno poi così incredibile – almeno guardando al contesto di riferimento – della sua storia non rimuove tuttavia (e se possibile amplifica) quel senso di raccapriccio, di amoralità disturbante che l’indimenticabile doppio protagonista del libro incarna in maniera tanto potente. Dietro il velo scuro di un’ironia di grana finissima, dispensata senza mai indulgere nel patetismo o in forzature di comodo, si può cogliere un atto di accusa impietoso nei confronti di un’intera nazione, succube della follia nazista più per tornaconto che per pura ideologia. Spiace che un’opera scritta nel 1968 e subito baciata dal successo in mezzo mondo abbia dovuto patire il rifiuto di ben venticinque editori prima di essere pubblicata anche in patria, con l’incredibile ritardo di un decennio o giù di lì, ma è evidente che questo testo arrivava a toccare un nervo scoperto in Germania e destò non poco imbarazzo. Questo spiega anche perché un autore eccezionale come Hilsenrath, da sempre impegnato a raccontare con eleganza “fiabesca” quello ebraico e altri olocausti (“La Fiaba dell’Ultimo Pensiero”, dedicato al genocidio degli armeni da parte dei turchi, resta con ogni probabilità il suo capolavoro), non abbia mai goduto dalle sue parti della considerazione che avrebbe meritato. L’assunto, in fin dei conti è quello di sempre, incontrato più e più volte nelle testimonianze dei criminali nazisti: c’erano gli ordini e si obbediva. Così almeno si giustifica a più riprese, tra le pieghe del suo torrenziale monologo interiore (interrotto solo nel secondo dei quattro libri, per tratteggiare in terza persona la trasfigurazione del carnefice nella vittima), il vile Max, parlando di sé come di “un pesce piccolo che seguiva solo la corrente”.

    Più che una riflessione sulla Storia, la sua parabola di mirabolante e inverosimile trasformismo a caccia di un’identità rispettabile (e trionfante) pare una disquisizione sulla sconcertante banalità del male (per dirla con Hannah Arendt), sulla seraficità di chi lo sposa in silenzio per puro calcolo e vi si adagia poco alla volta. Quella di Hilsenrath è più che altro una spaventosa favola nera sul conformismo, protagonista uno Zelig a tal punto persuaso della propria innocenza da non saper suscitare nel lettore neanche una particolare antipatia. Al suo posto, gli spiazzamenti del registro grottesco, il turbamento che si prova al cospetto di un assassino stragista che sembra guidato più dalla noia e da un generico desiderio di rivalsa che non dall’odio vero e proprio; un mostro che parla di sé definendosi candidamente idealista, “uno di quelli che vanno dove tira il vento”, che si schierano per deformazione dalla parte dei vincitori e nel loro lucido, impassibile opportunismo, fanno ancora più paura. Muovendosi con lievità tra poesia e espressionismo, la prosa del narratore fa il resto e compie ancora una volta un mezzo miracolo di equilibrismo. Mezzo, solo perché a una prima parte favolosa ne corrisponde una seconda per forza di cose più didascalica, funzionale in chiave programmatica, anche al costo di sacrificare quell’alone di magia grazie al quale le disavventure del nazista in fuga avevano imbonito per bene il lettore. Tante le pagine memorabili, ma quelle sulla prigionia dell’ex uber-mensch nelle grinfie della vecchia strega ninfomane Veronja restano inarrivabili.

    (8.2/10)

    ha scritto il 

  • 4

    Ero indecisa fra le tre e le quattro stelline, ma alla fine ho deciso di premiarlo per l'originalità con cui tratta il tema della causa ebraica. La mia perplessità sta nell'uso troppo abbondante di pu ...continua

    Ero indecisa fra le tre e le quattro stelline, ma alla fine ho deciso di premiarlo per l'originalità con cui tratta il tema della causa ebraica. La mia perplessità sta nell'uso troppo abbondante di puntini di sospensione e punti esclamativi, che alla lunga mi irritano un po', anche se capisco che l'autore abbia scelto questo stile "propagandistico" per dare al libro un taglio ben preciso.
    Il problema è che la prima metà mi ha completamente stregata, affascinata, terrorizzata, ma la seconda mi ha un po' annoiata. Eppure questo personaggio così irriverente, opportunista, menefreghista ha tutte le qualità per rendersi indimenticabile. Max Schulz, tedesco ariano dagli occhi di rospo, naso storto, basso con i capelli castani, da bambino è molto amico di Itzig Finkelstein, ebreo suo coetaneo ma biondo con gli occhi azzurri. Dopo essere diventato una SS e aver sterminato migliaia di ebrei, per Max è facile farsi passare lui stesso per ebreo, assumendo l'identità del suo vecchio amico ormai morto in un campo di concentramento. Perché secondo Max - Itzig - sono gli ebrei ad aver vinto la guerra. E così il suo opportunismo lo porta ancora una volta a seguire la corrente, arrivando persino in Israele per combattere per la causa sionista.
    I deliri di questo personaggio così assurdo e senza compromessi lasciano pietrificati. La naturalezza con cui ammette di aver semplicemente fatto quello che gli veniva spontaneo fare, senza alcun riguardo per la famiglia, l'amicizia, la pietà umana, è davvero agghiacciante. Mi ha lasciato una sensazione amara che non se ne andrà tanto presto.

    ha scritto il 

  • 4

    Carnefici o vittime ?

    Un modo diverso di raccontare lo sterminio degli ebrei.
    Visto dalla parte di un nazista e di un ebreo, due anime opposte rinchiuse dentro la stessa persona. Un libro a volte brillante, a volte noioso, ...continua

    Un modo diverso di raccontare lo sterminio degli ebrei.
    Visto dalla parte di un nazista e di un ebreo, due anime opposte rinchiuse dentro la stessa persona. Un libro a volte brillante, a volte noioso, a volte inquietante, sicuramente originale. Alla fine, tutti siamo un po' carnefici e un po' vittime, nel nostro piccolo.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    L'ULTIMO DEGLI ULTIMI

    Edgar Hilsenrath. La terza di copertina recita " [...] lo <> prima, ma soprattutto lo <>, con l'accorata "apologia" di Heinrich Böll, fecero finalmente giustizia, accogliendo Edgar Hils ...continua

    Edgar Hilsenrath. La terza di copertina recita " [...] lo <<Spiegel>> prima, ma soprattutto lo <<Zeit>>, con l'accorata "apologia" di Heinrich Böll, fecero finalmente giustizia, accogliendo Edgar Hilsenrath tra i grandi scrittori tedeschi contemporanei, accanto a Günter Grass".
    E in effetti posso concordare, visto il bellissimo stile con cui scrive. Eppure io, in quasi dieci anni di studio della letteratura tedesca, non l'avevo mai sentito nominare! Nessun docente, sia al liceo che all'università, ha mai citato il nome di quest'autore, nemmeno di sfuggita! Già, come se la letteratura tedesca si fosse fermata a Bertolt Brecht...

    Detto questo...passiamo al libro! Come detto, lo stile é molto bello: una prosa che è pura poesia! La narrazione è fluente e coinvolgente. All'autore vanno sicuramente cinque stelline, e sicuramente mi procurerò altre sue opere, per approfondire la sua conoscenza.

    Al protagonista invece di stelline non ne darei neanche una!
    Non sono riuscita assolutamente a entrare in empatia con lui! Non sono riuscita a provare, in nessuna parte del libro, la benchè minima pietà per lui, nè a giustificare il suo comportamento!
    Indubbiamente non ha avuto un'infanzia facile, e ha subito terribili violenze, soprusi e umiliazioni che lo hanno segnato, ciononostante non riesco a considerarlo un "poveraccio" di cui avere pena.

    Quello che Max Schulz fa alla fine della guerra è, a mio parere VERGOGNOSO!
    Max Schulz è una SS, uno sterminatore, come lui stesso sottolinea per tutto il romanzo.
    Max Schulz ha compiuto crimini contro l'umanità, ha ucciso migliaia e migliaia di uomini, e sa che per questo dovrà pagare, se preso dagli Alleati.
    Max Schulz è braccato, e per sfuggire al suo destino si impossessa dell'identità del suo vecchio amico ebreo Itzig Finkelstein e si crea una nuova vita, in Israele addirittura!

    Si impossessa della vita di una persona che lui stesso ha ucciso, alle spalle oltre tutto, da VERO VIGLIACCO! E poco importa che avesse cercato di salvare Itzig dal suo destino di morte mettendolo a lavorare nella cucina del lager. Così come poco importa che la coscienza di Max Schulz a un certo punto si "ribelli" a tal punto da spingerlo a confessare la verità a un vecchio giudice: comodo farlo dopo quasi 25 anni e dopo essersi rifatto una vita!
    Altrettanto comodo cercare di mitigare la propria colpa nascondendosi dietro la patetica scusa: "ero solo un pesce piccolo / seguivo soltanto la corrente, tutti lo facevamo perché a quell'epoca era legale!"
    Non consola il fatto che Max Schulz alla fine dovrà confrontarsi con il giudizio divino: Max Schultz e molti molti altri come lui avrebbero dovuto scontare la loro colpa su questa terra!
    Questo personaggio per me merita un solo aggettivo: gretto!

    ha scritto il 

  • 0

    un delirio, come si conviene in questi casi.
    [un po’ diseguale, ma i delirii sono così].

    dice pasqualino settebellezze che l'importante è sopravvivere.
    se sei nato male, abbellisci la tua ascendenza, ...continua

    un delirio, come si conviene in questi casi.
    [un po’ diseguale, ma i delirii sono così].

    dice pasqualino settebellezze che l'importante è sopravvivere.
    se sei nato male, abbellisci la tua ascendenza, fingi con te stesso, cerca di vederla meglio di quello che è.
    se sei stato violentato da piccolo, puoi usare la cosa come giustificazione o per dire che non sei tutto centrato.
    se sei brutto come il culo... beh, per questo puoi fare poco. ma fai abbastanza soldi e vedrai che andrà bene lo stesso.
    cosa sai fare? sai parlare? bene. parla, allora.
    fai una scelta.
    se scegli di non essere invidioso di chi è, invece, nato bene, fortunato, bello come un ariano pur essendo ebreo, potrebbe convenirti diventare suo amico. anche imparare le tradizioni ebraiche può servire.
    e, sempre se serve, puoi uccidere il padre del tuo migliore amico, colui che ti ha accolto in casa sua, che ti ha dato un mestiere.
    puoi uccidere sua madre.
    puoi uccidere il tuo stesso amico.
    [basta che non ti guardi negli occhi].
    lascia perdere i sentimenti, pensa solo a sopravvivere.
    eventualmente, se serve, puoi anche uccidere un, diciamo, decimigliaio di persone.
    senza provare piacere, senza provare disgusto.
    lo fai e basta.
    tuttavia.
    c’è un problema.
    non lo avevi considerato, c’è.
    per quanto tu riesca a non pensare ai tuoi sentimenti, tutti i tuoi sentimenti, non solo la pietà, ma anche la rabbia, per quanto tu riesca a nasconderli bene, se anche riesci a convincerti che uccidere altro non è che un modo per spalare la neve.
    beh.
    un rimasuglio di umanità ti resterà appiccicato addosso.
    quello ti fregherà.

    [mi è quasi venuta voglia di leggere il tamburo di latta].

    ha scritto il 

  • 2

    I libri ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale, nella Germania nazista non sono mai stati i miei preferiti. Non perché l’argomento non mi interessi, tutt’altro. Sarà perchè alle elementari e al ...continua

    I libri ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale, nella Germania nazista non sono mai stati i miei preferiti. Non perché l’argomento non mi interessi, tutt’altro. Sarà perchè alle elementari e alle medie le insegnati ci proponevano storie di sopravvissuti e partigiani, di soldati tedeschi con gli occhi pieni di odio e terrore, di bambini deportati e uccisi, di Anna Frank e il suo Diario....
    L’Olocausto è una ferita non rimarginata.
    Ha spezzato il respiro al mondo intero e ci ha svelato che non c’è bisogno di frugare negli armadi o guardare sotto i letti, per trovare i mostri.
    Perciò di solito tendo ad evitare i libri che riguardano, anche alla lontana, l’Olocausto.
    Perché fanno male.
    Poi però succede un fatto.
    Succede che in occasione di una vacanza estiva in Europa, quest’estate, mi ritrovo in Germania. Chi mai l’avrebbe detto!!
    E succede che decido di “visitare” il primo campo di concentramento nazista costruito nel 1933, appena un mese dopo la presa del potere di Hitler: DACHAU.

    Dachau fece da modello a tutti i lager nazisti eretti successivamente; fu la scuola dell'omicidio delle SS che esportarono negli altri lager "Lo spirito di Dachau", il terrore senza pietà.
    Nel campo transitarono circa 200 000 persone e secondo i dati del Museo di Dachau, 41 500 vi persero la vita. I deportati in arrivo al lager percorrevano una larga strada curata, la "Lagerstrasse" al termine della quale era situato il cosiddetto "Jourhaus", la "porta dell'inferno", il simmetrico edificio del comando di campo con un posticcio torrino di guardia sul tetto, dove una guardia era sempre pronta a fucilare chiunque oltrepassasse il confine; lo Jourhaus è attraversato nel mezzo dall'arco d'ingresso al campo, completamente chiuso, a sua volta, da una estesa grata in ferro battuto con un piccolo cancello al centro, che reca la scritta: "Arbeit macht frei (Il lavoro rende liberi).
    Con gli anni quella scritta divenne la macabra ironia tristemente famosa di Dachau e delle migliaia di lager dove si praticava, invece, lo sterminio tramite il lavoro. Di un infinito numero di prigionieri che varcarono quel cancello non è rimasto nulla.
    Non racconterò cosa ho provato alla vista di questo luogo, né racconterò gli odori che ho annusato, l’atmosfera che ho percepito, o almeno non in questa sede.
    Ma forse è stata proprio questa esperienza che mi ha spinto a comprare, senza neanche starci troppo a pensare, uno di quei libri che fanno male: Il nazista & il barbiere di Edgar Hilsenrath.
    Una piccola nota sull’autore credo sia doverosa. Hilsenrath è nato a Lipsia nel 1926. Ebreo d’origine orientale, fugge in Romania con la famiglia per sottrarsi alla minaccia nazista; tuttavia viene deportato in Ucraina e vi rimane fino al 1944. Aderisce al movimento sionista, si stabilisce in Palestina . Ma la sua anima errante lo porta in Francia, Stati Uniti e dopo un’odissea lunga 37 anni rientra in Germania, precisamente a Berlino, dove tuttora risiede.
    Il nazista & il barbiere è la storia di Max Schultz, uno sterminatore, un picchiatore, un convinto nazista, un antisemita. Un sergente delle SS.
    Ma è anche la storia di una vittima, non solo di un carnefice. Max è figlio illegittimo di una cameriera, diciamo così, dal facile costume, che viene cacciata dalla casa dove prestava servizio poco dopo la nascita del bambino. Così, accompagnata dai presunti cinque padri del neonato, la donna, Minna Schultz, finisce per stabilirsi da Anton Slavitzki, un barbiere, un lercio e stupratore barbiere, che alterna le proprie attenzioni tra il neonato Max e la madre.
    Davanti al negozio di barbiere di Anton Slavitzki c’è un salone vero e proprio, chiamato L’Uomo di Mondo, di proprietà dell’ebreo Chaim Finkelstein. Con lui vive il figlio, nato a due minuti esatti di distanza da Max, Itzig Finkelstein. Quell’Itzig cui, dopo la disfatta della Germania, Max ruberà il nome e la storia.
    Max vive del riflesso di Itzig. Sono inseparabili. A scuola insieme, in sinagoga insieme, al ginnasio insieme, apprendisti insieme a L’Uomo di Mondo. Diventano complementari. Max ha i tipici tratti degli ebrei, Itzig è biondo, con gli occhi azzurri come un vero ariano.
    Poi arriva il nazismo, arriva Hitler. E quel suo discorso sulla collina cambia Max e il suo mondo, gli attacca la rabbia e gli estirpa gli occhi. L’autore descrive quel discorso in un modo tremendo e meraviglioso insieme. Parla delle fruste con cui Anton Slavitzki picchiava Max, di tutte le angherie ricevute, le assimila in un perfetto parallelo con tutti i tedeschi intenti ad ascoltare Hitler. È un momento intenso e rivoltante, cui segue quanto già dalla storia conosciamo. Lo sterminio degli ebrei.
    Max Schultz diventa sergente, viene mandato nel campo di sterminio in Polonia. Diventa carnefice di milioni di ebrei, diventa carnefice del suo stesso amico, fratello inseparabile, diventa carnefice della stessa famiglia che l’aveva accolto e instradato al lavoro di barbiere.
    E così dall’innocente neonato che un tempo aveva portato il nome di Max Schulz era sbocciato un piccolo torturatore di topi, e dal torturatore di topi, un giovanotto colto, e dal giovanotto colto, un barbiere. E dal barbiere un milite delle SS e dal milite delle SS uno sterminatore. E dallo sterminatore un piccolo corsaro nero ebreo di nome Itzig Finkelstein, alias Max Schultz, pioniere, l’esule che ritorna, un combattente per la libertà.
    Lo stile è piuttosto colloquiale, chiaro e complesso al tempo stesso. Scritto in prima persona, la parola sempre a Max Schulz o Itzig Finkelstein. Schietto e a tratti volgare. Ho spesso chiuso gli occhi per non vedere oltre il senso di quelle parole, per non immaginare il dolore di certe azioni...

    ha scritto il 

Ordina per