Il nazista & il barbiere

Di

Editore: Marcos y marcos (minimarcos)

4.0
(226)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 476 | Formato: Copertina morbida e spillati | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco

Isbn-10: 8871684958 | Isbn-13: 9788871684956 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Maria Luisa Bocchino , Marzia Luppi Cortaldo

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia

Ti piace Il nazista & il barbiere?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis

ACQUISTA LIBRO
Acquisto non disponibile
per questo libro
Descrizione del libro
Ecco a voi Max Schulz: poveraccio ariano, occhi da rospo e naso a becco, figlio di padre ignoto. Il suo migliore amico: Itzig Finkelstein, biondo, occhi azzurri, ebreo, figlio di un ricco barbiere. Nel terzo Reich, Max Schulz fa carriera: SS, brigate nere, specialista sterminatore in Polonia. In Polonia, nel terzo Reich, Itzig Finkelstein e famiglia vengono sterminati. A guerra finita, Max Schulz dribbla magistralmente russi e partigiani e torna a Berlino. Ricercato dal nuovo governo come criminale di guerra, decide di cambiare identità. Si fa tatuare un codice di Auschwitz sul polso, si fa circoncidere. D'ora in avanti, sarà Itzig Finkelstein, barbiere ebreo. Riceverà gli aiuti destinati alle vittime dell'olocausto, si avvicinerà al movimento sionista...
Un romanzo provocatorio, pronto a disintegrare convenzioni e tabù. Un intruglio magico di umorismo nero, grottesco, fiabe capovolte, pura poesia.
Ordina per
  • 3

    Agghiacciante

    Perchè solo 3 stelle nonostante l'"idea" di base sia geniale e grottesca al tempo stesso? Perchè non mi è piaciuto lo stile, con troppe parti sconclusionate e ripetitive. Di certo il protagonista fati ...continua

    Perchè solo 3 stelle nonostante l'"idea" di base sia geniale e grottesca al tempo stesso? Perchè non mi è piaciuto lo stile, con troppe parti sconclusionate e ripetitive. Di certo il protagonista faticherà ad uscire dalla mia mente, nel bene, ma soprattutto nel male - il suo male -.

    ha scritto il 

  • 5

    Irriverente e grottesco allo stesso tempo ecco delinearsi la misera figura del tedesco Max Schulz, lo sterminatore, che per sfuggire alla vendetta dei sopravvissuti si cela sotto le finte spoglie dell ...continua

    Irriverente e grottesco allo stesso tempo ecco delinearsi la misera figura del tedesco Max Schulz, lo sterminatore, che per sfuggire alla vendetta dei sopravvissuti si cela sotto le finte spoglie dell'ebreo Itzig Finkelstein, suo migliore amico. Sin dalle prime pagine il libro è un grido lacerante di denuncia delle violenze subite in un periodo storico sempre più difficile da dimenticare.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    ovvero il nazista che per sfuggire dalle purghe post seconda guerra mondiale diventa ebreo, e non solo ebreo, ma anche sionista attivo e soprattutto persecutore dei palestinesi. Sapiente parabola per ...continua

    ovvero il nazista che per sfuggire dalle purghe post seconda guerra mondiale diventa ebreo, e non solo ebreo, ma anche sionista attivo e soprattutto persecutore dei palestinesi. Sapiente parabola per dire che nella vita non esiste buono e cattivo, giusto o sbagliato, di per se, e che uno può essere cattivo tanto facendo l'ebreo quanto il nazista. Non esiste redenzione personale per il protagonista, che alla fine trova la sua evoluzione umana proprio impersonando coloro che ha barbaramente ucciso e trasformando la loro memoria in carnefici.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Sorprendente!

    Intrecci personali con risvolti storici, sdoppiamenti di vite e apologia finale sulla giustizia degli uomini, della Storia, di ciascuno di noi... divina. Le ultime 100 pagine mi hanno davvero fatto ri ...continua

    Intrecci personali con risvolti storici, sdoppiamenti di vite e apologia finale sulla giustizia degli uomini, della Storia, di ciascuno di noi... divina. Le ultime 100 pagine mi hanno davvero fatto riflettere su quale sia il rapporto che abbiamo con noi stessi rispetto al nostro agire. Quando noi, i tedeschi, gli ebrei, gli inglesi, gli arabi... siamo/sono tutti in qualche modo sporchi... e poi in realtà si intravede... che abbiamo/hanno allo stesso tempo tutti delle sacro sante ragioni.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    due e mezzo

    il risvolto di copertina spoilera un po' troppo sulla trama togliendo un'emozione forte al lettore (se leggete la scheda anobii del libro, il risvolto è riportato in tutta la sua interezza). Dal risvo ...continua

    il risvolto di copertina spoilera un po' troppo sulla trama togliendo un'emozione forte al lettore (se leggete la scheda anobii del libro, il risvolto è riportato in tutta la sua interezza). Dal risvolto di copertina il protagonista appare spregevole in un modo. Dalla lettura del libro affiora un personaggio spregevole ma in un altro modo. Più che spregevole, vigliacco...
    Certe volte non bisognerebbe leggere le 'quarte' proprio per non rovinarsi la lettura: chi le compila rovina il gusto a chi legge. A volte addirittura sbaglia completamente la prospettiva nella quale collocare il riassunto del libro.

    ha scritto il 

  • 2

    Il supereroe sul carro del vincitore

    Non posso dire che mi sia piaciuto questo libro. Il protagonista è uno dei più perfidi che abbia mai incontrato nelle mie letture. Assassino spietato, senza nessuna riconoscenza verso chi l'ha aiutato ...continua

    Non posso dire che mi sia piaciuto questo libro. Il protagonista è uno dei più perfidi che abbia mai incontrato nelle mie letture. Assassino spietato, senza nessuna riconoscenza verso chi l'ha aiutato e soprattutto senza nessuna forma di pentimento verso le atrocità commesse. E' un approfittatore spudorato, sempre pronto, come dice lui, a saltare sul carro del vincitore. Per cui dapprima diventa SS e stermina centinaia di migliaia di ebrei, poi, alla fine della guerra, visto che "è stata vinta dagli ebrei", si spaccia per ebreo, assumendo l'identità di un suo amico a cui ha sparato alle spalle. Agghiacciante. E ciò che è ancora più agghiacciante è proprio la "normalità" di questa persona. Non è un esaltato, è un mediocre che va dove tira il vento e fa ciò che di volta in volta è più opportuno fare. Quanti tedeschi si sono lasciati trascinare così nella voragine del nazismo?
    Ultima annotazione sullo stile. Non mi è piaciuto. Spesso i discorsi sono vuoti e molte parti del libro potrebbero tranquillamente essere stralciate. Letto in lettura veloce.

    ha scritto il 

  • 5

    Ci si domanda spesso cosa e chi si nasconda davvero siti come questo di Anobii e su cosa davvero si voglia ottenere rispetto all’azione della lettura e suoi connessi. A ben intendere è pure ovvio che ...continua

    Ci si domanda spesso cosa e chi si nasconda davvero siti come questo di Anobii e su cosa davvero si voglia ottenere rispetto all’azione della lettura e suoi connessi. A ben intendere è pure ovvio che Anobii può servire molto agli editori e al mercato del libro cioè a coloro i quali vogliono controllare e gestire a proprio utile preferenze letterarie e gusti del lettore facendo passare in secondo piano gli interessi dei lettori e degli amanti del libro. È poi pure probabile che la volontà di controllo del gusto e del suo indirizzo si estenda in parallelo all’utilizzo dello stesso mezzo elettronico. Ma intanto che qualcuno riesce a scoprirlo e a manifestarlo apertamente, devo riconoscere che Anobii mi consente a volta ancora a incuriosire, facendomi conoscere letterature a me sconosciute, raccogliendo qua e là qualche consiglio. Purtroppo visto che la scomparsa del libraio-consigliere per me, come credo per tanti, è stata catastrofica e visto che non frequento ambienti o salotti pseudo culturali le mie informazioni sono quelle basiche dell’italiano medio acculturato, quelle cioè attinte soprattutto dalla radio (la 3) e dalla tv (fazio, figurati!), palesi marchette editoriali alla fine sono riconoscente su alcuni consigli di lettura che trovo in questo sito. Nel caso del libro di Hilsenrath, ad esempio, devo ringraziare pubblicamente l'iscritto Pa Mi che me l’ha fatto conoscere. In sostanza: questa vicenda degli amici/nemici uno nazista e l’altro barbiere è una storia che mi ha portato davvero in alto e mi ha consentito di praticare scenari per me inimmaginabili, lati oscuri e perversi non risolti della shoah. Due personaggi che da due diventano uno e che incrociano il proprio destino perché è la Storia stessa che vuole intrecciare e confondere le parti per gestirle e dominarle. Uomini che si confondono così come si confondono i luoghi e gli spazi, così come sono confusi i confini delle nazioni che mutano a seconda dei tempi e delle opportunità. Leggetelo pure, a nome di Pa Mi, e un po’ adesso anche a nome mio se interessa. E sappiatelo pure voi, mercanti del libro che ci gestite e controllate! Viva il libro, ma non tutti i libri. Viva questo libro! Viva Pa Mi, a meno che Pa Mi non sia pure lui un prezzolato di Marcos y Marcos.
    (PS= dopo aver sgombrato il campo dalla dietrologia, occorre dire almeno una cosa. Pur volendo pensare tutto il male possibile, è sempre utile rammentare che a pensar male comunque si fa peccato ma a volte ci si azzecca. Parlo di Anobii e similari ovviamente, non di Pa Mi)

    ha scritto il 

  • 4

    Il pesce piccolo che visse due volte

    Germania orientale, anni venti: Max Schulz è l’ultimo tra i reietti nella zona ebraica della cittadina di Wieshalle (nome di fantasia). Figlio di una prostituta e di non si sa bene quale padre (cinque ...continua

    Germania orientale, anni venti: Max Schulz è l’ultimo tra i reietti nella zona ebraica della cittadina di Wieshalle (nome di fantasia). Figlio di una prostituta e di non si sa bene quale padre (cinque gli “indiziati”), brutto come la fame, vessato e abusato già in tenerissima età dall’orribile patrigno Slavitzki – un barbiere di terz’ordine – cresce lontano dalla grazia abitando i peggiori scantinati possibili, in un clima di rancore strisciante, vuoto affettivo e miseria culturale. Nel decennio turbolento che condurrà all’affermazione di Hitler, periodo in cui il risentimento popolare per la sconfitta nella Grande Guerra e un’inflazione galoppante saranno pretesti scientemente cavalcati per alimentare l’odio verso gli ebrei, lui, ariano dai caricaturali tratti semitici, trova l’unico conforto a un’esistenza sventurata proprio nell’amicizia di un’agiata famiglia di borghesi ebrei, i Finkelstein: il giovane Itzig, nato il suo stesso giorno ma, a differenza di lui, bello, biondo e con gli occhi azzurri, che lo incoraggia negli studi, gli insegna l’yiddish, le preghiere e i riti del popolo eletto; e il padre di questi, Chaim, che lo introduce al mestiere di barbiere e gli offre un posto di lavoro nel suo elegante salone, “L’Uomo di Mondo”. Seppur osteggiata dai suoi congiunti, la possibilità di un virtuoso riscatto sociale e umano sembra realmente a portata di mano. Ad annientarla sarà però l’ascesa al potere del Nazionalsocialismo, abbracciata a sorpresa da Max con la viltà tipica di tanti suoi connazionali: non certo per chissà quale convinzione antisemita, quanto per l’opportunismo di chi, a lungo roso dall’invidia, ha scorto nelle nuove deliranti istanze politiche la classica “via più breve” per il compimento della propria scellerata fame di rivalsa. In una rapida sequenza di pagine che sembrano un unico assurdo incubo, ecco trasformarsi il nostro protagonista da occasionale testimone delle prime adunate hitleriane, gomito a gomito con il suo stesso carnefice di un tempo, dapprima in un fervente col vizietto della violenza gratuita, quindi in un efferato e rigorosissimo strumento di morte col distintivo di ferro delle Schutzstaffel appuntato sul petto.

    Con la stessa gelida impassibilità a guidarlo, lo ritroviamo – nei resoconti che lui stesso ci offre – mentre veste i panni dell’affidabile addetto alle esecuzioni di massa, in villaggi dell’est Europa prima, e in un campo di sterminio polacco poi (Laubwalde, altro nome di fantasia) dove, tra le decine di migliaia di vittime mietute per mano sua, cadranno anche l’amico di gioventù – liquidato alle spalle alla maniera dei vigliacchi, senza neppure il coraggio di guardarlo negli occhi – e quella coppia di coniugi generosi che lo avevano sempre trattato come un secondo figlio. Quando l’inerzia della guerra svolta, Max Schulz inizia una fuga rocambolesca dai territori ora occupati dall’armata rossa, portando con sé una scatola di denti d’oro strappati ai morti nel campo. Scampato a un agguato partigiano nella gelida campagna polacca, riuscirà a trovare un nascondiglio per l’inverno nella dimora di una vecchia sadica, prima di riparare a Warthenau e poi a Berlino. Qui il raccapricciante colpo di genio per scampare ai tribunali e alla giusta condanna al patibolo: farsi circoncidere, farsi tatuare sul braccio il classico codice numerico dei deportati e assumere l’identità di quel compagno di giochi, studi e lavoro, da lui stesso trucidato. Sembra la più paradossale e cinica delle soluzioni, e lo stesso criminale di guerra non ha idea di quanto a lungo possa stare in piedi, una simile farsa. Eppure nel caos postbellico, il buco nero della documentazione sulla Shoah rivela l’efficacia di questo espediente, e il perverso nazista dagli “occhi di rospo” costruisce anche una discreta fortuna grazie al mercato nero (e all’oro trafugato, naturalmente). Per assicurarsi il rispetto dei potenti si lascia umiliare e buggerare da una contessa antisemita, ma i torti e il disprezzo patiti in prima persona cominciano ad avere effetti imprevisti su quel che resta della sua coscienza: l’immedesimazione si compie, Max diventa Itzig e sposa la causa sionista con convinzione: ormai più realista del re, si imbarca per la Palestina, si schiera con i terroristi contro le truppe inglesi, combatte nell’Haganah e diventa un eroe del neonato stato di Israele, prima di regalarsi un felice vespro dorato, un salone da barbiere chiamato non a caso “L’Uomo di Mondo”, una moglie vittima di eccidi di cui forse è responsabile e quella serenità così a lungo agognata. Per il pentimento e l’espiazione però, beffa delle beffe, non ci sarà margine, se persino la sua tardiva confessione a un giudice in pensione verrà scambiata per demenza senile.

    “Il Nazista e Il Barbiere” è un romanzo allucinante. Non particolarmente cruento, non feroce nei riguardi del lettore, per come racconti le mostruosità della persecuzione nazista verso gli ebrei. Edgar Hilsenrath, vittima in prima persona di una deportazione in un ghetto romeno, tiene il campionario delle atrocità fuori dalla nostra portata, oppure scherma quel poco che sceglie di non risparmiarci attraverso un filtro narrativo che tende allo straniamento, alla deformazione surrealista, e che conferisce alle vicende un inquietante alone onirico limitandosi all’allusione, all’accenno furtivo, e rinunciando all’orrore nudo e crudo. La natura paradossale ma nemmeno poi così incredibile – almeno guardando al contesto di riferimento – della sua storia non rimuove tuttavia (e se possibile amplifica) quel senso di raccapriccio, di amoralità disturbante che l’indimenticabile doppio protagonista del libro incarna in maniera tanto potente. Dietro il velo scuro di un’ironia di grana finissima, dispensata senza mai indulgere nel patetismo o in forzature di comodo, si può cogliere un atto di accusa impietoso nei confronti di un’intera nazione, succube della follia nazista più per tornaconto che per pura ideologia. Spiace che un’opera scritta nel 1968 e subito baciata dal successo in mezzo mondo abbia dovuto patire il rifiuto di ben venticinque editori prima di essere pubblicata anche in patria, con l’incredibile ritardo di un decennio o giù di lì, ma è evidente che questo testo arrivava a toccare un nervo scoperto in Germania e destò non poco imbarazzo. Questo spiega anche perché un autore eccezionale come Hilsenrath, da sempre impegnato a raccontare con eleganza “fiabesca” quello ebraico e altri olocausti (“La Fiaba dell’Ultimo Pensiero”, dedicato al genocidio degli armeni da parte dei turchi, resta con ogni probabilità il suo capolavoro), non abbia mai goduto dalle sue parti della considerazione che avrebbe meritato. L’assunto, in fin dei conti è quello di sempre, incontrato più e più volte nelle testimonianze dei criminali nazisti: c’erano gli ordini e si obbediva. Così almeno si giustifica a più riprese, tra le pieghe del suo torrenziale monologo interiore (interrotto solo nel secondo dei quattro libri, per tratteggiare in terza persona la trasfigurazione del carnefice nella vittima), il vile Max, parlando di sé come di “un pesce piccolo che seguiva solo la corrente”.

    Più che una riflessione sulla Storia, la sua parabola di mirabolante e inverosimile trasformismo a caccia di un’identità rispettabile (e trionfante) pare una disquisizione sulla sconcertante banalità del male (per dirla con Hannah Arendt), sulla seraficità di chi lo sposa in silenzio per puro calcolo e vi si adagia poco alla volta. Quella di Hilsenrath è più che altro una spaventosa favola nera sul conformismo, protagonista uno Zelig a tal punto persuaso della propria innocenza da non saper suscitare nel lettore neanche una particolare antipatia. Al suo posto, gli spiazzamenti del registro grottesco, il turbamento che si prova al cospetto di un assassino stragista che sembra guidato più dalla noia e da un generico desiderio di rivalsa che non dall’odio vero e proprio; un mostro che parla di sé definendosi candidamente idealista, “uno di quelli che vanno dove tira il vento”, che si schierano per deformazione dalla parte dei vincitori e nel loro lucido, impassibile opportunismo, fanno ancora più paura. Muovendosi con lievità tra poesia e espressionismo, la prosa del narratore fa il resto e compie ancora una volta un mezzo miracolo di equilibrismo. Mezzo, solo perché a una prima parte favolosa ne corrisponde una seconda per forza di cose più didascalica, funzionale in chiave programmatica, anche al costo di sacrificare quell’alone di magia grazie al quale le disavventure del nazista in fuga avevano imbonito per bene il lettore. Tante le pagine memorabili, ma quelle sulla prigionia dell’ex uber-mensch nelle grinfie della vecchia strega ninfomane Veronja restano inarrivabili.

    (8.2/10)

    ha scritto il 

Ordina per