Il nome della rosa

Di

Editore: Club degli editori

4.4
(23026)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 554 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi semplificata , Chi tradizionale , Spagnolo , Tedesco , Francese , Catalano , Russo , Finlandese , Polacco , Olandese , Portoghese , Ungherese , Norvegese , Slovacco , Sloveno , Svedese , Ceco , Greco , Turco , Rumeno , Coreano

Isbn-10: A000137810 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico , Altri , Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Mistero & Gialli

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Descrizione del libro
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  • 5

    Un bel thrillerone storico

    Un grande thriller storico, costruito minuziosamente, molto gotico, con un'ambientazione eccezionale (una vecchia abbazia isolata) e grandi colpi di scena.
    Unica pecca, le trattazioni storiche a volte ...continua

    Un grande thriller storico, costruito minuziosamente, molto gotico, con un'ambientazione eccezionale (una vecchia abbazia isolata) e grandi colpi di scena.
    Unica pecca, le trattazioni storiche a volte sono troppo dettagliate, forse tutte le digressioni sui movimenti religiosi medievali potevano essere trattate in maniera più snella.

    ha scritto il 

  • 1

    Un po' di ECOlogia

    A proposito dell’Epistola a Cangrande della Scala, che ascriverei ad uno dei figli di Dante, Pietro o Jacopo, Umberto Eco osserva che, anche qualora non fosse stata composta dal sommo poeta, “riflette ...continua

    A proposito dell’Epistola a Cangrande della Scala, che ascriverei ad uno dei figli di Dante, Pietro o Jacopo, Umberto Eco osserva che, anche qualora non fosse stata composta dal sommo poeta, “rifletterebbe comunque un atteggiamento interpretativo assai comune a tutta (sic) la cultura medievale e spiegherebbe il modo in cui è stato letto nei secoli Dante”.1

    Tale affermazione mi trova del tutto in disaccordo: essa non denota solo ignoranza, di per sé veniale, ma anche un’assoluta ottusità, che non si può certo scusare né ammettere in un docente universitario quale Umberto Eco. Mi spiego: se l’intellettuale ignora René Guenon e altri interpreti che hanno messo in luce il substrato esoterico della Commedia, valore più importante dei quattro citati nell’Epistola, ossia il senso letterale, allegorico, morale, anagogico, non è colpa molto grave. Infatti nessuno è tenuto a conoscere ogni esegeta di Dante né è possibile. Invece la mancata comprensione del significato occulto che permea un’opera scritta da un eretico quale fu l’Alighieri, conoscitore della cultura islamica e vicino ideologicamente all’Ordine monastico-cavalleresco dei Templari, è inammissibile in chi dovrebbe avere almeno un po’ di dimestichezza con la Weltanschauung medievale.

    Eco accenna al “modo in cui è stato letto nei secoli Dante”. No! È stato frainteso, distorto, non letto! Pochi sono riusciti o hanno voluto, seguendo il suggerimento dell’autore, sollevare il “velame delli versi strani”, rimanendo ad un livello di “comprensione” superficiale, quando non puerile. È anche il caso di Eco, che, con tutta la sua erudizione (forse proprio a motivo di ciò), non cultura, ha creduto di aver capito il “poema sacro”, accontentandosi dei quattro sensi spiegati dall’estensore dell’Epistola. Si è così fermato in limine, ma convincendosi –umana presunzione- di essersi inoltrato nel Sancta Sanctorum della poesia dantesca e della cultura medievale iniziatica, di cui non ha inteso uno iota.

    Tuttavia l’imperdonabile gaffe di Eco è molto istruttiva: ci fa comprendere, per esempio, perché egli non abbia saputo cogliere quanto di vero e di inquietante si annida nella cosiddetta “teoria” della cospirazione. D’altronde, per parafrasare don Abbondio, potremmo asserire che “uno l’intelligenza non se la può dare”.

    Infine diventa chiaro per quale motivo, il valido semiologo di Alessandria, abbia virato verso la pseudo-narrativa con titoli quali Il nome della sposa, l’ingiustamente famoso thriller demotico, L’Imola del giorno prima, Il dondolo di Foucault, Baudo e Lino e simile paccottiglia. In questi romanzi d’appendicite, Eco ha potuto esibire la sua scaltra inclinazione ad irretire, con una prosa artefatta e con vacuo sfoggio di dottrina, un pubblico di lettori poco consapevoli che si pavoneggiano, poiché pensano di essersi abbeverati alla fonte della sapienza.

    Similes cum similibus facillime congregantur.

    1 U. Eco, L’epistola XIII, l’allegorismo medievale, il simbolismo moderno, contenuto nel volume Gli specchi e altri saggi, Milano, 1985, p. 215.

    ha scritto il 

  • 0

    indicato per atei (come il sottoscritto)

    Mi è piaciuto molto, l'ho trovato avvincente e non penso affatto che sia così lungo come alcuni dicono.
    Ho trovato molto interessante il fatto che l'autore faccia capire come stavano le cose all'inter ...continua

    Mi è piaciuto molto, l'ho trovato avvincente e non penso affatto che sia così lungo come alcuni dicono.
    Ho trovato molto interessante il fatto che l'autore faccia capire come stavano le cose all'interno della chiesa nel medioevo e suppongo anche negli anni in cui è stato scritto,con la speranza che Francesco, stia mettendo le cose apposto.
    E' sicuramente molto più bello e politicamente scorretto, rispetto al film.
    Chiudo dicendo che mi ha fatto venir voglia di leggere Aristotele e Tommaso D'Aquino,si vedrà.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    Tanto tempo fa mi chiesi quale fosse per me il simbolo della pesantezza intellettuale. Ecco, "Il nome della rosa" si riassume proprio nella parola pesante!
    E' un romanzo davvero contorto, troppo disco ...continua

    Tanto tempo fa mi chiesi quale fosse per me il simbolo della pesantezza intellettuale. Ecco, "Il nome della rosa" si riassume proprio nella parola pesante!
    E' un romanzo davvero contorto, troppo discorsivo e con periodi davvero contorti, roba che neppure Dostoevskij e Cicerone...
    Il protagonista della storia è frate Guglielmo da Baskerville che viene convocato in un monastero italiano a indagare su una serie di eventi molto sinistri, tra i quali riti satanici e la morte di un confratello. Ad accompagnarlo c'è il narratore della storia che riesce a trovare nel mezzo delle indagini, delle preghiere e delle digressioni intellettuali col suo maestro il tempo di lasciarsi sedurre da una contadina del posto, legata come un animale per soddisfarei bisogni di un altro frate.
    Alla fine si scopre chi è il colpevole dell'omicidio ma è la Poetica di Aristotele ad essere indicata come reale colpevole perché il libro rischiava di portare crisi nell'austera vita monastica, perché il riso dal frate era visto come una violazione della vita monastica e un affronto a Dio.

    Benché sia stato il più pesante dei libri che io abbia mai letto, esso da la possibilità al lettore di riflettere su quanto sia facile spezzare la fede di un uomo: basta un libro per ridurre dei riti religiosi a del bieco dogmatismo senza significato.
    Per il resto, si tratta di un libro molto prolisso, stopposo e logorroico. Tre stelline è il massimo che posso dare.

    ha scritto il 

  • 4

    Letto solo ora, nell'ambito del programma "recupero tardivo lacune imperdonabili". Fu vera gloria? ai posteri l'ardua sentenza: avanzo sacrileghe riserve sulle citazioni latine e tedesche senza traduz ...continua

    Letto solo ora, nell'ambito del programma "recupero tardivo lacune imperdonabili". Fu vera gloria? ai posteri l'ardua sentenza: avanzo sacrileghe riserve sulle citazioni latine e tedesche senza traduzione, sull'abbondanza di vocaboli dotti, sulle oltre 500 pagine, aggravate (ma qui non è colpa dell'Autore) da un'edizione ormai giallastra, e quasi illeggibile. A favore, invece, il personaggio di Guglielmo da Baskerville, illuminista ante-litteram, degno di insegnare teologia a Parigi (dove "non hanno mai la risposta vera, ma sono molto sicuri dei loro errori"), sistematicamente amante del dubbio, diffidente delle soluzioni sistematiche, in ultimo forse anche dubbioso sull'esistenza di Dio. Appassionato delle macchine e di quelle che oggi chiameremmo innovazioni e tecnologie, come ricordo personale all'allievo, gli regala i suoi occhiali da vista. Personaggio molto moderno, altro che Medio Evo! Francescano molto atipico, quasi "gesuita".

    ha scritto il 

  • 5

    Per me che sono cresciuta nel mito del film di Annaud questa tardiva lettura è stata comunque ricchissima e davvero memorabile. Difficile dire cosa mi abbia conquistato di più tra la detective story d ...continua

    Per me che sono cresciuta nel mito del film di Annaud questa tardiva lettura è stata comunque ricchissima e davvero memorabile. Difficile dire cosa mi abbia conquistato di più tra la detective story di stampo doyliano, il respiro medioevale così ricco e mai oscurantista, l'abbazia culla della saggezza e del peccato, il continuo confondere il confine tra santità ed eresia e la valenza bellissima e terribile di un romanzo che è un'enorme allegoria dell'impatto fisico della letteratura e dei libri sull'umanità. I libri che salvano e uccidono, portano ricchezza e rovina.

    Già che ci siamo, possiamo parlare anche della possente vena omoerotica che percorre la storia? Dio mi perdoni, come direbbe Adso. Quanta letterarietà, quanto fangirlismo. QUANTO.

    ha scritto il 

  • 5

    Coccodrillo fuori tempo massimo

    Il presente romanzo è, nelle sue caratteristiche e nella sua vicenda ( come romanzo, non nel senso di fabula) una metafora della figura di Eco come intellettuale. Troppo riuscito, nel suo eclettismo, ...continua

    Il presente romanzo è, nelle sue caratteristiche e nella sua vicenda ( come romanzo, non nel senso di fabula) una metafora della figura di Eco come intellettuale. Troppo riuscito, nel suo eclettismo, nel suo bilanciarsi alla perfezione tra classico e moderno, tra serietà e autoironia,tra metafisico e scettico, per risultare simpatico ( a tutti ).

    Giro da tutta la vita attorno ad un'idea centrale senza riuscire a vederla

    ( Kafka scrisse che il giallo è il genere letterario più nobile, perché tratta dell'unico vero tema di cui vale la pena che la letteratura si occupi : la ricerca della verità )

    ha scritto il 

  • 5

    Devo ammettere una cosa: è uno dei rarissimi casi in cui ho prima guardato il film e dopo letto il libro. Però è anche vero che del film ricordavo e ricordo poche cose: Sean Connery nei panni di Gugli ...continua

    Devo ammettere una cosa: è uno dei rarissimi casi in cui ho prima guardato il film e dopo letto il libro. Però è anche vero che del film ricordavo e ricordo poche cose: Sean Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville, le indagini su strani delitti e il finale, legato in qualche modo alla Poetica di Aristotele. Erano queste le cose che più mi avevano colpito, ad un'età in cui non avrei capito molto dalla lettura di un libro tanto meraviglioso quanto impegnativo.
    La recente scomparsa di Eco mi ha spinto a tirar fuori dallo scaffale un'edizione de "Il nome della rosa" vecchia di 21 anni e cominciare a leggerla. Leggere la storia che ricordavo poco direttamente dalla penna di Eco: è stato amore a prima vista. Non solo il romanzo regge a testa altissima il confronto con qualsiasi romanzo giallo o thriller di tutti i tempi e di tutti i paesi, ma le verità e le idee filosofiche da esso trasmesse ti arrivano necessariamente a toccarti le corde più profonde dell'anima. In uno dei capitoli dedicati al terzo giorno vi è un dialogo tra Guglielmo e Adso, una delle parti che ricordo più caramente. Il francescano spiega al novizio le sue idee sulla scienza, sull'eresia, sugli emarginati. Uno dei capitoli che più mi ha colpito, credo di grande interesse per religiosi o meno, per le grandi verità e le grandi idee che esprime: a partire dalle idee sull'identità e sulla diversità degli esseri umani, fino alle idee legate alla povertà, all'umanità e tanto altro.
    Vale la pena leggere il romanzo, anche per i non appassionati al genere, solamente per la forza travolgente di questo capitolo e per le idee e ideologie che in tutte le altre pagine si intravedono tra le righe.

    ha scritto il 

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