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Il nostro bisogno di consolazione

Di

Editore: Iperborea (Iperborea, 21)

4.3
(249)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 48 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Spagnolo

Isbn-10: 8870910210 | Isbn-13: 9788870910216 | Data di pubblicazione: 

Curatore: Fulvio Ferrari

Genere: Fiction & Literature , Philosophy

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Descrizione del libro
ed. del 1991 33 pag.
ed. del 1993 35 pag.
ed. del 1996 45 pag.
ed. del 1997/ 2000 47 pag.
ed. del 2003 38 pag.
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    Un'anima denudata non si può giudicare. La si può solo ringraziare per aver fatto a se stessa la violenza di mettersi per iscritto.


    Posso riempire tutti i miei fogli bianchi con le più belle combinazioni di parole che sorgono nel mio cervello. Siccome desidero assicurarmi che la mia vit ...continua

    Un'anima denudata non si può giudicare. La si può solo ringraziare per aver fatto a se stessa la violenza di mettersi per iscritto.

    Posso riempire tutti i miei fogli bianchi con le più belle combinazioni di parole che sorgono nel mio cervello. Siccome desidero assicurarmi che la mia vita non sia priva di senso e che io non sia solo sulla terra, raccolgo le parole in un libro e ne faccio dono al mondo. Il mondo mi dà in cambio dei soldi, la fama e il silenzio. Ma che m'importa dei soldi, che m'importa di contribuire a rendere più grande e perfetta la letteratura? L'unica cosa che m'importa è quella che non ottengo mai: l'assicurazione che le mie parole hanno toccato il cuore del mondo. Cos'è allora il mio talento se non una consolazione per la mia solitudine? Ma che consolazione spaventosa, che riesce solo a farmi vivere la solitudine con intensità cinque volte maggiore!

    ha scritto il 

  • 0

    "Nessuno sa quando cala l'oscurità, e la vita non è un problema che possa essere risolto dividendo la luce per la tenebra e i giorni per le notti, è invece un viaggio pieno d'imprevisti tra luoghi inesistenti"

    Sentire che anche nella schiavitù (del talento, della pressione sociale, dell'angoscia, del tempo, del denaro, della fama e del suo opposto, ovvero dell'assenza di fama per chi ne è affamato, dell'approvazione, degli applausi, dell'ombra che si allarga nella mente e nel cuore, della violenza del ...continua

    Sentire che anche nella schiavitù (del talento, della pressione sociale, dell'angoscia, del tempo, del denaro, della fama e del suo opposto, ovvero dell'assenza di fama per chi ne è affamato, dell'approvazione, degli applausi, dell'ombra che si allarga nella mente e nel cuore, della violenza del mondo, coagulo di elementi estranei) si è capaci, con grande, sovrumano sforzo, di godere della libertà che deriva dal saper prolungare, per un tempo infinito, il brivido di fronte alla bellezza di gesti piccoli e particolari inutili, è qualcosa che può salvare la vita.
    Dagerman, che lo aveva non solo intuito, ma pure espresso con chiarissime parole in questo sottilissimo libriccino, scelse, ad un certo punto della sua esistenza, di non credere più nemmeno a quella che qui chiama la mia unica consolazione, quasi sentisse la fatica di scovare il solo granello di luce in uno sconfinato deserto di disperazione.

    ha scritto il 

  • 5

    Senza speranza

    “Il nostro bisogno di consolazione” è un monologo costruito sul contrasto tra il desiderio di felicità e l’impossibilità di raggiungerla, tra il bisogno di essere liberi e la schiavitù intrinseca dell’esistenza. Nessuna speranza trapela dalle poche pagine del libro, scritto un paio d’anni prima d ...continua

    “Il nostro bisogno di consolazione” è un monologo costruito sul contrasto tra il desiderio di felicità e l’impossibilità di raggiungerla, tra il bisogno di essere liberi e la schiavitù intrinseca dell’esistenza. Nessuna speranza trapela dalle poche pagine del libro, scritto un paio d’anni prima del suicidio dell’autore.

    “Mi manca la fede e non potrò mai, quindi, essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa. Non ho ereditato né un dio né un punto fermo sulla terra da cui poter attirare l’attenzione di un dio. Non ho ereditato nemmeno il ben celato furore dello scettico, il gusto del deserto del razionalista o l’ardente innocenza dell’ateo. Non oso dunque gettare pietre sulla donna che crede in cose di cui io dubito o sull’uomo che venera il suo dubbio come se non fosse anch’esso circondato dalle tenebre. Quelle pietre colpirebbero me stesso, perché di una cosa sono convinto: che il bisogno di consolazione che ha l’uomo non può essere soddisfatto.
    Io stesso sono a caccia di consolazione come un cacciatore lo è di selvaggina. Là dove la vedo baluginare nel bosco, sparo. Spesso il mio tiro va a vuoto, ma qualche volta una preda cade ai miei piedi. Poiché so che la consolazione ha la durata di un alito di vento nella chioma di un albero, mi affretto a impossessarmi della mia vittima.
    Cosa stringo allora tra le mie braccia?”

    “Posso starmene seduto davanti al fuoco nella più sicura delle stanze e, all’improvviso, sentire la morte che mi accerchia. È nel fuoco, in tutti gli oggetti taglienti che mi stanno intorno, nel peso del tetto e nella massa delle pareti, è nell’acqua, nella neve, nel calore e nel mio sangue. Cos’è allora la sicurezza dell’uomo se non una consolazione perché la morte è prossima alla vita? E che povera consolazione, che riesce solo a ricordarci ciò che vorrebbe farci dimenticare!”

    “E mi pare di capire che il suicidio è l’unica prova della libertà umana”.

    Poche pagine, quasi perfette, piene di concetti e riflessioni. Triste, deprimente, senza speranza. Difficile commentare un libro così.

    ha scritto il 

  • 5

    Un libello che fa temere di non trovarne altri all'altezza

    Nove pagine. Tolta la prefazione le post fazioni le note etc ecco quante pagine compongono questo opuscolo di Stig Dagerman. Va bene che la letteratura non si vende a chilogrammi, ma devo ammettere che nell'iniziarlo ho nutrito qualche dubbio sulla possibilità di comunicare qualcosa in uno spazio ...continua

    Nove pagine. Tolta la prefazione le post fazioni le note etc ecco quante pagine compongono questo opuscolo di Stig Dagerman. Va bene che la letteratura non si vende a chilogrammi, ma devo ammettere che nell'iniziarlo ho nutrito qualche dubbio sulla possibilità di comunicare qualcosa in uno spazio tanto breve.
    Poi ho cominciato e, miracolosamente, lo spazio e il tempo si sono dilatati; nel procedere mi sembrava che ogni pagina, ogni riga contenesse una storia a sé, la storia della tragica fine dell'autore certo, ma anche la storia di un'intera umanità schiacciata dal Senso del Dovere, dalle Aspettative altrui, dal bisogno di consolarci da noi stessi e per la nostra inalienabile solitudine. Ho avuto la sensazione per tutta la durata di quest'intensissima lettura che dovessi imparare a memoria le pagine e non semplicemente leggerle; che dovessi immagazzinare anche la punteggiatura tale è la portata delle parole dell'autore; che tanta parte del mio pensiero fosse espresso in un liberculo sottile, solo che con chiarezza e graffiante nitidezza al contrario di quanto avviene nella mia mente e nel mio cuore.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    un soffio

    ...pochissime pagine, come un soffio, come un battito d'ali di farfalla...
    però pesanti, forti, come un pugno nello stomaco.
    Dagerman ti porta dentro il suo malessere, il suo male di vivere, il suo aspirare ad una felicità che in realtà, lo stesso sa benissimo che è irraggiungibile. ...continua

    ...pochissime pagine, come un soffio, come un battito d'ali di farfalla...
    però pesanti, forti, come un pugno nello stomaco.
    Dagerman ti porta dentro il suo malessere, il suo male di vivere, il suo aspirare ad una felicità che in realtà, lo stesso sa benissimo che è irraggiungibile.
    cercare la propria libertà, ma scoprire che in questo mondo è impossibile, che è impossibile ripetere l'esercizio di libertà di Thoreau a Walden.
    Molto bello, corredato da alcune appendici che aiutano a comprendere il pensiero dell'autore, è un testo fondamentale per comprendere il gesto finale di Dagerman, il momento in cui anche Dio sarà impotente di fronte all'uomo più piccolo...
    da leggere...

    ha scritto il 

  • 0

    In equilibrio su un'asse sottile

    "Sono a caccia di consolazione come un cacciatore lo è di selvaggina. Là dove la vedo baluginare nel bosco, sparo. Spesso il mio tiro va a vuoto, ma qualche volta una preda cade ai miei piedi. Poiché so che la consolazione ha la durata di un alito di vento nella chioma di un albero, mi affretto a ...continua

    "Sono a caccia di consolazione come un cacciatore lo è di selvaggina. Là dove la vedo baluginare nel bosco, sparo. Spesso il mio tiro va a vuoto, ma qualche volta una preda cade ai miei piedi. Poiché so che la consolazione ha la durata di un alito di vento nella chioma di un albero, mi affretto a impossessarmi della mia vittima.
    Cosa stringo allora fra le mie braccia?"

    Venti pagine di pensieri a ruota libera. Un monologo interiore sul solito dilemma umano: il desiderio di essere felici e la consapevolezza di quanto fragile e transitoria sia la felicità, qualsiasi significato le si attribuisca.
    E poi, ammesso che la si raggiunga ("sono Hans il clown e colleziono attimi"), da sola è sufficiente a dare un senso alla vita?
    Io penso che avesse ragione Camus quando scrisse che "bisogna immaginare Sisifo felice". Ma felice in quanto consapevole della assoluta mancanza di senso della propria esistenza. Perché proprio nell'accettazione, priva di ogni illusione, di questa sua condizione umana, solo umana (fanculo l'evoluzione), l'uomo dovrebbe trovare la forza di continuare a lottare.
    Forza allora... riportiamo su il macigno!
    Sembra non esserci alternativa. A parte ovviamente il suicidio, alternativa scelta da Dagerman, e a soli trentuno anni.
    Dagerman, evidentemente a torto, considerato il "Camus svedese".

    ha scritto il 

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