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Il nostro comune amico

Di

Editore: Einaudi (Gli struzzi, 273)

4.4
(371)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 905 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo

Isbn-10: 880605449X | Isbn-13: 9788806054496 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Luca Lamberti

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico

Genere: Crime , Fiction & Literature

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Descrizione del libro
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  • 1

    Tante le recensioni positive, tanti i commenti entusiastici, eppure io questo libro l'ho trovato di una inutilità impressionante. Personaggi scialbi e monolitici nel loro "schieramento" morale (buoni e vessati da una parte, cattivi e violenti dall'altra); storia banale, con una serie di dialoghi ...continua

    Tante le recensioni positive, tanti i commenti entusiastici, eppure io questo libro l'ho trovato di una inutilità impressionante. Personaggi scialbi e monolitici nel loro "schieramento" morale (buoni e vessati da una parte, cattivi e violenti dall'altra); storia banale, con una serie di dialoghi al limite dell'assurdo; traduzione che segue il livello noioso e frammentario della vicenda; brodo allungato per una vicenda che con meno personaggi e meno giri tortuosi avrebbe reso meglio.
    Ci sono momenti di "brivido" quando Dickens si ricorda di essere un buon scrittore e non solo che deve pagare le bollette di casa: momenti in cui la psicologia dei personaggi sembra prendere il sopravvento sulla banalità, oppure la feroce critica della società (i pezzi più belli sono quelli contro l'antisemitismo che a quanto pare imperava nella società inglese. Questa è la mia visione leggendo), ma sono brevi e tronchi quasi che alla fine nessuno volesse davvero interessarsi a ciò.
    Finale di resa dei conti (anche se qualche cattivo aveva iniziato a pagare dazio nella quarta sezione del libro) per tutti, con confetti e gioia per i buoni e condanna sociale per tutti gli altri, peccato che poi lo tronchi così, senza un vero senso e motivo.
    La lettura di questo libro è stato il frutto di una lettura collettiva e filologica, cercando di mantenere i ritmi del feuilleton, ed è durata 1 anno e mezzo come allora. Questo metodo non aiuta a una miglior lettura del romanzo e forse è pregiudizievole sul giudizio.
    A questo link la conclusione della lettura, mentre nella categoria del mio blog dedicata si possono trovare i vari capitoli con i commenti miei. https://amacadieuterpe.wordpress.com/2014/11/29/il-nostro-comune-amico-di-c-dickens-conclusioni/

    ha scritto il 

  • 3

    Molto rumore per nulla

    Voto: 3 stelline e 1/2
    Ultimo romanzo compiuto di Charles Dickens, Our mutual friend si apre in una cornice cupa e suggestiva: quella del Tamigi, dove, in una buia sera d'autunno, viene rinvenuto il corpo sfigurato di un giovane. L'uomo in questione, John Harmon, è figl ...continua

    Voto: 3 stelline e 1/2
    Ultimo romanzo compiuto di Charles Dickens, Our mutual friend si apre in una cornice cupa e suggestiva: quella del Tamigi, dove, in una buia sera d'autunno, viene rinvenuto il corpo sfigurato di un giovane. L'uomo in questione, John Harmon, è figlio di un facoltoso signore appena defunto, nonché protagonista di una curiosa vicenda successoria, tale da suscitare l'interesse del bel mondo londinese.
    Secondo il testamento paterno, infatti, John sarebbe entrato in possesso dell'eredità a condizione che avesse sposato una certa Bella Wilfer; in caso contrario, l'intero patrimonio sarebbe passato nelle mani di Nicodemus Boffin e di sua moglie, da sempre fedeli servitori della famiglia.
    È così che il ritrovamento del cadavere sconvolge in un attimo le vite di molte persone, tra cui la giovane Lizzie Hexam, figlia del barcaiolo che ha ripescato il corpo, e su cui pendono ora gravi sospetti; il coscenzioso Mortimer Lightwood, avvocato alle prime armi incaricato di dirimere la questione; l'indolente Eugene Wrayburn, amico fraterno di quest'ultimo, conquistato dalla bellezza e dal candore di Lizzie; l'ambiziosa signorina Wilfer, che vede sfumare le proprie prospettive di ricchezza senza averle potute neppure assaporare; i coniugi Boffin, inaspettatamente proprietari di un'enorme fortuna, ma nel contempo affranti per la perdita del loro caro e indimenticato John.
    Intanto, mentre la buona società non smette d'interrogarsi sugli sviluppi della spinosa faccenda, e numerosi truffatori senza scrupoli tentano di approfittare della situazione, in casa Wilfer arriva il nuovo inquilino John Rokesmith, giovanotto dal passato oscuro, le cui fattezze, stranamente, ricordano da vicino quelle di un altro uomo, comparso poco dopo il delitto Harmon, e poi misteriosamente volatilizzatosi.
    Ogni volta che leggo un romanzo di Dickens, lasciandomi trasportare dalla sua narrazione sopraffina, e dal suo impareggiabile stile, la sensazione che provo è di trovarmi di fronte al prodotto di un'arte difficilmente assimilabile, e nettamente superiore, a quella di qualsiasi altro autore; una sensazione, questa, che permane costantemente anche nelle rare occasioni in cui l'opera letta non si riveli, ahimè, tra le più riuscite dello scrittore.
    È appunto questo il caso di Our mutual friend: un romanzo imponente (e non solo per la mole), che malgrado le allettanti premesse, e la geniale arguzia di molti capitoli, non è riuscito ad appassionarmi come avrei sperato.
    Sul piano letterario, come sempre, si possono muovere ben poche critiche alla penna di Dickens. La scrittura, densa di riferimenti culturali, senza però apparire mai artificiosa o saccente, è a dir poco superba; l'inesauribile umorismo, ancor più presente che in passato, spassosissimo; l'incipit, memorabile... Eppure, nel corso delle oltre mille pagine che costituiscono il libro, è difficile, per chiunque abbia un po'di familiarità col romanziere inglese, allontanare dalla mente la persistente impressione che questi, inconsapevolmente, sia incorso in un grave errore: quello di imitare se stesso.
    In Our mutual friend, difatti, Dickens pare dar vita essenzialmente ad una sorta di compendio della sua intera produzione, regalandoci un romanzo che, seppur oggettivamente bello, invece di brillare di luce propria, riflette la grandezza degli scritti che l'hanno preceduto, e di cui ripropone, con toni un po'sbiaditi, tematiche, riflessioni, situazioni, e tipologie di personaggi.
    Perfino la sacrosanta denuncia sociale - inconfondibile marchio di fabbrica dello scrittore - qui indirizzata prevalentemente alla Poor Law, alla pochezza dell'alta società, e al potere ora risanatore, ora distruttivo, del denaro, suona come qualcosa di già sentito, e richiama alla memoria numerosi passi di altre opere dickensiane (su tutte: Oliver Twist, Dombey & Son e Little Dorrit) dove le medesime questioni furono affrontate in modo assai più convincente.
    La vera delusione, tuttavia, non è rappresentata dalla mancanza di originalità dell'opera, bensì dalla debolezza di quello che, in altre circostanze, risulta il vero punto di forza di Dickens: l'intreccio.
    Il mistero, su cui dovrebbe poggiare l'intero impianto narrativo, non regge: la verità si palesa fin dal principio anche al lettore meno attento; e la scelta del "comune amico" (figura che funge da trait d'union tra tutti i personaggi) di celare la propria identità, pare priva di un fondamento sufficientemente plausibile, privando così il romanzo di quel pathos e di quello spessore di cui avrebbe necessità. La stessa consapevolezza del lettore, di per sé un potenziale stratagemma per avvincerlo e renderlo ancor più partecipe della vicenda, viene sfruttato malamente da un Dickens visibilmente sottotono, che ai suoi proverbiali colpi di scena, preferisce questa volta delle soluzioni talmente fragili e prevedibili, da risultare fin troppo inverosimili; un po'come i tanti espedienti a cui, autori televisivi a corto d'idee, ricorrono spesso per salvare in extremis le sorti di una qualche serie tv sull'orlo del tracollo.
    Neppure le straordinarie doti narrative del romanziere, di regola abilissimo nell'elaborare trame intricate ma impeccabili, riescono ad avere la meglio sull'evidente affievolirsi della sua vena creativa: lo vediamo nei lunghissimi, sebbene piacevoli, capitoli incentrati su eventi decisamente superflui; nel forzato monologo in cui Rokesmith narra a se stesso la propria storia (dove si manifesta la tangibile mancanza di un espediente più efficace); nell'eccessivo spazio dedicato alle vicende dei personaggi secondari, a scapito della trama principale, che resta invece sullo sfondo senza mai conquistare il centro della scena.
    Diversamente dalle altre opere di Dickens, in Our mutual friend, non vi è un unico protagonista: si tratta, infatti, di un romanzo corale dove a spartirsi tale ruolo sono - o dovrebbero essere - ben quattro diversi personaggi. Purtroppo, anche nella caratterizzazione di questi ultimi, il buon Charles non dà il meglio di sé, e confeziona delle figure che, insolitamente prive di vividezza, non riescono a colpire il lettore né a conquistarne particolarmente le simpatie. Troviamo così l'eterea Lizzie, ennesima pallida personificazione del pluri-sfruttato angelo del focolare vittoriano; lo scialbo Rokesmith, teoricamente eroe della storia, ma in realtà soggetto trascurabilissimo e unidimensionale; la frivola e materialista Bella, il cui repentino cambiamento, non sorretto da un sufficiente approfondimento psicologico, risulta piatto e poco credibile.
    A discostarsi da tali stereotipi, è solo la figura magnetica di Eugene Wrayburn: giovane aristocratico dal noncurante snobismo e l'annoiata nonchalance. A metà tra il bello e dannato James Steerforth e il dissoluto Sydney Carton (di cui condivide la professione), ma dotato di un tagliente sarcasmo e di un'eleganza tutta sua, Eugene unisce una personalità svagatamente superficiale, ad un'intelligenza brillante ma spesso mal utilizzata.
    Wrayburn, stancamente alla ricerca della propria identità, e nel contempo incapace di dedicarcisi per davvero, è stato a parer mio la grande occasione sprecata di Dickens: un personaggio con eccellenti potenzialità, a cui purtroppo non è stato dato il giusto spazio, e che ritroviamo, a un passo dell'epilogo, anch'egli costretto, ingiustamente, in uno dei troppi, scialbi cliché del genere.
    Stesso discorso per l'ossessivo maestro-stalker Bradley Headstone, su cui, inspiegabilmente, troppo poco è stato investito.
    È innegabile che questa volta, a tenere le redini del romanzo sia il nutrito assortimento di personaggi minori, alcuni di stampo macchiettistico, altri decisamente più elaborati, in cui c'imbattiamo pagina dopo pagina, e che senza dubbio, rappresentano, insieme alla sagace e pungente satira, gli aspetti più godibili e riusciti dell'opera. Troviamo così la grottesca sartina delle bambole, costretta a crescere troppo in fretta (una figura che mi ha suscitato davvero una grande compassione); l'imbalsamatore infelicemente innamorato; l'avido imbroglione dalla gamba di legno; l'imberbe usuraio in incognito; e, all'insegna del politically correct, perfino l'anziano ebreo dal cuore d'oro - forse un tentativo di riparare all'antico torto a suo tempo inflitto al popolo ebraico, tramite l'indimenticabile figura di Fagin.
    Sarà pure che quando si tratta del vecchio Charles, le mie aspettative sono sempre altissime, ma Our mutual friend ha destato in me non poche perplessità. Le storie d'amore, scontate e piatte, mi hanno interessata ben poco; la consueta propensione dell'autore a raccontare senza lesinare dettagli - da molti definita prolissità, ma da me abitualmente considerata come un valore aggiunto - in alcuni tratti mi è parsa davvero eccessiva... Per non parlare del coup-de-thêatre finale, praticamente l'unica vera e propria sorpresa di tutto il romanzo, la cui banalità, ahimè, mi ha lasciato decisamente con l'amaro in bocca.
    Neppure l'happy ending, tutt'altro che inaspettato, è riuscito a soddisfarmi: un epilogo oltremodo deludente che, più che alla necesità di rendere giustizia al romanzo, pare rispondere all'esigenza, su cui peraltro si potrebbe discutere, di compiacere i lettori.
    "Much ado about nothing", verrebbe dunque da dire - volendo restare in ambito letterario - di fronte a una trama così potenzialmente intrigante, ma non altrettanto bene orchestrata, in cui a mancare davvero è quell'invidiabile perfezione a cui Dickens, forse viziandoci un po'troppo, ci aveva abituati.
    Tuttavia, se riconsidero l'opera nella sua totalità, trovo impossibile non pronunciarmi in modo positivo, e questo non solo per via della mia predilezione per lo scrittore, ma anche, e soprattutto, perché il romanzo, fin quasi alla fine, ha costituito innegabilmente una lettura gradevolissima e affascinante.
    Dickens, bisogna rendergliene atto, possiede invariabilmente la rara dote di non annoiare mai; quella prosa ipnotica e avvolgente, in grado di tenere il lettore incollato alle pagine, divertirlo e farlo riflettere, e Our mutual friend, con tutti i suoi difetti e le sue debolezze, non fa eccezione.
    Insomma, sicuramente un romanzo di secondo piano, nella ricchissima produzione dell'autore, ma pur sempre una pregevolissima opera letteraria che merita senz'altro di essere letta... magari dando però la precedenza a quegli indiscussi capolavori che hanno fatto di Dickens uno dei più grandi romanzieri di tutti i tempi.

    ha scritto il 

  • 4

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/09/01/il-nostro-comune-amico-charles-dickens/


    “Mr Podsnap era ricco e aveva un’alta opinione di sé. Egli aveva cominciato con una bella eredità, si era fatto una straordinaria fortuna con le Assicurazioni Marittime, ed era proprio soddisfatto. Perché ...continua

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/09/01/il-nostro-comune-amico-charles-dickens/

    “Mr Podsnap era ricco e aveva un’alta opinione di sé. Egli aveva cominciato con una bella eredità, si era fatto una straordinaria fortuna con le Assicurazioni Marittime, ed era proprio soddisfatto. Perché non tutti fossero soddisfatti, non era mai riuscito a capirlo; quindi era ben consapevole che il fatto di essere soddisfatto di tutte le cose, ma in primo luogo di sé stesso, costituiva un brillante esempio sociale.
    Data una così elevata opinione dei propri meriti e della propria importanza, Podsnap aveva stabilito che tutto quello che egli decideva di ignorare cessava ipso facto di esistere. Questo modo di liberarsi delle cose sgradevoli, portava a conclusioni dignitose, oltre che assai comode, e aveva molto contribuito a innalzare Mr Podsnap fino a quella elevata considerazione di Mr Podsnap. “Io questa cosa non la voglio sapere; non la voglio discutere, non l’ammetto!”. Egli aveva persino preso l’abitudine di fare un gesto speciale con il braccio destro, ogni volta che, buttandosele dietro alle spalle (e quindi annullandole) pronunciava, tutto rosso in volto, quelle parole per liberare il mondo dai suoi più ardui problemi. Perché rappresentavano un’offesa”.
    (Charles Dickens, “Il nostro comune amico”, ed. Einaudi)

    Nello scrivere le mie impressioni su “Il nostro comune amico” di Dickens, ritengo onesto, per rispetto dei miei “amabili lettori” (cit.), adottare una sorta di filtro iniziale, che potrà far abbandonare la lettura dell’articolo agli stessi prima di quanto già non farebbero. Lettore, se non ami i romanzi immensi per mole, questo non fa per te. L’edizione Einaudi che ho appena terminato è di novecento pagine e questa è la prima avvertenza. La seconda riguarda il numero dei personaggi presenti; se hai scarsa memoria e tendi a confonderli, o non leggere questo romanzo, oppure preparati degli schemi tipo albero genealogico, che ti aiuteranno a dipanare l’intreccio costruito da Dickens. Ultimo sbarramento: se siete in cerca di un romanzo che sia solo comico, solo drammatico, solo tragico, solo sentimentale, lasciate stare, perché “Il nostro comune amico” è una mescolanza di tutto ciò e di tanto altro.
    Finora di Dickens avevo letto solo “Tempi difficili”, scelto dopo un’attenta disamina preliminare circa le opere che di quest’autore potevano più interessarmi. Girando qua e là per il web, in cerca di recensioni, ero giunto a escludere, almeno all’inizio, romanzi come “Oliver Twist” e “David Copperfield”, riducendo la mia scelta a un trittico, cioè proprio “Tempi difficili”, “Il nostro comune amico” e “Grandi speranze”, i primi due dei quali hanno ampiamente ripagato la fiducia riposta in loro, pur nella loro differenza.
    Chi è il “comune amico” del titolo? Siccome il romanzo si regge su un intreccio basato su una sostituzione di persona, anzi non solo una, è bene che io mi limiti all’essenziale. Tutto prende le mosse dalla misteriosa scomparsa di John Harmon, l’uomo di NonSoDove, che dovrebbe tornare dall’estero, dove era scappato da molto giovane, per ricevere l’eredità da suo padre, un’eredità che si fonda su alcuni “Monticelli” di rifiuti, che avranno nel romanzo una forte valenza anche simbolica; l’unica condizione che Harmon dovrà rispettare è quella di sposare una donna, nella specie Bella Wilfer, una dei Numerosi figli dei coniugi Wilfer. Harmon torna, ma morto, o almeno è ritrovato un cadavere che si ritiene essere quello di Harmon, e da questo ritrovamento si scatenano tutta una serie di circostanze che rendono il romanzo avvincente nella sua struttura e convincente come ritmo.
    Dickens nella sua storia affronta diversi argomenti, ma lo fa senza (quasi mai) scadere nella retorica o in sparate filosofiche; la denuncia sociale, che pure c’è, non è, a mio avviso, il tratto predominante del romanzo, o almeno non è ciò che lo ha reso gradito a me. Ci sono pagine nelle quali denuncia il potere corruttivo del denaro, capace di mutare gli animi anche dei personaggi che inizialmente sembrerebbero meno avidi, così come ci sono continui riferimenti a disagi sociali, agli speculatori, al sistema scolastico dell’Inghilterra dell’epoca, ma tutto ciò è inserito in una trama che diverte, appassiona, e che lo fa in virtù di una ridda di personaggi davvero copiosa ed eterogenea. La storia di Harmon “NonSoDove” è narrata, all’inizio, in una riunione mondana a casa dei Veenering, in una sorta di “racconto nel racconto”; i Veenering sono esponenti del mondo dei benestanti, così come i Podsnap, che hanno fede solo in sé stessi, nell’Inghilterra e nella Provvidenza, e che ritengono che i poveri muoiano solo per colpa loro. Le differenze di classe sono palesi nel romanzo di Dickens, ma non si pensi a una banale contrapposizione “povero buono contro ricco cattivo”, perché così non è. Come scritto prima, il denaro, se ha già corrotto chi è possidente, è pronto a ghermire chi, ancora povero, tenta la scalata sociale con ogni mezzo. Ci sono, poi, le opportune eccezioni e le vie di mezzo.
    John Harmon, in questo senso, pur essendo scomparso a inizio romanzo, è il collante tra diversi mondi, nelle forme che scoprirete leggendo il libro. Per esempio, i Boffin, ereditando la somma che sarebbe spettata a Harmon, e arricchitisi, saranno comunque in contatto con i Wilfer, la cui figlia doveva sposare Harmon. Qui, però, devo fermarmi per non rovinare la lettura. I personaggi sono, come detto, molto diversi tra loro e Dickens è abile nel farci affezionare alle loro buffe debolezze, stramberie, meschinità e ingenuità; il tono della narrazione, infatti, è umoristico, ironico, anche nei momenti di maggiore cupezza c’è sempre una scintilla, una battuta che ci strappa il sorriso, benché amaro, e ci consente di arrivare alla fine delle novecento pagine senza avvertire stanchezza. Evito di fare uno stucchevole elenco dei personaggi che più mi hanno colpito, perché è bene che li scopriate da soli.
    Dickens non è Dostoevskij, di questo me ne sono accorto subito e del resto non pensavo di poter trovare un altro Dostoevskij, ma a prescindere da quest’improprio confronto (dovuto solo alla mia personale passione per il russo), devo dire che anche questa seconda lettura “dickensiana” me ne ha fatto apprezzare le capacità, e quindi, fatte le premesse di cui all’inizio dell’articolo, consiglio anche a voi di scoprire la storia del “nostro comune amico” e di tutti gli altri variopinti protagonisti che ruotano attorno alla sua evanescente (ma neanche tanto) figura.

    ha scritto il 

  • 3

    Non sono un'amante di Dickens e del mondo di scrivere tipico dei suoi tempi, però ho voluto lo stesso portare a termine la lettura di questo librone immenso e infinito. Ho arrancato e faticato, ho saltato alcune (parecchie) pagine e ho pensato più volte di interrompere la lettura ma, alla fine, h ...continua

    Non sono un'amante di Dickens e del mondo di scrivere tipico dei suoi tempi, però ho voluto lo stesso portare a termine la lettura di questo librone immenso e infinito. Ho arrancato e faticato, ho saltato alcune (parecchie) pagine e ho pensato più volte di interrompere la lettura ma, alla fine, ho resistito e sono arrivata alla fine.
    Tre stelle solo per le premesse perché se piace a 360° è da cinque.

    ha scritto il 

  • 5

    Il miglior Dickens!!!

    Mi sono avvicinata ai romanzi di Dickens dopo il fortunato incontro con "Storia di due città" e da lì in poi, è cominciata la mia ossessione: il circolo Pickwick, David Copperfield, Il mistero di Edwin Drood, Canto di Natale, grandi speranze. Tutti meravigliosi. Praticamente Dickens è la mia anim ...continua

    Mi sono avvicinata ai romanzi di Dickens dopo il fortunato incontro con "Storia di due città" e da lì in poi, è cominciata la mia ossessione: il circolo Pickwick, David Copperfield, Il mistero di Edwin Drood, Canto di Natale, grandi speranze. Tutti meravigliosi. Praticamente Dickens è la mia anima gemella letteraria...fino a "tempi difficili". Lì, devo ammetterlo, ho trovato difficoltà: non so perchè, la storia non mi prendeva, i personaggi mi sembravano delle macchiette, fatto sta che mi sono sentita delusa, per la prima volta, da un suo romanzo. Poi, è arrivato il nostro comune amico. Che ho amato! Lo ammetto, è un romanzone e non solo per la mole. Dentro c'è tutto: mistero, delitti, amore, amicizia e l'immancabile morale. I buoni vincono, i cattivi perdono. Non sarebbe Dickens se non succedesse questo.
    Nel romanzo corrono una serie di storie parallele, con legami e relazioni che si incrocino e si intrecciano di continuo e lui, Dickens come un abilissimo burattinaio riesce a giocare con tutti questi fili senza mai apparire scontato e banale. Ho adorato ogni parte di questa storia e i suoi personaggi e, ho decisamente fatto pace con questo autore.
    "Ci sono davvero in questa vita dei giorni per cui vale la pena di vivere e morire. E com'è allegra la vecchia canzone:<<é l'amore, l'amore, l'amore, che fa girare il mondo!>>

    ha scritto il 

  • 3

    Il nostro comune amico, pubblicato anche con il titolo L'amico comune è un romanzo dell'autore inglese Charles Dickens.
    Il romanzo fu pubblicato mensilmente su alcuni fascicoli (come gran parte delle opere dell'autore) dall'aprile del 1864 al novembre dell'anno seguente; per rispettare le d ...continua

    Il nostro comune amico, pubblicato anche con il titolo L'amico comune è un romanzo dell'autore inglese Charles Dickens.
    Il romanzo fu pubblicato mensilmente su alcuni fascicoli (come gran parte delle opere dell'autore) dall'aprile del 1864 al novembre dell'anno seguente; per rispettare le date di pubblicazione lo scrittore lavorò duramente.
    Il romanzo è diviso in quattro libri: "La coppa e il labbro", "Gente dello stesso stampo", "Un lungo cammino" e "Una svolta".
    Durante un viaggio all'estero, John Harmon scopre di aver ereditato un fortuna in seguito alla morte del padre, un ricco imprenditore, ma con una condizione: se non sposerà Bella Wilfer, una donna che John non conosce, la somma verrà ricevuta dai coniugi Boffin, ex-domestici del padre. Mentre sta tornando in Inghilterra, durante il viaggio per nave egli confida ad un ufficiale di bordo l'idea di assumere una falsa identità per conoscere Bella prima dell'eventuale matrimonio, ma l'ufficiale cerca di ucciderlo per derubarlo; rimane però ucciso e il suo cadavere scivola nel Tamigi (la lotta è infatti avvenuta nei pressi di questo fiume) e viene scambiato per il corpo di Harmon, il quale è invece vivo e vegeto. Quest'ultimo approfitta dell'accaduto per realizzare la sua idea di cambiare identità e nome: rintracciati i Boffin, i quali hanno intanto ricevuto l'eredità a causa della falsa notizia della morte di John, riesce a farsi assumere come loro segretario con lo pseudonimo di Rokesmith. Quest'ultimo fa conoscenza di Bella, la quale è adottata dai Boffin: è frivola ma in fondo buona e anche affascinante ed egli se ne invaghisce. I Boffin hanno frattanto capito la vera identità di Rokesmith, ma vogliono segretamente mettere Bella alla prova: fingendo una durezza, un'avarizia e una venalità che non sono mai stati presenti in loro licenziano il loro segretario. Bella supera la prova: comprendendo che le ricchezze possono nuocere se cadono nelle mani di alcune persone, fugge e, avendo capito che il suo spasimante è un uomo pieno di virtù, lo sposa. I Boffin svelano infine il loro piano ai due sposi e si riappacificano con essi.
    Inoltre, a questo racconto s'intrecciano le vicende del giovane avvocato Eugene Wrayburn, il quale s'è invaghito di Lizzy Hexam, il cui padre per mestiere ripesca cadaveri dal Tamigi (è quello che, fra l'altro, trova nel primo capitolo del libro il presunto cadavere di Harmon). Eugene è vittima di un tentativo di assassinio da parte del suo rivale in amore, un malvagio insegnante, ma verrà salvato dalla sua innamorata, che lo sposa nonostante le sue disperate condizioni di incertezza tra vita e morte. Dopo del tempo egli guarisce e vive felicemente con la dolce Lizzy.
    Un romanzo che trovato molto caotico, troppi intrecci, si lascia leggere bene, ma sicuramente non tra i migliori di Dickens.

    ha scritto il 

  • 5

    La fastidiosa onniscienza e la matematica della storia, l’asfissiante predestinazione di ogni personaggio svaniscono nella leggerezza e nei colori del caprifoglio che tutto questo avvolge – che non copre o nasconde, che tutto questo risolve in vita, e lo fa fiorire in vita vera, pulsante, immedia ...continua

    La fastidiosa onniscienza e la matematica della storia, l’asfissiante predestinazione di ogni personaggio svaniscono nella leggerezza e nei colori del caprifoglio che tutto questo avvolge – che non copre o nasconde, che tutto questo risolve in vita, e lo fa fiorire in vita vera, pulsante, immediata, vissuta. È la magia di Dickens.

    ha scritto il 

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