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Il nostro comune amico

Di

Editore: Einaudi (Gli struzzi, 273)

4.4
(370)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 905 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo

Isbn-10: 880605449X | Isbn-13: 9788806054496 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Luca Lamberti

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico

Genere: Crime , Fiction & Literature

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Descrizione del libro
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  • 4

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/09/01/il-nostro-comune-amico-charles-dickens/


    “Mr Podsnap era ricco e aveva un’alta opinione di sé. Egli aveva cominciato con una bella eredità, si era fatto una straordinaria fortuna con le Assicurazioni Marittime, ed era proprio soddisfatto. Perché ...continua

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/09/01/il-nostro-comune-amico-charles-dickens/

    “Mr Podsnap era ricco e aveva un’alta opinione di sé. Egli aveva cominciato con una bella eredità, si era fatto una straordinaria fortuna con le Assicurazioni Marittime, ed era proprio soddisfatto. Perché non tutti fossero soddisfatti, non era mai riuscito a capirlo; quindi era ben consapevole che il fatto di essere soddisfatto di tutte le cose, ma in primo luogo di sé stesso, costituiva un brillante esempio sociale. Data una così elevata opinione dei propri meriti e della propria importanza, Podsnap aveva stabilito che tutto quello che egli decideva di ignorare cessava ipso facto di esistere. Questo modo di liberarsi delle cose sgradevoli, portava a conclusioni dignitose, oltre che assai comode, e aveva molto contribuito a innalzare Mr Podsnap fino a quella elevata considerazione di Mr Podsnap. “Io questa cosa non la voglio sapere; non la voglio discutere, non l’ammetto!”. Egli aveva persino preso l’abitudine di fare un gesto speciale con il braccio destro, ogni volta che, buttandosele dietro alle spalle (e quindi annullandole) pronunciava, tutto rosso in volto, quelle parole per liberare il mondo dai suoi più ardui problemi. Perché rappresentavano un’offesa”. (Charles Dickens, “Il nostro comune amico”, ed. Einaudi)

    Nello scrivere le mie impressioni su “Il nostro comune amico” di Dickens, ritengo onesto, per rispetto dei miei “amabili lettori” (cit.), adottare una sorta di filtro iniziale, che potrà far abbandonare la lettura dell’articolo agli stessi prima di quanto già non farebbero. Lettore, se non ami i romanzi immensi per mole, questo non fa per te. L’edizione Einaudi che ho appena terminato è di novecento pagine e questa è la prima avvertenza. La seconda riguarda il numero dei personaggi presenti; se hai scarsa memoria e tendi a confonderli, o non leggere questo romanzo, oppure preparati degli schemi tipo albero genealogico, che ti aiuteranno a dipanare l’intreccio costruito da Dickens. Ultimo sbarramento: se siete in cerca di un romanzo che sia solo comico, solo drammatico, solo tragico, solo sentimentale, lasciate stare, perché “Il nostro comune amico” è una mescolanza di tutto ciò e di tanto altro. Finora di Dickens avevo letto solo “Tempi difficili”, scelto dopo un’attenta disamina preliminare circa le opere che di quest’autore potevano più interessarmi. Girando qua e là per il web, in cerca di recensioni, ero giunto a escludere, almeno all’inizio, romanzi come “Oliver Twist” e “David Copperfield”, riducendo la mia scelta a un trittico, cioè proprio “Tempi difficili”, “Il nostro comune amico” e “Grandi speranze”, i primi due dei quali hanno ampiamente ripagato la fiducia riposta in loro, pur nella loro differenza. Chi è il “comune amico” del titolo? Siccome il romanzo si regge su un intreccio basato su una sostituzione di persona, anzi non solo una, è bene che io mi limiti all’essenziale. Tutto prende le mosse dalla misteriosa scomparsa di John Harmon, l’uomo di NonSoDove, che dovrebbe tornare dall’estero, dove era scappato da molto giovane, per ricevere l’eredità da suo padre, un’eredità che si fonda su alcuni “Monticelli” di rifiuti, che avranno nel romanzo una forte valenza anche simbolica; l’unica condizione che Harmon dovrà rispettare è quella di sposare una donna, nella specie Bella Wilfer, una dei Numerosi figli dei coniugi Wilfer. Harmon torna, ma morto, o almeno è ritrovato un cadavere che si ritiene essere quello di Harmon, e da questo ritrovamento si scatenano tutta una serie di circostanze che rendono il romanzo avvincente nella sua struttura e convincente come ritmo. Dickens nella sua storia affronta diversi argomenti, ma lo fa senza (quasi mai) scadere nella retorica o in sparate filosofiche; la denuncia sociale, che pure c’è, non è, a mio avviso, il tratto predominante del romanzo, o almeno non è ciò che lo ha reso gradito a me. Ci sono pagine nelle quali denuncia il potere corruttivo del denaro, capace di mutare gli animi anche dei personaggi che inizialmente sembrerebbero meno avidi, così come ci sono continui riferimenti a disagi sociali, agli speculatori, al sistema scolastico dell’Inghilterra dell’epoca, ma tutto ciò è inserito in una trama che diverte, appassiona, e che lo fa in virtù di una ridda di personaggi davvero copiosa ed eterogenea. La storia di Harmon “NonSoDove” è narrata, all’inizio, in una riunione mondana a casa dei Veenering, in una sorta di “racconto nel racconto”; i Veenering sono esponenti del mondo dei benestanti, così come i Podsnap, che hanno fede solo in sé stessi, nell’Inghilterra e nella Provvidenza, e che ritengono che i poveri muoiano solo per colpa loro. Le differenze di classe sono palesi nel romanzo di Dickens, ma non si pensi a una banale contrapposizione “povero buono contro ricco cattivo”, perché così non è. Come scritto prima, il denaro, se ha già corrotto chi è possidente, è pronto a ghermire chi, ancora povero, tenta la scalata sociale con ogni mezzo. Ci sono, poi, le opportune eccezioni e le vie di mezzo. John Harmon, in questo senso, pur essendo scomparso a inizio romanzo, è il collante tra diversi mondi, nelle forme che scoprirete leggendo il libro. Per esempio, i Boffin, ereditando la somma che sarebbe spettata a Harmon, e arricchitisi, saranno comunque in contatto con i Wilfer, la cui figlia doveva sposare Harmon. Qui, però, devo fermarmi per non rovinare la lettura. I personaggi sono, come detto, molto diversi tra loro e Dickens è abile nel farci affezionare alle loro buffe debolezze, stramberie, meschinità e ingenuità; il tono della narrazione, infatti, è umoristico, ironico, anche nei momenti di maggiore cupezza c’è sempre una scintilla, una battuta che ci strappa il sorriso, benché amaro, e ci consente di arrivare alla fine delle novecento pagine senza avvertire stanchezza. Evito di fare uno stucchevole elenco dei personaggi che più mi hanno colpito, perché è bene che li scopriate da soli. Dickens non è Dostoevskij, di questo me ne sono accorto subito e del resto non pensavo di poter trovare un altro Dostoevskij, ma a prescindere da quest’improprio confronto (dovuto solo alla mia personale passione per il russo), devo dire che anche questa seconda lettura “dickensiana” me ne ha fatto apprezzare le capacità, e quindi, fatte le premesse di cui all’inizio dell’articolo, consiglio anche a voi di scoprire la storia del “nostro comune amico” e di tutti gli altri variopinti protagonisti che ruotano attorno alla sua evanescente (ma neanche tanto) figura.

    ha scritto il 

  • 3

    Non sono un'amante di Dickens e del mondo di scrivere tipico dei suoi tempi, però ho voluto lo stesso portare a termine la lettura di questo librone immenso e infinito. Ho arrancato e faticato, ho saltato alcune (parecchie) pagine e ho pensato più volte di interrompere la lettura ma, alla fine, h ...continua

    Non sono un'amante di Dickens e del mondo di scrivere tipico dei suoi tempi, però ho voluto lo stesso portare a termine la lettura di questo librone immenso e infinito. Ho arrancato e faticato, ho saltato alcune (parecchie) pagine e ho pensato più volte di interrompere la lettura ma, alla fine, ho resistito e sono arrivata alla fine. Tre stelle solo per le premesse perché se piace a 360° è da cinque.

    ha scritto il 

  • 5

    Il miglior Dickens!!!

    Mi sono avvicinata ai romanzi di Dickens dopo il fortunato incontro con "Storia di due città" e da lì in poi, è cominciata la mia ossessione: il circolo Pickwick, David Copperfield, Il mistero di Edwin Drood, Canto di Natale, grandi speranze. Tutti meravigliosi. Praticamente Dickens è la mia anim ...continua

    Mi sono avvicinata ai romanzi di Dickens dopo il fortunato incontro con "Storia di due città" e da lì in poi, è cominciata la mia ossessione: il circolo Pickwick, David Copperfield, Il mistero di Edwin Drood, Canto di Natale, grandi speranze. Tutti meravigliosi. Praticamente Dickens è la mia anima gemella letteraria...fino a "tempi difficili". Lì, devo ammetterlo, ho trovato difficoltà: non so perchè, la storia non mi prendeva, i personaggi mi sembravano delle macchiette, fatto sta che mi sono sentita delusa, per la prima volta, da un suo romanzo. Poi, è arrivato il nostro comune amico. Che ho amato! Lo ammetto, è un romanzone e non solo per la mole. Dentro c'è tutto: mistero, delitti, amore, amicizia e l'immancabile morale. I buoni vincono, i cattivi perdono. Non sarebbe Dickens se non succedesse questo. Nel romanzo corrono una serie di storie parallele, con legami e relazioni che si incrocino e si intrecciano di continuo e lui, Dickens come un abilissimo burattinaio riesce a giocare con tutti questi fili senza mai apparire scontato e banale. Ho adorato ogni parte di questa storia e i suoi personaggi e, ho decisamente fatto pace con questo autore. "Ci sono davvero in questa vita dei giorni per cui vale la pena di vivere e morire. E com'è allegra la vecchia canzone:<<é l'amore, l'amore, l'amore, che fa girare il mondo!>>

    ha scritto il 

  • 3

    Il nostro comune amico, pubblicato anche con il titolo L'amico comune è un romanzo dell'autore inglese Charles Dickens.
    Il romanzo fu pubblicato mensilmente su alcuni fascicoli (come gran parte delle opere dell'autore) dall'aprile del 1864 al novembre dell'anno seguente; per rispettare le date di ...continua

    Il nostro comune amico, pubblicato anche con il titolo L'amico comune è un romanzo dell'autore inglese Charles Dickens. Il romanzo fu pubblicato mensilmente su alcuni fascicoli (come gran parte delle opere dell'autore) dall'aprile del 1864 al novembre dell'anno seguente; per rispettare le date di pubblicazione lo scrittore lavorò duramente. Il romanzo è diviso in quattro libri: "La coppa e il labbro", "Gente dello stesso stampo", "Un lungo cammino" e "Una svolta". Durante un viaggio all'estero, John Harmon scopre di aver ereditato un fortuna in seguito alla morte del padre, un ricco imprenditore, ma con una condizione: se non sposerà Bella Wilfer, una donna che John non conosce, la somma verrà ricevuta dai coniugi Boffin, ex-domestici del padre. Mentre sta tornando in Inghilterra, durante il viaggio per nave egli confida ad un ufficiale di bordo l'idea di assumere una falsa identità per conoscere Bella prima dell'eventuale matrimonio, ma l'ufficiale cerca di ucciderlo per derubarlo; rimane però ucciso e il suo cadavere scivola nel Tamigi (la lotta è infatti avvenuta nei pressi di questo fiume) e viene scambiato per il corpo di Harmon, il quale è invece vivo e vegeto. Quest'ultimo approfitta dell'accaduto per realizzare la sua idea di cambiare identità e nome: rintracciati i Boffin, i quali hanno intanto ricevuto l'eredità a causa della falsa notizia della morte di John, riesce a farsi assumere come loro segretario con lo pseudonimo di Rokesmith. Quest'ultimo fa conoscenza di Bella, la quale è adottata dai Boffin: è frivola ma in fondo buona e anche affascinante ed egli se ne invaghisce. I Boffin hanno frattanto capito la vera identità di Rokesmith, ma vogliono segretamente mettere Bella alla prova: fingendo una durezza, un'avarizia e una venalità che non sono mai stati presenti in loro licenziano il loro segretario. Bella supera la prova: comprendendo che le ricchezze possono nuocere se cadono nelle mani di alcune persone, fugge e, avendo capito che il suo spasimante è un uomo pieno di virtù, lo sposa. I Boffin svelano infine il loro piano ai due sposi e si riappacificano con essi. Inoltre, a questo racconto s'intrecciano le vicende del giovane avvocato Eugene Wrayburn, il quale s'è invaghito di Lizzy Hexam, il cui padre per mestiere ripesca cadaveri dal Tamigi (è quello che, fra l'altro, trova nel primo capitolo del libro il presunto cadavere di Harmon). Eugene è vittima di un tentativo di assassinio da parte del suo rivale in amore, un malvagio insegnante, ma verrà salvato dalla sua innamorata, che lo sposa nonostante le sue disperate condizioni di incertezza tra vita e morte. Dopo del tempo egli guarisce e vive felicemente con la dolce Lizzy. Un romanzo che trovato molto caotico, troppi intrecci, si lascia leggere bene, ma sicuramente non tra i migliori di Dickens.

    ha scritto il 

  • 5

    La fastidiosa onniscienza e la matematica della storia, l’asfissiante predestinazione di ogni personaggio svaniscono nella leggerezza e nei colori del caprifoglio che tutto questo avvolge – che non copre o nasconde, che tutto questo risolve in vita, e lo fa fiorire in vita vera, pulsante, immedia ...continua

    La fastidiosa onniscienza e la matematica della storia, l’asfissiante predestinazione di ogni personaggio svaniscono nella leggerezza e nei colori del caprifoglio che tutto questo avvolge – che non copre o nasconde, che tutto questo risolve in vita, e lo fa fiorire in vita vera, pulsante, immediata, vissuta. È la magia di Dickens.

    ha scritto il 

  • 4

    Ai nostri giorni (non è necessario indicare l’anno con maggiore esattezza) una barca d’aspetto sporco e poco rassicurante, con dentro due persone, andava sul Tamigi tra il ponte di Southwark, che è di ferro, e il ponte di Londra, che è di pietra, sul finire di una sera d’autunno.
    Le persone che s ...continua

    Ai nostri giorni (non è necessario indicare l’anno con maggiore esattezza) una barca d’aspetto sporco e poco rassicurante, con dentro due persone, andava sul Tamigi tra il ponte di Southwark, che è di ferro, e il ponte di Londra, che è di pietra, sul finire di una sera d’autunno. Le persone che stavano dentro questa barca erano un uomo dai capelli grigi arruffati e dal volto abbronzato dal sole, e una ragazza bruna di diciannove o vent’anni, che gli somigliava abbastanza: si poteva riconoscere per sua figlia. La ragazza remava, maneggiando i remi con molta destrezza; l’uomo teneva le mani infilate nella cintura, e aveva in mano, ma non le stringeva, le corde del timone: stava all’erta, con vigile attenzione. Non aveva rete né amo né lenza, e non poteva essere un pescatore; la sua barca non aveva cuscini per passeggeri, né scritte, né attrezzatura fuorché un gancio rugginoso e un rotolo di corda, ed egli non poteva essere un barcaiolo; la sua barca era troppo malandata e troppo piccola per portare un carico, ed egli non poteva essere uno scaricatore né uno di quelli che fanno i trasporti sul fiume; non c’era modo di capire che cosa egli cercasse, ma qualcosa cercava, con sguardo attentissimo e indagatore. La marea aveva cominciato a salire da un’ora, e i suoi occhi osservavano nel suo vasto flutto il più piccolo gorgo, la più piccola corrente, mentre la barca la rimontava lentamente o si lasciava trasportare all’indietro, secondo i cenni ch’egli faceva alla figlia con un movimento del capo. Essa osservava il suo volto con la stessa intensità con cui osservava il fiume. Ma nel suo sguardo intento c’era un’ombra di terrore o di orrore. Più in armonia col fondo del fiume che con la sua superficie, per via del fango e della melma che la ricoprivano, tutta fradicia com’era, questa barca e le due persone che vi erano dentro stavano facendo evidentemente qualcosa che facevano spesso, e cercavano quello che spesso avevano cercato. L’uomo con quell’aspetto mezzo selvaggio, con quei folti capelli al vento, le braccia scure, nude fin sopra il gomito, un fazzolettaccio male annodato pendente sul petto nudo in un intrico di barba e di pelo, con quei panni addosso che sembravano fatti col fango che ricopriva la barca, aveva tuttavia nello sguardo fermo qualcosa come un’abitudine professionale. E la stessa impressione dava la ragazza con ogni suo più piccolo gesto, ogni moto del polso, forse soprattutto con quel suo sguardo di terrore e di orrore: erano cose abituali. “Tienti al largo, Lizzie. La marea va forte qui. Tienti bene contro corrente.”

    Direi che come incipit la sua porca figura la fa! E che figura! Come al solito Dickens mi ha lasciato senza fiato di nuovo. Carlo Pagetti nel introduzione al volume (che rispetto a quella che aveva scritto per Little Dorrit, ho trovato alquanto sciapa e non degna di particolare nota) osserva che questo ultimo romanzo,compiuto di Dickens,risente molto degli echi dei due romanzi che lo precedono (e che detto fra noi, rimangono i miei preferiti di Dickens) Little Dorrit e Great Expectations. Lo stesso titolo è appunto una citazione di uno dei personaggi di Little Dorrit. Forse sono stati proprio questi continui echi a rendermi la lettura così piacevole. La galleria di personaggi è ricca e varia come sempre e vale la pena di leggere il libro anche solo per quello. Tuttavia ha qualcosa che lo rallenta rispetto alla precedente produzione di Dickens letta questo mi è passato molto più lentamente, tanto che per brevissimi periodi mi sono annoiata, ma solo leggermente, Dickens ha sempre trovato il modo di scuotermi.

    ha scritto il