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Il padre

Di

Editore: Bollati Boringhieri (Varianti)

4.0
(89)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 315 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco

Isbn-10: 8833917983 | Isbn-13: 9788833917986 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Simona Garavelli

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Il libro narra le vicende di Jennifer, una matura ragazza nubile poco amata e molto sfruttata dal padre, illustre scrittore. Jennifer fa una promessa alla madre morente: occuparsi di lui fino alla sua morte. Tuttavia, il giorno in cui l'anziano genitore torna a casa con una giovanissima e alquanto spaurita moglie, Jennifer si sente finalmente libera di lasciare la casa paterna, di trasferirsi in campagna, suo sogno da sempre, e di mettere fine all'esistenza insulsa che conduce a Londra, un'esistenza imperniata sulla dedizione forzata e il lavoro, priva di ogni affetto. Si stabilisce dunque in un piccolo cottage fuori città e con il giovane ecclesiastico suo padrone di casa, James, nasce un'amicizia che presto si trasforma in uno speranzoso amore. Non ha fatto però i conti con il padre, che la rivuole a casa a tutti i costi non trovando una segretaria con un addestramento pari al suo, né con la sorella di James, una zitella dispotica e attempata che da sempre piega il fratello alla propria volontà con la sua soverchiante personalità e il suo smisurato egoismo, né tanto meno con la giovane matrigna, terrorizzata e pentita di quel matrimonio frettoloso e azzardato...
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  • 4

    Un bon bon

    "Quando Jen vide Rose Cottage per la prima volta non potè credere ai propri occhi, e in effetti chiunque fosse passato lì accanto, senza però entrarci, l'avrebbe trovato estremamente attraente.
    Innanzitutto lo si vedeva a malapena, tanto era coperto di rose, dalle quali prendeva il nome. E poi av ...continua

    "Quando Jen vide Rose Cottage per la prima volta non potè credere ai propri occhi, e in effetti chiunque fosse passato lì accanto, senza però entrarci, l'avrebbe trovato estremamente attraente. Innanzitutto lo si vedeva a malapena, tanto era coperto di rose, dalle quali prendeva il nome. E poi aveva un tetto di paglia e finestre a grata, oltre che un piccolo giardino attraversato da un sentiero di mattoni che conduceva al portico e un frutteto che s'inerpicava per un breve tratto su per quello che di lì a poco Jen avrebbe appreso essere Burdon Down. Era in tutto e per tutto uguale ai cottage dipinti dagli artisti."

    ha scritto il 

  • 4

    lei è sempre lei, lieve ironica, forse un po' prolissa, in questo caso la storia, che pare in un primo momento alquanto imprevedibile prende delle svolte interessanti per cui, mi ha tenuto legata sino alla fine. Godibile e fedele al suo stile perfetta per un momento di puro relax senza impegno e ...continua

    lei è sempre lei, lieve ironica, forse un po' prolissa, in questo caso la storia, che pare in un primo momento alquanto imprevedibile prende delle svolte interessanti per cui, mi ha tenuto legata sino alla fine. Godibile e fedele al suo stile perfetta per un momento di puro relax senza impegno e con una delitacattezza di spirito tutta inglese

    ha scritto il 

  • 3

    Un libro scritto benissimo, in cui traspare l'amore per le natura della von Arnim e la sua capacità di tratteggiare i personaggi. Perché allora 3 stelle? Perché ho detestato nel profondo i personaggi. Jennifer e James, i due eroi buoni ma spaventosamente deboli tiranneggiati rispettivamente dalla ...continua

    Un libro scritto benissimo, in cui traspare l'amore per le natura della von Arnim e la sua capacità di tratteggiare i personaggi. Perché allora 3 stelle? Perché ho detestato nel profondo i personaggi. Jennifer e James, i due eroi buoni ma spaventosamente deboli tiranneggiati rispettivamente dalla sorella e dal padre sono insopportabili. Indecisi, incapaci di amor proprio, eternamente succubi. Li avrei presi a calci per quasi tutto il romanzo. L'unico personaggio che un po' si salva è la sorella "cattiva" di James, un personaggio egoista ma complesso, in fondo portato ad amare più di quanto non creda.

    ha scritto il 

  • 3

    Elizabeth Von Arnim

    La caratteristica principale del romanzo di E. Von Arnim è un po’ inquietante: ogni scena è descritta più volte, sommando i punti di vista di ogni personaggio coinvolto. L’espediente trova i suoi momenti comici, ma finisce per esasperare il lettore a causa di una ridondante mancanza di misura. Il ...continua

    La caratteristica principale del romanzo di E. Von Arnim è un po’ inquietante: ogni scena è descritta più volte, sommando i punti di vista di ogni personaggio coinvolto. L’espediente trova i suoi momenti comici, ma finisce per esasperare il lettore a causa di una ridondante mancanza di misura. Il risultato è però interessante: la scrittura sembra creare vortici temporali che risucchiano la narrazione, frammentando il tempo in attimi che durano ere infinite e congelando le singole scene in sequenze al rallentatore, con lo stesso effetto straniante di una partita di calcio del celebre cartoon Holly e Benji (dove un giocatore può restare sospeso in aria per il tempo necessario a proferire un soliloquio shakespeariano). Quanto a temi e contenuti, abbiamo sorelle e zitelle, signorine attempate, donne con misere rendite, preti, servitù e un paesaggio bucolico dove è difficile disgiungere le vicende dall’odore dei fiori e dei frutti di una campagna inglese insolitamente rigogliosa. Tra le piante si infratta una descrizione quanto mai desolante della condizione sociale delle donne borghesi dell’epoca (il libro viene pubblicato nel 1931), condannate ad accudire gli uomini e perennemente sprovviste di mezzi propri. La questione sembra non essere solo di genere, ma anche di classe, perché nel mondo descritto da Von Arnim a una donna povera è concesso lavorare, mentre alla benestante no. La protagonista è quindi costretta a tentare una quanto mai ingenua emancipazione attraverso il downgrade nella scala sociale, in pieno stile “decrescita felice”. Il finale, per niente consolatorio, conferma l’impossibilità di questa ribellione.

    ha scritto il 

  • 0

    Elizabeth Von Arnim, che ha vissuto la sua giovinezza alla fine dell'800, è una delle voci più spietate, lucide e autenticamente libere sulla condizione di subalternità femminile.
    Anche in questo libro c'è un ritratto di donna ormai sfiorita, immersa in un ambiente convenzionale e deprimente, vit ...continua

    Elizabeth Von Arnim, che ha vissuto la sua giovinezza alla fine dell'800, è una delle voci più spietate, lucide e autenticamente libere sulla condizione di subalternità femminile. Anche in questo libro c'è un ritratto di donna ormai sfiorita, immersa in un ambiente convenzionale e deprimente, vittima e prigioniera di un padre egocentrico ed egoista alla cui cura ha dedicato tutta la giovinezza, privata persino del temporaneo sollievo del passaggio da una tirannia ad un'altra, cioè quella di un marito. Ebbene questa donna, che è semplicemente raziocinante, ha una fortissima aspirazione ad una vita "propria": la cerca e la sceglie con consapevolezza, accettando la solitudine, le difficoltà economiche, la fatica materiale, e resistendo strenuamente ai ricatti affettivi. Non si tratta di una figura fuori del suo tempo, non è banalmente un'eroina ribelle e "scandalosa"; infatti quando il padre, abbandonato dalla nuova giovane moglie, tenterà di riprendersi la figlia-serva, lei non volterà le spalle al richiamo del dovere. Ma il seme è gettato, e la natura farà il resto .. Per tutte le donne che si sentono in trappola.

    ha scritto il 

  • 3

    Mi sono permessa un parallelo tra questo romanzo e il racconto
    "The Daughters of the Late Colonel" della più celebre cugina della von Arnim, Katherine Mansfield (cfr. recensione del racconto), per la curiosa coincidenza del tema narrativo e di qualche spunto scenico. Qui mi limito a dire che la ...continua

    Mi sono permessa un parallelo tra questo romanzo e il racconto "The Daughters of the Late Colonel" della più celebre cugina della von Arnim, Katherine Mansfield (cfr. recensione del racconto), per la curiosa coincidenza del tema narrativo e di qualche spunto scenico. Qui mi limito a dire che la von Arnim non mi delude mai del tutto, il suo acume e la sua ironia la rendono per me finora una lettura sempre più che piacevole.

    ha scritto il 

  • 3

    Secondo romanzo che leggo della von Arnim (dopo "Il circolo delle ingrate").


    Alcune impressioni si vanno consolidando.
    Impressioni eccellenti per quanto riguarda la brillantezza di scrittura, l'arguzia, l'ironia, la vena comica a tratti davvero irresistibile ma la mia perplessità rigu ...continua

    Secondo romanzo che leggo della von Arnim (dopo "Il circolo delle ingrate").

    Alcune impressioni si vanno consolidando. Impressioni eccellenti per quanto riguarda la brillantezza di scrittura, l'arguzia, l'ironia, la vena comica a tratti davvero irresistibile ma la mia perplessità riguardo i contenuti e di come l'autrice li maneggia non solo non diminuisce ma aumenta.

    Mi suscita sempre un pizzico di irritazione trovare in un romanzo eccessiva esibizione didascalica circa idee e visioni del mondo perché in un romanzo le idee non dovrebbero essere "esposte", "dichiarate", "spiegate" (questo si fa, anzi è doveroso farlo in un saggio, non in un'opera di narrativa) ma dovrebbero emergere come sottotesto dalle narrazione dei fatti.

    La von Arnim invece non fa che ripetere in tutti i toni e in tutte le salse ed in ogni momento idee, concetti sulle donne, sull'indipendenza (o non indipendenza delle donne, etc. etc. etc.). Te lo ripete continuamente, chissà mai tu tonto lettore ancora non avessi capito come lei la pensa…

    (Chissà che idea aveva, la von Armin, dei suoi potenziali lettori e delle sue potenziali lettrici…. Tutte/i deficienti?)

    Il bello (o meglio, il brutto) è che dopo pagine e pagine e pagine di inni ed incitamenti alla liberazione ed all'indipendenza della donna… sia ne "Il circolo delle ingrate" che in questo "Il padre" assistiamo ad una bella sterzata, ad un tirare i remi in barca dell'eroina (la Anna Estcort, là la Jenifer Dodge qua) che come se niente fosse gettano nel trash tutte le loro idee di libertà etc. etc. ripetute sino alla nausea e come se niente fosse rientrano felici e contente nei ranghi alla faccia di una qualsiasi parvenza di coerenza… Mah.

    Prima parte dei due romanzi godibilissima, parte finale che mi ha lasciata in entrambi i casi a dir poco perplessa. Anche qui, avrei molto da dire sul finale, in cui la von Armin per cavarsi fuori dal pasticcio in cui ha cacciato la sua eroina ricorre ad un vero e proprio evento che ha tutti i crismi del salvifico "deus ex machina" di classica memoria...

    Leggerò presto "Vera" e, se lo trovo, "Un incantevole aprile".

    Chissà mai dovessi perdermi qualcosa di fondamentale. Unqua non fia.

    Però mi sento già di dire, con piena convinzione, che seppure autrice piacevolissima da leggere, la von Armin paragonata (o anche solo accostata) ad una Jane Austen o ad una Katherine Mansfield è roba che --- per me, almeno --- grida vendetta.

    Siamo serie/i

    P.S. E per piacere non scomodiamo Freud, ché Freud, per quanto per molti versi superato (e superato lo è, ma se non ci fosse stato lui non ci sarebbero stati nemmeno quelli che poi lo avrebbero superato), rimane cmq un pilastro e cosa seria. Non basta mettere sul palcoscenico un padre e una figlia, un fratello e una sorella, per tirare per la giacchetta un Freud e mettersi a squittire "....ah!, Freud!

    ha scritto il 

  • 5

    Ho visto il libro della Von Arnim e mi sono ricordato che avevo sentito mia madre parlare dell'autrice con mia cugina, così l'ho iniziato. Non sono riuscito a staccarmene, con questa sequenza di pensieri e incomprensioni tra i protagonisti molto divertenti!

    ha scritto il