Crea la tua biblioteca Iscriviti

Insieme troveremo i libri migliori

[−]
  • Cerca Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

Il padrone

Di

Editore: Feltrinelli

4.1
(105)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 313 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Inglese

Isbn-10: A000014858 | Data di pubblicazione:  | Edizione 8

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature

Ti piace Il padrone?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
Ordina per
  • 0

    Faticosissima lettura e un tentativo di lasciare perdere. Eppure a un certo punto l'ho compreso e ne e' valsa la pena. Libro perfetto per ogni aspirante anarchico il tutto traslato nei rapporti di lavoro. Eppure Parise spingendo al massimo l'assurdo coglie nel segno e induce una facile riflession ...continua

    Faticosissima lettura e un tentativo di lasciare perdere. Eppure a un certo punto l'ho compreso e ne e' valsa la pena. Libro perfetto per ogni aspirante anarchico il tutto traslato nei rapporti di lavoro. Eppure Parise spingendo al massimo l'assurdo coglie nel segno e induce una facile riflessione sull'impossibilita' di un rapporto sano con chiunque tiene nelle mani il proprio destino. E ancora di piu' l'annientamento del libero pensiero nella moderna societa' industriale. Ma parliamoci chiaro: non era poi tanto differente nella societa' contadina del passato.

    ha scritto il 

  • 4

    tutti abbiamo un padrone. tutti abbiamo relazioni di lavoro, magari non come queste, ma le abbiamo. perciò consiglio di leggerlo quando si è in vacanza, quando ai nostri padroni e relazioni di lavoro possiamo pensare con un certo distacco e lucidità

    ha scritto il 

  • 4

    Il libro di Parise affronta in chiave comica le tematiche dell’alienazione e della perdita di sé presente nella quotidianità lavorativa, sembra descrivere meccanismi datati e obsoleti, eppure a guardare meglio possiede un’attualità lampante, soprattutto affrontando quelle complesse dinamiche psic ...continua

    Il libro di Parise affronta in chiave comica le tematiche dell’alienazione e della perdita di sé presente nella quotidianità lavorativa, sembra descrivere meccanismi datati e obsoleti, eppure a guardare meglio possiede un’attualità lampante, soprattutto affrontando quelle complesse dinamiche psicologiche che oggi sono più presenti che mai e che portano a interiorizzare il dramma di trasformarsi in proprietà altrui, facendone una scelta voluta molto più che un’imposizione autoritaria. Attraverso l'indefinitezza tassonomica dei luoghi e i nomi "parlanti" o fumettistici dei protagonisti, Parise crea una costante fascinazione fiabesca, acuita dagli improvvisi scoppi di crudeltà creati dallo scambio continuo tra umano e animale, meraviglioso e infimo: del portiere che accoglie per primo il protagonista nella ditta viene rilevata la “natura scimmiesca”. Dell’usciere vengono notati i piedi informi che quasi gli impediscono di avere una camminata umana. Il protagonista immagina poi che non abbia testicoli. Il dottore Diabete ha il nome di una malattia. Il riso del dottor Bombolo sembra un “nitrito”. L’affittacamere ha una “sensualità nostalgica e polverosa”. Anche nella scena in cui l’usciere mostra al protagonista lo sporco della cenere in terra lo costringe ad abbassarsi per notarla meglio “come si fa con i cani che sporcano in casa” (p. 39). Quando viene presentato il dottor Max, invece, in una magistrale descrizione (pp. 30-31), il suo potere lo abbassa paradossalmente al livello dell’insetto. Romanzo davvero insolito nella letteratura italiana, dove Kafka incontra il fumetto e le più amare distopie novecentesche corteggiano la letteratura per l'infanzia. Eppure sarebbe un errore considerarlo un semplice divertimento. Da un'angolazione del tutto diversa è forse, insieme alla "Vita Agra" di Bianciardi il libro più lungimirante sul mondo imprenditoriale italiano.

    ha scritto il 

  • 5

    Scritto nel 1964, è un riuscito bozzetto grottesco del paternalismo organizzativo, reso con una dimensione di fiaba (sottolineata dai nomi "fumettistici" dei personaggi) che accresce il senso di oppressione e assurdità.

    ha scritto il 

  • 0

    Prendete Memoriale di Paolo Volponi, Fantozzi di Paolo Villaggio, 1984 di Goerge Orwell e Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley. Mischiate bene, aggiungete un tocco personale e originale, e otterrete questo romanzo di Parise, dove l’alienazione indotta dal lavoro – o, meglio, dal datore di lavoro – rag ...continua

    Prendete Memoriale di Paolo Volponi, Fantozzi di Paolo Villaggio, 1984 di Goerge Orwell e Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley. Mischiate bene, aggiungete un tocco personale e originale, e otterrete questo romanzo di Parise, dove l’alienazione indotta dal lavoro – o, meglio, dal datore di lavoro – raggiunge il suo apice. Testo reso ancor più terrificante dallo stile piano, dimesso e rassegnato che Parise adotta per far parlare il su protagonista. Protagonista che non ha neanche un nome, a sottolineare e rimarcarla spersonalizzazione che pervade tutto il romanzo. Unico neo, la scelta dei nomi degli altri personaggi, anche se chiaramente funzionale al testo.
    Vino in abbinamento. Ci vuole qualcosa di forte – di molto forte – per riprendersi da questa lettura, specialmente degli ultimi due capitoli. Anche in onore delle origini venete di Parise, una grappa, magari invecchiata.

    ha scritto il 

  • 3

    "C'è però una luce, un lieve barlume in tutta questa confusione: quando penso che egli non esiste affatto, che la ditta non esiste, che questa città non esiste e che tutto questo tempo non è stato altro che un buio sonno popolato di sogni e di fantasmi"

    Ma sarà poi vero che chi non è dotato dell'intelligenza necessaria per decifrare il mondo che lo circonda manca anche dell'intelligenza necessaria per avvertire e comprendere l'altrui disprezzo? E sarà vero che gli (estremamente) ingenui e gli (incorreggibilmente) stupidi (premesso che la stupidi ...continua

    Ma sarà poi vero che chi non è dotato dell'intelligenza necessaria per decifrare il mondo che lo circonda manca anche dell'intelligenza necessaria per avvertire e comprendere l'altrui disprezzo? E sarà vero che gli (estremamente) ingenui e gli (incorreggibilmente) stupidi (premesso che la stupidità è qui intesa non come sotto o il mal-esercizio dell'intelligenza, quanto piuttosto come ignoranza di ogni cosa, come totale inermità di fronte ad ogni possibile offesa) sono salvi dalla sofferenza poiché la loro piccola memoria impedisce assolutamente al dolore di sedimentare, di stratificare, di turbare quella che Parise definisce (e spero vivamente lo faccia con un intento ironico-polemico) come la "beatitudine pura dell'esistenza"?
    Se così fosse, mi trovo costretta a scegliere mille volte la sofferenza, che, seppur faticosa e acuminata, permette di capire (a questo proposito mi vengono in mente due donne, due scrittrici che ammiro molto: Lalla Romano e Dolores Prato; entrambe, non so se per provocazione, affermarono più volte che preferivano non comprendere dal momento che la comprensione portava spesso con sé dolore).
    Sono tutti inermi e stupidi, i personaggi di Parise, e la loro condizione è la più triste, la più soffocante che si possa immaginare (soltanto Zilietta, la moglie mongoloide del protagonista, però, dichiara senza possibilità di smentita questa sua incontaminata, laida purezza); parlano di morale, ignari del fatto che dei burattini quali essi sono non hanno alcun diritto di parlare di moralità (e il dottor Max è vittima tanto quanto i suoi impiegati, vittima di un meccanismo che vuole loro identificati con delle merci, e lui con la ditta stessa, la quale, fagocitandolo, lo svuota progressivamente di ogni energia vitale): l'uomo è morale o immorale finché può scegliere; nel momento in cui demanda ad altri tale preziosa responsabilità, cessa immediatamente persino d'essere uomo.
    Detto questo, mi sono accorta (o forse l'ho sempre saputo, ma mai ammesso) d'amare Parise; di amarlo umanamente per la fatica, il dolore, la rabbia che intuisco nei suoi libri, per una vicenda biografica che, non conoscendo nei dettagli, immagino (forse pure romanticamente) difficile. In lui (e dietro quelle sue parole spesso pesanti, pur nella cornice di un'infinita favola grottesca) scorgo sempre il bambino che deve essere stato; e non intendo solo l'enfant prodige che scrisse quel piccolo capolavoro che risponde al titolo de "Il ragazzo morto e le comete", ma proprio il bambino Goffredo, il ragazzo di provincia, l'albero. E vedendo il veleno sulle sue labbra (una sostanza viscosa, scura, che si riflette nel nero lucido e profondissimo dei suoi occhi), e pensando che per lui nemmeno il sogno (terreno per eccellenza dell'incanto e delle infinite possibilità) aveva una connotazione positiva, non posso fare a meno di provare nei suoi confronti una tenera, quasi materna compassione.

    p.s.: Qualcuno dovrebbe comunicare al signor Sylvain Chomet che "Il padrone" è lì ed aspetta lui (immagino solo quanto magnificamente saprebbe rendere i capelli della dottoressa Uraza).

    ha scritto il 

  • 5

    Una allegoria che lascia sfiniti

    Cinico e malvagio questo romanzo possiede una continuità allegorica che alla fine lascia sfiniti. La parabola di Parise ci divora la mente dal di dentro e a poco serve incatenare la lettura al surreale o al palo di una imprecisa datazione. L'incubo ci insegue e nel finale di partita riesce a sopr ...continua

    Cinico e malvagio questo romanzo possiede una continuità allegorica che alla fine lascia sfiniti. La parabola di Parise ci divora la mente dal di dentro e a poco serve incatenare la lettura al surreale o al palo di una imprecisa datazione. L'incubo ci insegue e nel finale di partita riesce a sopraffarci per mano di una selva di mostruosi personaggi.
    Lingua sublime. Esempio meraviglioso di un romanzo italiano che sembra non poter piu' rivivere.

    ha scritto il 

  • 4

    Feudalesimo 3.0

    C’è stato un tempo in cui la politica ragionava, si fa per dire, per stereotipi paternalistico-feudali. C’è un tempo, quello odierno, in cui le ragioni della politica, o meglio di chi governa, sono altrettanto oscure, oscurate. Il basso continuo è quello del comando: ora è l’“Europa” che lo “vuol ...continua

    C’è stato un tempo in cui la politica ragionava, si fa per dire, per stereotipi paternalistico-feudali. C’è un tempo, quello odierno, in cui le ragioni della politica, o meglio di chi governa, sono altrettanto oscure, oscurate. Il basso continuo è quello del comando: ora è l’“Europa” che lo “vuole” e, se non fosse drammatica la situazione in cui versa la democrazia occidentale, ci sarebbe da ridere, pensando al ciclotimico Zenone (Enrico Maria Salerno) che schiamazza “Deus vult” ne L’armata Brancaleone (Mario Monicelli, 1966). E così, a me Mario Monti sembra tanto diverso quanto omologo del dottor Max, l’isterico padrone dell’omonimo libro di Goffredo Parise, pubblicato per la prima volta da Feltrinelli nel 1965 e ristampato l’anno scorso da Adelphi:

    Si ricordi che, anche se lei si considera giustamente e molto realisticamente mia proprietà, in realtà non lo è e anzi lei è libero. Voglio dire, lei fa benissimo a considerarsi tale e mostra una intelligenza pratica che io alla sua età non avevo. Però, lo stesso, si ritenga libero. E, tra le altre cose, volevo dirle che non è necessario che lei timbri il cartellino all’orologio. Lo facciano gli altri. Lei no. Questo le darà, a differenza degli altri, la libertà morale di venire puntuale al mattino se non in anticipo. Cioè sarà lei stesso a farsi scupolo di venire puntuale e non la minaccia delle multe.

    (Goffredo Parise, Il padrone, Einaudi, Torino 1971, pp. 57-58)

    C’è di più. Proprio in questi giorni, quando la latitanza - per utilizzare un eufemismo - del ministro Lorenzo Ornaghi ha almeno permesso l’affaire che ha coinvolto il MAXXI di Roma (storie incredibili di “interpretazioni” di bilanci previsionali comunicate ad arte con fini imperscrutabili, mentre chiarissimo è il colpo inferto alla credibilità del nostro sistema museale all’estero), nelle pagine di Parise emerge con forza la macchiettistica figura dell’artista servant e irriverente per posa. Un tipico esempio di debole-con-i-forti-e-forte-con-i-deboli, che nel nostro Paese è un evergreen:

    Attorniato da tutta quella gente il pittore Orazio saltellava come una marionetta sospesa sui fili, con baciamani alle donne che ridevano e strette di mano o buffetti sulle guance agli uomini. Si capiva che aveva portato una ventata di allegria e di cordialità in quell’ufficio altrimenti deserto e immerso nella gravità del lavoro. Anche il dottor Max sembrava ringiovanito, un vero ragazzo, e la malinconia a cui si abbandonava durante quei lunghi soliloqui a fior di labbra era completamente sparita dai suoi tratti e dal suo modo di camminare. Ora sorrideva serenamente, appoggiato allo stipite di una porta e stava ad ascoltare il pittore Orazio che si esibiva in un velocissimo gioco di parole.

    (Goffredo Parise, Il padrone, Einaudi, Torino 1971, p. 32)

    http://doppiozero.com/rubriche/531/201204/feudalesimo-30

    ha scritto il 

  • 0

    Giovani, leggetelo

    primo libro che leggo di Parise. Una felice sorpresa. Una storia solida, realistica, malgrado le forzature letterarie. Attualissimo, anzi forse la realtà attuale supera la trama del romanzo.

    ha scritto il 

Ordina per