Il parco di Puškin

Di

Editore: Sellerio (La memoria, 622)

3.9
(178)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 216 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8838919941 | Isbn-13: 9788838919947 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Curatore: Laura Salmon

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Anarchico, vagabondo, individualista, solidale con ogni eversione solitaria: le narrazioni di Dovlatov posseggono un'incantevole forza di immedesimazione per il lettore. Voce narrante e protagonista insieme di storie che hanno l'inconfondibile marchio del vissuto, la prosa rapida e classica di Dovlatov dà un «ordine lirico» - è stato detto - a un caos naturale. E trascina in viaggi, lungo il percorso di una trama, in un mondo popolato di umoristi naturali, che esprimono la totale insensatezza esistenziale, la definitiva casualità che stringe nel paradosso ogni genere di personalità: siano essi i confusi emigrati ex dissidenti (come nei romanzi ambientati nell'America dell'esilio) siano gli stralunati ubriaconi, mezzi intellettuali mezzi barboni, suoi amici nell'URSS anni Settanta, come in questo romanzo. Nel parco letterario Puškin, per sbarcare il lunario, è finito a fare da guida uno scrittore dissidente e fallito: dissidente dal mondo e fallito a ogni possibile impresa, il negativo esatto di quello che Puškin rappresenta per la mitologia dominante. Nei suoi giorni ciondolanti incontra persone di ogni tipo, ma ciascuna di incerta identità, arcipelago di io separati contraddittori e fragili: l'alcolista razzista, mite e generoso; il dotto che ha letto tutti i libri ma è paralizzato dall'abulia; il funzionario del KGB che si scopre saggio paternalista e dissidente; il capellone perturbatore dell'ordine che nella sbronza si rivela un erudito. Due sole convinzioni illuminano il protagonista-narratore: l'ostilità verso la santità, cioè l'idea che il bene sia facile, naturale e riconoscibile; l'avversione contro ogni attivismo. Finché a sconvolgere quella folle armonia, alcolica e dissipata, piomba la moglie che sta per lasciare l'URSS alla volta di Chicago, approfittando di uno spazio apertosi per l'emigrazione. E le peripezie di Parco di Puškin mostrano il loro senso vero: la riflessione drammatica, di un grande scrittore, sul rapporto con la propria patria, con la propria lingua, col potere.
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  • 4

    A suo modo esiste una sorta di circolarità in questo frammento di vita di Boris Alichanov: le mani tremano mentre tracanna vodka e birra nelle prime pagine e nel finale la zoologia fantastica del deli ...continua

    A suo modo esiste una sorta di circolarità in questo frammento di vita di Boris Alichanov: le mani tremano mentre tracanna vodka e birra nelle prime pagine e nel finale la zoologia fantastica del delirium impazza. La vodka è, quindi, il comun denominatore in questo romanzo, il fil rouge che collega i tanti personaggi che un fantastico Dovlatov ha messo vicino al suo protagonista. Al parco di Puskin si viene per un impiego, per cercare di mettere in ordine in una vita dissipata e francamente alla deriva. È l'occasione per cercare di non bere, di non cedere, di rimettersi in piedi dopo il divorzio. Ma questo luogo falso, una sorta di carrozzone geografico e culturale dove il pellegrinaggio dei tanti turisti è incentivato dal sistema sovietico, è anche una palude, dove Boris inciampa sempre in se stesso, negli altri vecchi conoscenti che sembrano essersi dati appuntamento in quella sede, tutti preda della santa devozione all'acquavite di frumento. Laddove ci si potrebbe aspettare mestizia, Dovlatov ci stupisce reggendo questa vicenda con un ritmo scoppiettante, con un umorismo che si articola su vari registri, dall'arguto motto al corrosivo dell'ironia. Non ci si compiange, nessuno si prende dannatamente sul serio. Così è, e Dovlatov sembra suggerire che il sistema stesso dell'URSS anni '70 si regga su un gioco delle parti in cui anche i garanti, come il maggiore Baljaev, in fondo non credono ed a modo loro dissentono. Le contraddizioni si moltiplicano, nei personaggi e nello stesso Boris, dissidente ma attaccato al suo paese, al suo essere parte di un tutto; l'incredibile Mitrofanov, il divoratore di libri e cultura che non riesce a fare un passo, preda della sua abulia; Tanja, la ex moglie di Boris, indifferente e tranquilla ma desiderosa di "stimoli" (amare un brav'uomo non è interessante), e così via. L'arte stessa, la scrittura e la parola sono sottoposte ad una ironica destrutturazione. Ma quello che emerge è che Dovlatov non giudica nessuno, ogni individuo porta con sè la sua caratterizzazione, i suoi difetti, la sua semplicità, il fallimento, l'ambizione più o meno frustrata; si porta dietro un passato di rovine, di matrimonii falliti, di genialità dissipata. Ma alla fine ci si incontra, il potere salvifico di questo potente umorismo si miscela con le virtù terapeutiche della vodka (Boris lamenta la pletora di volumetti sui danni dell'alcolismo a dispetto dell'assenza anche di poche pagine circa le virtù terapeutiche dell'alcool) e il confine crudo tra fallimento e successo si appiana, si confonde, perde ironicamente ogni senso.
    Dovlatov, mischiando qualcosa di sè e della sua vita a quella del buon Boris, mi ha salvato una notte insonne, facendomi volteggiare i suoi eccentrici e surreali personaggi sulle pagine come piccoli tappeti volanti. Ridendo silenziosamente ho visto l'alba spuntare ed il sole sorridere benevolo a questo mondo ed a quello che abita nel libro, nei libri. Grazie a Cristina che mi ha fatto conoscere Dovlatov.

    ha scritto il 

  • 4

    Molto alcool, molti spostati, pittori senza valore e scrittori senza lettori, un espatrio (della moglie e della figlia del narratore).

    Il tutto in una zona di turismo culturale (i luoghi di Puskin: i ...continua

    Molto alcool, molti spostati, pittori senza valore e scrittori senza lettori, un espatrio (della moglie e della figlia del narratore).

    Il tutto in una zona di turismo culturale (i luoghi di Puskin: i russi amano i poeti) in cui sembrano scarseggiare gli uomini. Anche se quelli disponibili non sembrano guadagnarci granché.
    Questi nipotini di Oblomov vivono in un mondo marginale, l’unico che sembra possa accoglierli nel loro rifiuto esistenziale.

    Mai correggere una lettera o una virgola o l'etichetta o la lingua.
    La data di lettura? ad anobii non gliene frega nulla. Corregge sempre la data del commento.

    ha scritto il 

  • 4

    Un libro sui generis, per uno scrittore singolare: “anarchico, vagabondo, individualista, solidale con ogni eversione solitaria”, emigrato negli Stati Uniti ma con il cuore nel suo paese di nascita.Il ...continua

    Un libro sui generis, per uno scrittore singolare: “anarchico, vagabondo, individualista, solidale con ogni eversione solitaria”, emigrato negli Stati Uniti ma con il cuore nel suo paese di nascita.Il parco di Puskin non è soltanto un affresco molto colorito e realistico dell’Unione Sovietica negli anni settanta (simbolicamente identificabile in un parco culturale dedicato al poeta immortale che personifica l’animo dei russi); è principalmente la rappresentazione dell’assurdità e insensatezza del mondo, incarnate in una galleria di personaggi sgangherati, per lo più intellettuali ubriaconi tediati e oppressi dal disagio esistenziale, che cercano di vincere con la vodka, mentre il protagonista, uno scrittore fallito che nessuno in Russia vuole pubblicare, trova rifugio all’insensatezza della vita nello scrivere: “vivere è impossibile. O si vive o si scrive. O la parola o l’azione..”.
    Ma non si pensi che i toni siano malinconici e pesanti come la cappa che pesa sopra le teste di questa umanità contraddittoria e vagabonda, tutt’altro: l’umorismo di Dovlatov rende le pagine del libro un inno al fallimento, una presa in giro alla sfortuna, per cui nel corso della lettura si sorride con pena. Sintomo di un grande scrittore, peccato sia poco conosciuto.

    ha scritto il 

  • 4

    Il lettore D.

    I russi debosciati e talentuosi di un tempo.

    Sempre in esilio, sempre solidali con ogni eversione solitaria.

    Ironici come sono capaci di esserlo solo gli inermi.
    Precari in tutto ciò che accade. ...continua

    I russi debosciati e talentuosi di un tempo.

    Sempre in esilio, sempre solidali con ogni eversione solitaria.

    Ironici come sono capaci di esserlo solo gli inermi.
    Precari in tutto ciò che accade.

    Le persone ti scivoleranno accanto severe e indifferenti come i giornali del mattino.
    Difficilmente vedrai qualcuno di loro marcato dalla genialità (e il genio non si contrappone alla follia, ma alla mediocrità) Vogliono stare tutti uniti nel gruppo. Perché anche un genio avrà bisogno di amici. E ditemi quanti sono gli amici disposti a riconoscere un amico genio. Destino ingrato, tempo strisciante.

    Continuerai a indicare come castano il tuo colore di capelli sulla carta d’identità, finché un estraneo non svelerà la verità e lo modificherà in grigio.
    Chi ti incontrerà dopo tanti anni ti domanderà per strada se per caso non hai con te un litro di latte.
    - Non ci crederai ma non ce l’ho, risponderai.

    A un certo punto avrai voglia di leggere un gran libro. Ma solo uno su un milione lo è. Magari le capacità di scriverlo le hai tu.
    Avresti potuto non averle. Allora scrivilo, un capolavoro, se ci riesci.
    Anche se non ti pubblicheranno, anche se non stamperanno quello che scriverai.
    Anche se non ti accetteranno in loro compagnia.
    Nella loro cricca banditesca.
    Ma è davvero questo il traguardo a cui aspiravi quando buttavi giù le tue prime parole da lettore e da scrittore?
    No, non lo è.
    Avrai una decina di lettori. C’è da sperare che diventino anche meno.
    Evoca nel lettore uno sconvolgimento interiore.
    A uno solo, a un unico lettore esistente.

    Attenzione: Dovlatov può generare dipendenza (cit)

    ha scritto il 

  • 4

    Il parco che dà il titolo al libro è quello dove il protagonista (alter ego dell'autore) svolge una breve esperienza di guida turistica.La sua descrizione è la parte più divertente del libro dove fioc ...continua

    Il parco che dà il titolo al libro è quello dove il protagonista (alter ego dell'autore) svolge una breve esperienza di guida turistica.La sua descrizione è la parte più divertente del libro dove fioccano le stoccate contro il sistema sovietico e la tetragonia di certi suoi rappresentanti.La seconda parte invece è incentrata sul rapporto con la moglie che sta per espatriare (storia vera) e il tono si fa più riflessivo e meno ironico.E ora, sotto con un altro Dovlatov..

    ha scritto il 

  • 3

    Difficile dare un voto a questo libro, è scritto bene, ma il soggetto non mi è piaciuto, non amo i personaggi distruttivi che si compiacciono del loro lasciarsi andare progressivo che si rotolano pagi ...continua

    Difficile dare un voto a questo libro, è scritto bene, ma il soggetto non mi è piaciuto, non amo i personaggi distruttivi che si compiacciono del loro lasciarsi andare progressivo che si rotolano pagina dopo pagina nel descrivere la loro compiaciuta autodistruzione. Una buona metà del libro di occupa di questo. l'altra metà fa un ritratto lucido , ironico, sottile ma allo stesso tempo pietoso della personaggi che popolano la società russa negli anni 80. Poveri diavoli, ubriaconi, donne volitive spesso incattivite e dure, scrittori frustrati, intellettuali che guidano autobus e impiegati del KGB che cercano di redimere , con le buone gli sbandati. Non so se leggerò altri libri di questo autore non perchè non valga ma perchè temo che tratti ancora della sua autodistruzione compiaciuta.

    ha scritto il 

  • 4

    Umorismo malinconico

    Primo felice contatto con Dovlatov, favorito da altre recensioni su anobii. Primo e sicuramente non ultimo. Uno scrittore dissidente si allontana dalla moglie e dalla figlia in un estremo tentativo di ...continua

    Primo felice contatto con Dovlatov, favorito da altre recensioni su anobii. Primo e sicuramente non ultimo. Uno scrittore dissidente si allontana dalla moglie e dalla figlia in un estremo tentativo di risolvere i problemi coniugali e trova lavoro nel parco museo tematico dedicato a Puskin. Qui incontra una serie di personaggi bizzarri come l’alcolista razzista che gli affitta la casa, l’uomo che ha letto tutti i libri ed è dotato di una cultura enciclopedica ma è schiavo della propria abulia, un altro scrittore fallito che nasconde la propria mediocrità dietro la presunta censura che ha subito. Addirittura un funzionario del Kgb che si scopre una vena paternalista e arriva a consigliare al protagonista di andare all’estero. Poi arriva la moglie che annuncia di lasciare l’Urss per andare a Chicago approfittando degli spazi che si sono aperti per l’emigrazione. E qui la storia cambia registro. Perché fino a quel momento il tono usato dal narratore è umoristico e dissacratorio, sicuramente eversivo nella Russia comunista, antiretorico nella franchezza con cui descrive con poche frasi i vari personaggi del libro. Lasciando spazio, dopo l’annuncio della moglie, alla vena malinconica che percorre sotto traccia tutto il testo, una specie di dichiarazione poetica esistenziale, sull’insensatezza della vita e sull’incapacità di gestire il rapporto con le altre persone in un regime ottuso e spietato come quello in cui ha vissuto fino all’esilio l’autore.

    ha scritto il 

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