Il pendolo di Foucault

Di

4.0
(7081)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 690 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Chi tradizionale , Tedesco , Svedese , Olandese , Polacco , Catalano , Ungherese , Portoghese , Lettone , Sloveno , Ceco , Greco

Isbn-10: A000065761 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Mistero & Gialli

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Descrizione del libro
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  • 4

    Il Pendolo di Foucault

    Ricco di citazioni, di spunti e riferimenti, è un romanzo che mette in evidenza sicuramente la grande conoscenza dell'autore e le sue riflessioni sulla parola e suoi significati più reconditi. Per me ...continua

    Ricco di citazioni, di spunti e riferimenti, è un romanzo che mette in evidenza sicuramente la grande conoscenza dell'autore e le sue riflessioni sulla parola e suoi significati più reconditi. Per me Eco parla molto di sè stesso e del suo mondo, dei suoi interessi, della Semiologia, del medievalismo, dell'esoterismo, ma non ho colto uno sfoggio di erudizionismo quanto piuttosto la volontà di calare il lettore negli intrighi della storia, della spiritualità vera o fittizia che sia, e costringerlo a immedesimarsi nel "Piano" di Belbo, Casaubon e Diotallevi. Non mi è piaciuto il ruolo riservato a Garamond, personaggio mal narrato a mio avviso. Adorabile invece tutta l'introspezione su Belbo, sul suo rapporto piccante con Lorenza e sui suoi tormenti intimi. Particolarmente belle le considerazioni conclusive soprattutto quelle espresse per bocca di Diotallevi anche se rappresentano una specie di "o mythos delòi oti..." di Esopiana memoria visto dall'ottica di chi ha perso. Complessivamente un bel libro, si fa un po' fatica a leggerlo continuativamente ma Eco è molto abile nel rallentare e velocizzare al tempo stesso tutta la trama.

    ha scritto il 

  • 5

    "Abracadabra, Pape Satàn, Pape Satàn Aleppe, le vierge le vivace et le bel aujourd'hui, ogni volta che un poeta, un predicatore, un capo, un mago hanno emesso borborigmi insignificanti, l'umanità spende secoli a decifrare il loro messaggio"

    Immagino tanti lettori che entrano, o che sono entrati, nel libro in momenti diversi, passando da porte diverse. Tali lettori portano, o hanno portato con sé, una borsa, o uno zaino, oppure una valigi ...continua

    Immagino tanti lettori che entrano, o che sono entrati, nel libro in momenti diversi, passando da porte diverse. Tali lettori portano, o hanno portato con sé, una borsa, o uno zaino, oppure una valigia contenente la propria cultura. Immagino qualcuno entrare e uscire dal libro, fluttuando nell'aria come in assenza di gravità, senza aver faticato neanche un po'. “Beato lui” mi viene da dire, e poi mi chiedo “chissà se si tratta di persona simpatica “, e mi rispondo “chissà, dipende da un tappo”. *
    Era il 1990 quando comprai questo libro e dopo poche pagine lo abbandonai con la certezza di non poter arrivare a tanto. Saranno le esperienze di vita, sarà che dipende dall' avere letto mille libri in più e il cervello congiunge fili , ma ora la mia porta si è aperta così bene che sono arrivata a pagina 146 senza affanno, divertendomi molto. Poi ho incontrato “Plotino”, il filosofo, e mi sono spaventata; nello zainetto che porto sempre appresso ci ho pigiato, in tanti anni, un po' di tutto alla rinfusa e tocca arrangiarmi con quel che c'è dentro. Inutile stare a piangere sulla filosofia che non c'è, quelle poche nozioni me le ha date “De Crescenzo” raccontandomele come favole serie; certe formule matematiche e algebriche me le sono scordate e temo che conoscere la partita doppia, qui, non serva a niente; poi ci ripenso e dico che tutto fa. Non si osi pensare che abbia letto il libro per sfida o per vanto, non si osi pensare “ma come ha fatto questa poverella ad arrivare in fondo” perché sono pronta alla vendetta del “tappo”.* Il segreto sta proprio nel non sentirsi bravissimi in niente, nella voglia di imparare cose nuove, nell'apprezzare quella vena ironica che si trova qua e là nelle pagine e nella curiosità di sapere come va a finire questa storia fitta di misteri. “Il dizionario del Pendolo di Foucault” è un piccolo faro e con “Abulafia” poi, ci si può sbizzarrire tra immagini e materiale di approfondimento. Se alcune parti scorrono male, se il romanzo fa giri un po' contorti, basta lasciarsi trasportare e arrivano chiarimenti; saltare le pagine sarebbe dannoso perché si perderebbero importanti punti di congiungimento tra fatti, luoghi e personaggi. Nelle recensioni, in rete, c'è il poco e l'assai e si potrebbe decidere di stare sul libro per una vita intera. Io non potrei, sono curiosa un po' di tutto e continuo a pigiare nel mio zainetto, oggetti disomogenei che quando li tiro fuori formano un quadro strano, ogni volta diverso. Questa volta si sono aggiunti, al quadro, personaggi nuovi come “Casaubon”, il narratore, mai sazio di conoscenza; “Belbo” che ha una paura matta della scrittura, ma scrivere gli piace, ma poi decide di non scrivere più, poi ricomincia: un'anima in pena che desidera pace.

    Belbo “ritornava sovente sul ricordo della tromba. Ma la ricordava come perduta, e invece l'aveva avuta.” E leggeva in treno mentre un passeggero tentava di attaccare bottone con tutti; “lo so, pensava, mi guardano tutti come un maleducato, ma in treno io vado per non avere rapporti umani. Ne ho già troppi a terra”

    Altri tipi, tipini e tipacci si aggiungono al quadro: Diotallevi, Amparo, Lia, Lorenza Pellegrini, Aglié e quelli di cui non ricordo il nome, ma ricordo che fanno, dove sono e come ragionano.

    Proprio vero, un libro ti aspetta quanto vuoi e il giorno che lo riprendi, magari ti premia. Cinque stelle vanno a me non all'Autore; le do a me stessa per aver letto qualcosa senza capirci un'acca, per aver insistito ed apprezzato alla grande quel che ho capito in questo romanzo d'avventura, di ricordi, di luoghi affascinanti, di Storia, un po' giallo/nerissimo, di poesia, di dolore, di stoccate ai padreterni,
    d'amore e d'amicizia, un po' tipo enciclopedia, di verità e finzione, di gioco intelligente, di gioco pericoloso e stupido, di creduloni che abboccano facilmente e di un mare di altre cose.

    Per chi si dà arie, a chi crede di sapere tutto, a chi snobba una come me che qui ha raccolto il massimo che ha potuto, potrei sempre dire che leggere non è a tutti i costi dover capire tutto, altrimenti rinunciare, è anche sentire, emozionarsi e soprattutto divertirsi imparando. E se qualcuno dovesse guardarmi con aria di sufficienza vorrei ricordargli il “ tappo”*e gli/le direi: “Ma gavte la nata.”

    "E' torinese. Significa levati il tappo, ovvero, se preferisci, voglia ella levarsi il tappo. In presenza di persona altezzosa e impettita, la si suppone enfiata della propria immodestia, e parimenti si suppone che tale smodata autoconsiderazione tenga in vita il corpo dilatato solo in virtù di un tappo che, infilato nello sfintere, impedisca che tutta quella aerostatica dignità si dissolva, talché, invitando il soggetto a togliersi esso turacciolo, lo si condanna a perseguire il proprio irreversibile afflosciamento, non di rado accompagnato da sibilo acutissimo e riduzione del superstite involucro esterno a povera cosa, scarna immagine ed esangue fantasma della prisca maestà”. (pag 399)

    "Non ti credevo così volgare" - dice Lorenza a Belbo.
    "Adesso lo sai" - dice Belbo a Lorenza.

    ha scritto il 

  • 5

    Della collina e della sua bellezza.

    Questa sera, per la quarta volta in dodici anni, ho finito di leggere il Pendolo di Foucault.
    È uno di quei libri strani e pregni che hanno da dire ogni volta che li leggi e mi piace ripetere che ques ...continua

    Questa sera, per la quarta volta in dodici anni, ho finito di leggere il Pendolo di Foucault.
    È uno di quei libri strani e pregni che hanno da dire ogni volta che li leggi e mi piace ripetere che questo in particolare, questo più di molti altri, più che essere libro è esperienza necessaria.
    Anche questa volta ci ho trovato qualcosa di sconosciuto. Nonostante ormai conosca più che a memoria i fatti e sia in grado di snocciolare la vita di ognuno dei personaggi con perfezione agiografica, questo libro ha sempre qualcosa da darmi. È per me l'archetipo del romanzo perfetto: non ha un solo segno di punteggiatura al posto sbagliato e io gli invidio la perfezione.

    Il pendolo di Foucault è il primo romanzo che ha cambiato il mio modo di leggere. Col passare del tempo altri sono assurti a questo Olimpo sgangherato a cui si accede banalmente soddisfacendo le mie pretese e adesso, accanto al Pendolo ci sono Infinite Jest, Ulysses, la tetralogia Hojo no umi di Mishima e pochi altri. Quando ho letto il Pendolo la prima volta avevo sedici anni e mi è crollato il mondo addosso: dopo averlo concluso non solo avevo capito di essermi innamorato di un autore e della sua penna ma mi rendevo conto di aver compiuto un viaggio. Ma cosa dico, un viaggio: una esperienza necessaria, appunto. Come perdere il primo dente da latte, come salire per la prima volta su un aeroplano, come l'esame di maturità. Il Pendolo con quel suo ultimo capitolo che avevo imparato a memoria, di cui ancora a memoria ricordo alcuni stralci. Il Pendolo che ha messo in discussione il mio approccio al pensiero associativo, alla concatenazione degli eventi, sul modo in cui un libro deve essere scritto, deve parlare, deve svolgersi, concludersi, introdurre soggetti, presentare personaggi, instaurare rapporti tra di loro e tra loro e il lettore.

    Eco è morto da poco, questo lo sappiamo tutti, e io non l'ho presa molto bene. Per questo ho ripreso il Pendolo e l'ho letto di nuovo in questi giorni: avevo bisogno di illudermi di non essere stato abbandonato.
    In un certo senso ritengo Eco il maggior responsabile della mia identità culturale attuale. Se la professoressa di italiano delle superiori non mi avesse piazzato in mano 'Il nome della rosa' non avrei mai recuperato quell'amore per la lettura che i suoi predecessori - specialmente la maestra delle elementari - avevano con così grande efficacia estirpato da me e adesso non sarei quello che sono.
    Il Pendolo è il romanzo che mi ha spinto a leggere, che mi ha invitato a scrivere.

    ha scritto il 

  • 5

    "La zoticodorsofrazione erudita"

    La prima impressione, rileggendo Il Pendolo di Focault, questa “Zoticodorsofrazione erudita”, è quella di un grande divertissement, Eco si diverte a prendere in giro i creduloni di ogni sorta e gli i ...continua

    La prima impressione, rileggendo Il Pendolo di Focault, questa “Zoticodorsofrazione erudita”, è quella di un grande divertissement, Eco si diverte a prendere in giro i creduloni di ogni sorta e gli intellettualoidi paranoici; quanto a noi lettori, come ci si sente ignoranti, arrivati alla fine, con le nostre letture pilotate dai social e del mercato… e “quanti bei libri ci sono al mondo, che nessuno legge più”. Non mi ricordavo nulla della trama di questo libro, di una bellezza stupefacente, erudito, giocoso, mi ricordavo solo l'aura di mistero e lo stupore che mi lasciò una volta finito. Rileggerlo dopo tanti anni ha fatto sì che mi trovassi di fronte un libro nuovo. Nel senso vero. La prima lettura, diversi anni fa, mi rivelò un giallo, dottissimo, divertente, molto intelligente. Metà anni '90, allora non si disponeva di Ipad o Iphone, tutti i libri stranissimi citati li davo per inventati, ora che mi sono presa la briga di controllare, lo stupore lascia il posto all'ammirazione: solo il prof. Eco, nella sua immensa erudizione di bibliofilo, poteva conoscere certi libri: cabalistici, gnostici, templari, occultisti, rosacrociani, alchemici, alcuni inclusi nell'elenco di Libri Proibiti, proibiti un po' da tutti, Chiese in primis.
    Il Pendolo è un giallo esoterico cabalistico, dove con dotto, gradevole umorismo, Eco riesce a raccontarci la storia dei Templari (quella vera e il mito), dei Rosa Croce, della Massoneria, delle sette gnostiche, dei miti della città di Agarttha e della Sinarchia che governerebbe – da sempre – il mondo della Torah e della Kabbalah. Ce ne parla a suo modo, in modo giocoso, dissacrante e insinuante. Sì, perché da un lato, prendendo in giro massoni, sedicenti rosacroce, cabalisti e gnostici senza tralasciare complottisti e occultisti (deliziosa la scenetta alla casa editrice, dove si sta per lanciare una nuova collana occultista: sedicenti maghi e diavolacci che sbuffano, sbraitano, uno dice, più o meno: io non ci credo ai diavolacci, ma loro credono a se stessi, infatti gli ho fatto il cerchio magico e loro stanno fuori) prendendoli in giro ci narra anche la storia vera dei movimenti segreti che nei secoli si sono avvicendati e chi sa che un fil rouge non li leghi tutti.
    Non esclusi dal dissacrante umorismo, anche gli studiosi, i dotti che sposano una tesi e la portano avanti per pura affezione, come anche i semiologi, uomini dalla mente medievale … che scorgono in tutto un segno, e nel rapporto tra i segni, un Piano... Emblematica qui è la manomissione della Torah da parte dei tre protagonisti, tre eruditi dipendenti di una casa editrice che come tre Sherlock Holmes delle scienze occulte, stravolgono il testo sacro degli ebrei creando un dal nulla un Piano templare e un cortocircuito nelle loro vite reali (anche nel corpo fisico di uno di loro)... “che a cercar segreti sotto la superficie si riduceva il mondo a un cancro immondo”.

    Perché sarà anche vero che i complotti non esistono se non nella mente di chi li vede, ma a giocare col fuoco o col Sacro non si fa mai un buon affare.
    Insomma un libro dotto e stimolante, mentre Eco ci mette in guardia sul sapere e le sue incongruenze, a me sembra che ci inviti ad avere una mente meno dogmatica, più critica, dubitativa, non consequenzialmente googoliana, ma piuttosto una mente deduttiva ma al tempo stesso probabilistica, una mente, direi, quantistica. E dietro le pagine, tra le righe, ci vedo un Eco un po' sornione: e tu, lettore, che ne pensi? Da che parte stai, in che cosa credi? Cosa pensi di aver dedotto, nella tua vita da detective da strapazzo quotidiano? Il consiglio che io ti posso dare è di non credere nemmeno alla tua stessa credenza, insomma, di stare in campana, o in Pendolo, che dir si voglia. “Dubitare, dubitare sempre!”. Miglior consiglio, un grande intellettuale, io credo non ci poteva dare.

    ha scritto il 

  • 5

    Uno dei miei libri preferiti in assoluto. Come ogni opera di Eco, nasconde ed intreccia diversi piani di lettura. Qui vorrei sottolineare l'esilarante critica al mondo del complottismo (rosacroce, tem ...continua

    Uno dei miei libri preferiti in assoluto. Come ogni opera di Eco, nasconde ed intreccia diversi piani di lettura. Qui vorrei sottolineare l'esilarante critica al mondo del complottismo (rosacroce, templari, gnostici, massoni e chi più ne ha più ne metta). Da far leggere e rileggere a chi si riempie la bocca di parole come "bilderberg" e "commissione trilaterale" e a chi crede all'esistenza delle sirene. Libro iconoclasta per eccellenza. In altri tempi sarebbe stato condannato al rogo. Assieme all'autore, probabilmente...

    ha scritto il 

  • 5

    Doveva arrivare questo momento.
    E’ innegabile che l’emozione per la scomparsa di un grande della nostra letteratura abbia costituito la spinta decisiva, ma ti giuro – ho dei testimoni oculari – che ne ...continua

    Doveva arrivare questo momento.
    E’ innegabile che l’emozione per la scomparsa di un grande della nostra letteratura abbia costituito la spinta decisiva, ma ti giuro – ho dei testimoni oculari – che nei profondi recessi dei miei hard disk risiedono una serie di tentativi non riusciti di recensire “il-mio-libro-preferito” (è un’etichetta, non si può smontare in alcun modo). Tentativi tutti falliti per un motivo o un altro, recensione mai portata a compimento.

    Ma il momento è arrivato, e dopo aver tratto un profondo respiro provo a spiegarti perché ho adorato, adoro e sempre adorerò “Il pendolo di Foucalt“.

    Ora, ammettiamolo, la spiegazione scientifica della dimostrazione della rotazione terrestre tramite l’oscillare di un pendolo, con cui si apre il libro, rischierebbe di provocare un immediato rifiuto alla lettura, che tu sia stato o meno al Conservatoire des Arts et Métiers di Parigi.

    Ma…

    Casaubon, il più bel protagonista di un romanzo negli ultimi cinquanta anni / il suo amore / Belbo e la sua inadeguatezza esistenziale / Diotallevi e i sogni di essere altrui / le schifezze dell’Editoria A Pagamento / la genialità di una Università che non è mai stata / la storia dei Templari raccontata come quella di un amico che ti fa sorridere, arrabbiare, commuovere / l’avida spietatezza di Agliè / “Da un sistema di divieti si può capire quel che la gente fa di solito,” disse Belbo, “e se ne possono trarre bozzetti di vita quotidiana.”/ Abulafia, il pc e il word processor di Belbo, così simile a tante mie Moleskine / Ferdinando Camon che scrive “Da quando ho cominciato a leggere Il Pendolo di Foucault non sono più uscito di casa: ho, per così dire, sospeso la vita” e ha detto tutto del romanzo e della grande letteratura in generale / l’ultimo giorno del romanzo: 25 giugno 1984 / “Uno che fa la tesi sulla sifilide finisce per amare anche la spirocheta pallida” / Il pendolo di Foucalt scritto in giallo sulla copertina / le idiozie numerologhe e complottiste /

    Vedi, ancora una volta non sono riuscito a scrivere davvero una recensione. Ho fatto soltanto fluire la penna (e poi la tastiera) appuntandomi le prime (giuro, sole le prime) cose che mi sono venute in mente ripensando alle infinite letture del Pendolo, alle lettere quasi scolorite della prima edizione Bompiani che conservo a Monfalcone.

    Però, si, insomma, anche se a me queste cose un po’ “facile commozione” mi urtano un filo, volevo dirtelo. Grazie, Umberto, per aver scritto il mio libro preferito.

    Alfonso

    http://capitolo23.com/2016/03/11/il-pendolo-di-foucalt-recensione/

    ha scritto il 

  • 4

    Dopo il nome della rosa in questo romanzo le risorse dell'A. diventano più ricche e ci portano altrove, forse con troppi dettagli non indispensabili. La scrittura diventa più varia e pretenziosa, chia ...continua

    Dopo il nome della rosa in questo romanzo le risorse dell'A. diventano più ricche e ci portano altrove, forse con troppi dettagli non indispensabili. La scrittura diventa più varia e pretenziosa, chiamando in causa stili diversi che fanno a pugni tra loro. L'attenzione è rivolta a tutti i secoli passati, compreso l'ultimo; dovunque è cresciuta l'erba malvagia dell'alchimia, della cabala, delle sette segrete, che formano il tessuto sotterraneo della storia. C'è sempre nel protagonista l'occhio loico-laico di Eco, digressivo ed erudito insieme; un punto di vista che è anche un'avventura del pensiero nei secoli, mescolato ad altri delitti, provocati dagli intrighi politici. Nel testo, dunque, agisce il fanatismo esoterico, il riflusso verso le dottrine occulte. Sono di scena tanto i templari che i Rosa Croce, i Savi di Sion e i nazisti. Ciascuna setta o idea intende terrorizzare il mondo per meglio dominarlo. Il romanzo è ben fatto letterariamente, ma falso, perché privo di un sovramondo fantastico e psicologico che giustifichi le tante vicende.

    ha scritto il 

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