Il peso del mondo

Di

Editore: Guanda

3.9
(55)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 139 | Formato: Altri

Isbn-10: 8882467007 | Isbn-13: 9788882467005 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: R. Precht

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Narrativa & Letteratura

Ti piace Il peso del mondo?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis

ACQUISTA LIBRO
Acquisto non disponibile
per questo libro
Descrizione del libro
Un diario di frammenti e illuminazioni, una raccolta di occasioni registratedalla mente e trascritte dalla penna sul foglio bianco, una raccolta diimpressioni fugaci che diventano ognuna un'epifania, una scoperta o riscopertadella bellezza e della bontà. Attraverso un procedere quasi onirico, simile aquello stato di parziale incoscienza che è tipico del passaggio dalla vegliaal sonno, Handke trascrive, quasi medianicamente, i segni del risorgere delbello in una serie di aforismi brucianti e luminosi, che alleggeriscono ilmondo del suo "peso" e lo riconducono a una levità che si direbbe originaria.
Ordina per
  • 4

    la vita nell'epoca della sua non riproducibilità verbale

    aperitivi mentali à la handke

    appunti per possibili azioni sceniche 75 gr.
    sensibilità percettiva 250 gr.
    cultura abbondante (da lasciar trapelare senza sfoggio)
    sofferenza 70 gr.
    idiosincrasie 50 gr. ...continua

    aperitivi mentali à la handke

    appunti per possibili azioni sceniche 75 gr.
    sensibilità percettiva 250 gr.
    cultura abbondante (da lasciar trapelare senza sfoggio)
    sofferenza 70 gr.
    idiosincrasie 50 gr.
    egocentrismo 100
    follia q.b.
    misantropia (che pare più misoginia, ma solo perché capita che nella vita di un uomo sia numericamente più rappresentato il confronto con una donna all'interno di uno spazio vitale chiamato coppia, casa, relazione) 50 gr.
    sensi di colpa 50 gr.

    lavorare velocemente l'impasto in punta di dita, cercando di modificare il meno possibile la consistenza originaria. modellare in pensieri dalla forma semplice, in cui l'intervento dello scrivente (e del leggente) sia ridotto al minimo. lievitazione a temperatura ambiente e cottura veloce in forma di diario. consumare questi momenti di non trascurabile ineffabilità appena letti, per coglierne l'aspetto universale prima che il peso del mondo sgonfi l'espressività del linguaggio.

    [molto tra parentesi, la cosa ho apprezzato più di tutte è l'accettazione della contraddittorietà nell'approccio al reale, e nel contempo la non rassegnazione all'afasia che ne potrebbe derivare. per parlare del peso del mondo, per arrendersi di fronte ad esso nonostante il continuo tentativo di smontarne la complessità, non c'è che l'ossimoro di usare pensieri sparsi, notazioni in presa diretta. e allora ecco «questo tremendo oblio, che pratico prendendo ininterrottamente appunti». allo stesso modo, si può aspirare a essere senza storia e senza memoria, ma subito dopo ammettere: «se non scrivessi, la vita mi scivolerebbe via». e si può praticare la mindfulness anche senza chiamarla così, «sono solo qui / sono solo adesso: / la quiete, appunto», poco dopo averla negata annotando «dissociazione mentale come via d'uscita: l'idea che non sono io a eseguire questo maledetto lavoro in cucina, ma un altro». e qui mi fermo, perché non sia troppo evidente la sua ragione nel sentenziare che lo svantaggio della grande letteratura sta nel fatto che ogni stronzo ci si può identificare].

    ha scritto il 

  • 5

    Essere privo di bagaglio, desiderare di esserne privo, la gioia delle mani libere, nient’altro che uno spazzolino da denti

    *

    Attendere che la foto esca dalla macchinetta automatica; e magari potrebbe ...continua

    Essere privo di bagaglio, desiderare di esserne privo, la gioia delle mani libere, nient’altro che uno spazzolino da denti

    *

    Attendere che la foto esca dalla macchinetta automatica; e magari potrebbe venirne fuori l’immagine d’un viso estraneo – eventuale inizio d’una storia

    *

    Potersi raffigurare qualcos’altro, poter avvertire qualcos’altro, il desiderio di altri luoghi e di un nuovo tempo, il desiderio di tornare a pensare, in assoluto – tutto questo provo oggi (21.11.1975) quasi come una specie di grazia

    *

    Di solito mi sento troppo cosciente per poter essere davvero triste

    *

    Giorni pregni di concordanze vitali, silenziosa atmosfera invernale nelle stazioni; e poi giorni, nei quali ci si morde il labbro sempre allo stesso punto

    *

    Inventare una macchina che ci dispensi dal parlare (una macchina da mettere in funzione quando qualcuno ci rivolge la parola, e che risponda in nostra vece)

    *

    Su alcune foglie esposte al sole le ombre di altre foglie; talvolta, quando l’intero cespuglio oscilla, le ombre fremono insieme alle foglie; talvolta si muovono invece solo le foglie esposte al sole, uscendo dall’ombra (quando oscilla un unico ramo); altrimenti, invece, sono solo le ombre a fremere sulle silenziose foglie esposte al sole, rigide

    *

    Quel giorno in cui una bambina pallida, seria, sconosciuta entrò con gli altri in casa per ripararsi dalla pioggia, quel giorno in cui non la riconobbi come mia figlia: orrore e, contemporaneamente, attimo prodigioso

    *

    In un vecchio film di Jean Renoir piccole nuvole bianche passavano velocemente dietro Notre-Dame. E io pensai: più di quarant’anni fa, quelle nuvole sono dunque passate per di là

    *

    La certezza che, quando sono gentile, non possa accadermi nulla

    *

    Lo svantaggio della grande letteratura sta nel fatto che ogni stronzo ci si può identificare

    *

    Che gran bisogno ho, giorno dopo giorno, dell’arte, per non augurare la morte ai più cari fra gli uomini, ovvero per non lasciarli morire nella mia indifferenza!

    *

    D’improvviso, verso mezzanotte, mentre seguo un dibattito in televisione, mi viene in mente che tutta questa telemarmaglia potrebbe essere contemplata con la stessa espressione che assunse Sherwood Anderson di fronte alle sue vite perdute di provinciali a Winesburg, Ohio (e allora sarebbero finalmente descrivibili)

    *

    L’abitazione di G.: una stanza brillante e fresca, nella quale mi trovo davvero a mio agio (come da bambino, subito dopo il bagno, quando sedevo ancora un po’ presso la tavola, sotto la lampada elettrica, a mangiare pane bianco e cannella: purezza, libertà, legami privi di congiure)

    *

    In un film a cartoni animati, all’apparire, sulla cima di un albero, di uno scoiattolo che piangeva il suo amore perduto, mi sono venute le lacrime agli occhi!

    *

    L’impressione che, invece di tutta quella gente, proprio io, per salvarmi, avrei avuto bisogno di vedere un disco volante!

    *

    Di sera escono talvolta sul balcone e chiudono la porta, solo per contemplare poi la loro grande abitazione, illuminata

    *

    Forse la sensazione d’irrealtà e di libertà deriva unicamente da quel quotidiano, ormai cronico tè alla menta, o ai fiori di tiglio

    *

    Peli di cani spazzolati vagano nel sole per i giardinetti

    *

    Riuscì a perdere una grande parte di sé che non apparteneva alla sua natura, ma piuttosto alle sue origini, semplicemente imparando a non parlarne

    *

    Bei momenti, quando per almeno un paio d’ore non vi sono che gli oggetti, non v’è che la loro presenza; il freddo, il calore, le ombre delle nuvole, i cartelloni pubblicitari dei film; né paura né euforia

    *

    In preda a un improvviso accesso d’amore cominciare a correre su per una scala

    *

    «Sulla strada, nel chiarore della mattina, c’era un’automobile vuota, i cui tergicristalli si muovevano» (una storia potrebbe iniziare anche così)

    *

    Uscendo dal cinema chiedere alla maschera di cosa trattasse il film in realtà

    *

    Alcune persone adoperano la parola «pensieri» solo per le loro preoccupazioni («Ho tanti di quei pensieri»)

    *

    Uomini che dopo ogni frase, gentile o perfida, a proposito delle «loro» donne, le accarezzano quasi per ammansirle

    *

    Vidi il chiaro cielo notturno con le sue nuvolette gialle e le sue stelle, e mi sentii già irritato con me stesso, per la facilità con la quale avrei nuovamente dimenticato una vista tanto originale e unica – rabbia impotente contro l’oblio

    *

    È noioso mangiare ciliegie che non hai raccolto tu stesso, arrampicandoti sull’albero

    *

    Mi venne in mente mio nonno, o meglio quella volta che infilzò un serpente con un bastone triforcuto e trivellò con bastone e serpente il terreno: la terra era davvero il suo elemento, mentre fin dall’inizio nulla è stato il mio (eppure talvolta anche tutto)

    *

    Quest’appetito che mi sospinge verso il mondo, anche solo leggendo di altri continenti, come per esempio appena adesso in seguito a due sole parole: «californianamente eccentrico»

    *

    La sessualità come forma estrema di inimicizia

    *

    Arrivare la sera, con gli abiti incollati al corpo e gli occhi impastati, in una calda e pietrosa città italiana, che mi appare altrettanto incollata

    *

    Una coppia sposata che dice sempre «noi»; che non vi rinuncia nemmeno all’atto di formulare giudizi: «Questo non ci è piaciuto!» La particolare spietatezza di questo «noi»

    *

    Due bambini confabulano davanti al televisore a proposito di un film con Jean Gabin: «Morirà». – «Adesso è tutto solo.» – «Adesso non ha più niente.» – «Non le rivolgerà mai più la parola.»

    *

    Da non sottovalutare: la commozione per un bottone cucito da qualcun altro; la scoperta d’un bottone cucito senza dare nell’occhio da una mano estranea – la sensazione di voler esser grato in eterno

    *

    Le foglie cadute al di fuori del cerchio d’ombra prodotto dall’albero rilucono nel sole: nella storia delle stagioni io sono al sicuro

    *

    Il mito di Narciso: come se non fosse proprio la lunga e attenta contemplazione della propria immagine allo specchio (e in senso lato: del lavoro compiuto) a darci la forza e la schiettezza per osservare a lungo gli altri, mantenendoci estranei quantunque ci si sprofondi in loro! (Lo sterile narcisismo di moda oggi mi sembra corrisponda semmai a una posizione diametralmente opposta: corrisponde cioè all’estraneo fissare gli altri, con un’isterica partecipazione a priori, senza aver prima analizzato se stessi, partendo anzi dal rinnegamento del proprio Io)

    *

    Qualcuno che s’interrompa nel bel mezzo del coito per esclamare sinceramente: «Ora non so proprio più come andare avanti»

    *

    Una scritta tracciata con la penna biro su un sedile di plastica del trenino di periferia: «J’ai lu Barcarolles de Pablo Neruda coll. Gallimard. Lisez-le, je vous en prie. C’est trop beau».

    *

    Festa nazionale all’ambasciata austriaca: gente in abito scuro che, parlando del tutto distrattamente, si ravviava di continuo i capelli; lo spettrale e ininterrotto movimento di queste mani nell’aria, dirette verso i capelli, mentre qualcuno immancabilmente parlava della sua nostalgia per l’A. Un deputato francese si vantò con me di non leggere alcuno scrittore moderno (solo e sempre 20 pagine di Balzac, 10 di Proust): essi non sapevano infatti nulla delle preoccupazioni del popolo, col quale quel signore, in quanto deputato, aveva a che fare ogni giorno (poi enumerò i problemi del popolo, ignoti anche agli scrittori moderni)

    *

    Domanda della telefonista, quando prenotai una stanza d’albergo: «Etes-vous une société?» – «Non, au contraire.» (In quel mentre un americano guardò fuori dalla finestra e disse: «What a gloomy weekend».)

    *

    La bellezza come apparizione dell’assenza di confini

    *

    L’unica idea di popolo m’è venuta in mente finora in qualche cimitero di campagna

    *

    Talvolta provo gioia d’ogni cosa, perfino di azioni stupide come quella di lavarmi i denti

    *

    La mia capacità: estrema dispersione, poi estrema concentrazione

    *

    Quel vecchio, oggi, nel negozio, che voleva acquistare il sale e non trovò l’abituale confezione, fu costretto a comperare quella più grande e disse che quella piccola gli era bastata per ben tre anni – improvvisamente sull’intero negozio calò uno strano silenzio di fronte al fatto, ormai evidente, che quel vecchio stava acquistando il suo ultimo pacchetto di sale

    *

    Nel dormiveglia il mio pensiero produsse inopinatamente un bricco del caffè

    *

    Cosa voglio? E cosa mi pare davvero importante? (Due domande per concentrarsi, prima di scrivere)

    *

    Progresso in campo artistico: non aver più bisogno di ciò che inquieta

    *

    «L’uomo che utilizzi continuamente una terminologia scientifica finisce per piombare nell’afasia quando deve occuparsi di se stesso: non può più rendersi comprensibile al proprio Io e difatti non ne viene compreso; l’Io non si lascia rivolgere la parola a quel modo»

    *

    Nella mia ignoranza, nella mia idiozia fissai il cielo azzurro scintillante e capii d’un tratto come si possano fondare religioni (m’era rimasto ormai solo questo)

    *

    L’idea che determinate località della civiltà attuale esistano solo come rifiuti, inservibili, inavvicinabili, perfino inavvertibili; alla vista di un caffè con flipper, delle tavole calde, delle sale d’aspetto, dei magazzini ingombri di materassi, delle autostrade, degli aeroporti...: e come se anche la gente vi svanisse, divenendo trascurabile, riducendosi a meri volti svuotati d’ogni espressione (ormai solo «l’angelo delle sale da flipper» può salvarti)

    *

    Persone incapaci di fantasia che non possono che lanciare al prossimo uno sguardo perfido

    *

    Alla vista della maggior parte delle persone: non hanno mai letto del modo in cui stanno in piedi, del modo in cui camminano; non hanno mai letto nulla – altrimenti sarebbero diverse. (Perché non denunciarli, e in modo vigoroso, rabbioso? Ad esempio quelle donne che ridono a mezza bocca, mentre gli uomini raccontano barzellette)

    ha scritto il 

  • 3

    "De-pensarsi, de-respirarsi, mentre si giace nel sole, finché non vi sia più nulla di me, e tutto si perda nel vento e nel sole; nulla, tranne un piccolo punto di dolore." (p. 61)

    ha scritto il 

  • 5

    "La cosa più importante: evitare di rivendicare a se stessi la storia, di farsi definire da essa, di discolparsene – disprezzarla invece in tutti coloro che se ne ammantano per nascondere la propria i ...continua

    "La cosa più importante: evitare di rivendicare a se stessi la storia, di farsi definire da essa, di discolparsene – disprezzarla invece in tutti coloro che se ne ammantano per nascondere la propria insussistenza – e tuttavia conoscerla, per capire e soprattutto interpretare gli altri (il mio odio per la storia intesa come asilo per le nullità)"

    ha scritto il 

  • 5

    La prima volta che ho letto questo libro, oramai tanti anni fa, giacevo -mio malgrado - in un ridicolo stato di cattività, a servir la patria in una enorme caserma del napoletano. Lì, in quel luogo am ...continua

    La prima volta che ho letto questo libro, oramai tanti anni fa, giacevo -mio malgrado - in un ridicolo stato di cattività, a servir la patria in una enorme caserma del napoletano. Lì, in quel luogo ameno, alle spalle dei cortili e delle altane, s'ergeva una ripida collinetta sulla cui cima svettava, a difesa e simbolo di tutta l'Istituzione, l'inviso deposito dei rifiuti. E sempre lì, tra quelle nebbie dall'olezzo perturbante, malamente adagiato su un sedile di fortuna ricavato dai resti di una vecchia seggiola d'ufficio borbonico recuperata in mezzo ai rifiuti, stavo io -perennemente comandato alla strenue difesa della Monnezza di Stato- in compagnia di questo libro. Da lassu', per tutto il giorno, mi era dato di osservare l'ambaradan sottostante, il sempiterno stato di stolida agitazione che permea ogni angolo di una caserma: gli strilli, gli ordini, le marce, le trombe, gli imboscamenti, le fughe; sempre soli -dato che nessuno osava transitare in quel fetore ributtante- io e Handke. Racconto tutto ciò non per gratuito autobiografismo, ma per l'unico motivo che questo magnifico libro - che tra l'altro ancora possiede una eco di quel profumo e indi costretto a far vita solitaria, separato dai suoi simili di carta- tratta proprio di questo, di come la vita, o meglio, l'osservazione della vita, e le parole che ha l'osservatore per descriverla non si trovano mai d'accordo, non lasciano trapelare che un minimo del proprio significato(e vallo a far capire agli scrittori e ai lettori sempre pronti all'erezione ombelicale): tra noi e il peso del mondo si mette sempre di mezzo il linguaggio, il primo resta, il secondo passa. E' scritto in forma banale, di diario, raccolta di pensieri e aforismi istantanei suddivisi per date, ma completamente asciugati da ogni modo d'uso e finalità, impossibili a penetrare la materia del nostro sentire che è di per se stolta, scivolosa e inutile come far la guardia a tonnellate d'immondizia.

    ha scritto il 

  • 5

    Per darvi modo di incuriosirvi su questo particolarissimo libretto, cito una frase del risvolto: "Tutto ci ferisce e nello stesso tempo tutto ci può esaltare, convertire, redimere; quasi si trattasse ...continua

    Per darvi modo di incuriosirvi su questo particolarissimo libretto, cito una frase del risvolto: "Tutto ci ferisce e nello stesso tempo tutto ci può esaltare, convertire, redimere; quasi si trattasse non d'altro se non di fare il necessario silenzio in se perchè le cose tornino a parlare, perchè tutto rinasca." E ancora uno dei frammenti:
    "Appendere davanti casa mia un cartello con l'ammonimento: Attenzione, in questa casa si legge!"

    ha scritto il