Il piacere

Di

Editore: Mursia (Gruppo Editoriale)

3.7
(5902)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 376 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8842518123 | Isbn-13: 9788842518129 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati , Non rilegato , CD audio , eBook

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Filosofia

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Descrizione del libro
Pubblicato nel 1889, questo romanzo affonda le proprie radici nella societàdecadente di fine secolo. Ambientato a Roma, narra gli amori e le avventuremondane del giovane Andrea Sperelli. Poeta, pittore, ma soprattutto raffinatoartefice di piacere, Andrea è però tormentato dal ricordo di una relazionecomplicata, troncata bruscamente, che non riesce a dimenticare.
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  • 3

    A D'Annunzio viene attribuita la frase "Io sono un animale di lusso; e il superfluo m'è necessario come il respiro". Dopo aver letto il suo romanzo più famoso, direi che il superfluo gli è necessario ...continua

    A D'Annunzio viene attribuita la frase "Io sono un animale di lusso; e il superfluo m'è necessario come il respiro". Dopo aver letto il suo romanzo più famoso, direi che il superfluo gli è necessario anche nella scrittura.
    Lo stile è ricercato, con citazioni d'arte, letteratura e musica assai dotte; ma la prosa è straripante, poco adatta ai miei gusti come lettore.
    Evidentemente non sono un dannunziano.

    ha scritto il 

  • 5

    Sublime

    Un libro voluttuoso, per il quale si prova una immediata repulsione oppure, altrettanto immediatamente, se ne rimane avviluppati e avvinti. Ma la sensualità non è data tanto dalla storia d'amore in sé ...continua

    Un libro voluttuoso, per il quale si prova una immediata repulsione oppure, altrettanto immediatamente, se ne rimane avviluppati e avvinti. Ma la sensualità non è data tanto dalla storia d'amore in sé, quanto dagli accenti lirici e dalla poesia del testo, che scivola via avvolgendoci come un manto.
    Alla fine del romanzo al lettore non resta altro che farsi dolcemente cullare fra nostalgia e desiderio; la nostalgia per un mondo che non c'è più, spazzato via dalle mitragliatrici della Grande Guerra, ed il desiderio di partire per Roma, per percorrere le vie, le piazze, i fastosi saloni e i lussureggianti giardini dei meravigliosi palazzi magistralmente descritti da D'Annunzio.

    ha scritto il 

  • 0

    Quando inizio a leggere un libro di D’Annunzio, sulle prime vengo preso da un ironico mezzo sorriso, il suo modo di esprimersi, la sua prosa mi sembrano addirittura comici, se confrontati con il mondo ...continua

    Quando inizio a leggere un libro di D’Annunzio, sulle prime vengo preso da un ironico mezzo sorriso, il suo modo di esprimersi, la sua prosa mi sembrano addirittura comici, se confrontati con il mondo odierno. Ma andando avanti, leggendo ancora, entrando nella storia, ammetto che il pathos, la drammaticità, il lirismo esasperato, danno al libro una direzione e un significato ben preciso. Stavolta il talentuoso scrittore pescarese scrive di Andrea Sperelli, aristocratico e viziato nullafacente della borghesia romana – viziata e nullafacente - di fine secolo XIX. Costui conduce una vita agiata e dissoluta che, nella prima parte del libro, può anche risultare invidiabile, si divide tra feste, ricevimenti, colazioni e allegre vacanze. Andando avanti nella lettura però si rende chiara l’attitudine dello Sperelli, la sua assenza di morale, il suo vizio, l’inganno, l’egoismo. La torbida relazione a tre, che egli ha inconsciamente costruito all’insaputa delle due donne da lui “amate”, il rifiuto nei suoi confronti di una delle due, la partenza e la perdita dell’altra, lo porterà alla prostrazione e alla solitudine. Definitiva? Il dubbio permane.
    N.B. Alcune descrizioni di Roma, alcuni scorci, sono da incorniciare.

    ha scritto il 

  • 5

    Poesia

    Capolavoro irraggiungibile del D'Annunzio che descrive l'Andrea Sperelli, ma al contempo la decadenza di una società vuota e mendace, come quella dell'aristocrazia romana degli ultimi decenni dell'Ot ...continua

    Capolavoro irraggiungibile del D'Annunzio che descrive l'Andrea Sperelli, ma al contempo la decadenza di una società vuota e mendace, come quella dell'aristocrazia romana degli ultimi decenni dell'Ottocento.
    Le pagine dell'opera trasudano poesia ma la narrazione procede comunque sicura e ben delineata. Lo stile con cui è stata scritta è inimitabile e la rendono una poesia in prosa, unica nel suo genere.
    Consiglio la lettura in particolare modo agli studenti del liceo classico, certo che sapranno apprezzare le citazioni latine e lo spirito dell'esteta di cui è impermeato il romanzo.

    ha scritto il 

  • 0

    Continuo a non amare d'Annunzio

    Ho letto questo libro nell'adolescenza e non mi piacque, anche adesso a distanza di tempo la mia opinione non è stata modificat. Da un punto di vista stilistuico lo sento troppo curato, preziosistico ...continua

    Ho letto questo libro nell'adolescenza e non mi piacque, anche adesso a distanza di tempo la mia opinione non è stata modificat. Da un punto di vista stilistuico lo sento troppo curato, preziosistico e manieristico: come non amo il '600 non amo neanche d'Annunzio proprio per questo... mi sembra un'eccessiva ricerca del segno e non del senso.

    'Il verso è tutto. Nella imitazion della Natura nessun istrumento d’arte è più vivo, agile, acuto, vario, multiforme, plastico, obediente, sensibile, fedele. Più compatto del marmo, più malleabile della cera, più sottile d’un fluido, più vibrante d’una corda, più luminoso d’una gemma, più fragrante d’un fiore, più tagliente d’una spada, più flessibile d’un virgulto, più carezzevole d’un murmure, più terribile d’un tuono, il verso è tutto e può tutto. Può rendere i minimi moti del sentimento e i minimi moti della sensazione; può definire l’indefinibile e dire l’ineffabile; può abbracciare l’illimitato e penetrare l’abisso; può avere dimensioni d’eternità; può rappresentare il sopraumano, il soprannaturale, l’oltramirabile; può inebriare come un vino, rapire come un’estasi; può nel tempo medesimo posseder il nostro intelletto, il nostro spirito, il nostro corpo; può, infine, raggiungere l’Assoluto. Un verso perfetto e assoluto, immutabile, immortale; tiene in sé le parole con la coerenza d’un diamante; chiude il pensiero come in un cerchio preciso che nessuna forza mai riuscirà a rompere; diviene indipendente da ogni legame da ogni dominio; non appartiene più all’artefice, ma è di tutti e di nessuno, come lo spazio, come la luce, come le cose immanenti e perpetue. Un pensiero esattamente espresso in un verso perfetto è un pensiero che già esisteva preformato nella oscura profondità della lingua. Estratto dal poeta, séguita ad esistere nella conscienza degli uomini. Maggior poeta è dunque colui che sa discoprire, disviluppare, estrarre un maggior numero di codeste preformazioni ideali. Quando il poeta è prossimo alla scoperta d’uno di tali versi eterni, è avvertito da un divino torrente di gioia che gli invade d’improvviso tutto l’essere' [141]

    Mettiamoci anche che mi immedesimo molto in Maria, nei suoi ideali, nei suoi sogni e quindi nella sua cocente delusione, di donna che si dà senza riserve per poi restare scottata, dovendosi rinnegare.
    'Ma che pensa egli? Qual è la sua tortura? Io non so che darei, in questo momento, per poterlo vedere, per poter restare fino all’alba a guardarlo, anche a traverso i vetri, nell’umidità della notte, tremando come tremo. I pensieri più folli mi balenano dentro e mi abbagliano, rapidi, confusi; ho come un principio di cattiva ebrezza; provo come una instigazione sorda a far qualche cosa d’audace e d’irreparabile; sento come il fascino della perdizione.' [215]

    Non scendo nei particolari personali, ma Andrea così vacuo o Elena così frivola sono personaggi ben delineati ma troppo forzati.

    'Nulla vale a ravvivare e ad esasperare il desiderio di un uomo quanto l’udire da altri lodar la donna da lui troppo a lungo posseduta, o troppo a lungo vagheggiata invano. Ci sono amori in agonia che si protraggono ancora, per virtù dell’altrui invidia, dell’altrui ammirazione; poiché l’amante disgustato o stanco teme di rinunciare al suo possesso o al suo assedio in favore della felicità che potrebbe succedergli'. [257]

    E' vero quando dicono che è il romanzo di Roma, per lei si sente un vero amore.
    L'opera, inoltre, si apre e si chiude con un'asta... nel primo caso di acquista (l'amore di Elena) nel secondo si perde (l'amore di Maria)... un circolo molto significativo

    ha scritto il 

  • 3

    Amore carnale o amore spirituale? Mitezza, cultura, elevazione di spirito o gretti istinti animali?
    In questo libro ci si diverte a bearsi e a perdersi nella contemplazione del nobile, del ricco, dell ...continua

    Amore carnale o amore spirituale? Mitezza, cultura, elevazione di spirito o gretti istinti animali?
    In questo libro ci si diverte a bearsi e a perdersi nella contemplazione del nobile, del ricco, della sua educazione superiore, della sua cultura, belle maniere, oggetti ricchi ed eleganza che si porta dietro. Una contemplazione che in diversi frangenti del libro diventa, almeno per me, tediosa, tanto da chiedermi se un indugiare così insistente derivasse da un preciso intento descrittivo ricco e ridondante dell’autore, o se ci volesse trasmettere in quelle pompose descrizioni il senso del lusso ma anche della vuotezza (tra le due tendo per questa seconda interpretazione).
    Tant’è che il dualismo a cui faccio riferimento, carne-spirito, in realtà nel “Piacere” si riduce ad una brusca soluzione: la realtà è che c’è solo bieco istinto, e la nostra cultura ed elevazione spirituale è solo un costrutto sociale ed un inganno mentale dietro cui ci si cela per paura di confrontarsi con la sfera animale umana, per darsi un tono di essere superiore, per ingannarsi, per portare una maschera.
    Solo Maria sembra dare una speranza al lettore, forse gli animi puri esistono, lo vediamo nel finale, violento e memorabile. Pur tuttavia anche la sua figura vacilla in alcuni istanti, toccata da desideri passionali che quasi fatica a riconoscere.
    Una critica violenta ai radical-chic, a chi si crede superiore, quando le passioni che muovono le persone sono uguali per tutti, molto più meschine di quanto vogliamo ammettere.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    1

    Il mese scorso iniziavo la recensione de "I Malavoglia" (qui disponibile) scrivendo "A chi non sono mai stati assegnati dei libri per la scuola? Grossi e noiosissimi volumi, scritti in una lingua che ...continua

    Il mese scorso iniziavo la recensione de "I Malavoglia" (qui disponibile) scrivendo "A chi non sono mai stati assegnati dei libri per la scuola? Grossi e noiosissimi volumi, scritti in una lingua che dovrebbe corrispondere all'italiano, 'nsomma... una palla. " Se con il libro di Verga le aspettative si sono rivelate errate, "Il piacere" di D'Anmunzio ci ha colpito in pieno.

    Prima di partire, come al solito, è utile approfondire il contesto storico - letterario in cui è stato concepito. Il fatto che si tratti di una lettura estremamente difficile, con troppe divagazioni artistiche, un linguaggio aulico e con un finale "tragico" deriva infatti dalla profonda influenza della cultura decadente e del movimento estetico. Quindi non è che sia sempre stato così dannatanente noioso, semplicemente contiene e propone tendenze che al giorno d'oggi non appassionano proprio tutti. Aggiungo inoltre che la scuola ha il compito sì di insegnare ma anche di appassionare, eppure come fa un ragazzo di 18/19 anni appassionarsi alla lettura se per l'estate gli vengono assegnati libri simili e persino una verifica al riguardo? Sono del parere che letture così "scolastiche" vadano affrontate appunto solo nel contesto scolastico, poi se uno ha piacere ad approfondirle anche al di fuori allora ben venga. È inoltre, non sarebbe più piacevole e proficuo se invece di una verifica a settembre ci fosse un dibattito? Magari si eviterebbe di ricorrere sempre e solo ai riassunti online, cosa che sicuramente farò anche io perché affermare di aver letto "Il piacere" è un eufemismo.

    Questo perché a partire dal terzo capitolo ho iniziato a odiare profondamente il protagonista, odio che si è protratto per tutte le noiosissime 401 pagine. Andrea Sperelli è un uomo frivolo, con la puzza sotto al naso, fiero di essere così colto, narcisista ed è meglio se mi fermo qui. Una particolare voglia di bruciare le pagine si è presentata soprattutto quando nei dialoghi, di punto in bianco, iniziava a riferirsi a se stesso in terza persona. Proprio l'urto.

    La trama non sarebbe neanche una schifezza, se non fosse per il ritmo: è lento, lentissimo, colpi di scena manco a pagarne. Il linguaggio incomprensibile, se non decidi di interrompere ogni due secondi la lettura per leggere le note a piè di pagina e decifrare le parole in greco antico, ripetitivo e melenso quando si parla di Elena (altro personaggio fortemente odiato) o di Maria (che si salva perché almeno lei capisce che razza di uomo sia Andrea).

    Lo consiglio a chiunque soffra d'insonnia, abbia tendenze masochistiche o voglia far vedere su Anobil quant'è intelligente perché apprezza libri simili.

    ha scritto il 

  • 1

    Ci ho provato

    Ho provato a leggerlo, per mesi l'ho aperto e richiuso. Troppo introspettivo e diluito, ci si perde, non mi appassiona né cattura, mai. Eh be', sono un ignorante, lo so.

    ha scritto il 

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