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Il piccolo almanacco di Radetzky

By Gilberto Forti

(48)

| Paperback | 9788845905247

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Book Description

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  • 4 people find this helpful

    ✰✰✰✰✰ eccellente

    Botta di fortuna. Scoperti su anobii (grazie Rosen e bellissimo il tuo commento), ne parlavo con un’amica che li aveva tutti e due, da trent’anni in attesa di lettura. Ormai non li leggerai più, potresti darli a me … Mi ha presa in parola.

    Forti, ch ...(continue)

    Botta di fortuna. Scoperti su anobii (grazie Rosen e bellissimo il tuo commento), ne parlavo con un’amica che li aveva tutti e due, da trent’anni in attesa di lettura. Ormai non li leggerai più, potresti darli a me … Mi ha presa in parola.

    Forti, che compare nel mondo letterario come traduttore di opere di Goethe e curatore dei volumi di poesia di Marianne Moore, negli anni 80 se ne venne fuori con due libri: questo e A Sarajevo il 28 giugno. Sì, ci sono letteratura e cultura, ma c’è anche altro. Una composizione organica, mese per mese, anno per anno, di personaggi travolti da una sconfitta che partorirà i demoni successivi.
    Se fosse un disegno, quello più vicino sarebbe una versione tragica della copertina dell’album Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band. Naturalmente in bianco e nero.

    La guerra del 1914/1918 attraverso brani di libri, di lettere, di documenti; attraverso le parole di chi la visse essendo poeta, scrittore, musicista, filosofo.
    C’è il fior fiore dell’intelligenza artistica del mondo mitteleuropeo. Nomi famosi o magari sconosciuti al lettore, ma tutti hanno lasciato ricordo di sé e grandi influenze nella cultura successiva, non solamente europea. Uno per tutti quel Wittgenstein, insegnato dal padre e adorato dal figlio D.F. Wallace, che al termine della guerra si liberò dei propri beni, andò a vivere in una casupola di legno e insegnò ai bambini montanari a leggere, scrivere e far di conto. Poi essendo, oltre che austriaco, anche ebreo e forse omosessuale, andò a Cambridge (Russell lo conosceva ed apprezzava).

    Moltissime le giovani morti, molte le ferite incurabili dell’anima.
    C’è il fior fiore dell’intelligenza artistica di quell’epoca, su quel confine che divideva gli imperi centrali dal resto d’Europa. Confine politico.
    Non ci sono scene di guerra, né descrizioni di battaglie, ma ad ogni nome che leggevo mi veniva un accidente. La compressione in un ridotto numero di pagine di tanti personaggi, mi ha regalato un’ulteriore visione della guerra.

    Ne ho lette singole testimonianze, visioni diverse del proprio ruolo, testi inglesi, francesi, tedeschi, austriaci, italiani, saggi di storia, interpretazioni politiche ed economiche, ma questo ha messo insieme la visione di tanta creatività ferita, mutilata, straziata, rubata. Ma c’è anche chi, come Hasek, trova sfogo nel grottesco e nel comico.

    Menti preziose buttate nel calderone insieme a milioni di altre vite ignote. Ma nella guerra “moderna”, nella guerra che deve essere la fine di tutte le guerre, tutto fa brodo. Cioè, tutto fa carne.

    Chiudono il libro sei “memorie” su persone che la morte la trovarono nella seconda guerra. In qualche modo legati alla prima. Qui ne ricordo una dove la nostra stupidità di “genere” è talmente vasta da meravigliare.
    C’è un monumento in Serbia a Smerderevska Palanka (nome disgraziato che ci ricorda denaro smerdato) dedicato a quindici giovani partigiani fucilati il 20 luglio 1941. Un tedesco del plotone di esecuzione, buttò il fucile a terra e disse “Io non sparo”. Ovviamente, spogliato della divisa, finì al muro anche lui. Sul monumento il suo nome Josef Schulz, 31 anni, renano, imbianchino non fu messo. Troppo tedesco.
    Una donna (cosa di cui sono orgogliosa) del villaggio vicino mise, nel suo giardino, una stele con il suo nome ed una scritta in tedesco e in serbo. Doveva toglierla: aveva violato una legge del piffero sulle sepolture (capirai, in Serbia!). Per fortuna ci furono proteste. Nel 1980 il suo nome è stato aggiunto al monumento.
    Qual è la cosa ridicola? Che la Germania ha fatto di tutto per dire che Sculz non è morto così, ma in combattimento..

    Curiosa la scelta di stampare il testo con l’apparenza di una poesia, mentre in realtà è prosa. Avverte così l’autore, senza però dare alcuna interpretazione.
    Forse ha ravvisato in queste storie un qualcosa di epico, dove l’eroismo e il grandioso sono dati più dal pensiero che dalle azioni e la poesia diventa narrazione.

    Questo, come altri, è un testo che non fa battere il cuore, né agisce su corde sentimentali, ma ti permette di “pensare”.

    La cosa ha funzionato così bene che avevo da pulire e cuocere bietole e da preparare zucchini sott’olio. Sono ancora là ad aspettarmi, non ho potuto non finirlo.
    Lo farò domani. Se non inizio A Sarajevo, il 28 giugno.

    28.06.2014

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    Anina e "gambette di pollo" said on Jun 28, 2014 | 3 feedbacks

  • 10 people find this helpful

    Nella grande bufera

    Gilberto Forti era un apprezzato traduttore di poeti. Non ho mai letto nulla di tradotto da lui, ma sono ragionevolmente sicuro che conoscesse molto bene l'arte di mimetizzarsi dietro i suoi autori.

    Con un estro che sarebbe riduttivo definire elegan ...(continue)

    Gilberto Forti era un apprezzato traduttore di poeti. Non ho mai letto nulla di tradotto da lui, ma sono ragionevolmente sicuro che conoscesse molto bene l'arte di mimetizzarsi dietro i suoi autori.

    Con un estro che sarebbe riduttivo definire elegante, l'autore ricama un florilegio di citazioni del miglior campionario del Mondo di ieri, l'Europa centrale (con le sue propaggini balcaniche, italiane, polacche, tedesche).
    Era il mondo precariamente appoggiato sulla faglia più instabile della vecchia Europa, che Zweig ha ritratto in modo tanto indelebile quanto romanticamente impreciso nel suo libro autobiografico. Qui se ne colgono gli ultimi momenti, grazie alle parole di uno scelto elenco di testimoni.

    Limitarsi a dire che il Piccolo Almanacco è elegante sarebbe sbagliato, così come ridurlo a un elenco di frasi più o meno famose. Forti riesce a costruire un racconto dei giorni che chiusero la Belle Epoque cincischiando con grande sensibilità fra citazioni di romanzi, versi di poesie, brani di lettere, articoli di giornale (poteva mancare la Fiaccola di Karl Kraus? No, infatti non manca, anche se qui lo trovate mentre commemora un'amica scomparsa, senza il suo sarcasmo acuminato).

    Per chi ama quel mondo, è un album di famiglia. Ci sono i parenti importanti, Rilke, Hoffmanstahl, Zweig. Gli scapestrati che però tengono viva l'atmosfera, Kraus, Hasek. Gli sfortunati, quelli un po' in disparte, Kafka, Trakl. Ci sono i musicisti, Webern, Schonberg.

    C'è anche il chiacchierone Joseph Roth, come no, che ne racconta una delle sue, di quando fu mandato - allievo ufficiale - a vegliare Francesco Giuseppe col picchetto d'onore alla Kapuzinergruft. Con Roth non sai mai cosa pensare, ha vissuto mille vite, almeno 999 delle quali inventate di sana pianta con la salda alleanza dello Slivovitz. E del resto, mai rovinare una bella storia con la verità.

    Quel che è successo dopo noi lo sappiamo, i protagonisti del libro no.
    Così Forti pensa, con un tocco di grande delicatezza, di chiudere il libro "in memoria di alcuni prigionieri", Ottla Kafka morta a Theresienstadt (dove morì, carcerato del vecchio Impero, anche Gavrilo Princip, ma è un'altra storia, o forse no), Janusz Korczak, pioniere della pedagogia che sale con i suoi duecento orfani dalla stazione di Varsavia in un treno senza finestrini poggiato su un binario senza fermate intermedie. E altri, come il Caporale Josef Schultz, fucilato perchè non volle sparare a dei prigionieri serbi. Sulla lapide yugoslava che li ricorda, il suo nome non c'è: troppo tedesco. Ha rimediato Forti.

    Non saprei se consigliare questo libretto, tra l'altro non si trova nemmeno facilmente. A me lo hanno consigliato due amiche anobiane, Daisy e Chequers58. Non finirò mai di ringraziarle.

    "Io sono come una bandiera, avvolta da remote distanze. Ho il presagio dei venti che si levano, e li devo vivere ad uno ad uno, mentre ancora le cose sottostanti sono immobili: si chiudono ancora dolcemente le porte, e nelle gole dei camini è quiete; e ancora non tremano i vetri, e la polvere è ancora greve. Io, intanto, io so già le tempeste e sono agitato come il mare. E mi dispiego e ricado in me e mi rovescio, e sono tutto solo nella grande bufera" (R.M. Rilke).

    Nota: questo libro fa coppia con un altro che, anche visivamente, è il suo gemello. Si intitola "A Sarajevo il 28 giugno".

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    Rosenkavalier70 (Goodreading) said on Jun 4, 2014 | 13 feedbacks

  • 2 people find this helpful

    "Poiché, in fondo, che cos'è la vita
    di uno scrittore se non una guerra,
    la lunga guerra di liberazione
    per la salvezza della propria lingua?" (p. 118)

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    NULLA_DIES_SINE_LINEA said on Apr 1, 2014 | Add your feedback

  • 3 people find this helpful

    "Se noi avessimo il potere di capire, d'interpretare nel suo giusro senso il linguaggio segreto delle forme".

    Gilberto Forti segue la pista delle coincidenze, degli aneddoti, direbbero gli "storici seri": quella delle forme invece. rispettando sen ...(continue)

    "Se noi avessimo il potere di capire, d'interpretare nel suo giusro senso il linguaggio segreto delle forme".

    Gilberto Forti segue la pista delle coincidenze, degli aneddoti, direbbero gli "storici seri": quella delle forme invece. rispettando senza interpretazioni le epifanie, i loci nei queli improvvisamente la storia si cristallizza in un emblema di se stessa, in cui la storia si fa immagine densa e punto nodale tramite le vite. come se le vite degli artisti possedessero la capacità di attirare quelle epifanie, di porsi come capiente e accogliente terreno di cultura, di corpo su cui il tempo umano si installa come parassita splendido.

    "Quando c'è la guerra i pensieri e le frasi si sono fatti brevi, adattandosi al tono dei comandi.

    Kafka e Carlo d'Asburgo che nele stesse ore usano la stessa metafora.

    Un proiettile austriaco trafigge alla gola il bel triestino, il granatiere di sardegna che ha un nome latino e tanto Carso slavo nel cognome.

    Sarebbe meglio, dice Stefan Zweig, sarebbe molto meglio se i gironali ritornassero ad essere foreste.

    Rilke
    Sul duro acciottlato di Vienna, sulle vecchie pietre grige. tra le monumentali pietre brune del Duomo e quelle bianche della Hofburg, le pietre che Fritz Wotruba scruta una ad una, da ragazzo di strada e di sassate, selce granito arenaria marmo massi pilastri lapidi colonne, una foresta in cui giovane lupo Fritz si aggira ogni giorno e va scoprendo le prime fredde verità, nascoste dietro il caldo fumo della vita.

    Suonavano le otto al campanile e sua Maestà Apostolica chiedeva il permesso dei suoi sudditi prima di andare in vacanza a Ischl.

    Ferruccio Busono italiano di nascita e tedesco d'elezione: Davvero io non so più chi sono e a chi appartengo. Se la notte sogno e mi sveglio, so di aver parlato nel sogno in italiano. ma se scrivo penso in tedesco ogni mia parola. Stordirsi. almeno il vino serve a questo. la musica non è sempre efficace".

    Karl Kraus: Siamo tutti commessi viaggiatori delle fabbriche d'armi e dobbiamo dimostrare, non già con le parole la bontà dei prodotti, ma col corpo la superiorità sui concorrenti?

    Hugo von Hofmannsthal potrà mai scrollarsi dalle palpebre la stanchezza di trapassati popoli?

    Heimito von Doderer, studente a Vienna di diritto, in prigonia in Siberia è un baile terzino destro, un difensore poderoso.

    Egon Schiele al Museo dell'esercito a montare la guardia la ritratto di Radetzky - grottesca allegoria: gli altri alla guerra, lui al museo.

    Intorno ai tavoli la ressa è tale che le chellerine devono aprirsi un varco come i tarli dentro il legno".

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    spiumato said on May 3, 2011 | 3 feedbacks

  • 7 people find this helpful

    La grande guerra

    La grande guerra vista attraverso gli occhi di grandoi personaggi passati poi alla storia per altri motivi (Freud, Musil, Kraus e tanti altri) che si trovano messi a confronto con eventi piccoli piccoli, assurdi e quotidiani.
    Quello che traspare ...(continue)

    La grande guerra vista attraverso gli occhi di grandoi personaggi passati poi alla storia per altri motivi (Freud, Musil, Kraus e tanti altri) che si trovano messi a confronto con eventi piccoli piccoli, assurdi e quotidiani.
    Quello che traspare e resta è l'assurdità assoluta e palpabile della guerra.

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    Diegocurioso said on Jun 13, 2008 | Add your feedback

Book Details

  • Rating:
    (48)
    • 5 stars
    • 4 stars
    • 3 stars
  • Paperback 212 Pages
  • ISBN-10: 8845905241
  • ISBN-13: 9788845905247
  • Publisher: Adelphi (Piccola biblioteca Adelphi; 143)
  • Publish date: 1983-xx-xx
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