Il ponte della Ghisolfa

Di

Editore: Mondadori

4.0
(144)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 357 | Formato: Altri

Isbn-10: 8804514477 | Isbn-13: 9788804514473 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida

Genere: Narrativa & Letteratura

Ti piace Il ponte della Ghisolfa?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis

ACQUISTA LIBRO
Acquisto non disponibile
per questo libro
Descrizione del libro
Pubblicata per la prima volta nel 1958, la raccolta di racconti "Il pontedella Ghisolfa" apre il ciclo de "I segreti di Milano", cui si aggiungerannonegli anni successivi un secondo volume di storie brevi, "La gilda del MacMahon", due commedie , "La Maria Brasca" e "L'Arialda" e infine il romanzo "Ilfabbricone". Pagina dopo pagina, le vicende raccontate da Testori ci portanonel mondo popolare della periferia milanese dei primissimi anni Seesanta,abitato da operai, popolane, prostitute, raccontandoci storie di immigrazionee boom economico, amori e passioni, alte aspirazioni e cocenti delusioni.
Ordina per
  • 4

    La tragedia umana

    L'idea dei racconti che formano un puzzle, che alla fine guardi da lontano per cogliere l'insieme, mi piace. Questo è un quasi romanzo, con voci che si intrecciano creando un coro dissonante e atroce. ...continua

    L'idea dei racconti che formano un puzzle, che alla fine guardi da lontano per cogliere l'insieme, mi piace. Questo è un quasi romanzo, con voci che si intrecciano creando un coro dissonante e atroce. Personaggi di una bruttezza indicibile e di un'umanità sanguinolenta, vividi, ben ritratti. Situazioni di uno squallore assoluto, ma realistiche. Questo libro è quanto di più vicino al neorealismo cinematografico abbia mai letto, quanto di più vicino a certi racconti dei nonni, origliati e compresi anni dopo. A tratti ridondante nell'indugiare sulle riflessioni dei personaggi, lo stile privo di ogni eleganza: nè liscio come marmo né austero come un acciottolato medievale; si inciampa sull'asfalto rotto. Il romanzo è aspro, spietato e, come dire, integralista. O forse integrale (coraggioso?).

    L'ultimo capitolo mi ha messo una rabbia addosso che quasi mi vien voglia di spaccar bottiglie contro un capannone, tra sterpi e ferraglia ferrigna.

    ha scritto il 

  • 5

    Rovistando in libreria mi sono imbattuto in alcuni libri di Giovanni Testori. La mia attenzione si è soffermata in particolare su “Il ponte della Ghisolfa” che ho scovato in ben due edizioni. Una più ...continua

    Rovistando in libreria mi sono imbattuto in alcuni libri di Giovanni Testori. La mia attenzione si è soffermata in particolare su “Il ponte della Ghisolfa” che ho scovato in ben due edizioni. Una più vecchia, con la copertina rigida color rosso mattone con su stampata in inchiostro nero un’immagine che rappresenta forse uno scorcio dei Navigli; in primo piano, sulla destra, quello che forse dovrebbe essere il braccio meccanico (di una draga?) intento a sollevare il vago spettro di un natante (l’immagine è scolorata dal tempo e molto poco nitida). In altro, sulla sinistra, affianco al nome dell’autore, la scritta “I segreti di Milano”: dunque l’opera fa parte di un ciclo. Si tratta della terza edizione pubblicata da Feltrinelli nel 1960. La grammatura è quella pesante di un libro alla buona; costava duemila lire, ma io nel 1960 dovevo ancora nascere, che ne so quanto fossero duemila lire? Penso comunque non troppe, non mi sembra di rigirarmi tra le mani chissà quale capolavoro editoriale. Le pagine ingiallite sono contornate da un curioso alone scuro, di un giallo più cupo e terreo, come fossero state affumicate; e hanno l’odore vago e tenue della carta invecchiata. È un libro delicato: il tempo ha prodotto nel lato interno della copertina un scollamento che corre lungo il dorso del libro e dietro il quale si svela la trama della retina che imprigiona ingabbiandolo il cartone rigido.
    All’interno del libro, là dove è riportato il copyright, una scritta in corsivo, in alto, ci avverte che “ogni identità di nome nelle persone, nelle società e negli esercizi è da ritenersi casuale”. E a pagina 7 viene riportata un’avvertenza autografa che vale la pena di riportare (quasi) per intero:
    "Questi racconti, dei quali solo alcuni sono qui direttamente conclusi, mentre i più verranno ripresi e portati avanti nelle raccolte successive, formano la prima parte d'un disegno più ampio e più complesso, una sorta di lungo e praticamente interminabile ciclo di intrecci multipli. […]
    Per facilitare il lettore a collegar le vicende, soprattutto in vista delle continuazioni che verranno effettuate nelle raccolte successive, m’è parso opportuno premetter qui l’ordinamento di ciò che di quella materia è contenuto nel presente volume; ferma restando l’interdipendenza generale, in questa raccolta possono dunque essere letti a sé i racconti numero uno (“Il dio di Roserio”), venti (“Lo scopo della vita”), otto (“Vieni qui, sposa”) e diciannove (“Andiamo a Rescaldina”), anche se in essi parlano e agiscono personaggi che il lettore ha già incontrato o incontrerà nel prosieguo dell’opera; devono invece ritenersi legati tra loro a formar gruppo i racconti numero quattro, cinque, sei, dieci, undici e dodici (“Il Brianza”, “Ma sì, anche lei…”, “Impara l’arte”, “La padrona”, “La coscienza di ciò che si fa”, “Un addio”), ai quali il due e il tre (“Sotto la pergola”, “Torna a casa Lassi!”) fan da necessaria, seppur autonoma premessa; e inoltre il sette e il nove (“Il ras, parte prima”, “Il ras, parte seconda”), il tredici, il quattrodici e il quindici (“Cosa fai, Sinatra?”, “Il resto, dopo”, “Pensieri nella notte”), il sedici, il diciassette e il diciotto (“Il ponte della Ghisolfa”, “I ricordi e i rimorsi”, “Un letto, una stanza)".
    Più che un’avvertenza, una mappa per districarsi tra i venti racconti, una bussola con cui orientare l’esplorazione di vicende e personaggi legati da relazioni precise, in un giuoco di rimandi interni ed esterni, comunque proiettati in quella “commedia umana” che diventerà il ciclo “I segreti di Milano” cui Testori allude apertamente.
    La seconda edizione è più recente: pubblicata dalla Garzanti, collana “Gli elefanti” nel 1985, 1^ ed. (“Gli elefanti sono di buona memoria”, ci avverte la quarta di copertina); ha copertina morbida, giallo pallido, tagliata trasversalmente da una banda nera sovrastante un Paesaggio urbano (1920) di Mario Sironi (Pinacoteca di Brera) in cui curiosamente svetta, sullo sfondo di un cielo cupo rischiarato dalla luce mattutina, un muraglione che nasconde parzialmente alla vista il braccio meccanico (di una draga?). È un libro più giovane, pagine fresche, bianche, dignitose, stessa grammatura del precedente, stesso prezzo piuttosto abbordabile (quattordicimila lire). Ma a sfogliarlo, ecco, un tuffo al cuore!
    Perché a pagina 7, in una pagina anonima (che solo l’indice si degna di attestare come “Avvertenza”), in un bianco così ampio che pare inghiottirla, sola galleggia la seguente frase: “Ogni identità di nome nelle persone, nelle società e negli esercizi è da ritenersi casuale”. A seguire, a pag. 9, ecco l’incipit del primo racconto: “Il dio del Roserio”. Del prezioso autografo che Feltrinelli ha pubblicato venticinque anni prima come mappa per non perdersi e come bussola per orientarsi, nell’edizione Garzanti non c’è traccia. Come hanno fatto a perderla? E meno male che gli elefanti hanno buona memoria!
    A paragonare le due edizioni, poi, si rimane esterrefatti: pressoché lo stesso numero di pagine (409 Garzanti e 407 Feltrinelli, ma solo perché quest’ultima sbaglia e anziché lasciare la pagina pari bianca come al termine degli altri racconti, che tutti iniziano sulla pagina dispari, fa iniziare il racconto eponimo alla raccolta subito a sinistra, facendo così slittare la numerazione delle pagine); identica anche l’impaginazione; addirittura i medesimi errori: “Tirò fuori una cartelletta di pergamoide nera” è scritto in entrambe le edizioni (pag. 33), che è chiaro refuso, a meno di non immaginare che Testori abbia usato di proposito un prestito dal portoghese pergamoide, termine che indica una similpelle prodotta industrialmente; tesi però difficilmente sostenibile in quanto nell’edizione Feltrinelli 2012 si è preferito il corretto pegamoide. Insomma, più che una diversa edizione quella di Garzanti sembra un calco, una pedissequa trasposizione di matrice da una rotativa a un’altra in cui ciò che cambia è la copertina. E ciò che viene tolto, epurato, buttato via è quella breve introduzione che spiega come e perché “Il ponte della Ghisolfa” si compone di racconti che scivolano l’un nell’altro, confondono personaggi e linee narrative generando blocchi di senso, e che sarebbe stato bello, utile e anche rispettoso di Testori mantenere nella sua funzione di grimaldello necessario per forzare la toppa della commedia umana di cui “Il ponte delle Ghisolfa” compone il primo capitolo. Invece niente: Garzanti epura, e così ha fatto (orrore!) anche Feltrinelli nel 2012 ne “I segreti di Milano” dove l’”Avvertenza” di Testori è sostituita da una scialba nota introduttiva di Carlo Zeffirelli che si compiace di ripubblicare (monco) un grande autore.
    Che si ricava da tutto questo? In definitiva si tratta di un piccolo aneddoto. E però serve a ricordarci (perché noi sì che abbiamo buona memoria, altro che gli elefanti!) che non serve fare chissà che per fare male il proprio lavoro e vanificare così gli sforzi, seppur generosi, che profondiamo nel cercare di fare bene. Mutilare le indicazioni di un autore, e quale autore!, a cui per “facilitare il lettore a collegar le vicende, soprattutto in vista delle continuazioni che verranno effettuate nelle raccolte successive, è parso opportuno premetter qui l’ordinamento di ciò che di quella materia è contenuto nel presente volume” a me pare una cosa grave. Tanto più grave perché inutile, frutto spero di sciocca insipienza e non di calcolo. Perdere nel tempo l’esegesi che chi scrive di sé a me pare brutto. Molto, molto brutto.

    ha scritto il 

  • 3

    Come eravamo, con stile

    Lettura tardiva a cui non posso dare meno di 3 stelle anche per la qualità della scrittura e la profondità delle vedute. Quello che mi ha infastidito è stato lo sguardo da entomologo della povertà che ...continua

    Lettura tardiva a cui non posso dare meno di 3 stelle anche per la qualità della scrittura e la profondità delle vedute. Quello che mi ha infastidito è stato lo sguardo da entomologo della povertà che Testori non cerca neppure di nascondere, quell'andare a cercare l'odore di cavoli lessi e di servizi in comune e sposarlo alle cattive intenzioni, al lato oscuro, del popolo che cerca di progredire in un progresso che è sempre materiale, fatto di successi, di dané, di rincorsa ai miti del successo. Forse la mia, parziale, delusione, nasce anche dal fatto della lettura tardiva, in effetti alla sua uscita si coglieva anche molto di più il suo essere controcorrente rispetto alle sorti magnifiche e progressive del proletariato.

    ha scritto il 

  • 4

    Una scrittura impeccabile, precisa, reale, che scava nel cuore e nella psiche dei personaggi e li fa vivere come fossimo noi stessi, a provare quella delusione, quella tristezza, quella fatica, quella ...continua

    Una scrittura impeccabile, precisa, reale, che scava nel cuore e nella psiche dei personaggi e li fa vivere come fossimo noi stessi, a provare quella delusione, quella tristezza, quella fatica, quella gioia effimera

    ha scritto il 

  • 4

    Il dio di Roserio meriterebbe 5 stelle ed oltre, perché impeccabile stilisticamente e mostra una capacità di altalenare tra il presente ed il passato ed il flusso di coscienza davvero straordinaria.
    L ...continua

    Il dio di Roserio meriterebbe 5 stelle ed oltre, perché impeccabile stilisticamente e mostra una capacità di altalenare tra il presente ed il passato ed il flusso di coscienza davvero straordinaria.
    Le altre storie sono davvero ben raccontate, crude, in bianco e nero, con Testori che racconta ogni microcosmo muovendosi attorno ai personaggi come la telecamera di Brian De Palma al tavolo de gli intoccabili. Però che due balle dopo un po'...

    ha scritto il 

  • 4

    Impegnativo

    Scorrevole eppure complesso, ricco e barocco.

    All'inizio pensavo che fosse un romanzo diverso. Perche'? Non lo so.
    E come doveva essere? Piu' allegro? Leggero? Senza motivo.

    Per fortuna Te ...continua

    Impegnativo

    Scorrevole eppure complesso, ricco e barocco.

    All'inizio pensavo che fosse un romanzo diverso. Perche'? Non lo so.
    E come doveva essere? Piu' allegro? Leggero? Senza motivo.

    Per fortuna Testori conosce bene l'arte della scrittura.
    Conosce bene gli argomenti, i luoghi, i momenti storici, conosce l'animo umano.

    Parla di Milano, ma non e' la Milano degli anni ottanta, e' la Milano forse di Scerbanenco; qui pero' non andiamo a cercare le storie piu' torbide ed oscure, le storie violente della cronaca nera.
    Tutto bene dunque? No, niente affatto. Si parla del boom economico, visto con gli occhi di chi non e' stato invitato a quella tavola imbandita, di chi vorrebbe sedersi, sgomitando, sognando, illudendosi.

    Si parla di Milano quando Milano era piu' piccola eppure cosi' immensa, con distanze cosi' grandi. Di Milano che era cosi' lontana, anche per un lombardo. Era semplicemente un altro mondo.

    Storie di umanita' fortissima, di poveri che vogliono diventare ricchi, di ricchi annoiati, di arricchiti meschini.

    Materiale per un grande film, magari per un film neorealista, un filone che in queste storie trova il suo humus piu' fertile. Rocco e i suoi fratelli. Appunto.

    Grande opera, consigliata a chi ama una certa Milano, a chi vuole conoscerla meglio, perche' conoscere e' anche approfondire le vecchie storie. Milano, il personaggio meno tratteggiato, ma sempre presente, sfumato, nello sfondo.

    ha scritto il 

  • 4

    Schietto

    Testori capiva la gente, conosceva i posti, sentiva le cose e riportava tutto questo nelle sue storia con una veracità e una vividezza scabre e dolci. Una lettura consigliatissima, soprattutto ai mila ...continua

    Testori capiva la gente, conosceva i posti, sentiva le cose e riportava tutto questo nelle sue storia con una veracità e una vividezza scabre e dolci. Una lettura consigliatissima, soprattutto ai milanesi.

    ha scritto il