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Il prigioniero del cielo

By Carlos Ruiz Zafon

(2918)

| Hardcover | 9788804620303

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Book Description

Barcellona, dicembre 1957. Nella libreria dei Sempere entra un individuo misterioso che acquista una preziosa edizione del Conte di Montecristo e la lascia in custodia a Daniel perché la consegni al suo amico Fermin. Il libro porta una dedica inquiet Continue

Barcellona, dicembre 1957. Nella libreria dei Sempere entra un individuo misterioso che acquista una preziosa edizione del Conte di Montecristo e la lascia in custodia a Daniel perché la consegni al suo amico Fermin. Il libro porta una dedica inquietante: "Per Fermin Romero de Torres, che è riemerso tra i morti e ha la chiave del futuro", firmato "13". Tra malintesi, imbrogli e minacciosi ricordi dal passato inizia l'indagine di Daniel per decifrare quella dedica enigmatica e capire quali segreti nasconde il suo fedele amico. Prima di potersene rendere conto, il giovane libraio viene catapultato in un passato che lo riguarda da vicino, dove la morte di sua madre Isabella si lega al destino di David Martin, il grande scrittore che dal carcere scrive Il gioco dell'angelo, e a quello del perfido editore Mauricio Valls, una vecchia conoscenza degli anni di carcere di Fermin. Quello che Daniel scoprirà non rimarrà senza effetti sulla sua vita, molte domande rimaste in sospeso avranno una risposta e lui si troverà in mano, inaspettatamente, la possibilità di vendicarsi.

504 Reviews

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    È principalmente la storia di Fermin, coinvilgente ma non al livello degli altri...

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    Laura Trepy said on Jul 6, 2014 | Add your feedback

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    << ... adesso è uno dei nostri, gente che non ha volto né nome da nessuna parte. Siamo fantasmi. Invisibili ...>>

    Un lettore non dimentica mai le volte che accetta di pagare a una somma esorbitante una storia. Non dimentica mai la prima volta che avverte sulla propria pelle il brivido dell'eccitazione e crede che, se riuscirà a nascondere a tutti la sua mancata ...(continue)

    Un lettore non dimentica mai le volte che accetta di pagare a una somma esorbitante una storia. Non dimentica mai la prima volta che avverte sulla propria pelle il brivido dell'eccitazione e crede che, se riuscirà a nascondere a tutti la sua mancata coscienziosità, la sua lettura potrà intrattenerlo piacevolmente, fornirgli efficaci mezzi di evasione - grazie alla possibilità di rifugiarsi in mondi ancora inesplorati - e sopratutto quanto più desidera: una storia indimenticabile stampata su un'innocua pagina bianca che vivrà sicuramente più a lungo di lui. Un lettore è condannato a ricordare quell'istante, perché a quel punto è già perduto e la sua anima ha ormai un prezzo.
    La mia prima volta fu un lontano giorno di aprile di due anni fa, con un cielo uggioso - che sembrava promettere nulla di buono - e un sole spaventoso che non riusciva ad espandersi tra banchi di nuvole e pioggia. Avevo vent'anni e già da qualche mese muovevo i primi passi all'università alla facoltà di lettere moderne, terreno insidioso per molte matricole o studenti, che languiva in un cavernoso edificio che sembrava avesse ospitato una fabbrica e le cui pareti trasudavano ancora odori solforici che corrodevano perfino il mio zaino color cobalto, ormai annerito dall'incuria del tempo. La sede dell'università si ergeva oltre una distesa di edifici vecchi e malandati, e da lontano il suo profilo si confondeva con quello nudo e verdeggiante di una pianura ritagliata su un orizzonte costellata da macchine e trattori che intessevano un perpetuo crepuscolo nero e scarlatto sopra la mia città.
    Il pomeriggio in cui accadde il fatto in questione, mi trovavo in una situazione di precaria incertezza. In un periodo non molto dissimile da questo, con pile e pile di romanzi ancora non letti che aspettano solo il momento propizio per cui io possa impossessarmene.
    All'epoca, consideravo amico di lunga data lo scrittore spagnolo Carlos Ruiz Zafon in quanto i suoi romanzi erano state letture splendide e inimmaginabili, mi avevano regalato piacevolissime ore in sua compagnia e, al termine di ogni volume, con una tristezza indicibile nel petto, confidato che la Mondadori pubblicasse, al più presto, qualcos'altro di questo autore.
    Intuì che l'ozio e il tedio che generalmente scaturiscono da alcuni tipi di letture, che presto o tardi mi avrebbero stancato per la loro improduttività, col romanzo di Zafon sarebbero state del tutto vane. Dando una breve scorsa al romanzo, seppi con certezza assoluta che tra me e il mio povero portafogli non ci sarebbe stato l'ennesimo dibattito e che, quel grumo di diffidenza che ancora albergava nel mio animo rimirando la copertina, arrivasse a un punto tale che la lettura di quest'ennesima esaltante lettura - imbevuto di mistero, suspense e un pizzico di romanticismo - rappresentasse un sollievo più che una condanna. Dopotutto, stavo soddisfacendo una mia curiosità sotto quest'aspetto, e non concedere un opportunità all'illustre Zafon sarebbe stato il prezzo che avrei dovuto pagare al mio lato sognatrice e romantica.
    Quel pomeriggio, infatti, nascosto sotto i vestiti perché mia madre non lo vedesse, mi portai a casa il mio nuovo amico. Furono due giorni di primavera caldi e soleggiati durante il quale lessi Il prigioniero del cielo tutto d'un fiato, in parte perché ero curiosissima di scoprire quale oscuro segreto nascondesse il povero Fermin e in parte perché pensavo che un autore spagnolo di questa portata non potesse essere uguagliato. Iniziai a sospettare che l'insigne Zafon avesse scritto i suoi romanzi per me. E ben presto ebbi la ferma convinzione che, un giorno, avrei imparato a fare quello che faceva il talentuoso David Martin.
    Sono stata contagiata dal tono scherzoso nel momento d'iniziazione alla vita drammatica e infelice propiziata da Fermin, e tutto mi sembrava estremamente profondo, impregnato di quella assurda solennità tipica dei romanzi di guerra con la quale la fugacità di un misero atto di redenzione investiva inevitabilmente anche l'atto più insignificante. Schegge di vetro che mettono a nudo ogni personaggio: gente che non ha volto né nome da nessuna parte. Fantasmi intrappolati in epoche e luoghi in cui essere nessuno è più onorevole che essere qualcuno. Mendicanti, ombre che camminano distratte sul freddo cemento di una strada spoglia e polverosa. Figure che nessuno nota e che gli sguardi non riescono a catturare.
    Sin dall'inizio, si avverte quel filo di drammaticità che trasuda dalle pagine nonostante l'ironia di alcune situazioni e di alcuni dialoghi. Barcellona, protagonista indiscussa della produzione zafoniana, diviene qui non solo rappresentazione scenica del romanzo ma anche sfondo di una sfilza di oggetti e situazioni simboliche: strade grigio marrone, ne ampie, ne pittoresche ma numerose nella parte orientale della città; belle colline, alberi e chiese di marmo antistanti; fiumi che gorgogliano contro l'argine di qualche malfamato porto. Una successione di tappe del cammino di svariati personaggi, macchiati da azioni e gesti ignobili, che appaiono come figure misteriose e imperscrutabili che vagano lungo la riva dell'insoddisfazione, cercando la possibilità di riscattarsi, e redimere la propria anima di peccatore.
    Richiamo costante alla libertà d'azione, alla crescita all'età adulta e all'amore vero, Il prigioniero del cielo è da considerarsi come un romanzo di transizione al ciclo di romanzi che si intrecciano nell'universo del Cimitero dei libri dimenticati. Rappresentazione perfetta di una Barcellona che diviene oggetto d'attrazione per una serie infinita di personaggi e il terreno ideale per l'indagine accurata del rapporto fra l'esistenza e la sua rappresentazione fra letteratura e vita. Un vaso di Pandora contenente verità fondamentali che pochi individui sono in grado di comprendere. O, ancora, l'inclinazione adatta a rievocare sensazioni corporee. Rispolverare zone che credevo di aver dimenticato, valutando situazioni che un tempo non avrei mai creduto possibile, facendo amicizia con personaggi che, per qualche tempo, avevo detto arrivederci. Ricostruire la loro storia fino a memorizzarla, come se fosse mia. Annusare le tracce nella speranza di trovare una pista, un indizio che mi consentisse di comprendere cosa turbasse quel povero relitto di Fermin il quale portava a spasso il peso delle sue colpe per un centinaio di pagine, che illuminavano una corte servile affamata di sfavori. In pochissimi giorni ho cercato l'uomo che aveva coltivato una particolare devozione per il "piccolo" Daniel, che aveva nascosto verità sepolte da tempo e che nessuno sembrava in grado di ammettere. Dovevo rispolverare questa storia per sapere cosa ne era stato di lui. Avevo bisogno di scoprire quello che, per così tanto tempo, aveva taciuto a Daniel, anche solo per ricordargli che qualcuno, una persona che non ha mai nascosto una devozione assoluta per la sua tragica ma appassionante storia, sapeva chi era davvero e quello che aveva fatto.
    Mi è piaciuto assaporare nuovamente l'andamento e sminuzzare l'architettura di ogni frase, rileggere di paesaggi urbani a cui l'autore è tanto affezionato, credendo che, se avessi decifrato la musicalità di quella prosa, avrei scoperto qualcosa su quell'uomo che pensavo di conoscere e che un romanzo mi assicurava al contrario qualcos'altro. E, solo alla fine, vedere la sua sagoma minuta immergersi nel grande fascio di luce che calava dalla cupola di vetro del Cimitero dei libri dimenticati. Arrestarsi all'ingresso e contemplare a bocca aperta lo spettacolo.

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    Gresi said on Jun 20, 2014 | Add your feedback

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    Non è male nel suo genere,avvincente,intrigante,scorrevole e senza impegno. Ma perchè i personaggi femminili sono così stereotipati e insulsi?? Hanno proprio lo spessore di carta velina,sembrano creati svogliatamente e buttati nel romanzo senza nessu ...(continue)

    Non è male nel suo genere,avvincente,intrigante,scorrevole e senza impegno. Ma perchè i personaggi femminili sono così stereotipati e insulsi?? Hanno proprio lo spessore di carta velina,sembrano creati svogliatamente e buttati nel romanzo senza nessuno scopo.

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    Silviakirsche said on Jun 16, 2014 | Add your feedback

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    terzo libro della tetralogia del Il cimitero dei libri dimenticati

    Per chi ha amato come me "l'ombra del vento" e "Il gioco dell'angelo" non può non leggere questo terzo libro della tetralogia del cimitero dei libri dimenticati!
    Questo terzo libro può essere definito di passaggio, che collega, illumina molti aspetti ...(continue)

    Per chi ha amato come me "l'ombra del vento" e "Il gioco dell'angelo" non può non leggere questo terzo libro della tetralogia del cimitero dei libri dimenticati!
    Questo terzo libro può essere definito di passaggio, che collega, illumina molti aspetti, circostanze e fatti dei due libri precedenti, è un viaggio nelle vite dei due protagonisti dei due precedenti libri: Daniel Sempere e David Martin, le loro vite si intrecciano, sono collegate indissolubilmente, anche questo libro può solo essere definito magico: storie, scrittura, personaggi sono perfetti, ti catturano fino all'ultima pagina!

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    CristyLopez82 said on May 23, 2014 | Add your feedback

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    Ho sempre amato Zafon e le sue storie. Eppure, ogni suo libro si fa sempre più uguale a quello precedente e sempre più scontato e ripetitivo. Per me, ormai, sta perdendo il fascino ereditato dall'Ombra del vento...

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    Aνδρέας said on May 9, 2014 | Add your feedback

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