Il processo

Di

Editore: Giunti Editore

4.2
(7825)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 316 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Portoghese , Inglese , Chi tradizionale , Tedesco , Chi semplificata , Francese , Ceco , Spagnolo , Svedese , Olandese , Polacco , Greco , Catalano , Rumeno

Isbn-10: 8809033795 | Isbn-13: 9788809033795 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: L. Longato

Disponibile anche come: eBook , Paperback , Tascabile economico , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati , Cofanetto

Genere: Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli , Filosofia

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Descrizione del libro
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  • 5

    "Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K."...

    Con lo stile semplice che gli è proprio, quasi con noncuranza, come se narrasse una piccola disavventura capitata ad un uomo qualunque in un giorno qualunque, Franz Kafka racconta l'incubo, l'angoscia ...continua

    Con lo stile semplice che gli è proprio, quasi con noncuranza, come se narrasse una piccola disavventura capitata ad un uomo qualunque in un giorno qualunque, Franz Kafka racconta l'incubo, l'angoscia, i passi insidiosi e inesorabili di qualcosa che si impadronisce della vita di un promettente impiegato di banca. Quello che all'inizio sembra essere solo uno scherzo di cattivo gusto, col passare del tempo si rivela un peso opprimente da cui è difficile liberarsi e che suscita vergogna. E' un dito puntato contro, un'accusa non meglio specificata contro la quale Joseph K., il protagonista, deve difendersi. Il tribunale che tratta la sua causa - lo stesso imputato non osa dirlo ad alta voce - si trova in un solaio, a cui si accede attraverso un labirinto di corridoi dall'aria irrespirabile. Nessuna certezza su ciò che è giusto o sbagliato fare, nessun appiglio che dia garanzie di affidabilità. Così, pur professandosi innocente, K. appare sempre più rassegnato al destino che giudici sconosciuti hanno deciso per lui. Nel libro c'è l'assurdo tipicamente kafkiano, che a volte fa persino sorridere, ci sono personaggi (fino a che punto coinvolti non è dato sapere) che se ne escono a sorpresa con frasi inquietanti, lasciando intravedere una verità che aleggia fin dalle prime pagine: la condanna, se non è già scritta, è quasi certa. Il finale è agghiacciante, un autentico pezzo di bravura. Qualcuno ha visto in quest'opera una premonizione della Shoah (lo scrittore boemo apparteneva ad una minoranza ebraica di lingua tedesca), ma è solo una delle chiavi di lettura di un romanzo che mette implacabilmente in luce le paure più profonde dell'essere umano.

    ha scritto il 

  • 5

    Non so dire se mi sia piaciuto o meno, però a mente fredda credo che se l'obiettivo dell'autore era di angosciare il lettore, ci è riesce in pieno. Soprattutto nei due ultimi capitoli ci sono tanti in ...continua

    Non so dire se mi sia piaciuto o meno, però a mente fredda credo che se l'obiettivo dell'autore era di angosciare il lettore, ci è riesce in pieno. Soprattutto nei due ultimi capitoli ci sono tanti interrogativi, che credo rimarranno irrisolti, che affollano la mente del lettore, forse l'immagine più angosciante e misteriosa è presente nell'ultima pagina del romanzo.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Per Gregor Samsa tutto è compiuto. O quasi. La scoperta della condizione di insetto è poco più di una sorpresa, un fastidioso contrattempo. Ed anche la morte, in fin dei conti, non comporta sconvolgim ...continua

    Per Gregor Samsa tutto è compiuto. O quasi. La scoperta della condizione di insetto è poco più di una sorpresa, un fastidioso contrattempo. Ed anche la morte, in fin dei conti, non comporta sconvolgimenti di sorta. La mela conficcata nel carapace è poco più che un fatale epilogo in un percorso le cui tappe sono ormai tutte scoperte.
    Nel Processo vediamo quello che nella Metamorfosi ci è negato.
    K, sicuro di sé, nel pieno delle forze e della carriera, ride dell'assurdità di una procedura insensata, volgare, meschina, apparentemente destituita di ogni legittimità.
    Ma dovrà rendersi conto con amaro stupore di come questa insensatezza permei ogni ambito su cui egli s'illudesse di vantare un rispettabile dominio.
    Dalle soffitte luride e opprimenti di quartieri indecenti, le cancellerie si ergono a centro nevralgico della vita intera, la quale si scopre dominata e diretta da un'insuperabile ed incomprensibile mostruosità, quasi fatale, contro la quale ogni sforzo è infine destinato a soccombere, nello strisciante fluire della rassegnazione e dello sconforto.
    Le relazioni sono il viatico di tale lento ed inesorabile declino, della perdita di libertà che infine conduce K. a seguire obbediente il sentiero verso il patibolo, in un culmine d'insensatezza, sconfitta e squallore.
    Le relazioni lavorative, le piccole invidie, l'ipocrisia, l'opinione dei familiari, l'influenza delle donne, presenza consolatrice ed al contempo lusinga alla perdizione.
    Questa fitta ragnatela si stringe lentamente intorno a K., strangolando quella baldanzosa libertà con cui al principio egli si ergeva sull'inconsistenza di un'umanità piccola e squallida, fino a trasformarlo in un insetto.
    Eccolo l'insetto che striscia consenziente verso un letamaio dimenticato, accettando un oscuro verdetto, pronunciato da chissà quale imperscrutabile autorità. Eccolo quest'uomo rassegnato e trasformato, che osserva impassibile il coltello fatale passare di mano in mano ai propri insulsi carnefici, omuncoli insignificanti che lo accompagnano ad un fine infame ed oscena.
    Quest'uomo che attende di essere ammazzato come un cane dal proprio prossimo, un'umanità delegittimata e arrogante. Rinunciando anche all'estremo guizzo di dignità e soccombendo nella vergogna.
    Su tutto regna una Praga meravigliosa, inquietante ed irraggiungibile, teatro spettrale del delirante tramonto del sogno borghese.

    ha scritto il 

  • 4

    L'inespiabile eppure ogni attimo espiata colpa d'essere un uomo. Un uomo, dico, non un dio, cui invece disperatamente si tendono le braccia. E nemmeno una bestia, laddove per bestia s'intende uno del ...continua

    L'inespiabile eppure ogni attimo espiata colpa d'essere un uomo. Un uomo, dico, non un dio, cui invece disperatamente si tendono le braccia. E nemmeno una bestia, laddove per bestia s'intende uno del volgo profano, orda di creature ottuse se non grifagne, cittadine d'un mondo d'incubo nel quale davvero la crudeltà insensata è naturalmente dietro l'angolo, basta aprire la porta d'uno stanzino. Chi non vi s'adegua – perché non vuole o perché non sa, non conta – è destinato alla soccombenza, unica e infine deisderata via di liberazione. Un terribile geroglifico illustrato con parole umane.

    ha scritto il 

  • 5

    "Il processo" è per sempre

    Dice Levi : “Nel Processo c’è un’ intuizione precoce, che la violenza viene dalla burocrazia, questo potere crescente, questo potere irresistibile che è frutto del nostro secolo.”

    Poi:” Nel lager ...continua

    Dice Levi : “Nel Processo c’è un’ intuizione precoce, che la violenza viene dalla burocrazia, questo potere crescente, questo potere irresistibile che è frutto del nostro secolo.”

    Poi:” Nel lager ti imbatti continuamente in qualcosa che non ti aspetti, ed è abbastanza tipico di Kafka aprire una porta e di trovare non quello che ti aspetti, ma una cosa diversa, completamente diversa”.

    Levi nega la comicità in K. E per una volta non concordo con lui: ridere di Joseph K. è un gesto un po’ liberatorio, un po’ crudele ma necessario per illuderci (Franz compreso) di essere perfettamente nel pieno delle nostre facoltà e che al posto suo avremmo trovato una via d’uscita al “morire come un cane” .
    Forse morire no ma subire come una canazzo sì…
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    Agenzia delle Entrate.
    Ha sito che offre una prenotazione online. Si compila un modulo e ti spediscono data, ora e n°di prenotazione, con motivazione della richiesta al tuo indirizzo mail.
    Anche in terronia è arrivata la modernità. Per la civiltà si vedrà ma sono speranzosa.
    Appuntamento 11.15. Arrivo alle 10.45. Folla davanti l’ingresso, folla nel pronao vetrato. Il file stampato è in bella vista esibito come giustificazione al mio sfacciato incedere. Lo porgo al metronotte che funge da usciere (lo intuisco); mi fa un gesto muto verso la banconata, detta front office, dove un altro tizio mi strappa il foglio e digita “il mio numero”, dandomi indietro uno scontrino con scritto C-001. - Primo piano, seconda porta a sinistra, l’hanno già chiamata!-
    Ma l’appuntamento era alle 11.15, tento di dire ma già sento un friccichino da panico in arrivo. Adocchio la scala e mi dirigo verso quella che sembra la sala d’attesa dell’aeroporto di Nizza: circolare e affollatissima di gente demoralizzata, seduta in attesa con lo sguardo a tabelloni elettronici dove compaiono numeri.
    Salgo di corsa per quanto posso. Al pianerottolo una sala d’attesa e un angusto corridoio. Entro curva come a scusarmi, adocchio la stanza e la funzionaria. Mi siedo e sto per raccontare la mia odissea lunga due anni. M’interrompe – Ma chi le ha detto di venire qua?- tento un: scusi al bancone… - Al front office vorrà dire – E’ così che scopro un altro segno di modernità … Mostro lo scontrino con il numero e la motivazione che le sembrano confliggere. “Tistia” (un muovere la testa tra il perplesso e l’incazzato) e chiama qualcuno. Chiude e mi dice di andare al terzo piano passando per il front office e consegnare la carta d’identità al metronotte.
    Scendo. Il metronotte mi guarda, anzi mi squadra schifiato. Vuole sapere chi mi ha indirizzato da lui e se ho appuntamento con quest’altro funzionario. Spiegacchio. Temo che mi respinga al pronao. Mi indica, invece, la scala e rifiuta il documento.
    Oso: L’ascensore? Guasto, risponde. A questo punto sento addensarsi su di me tre, quattro capi d’imputazione.

    Trafelata per i tre piani, trovo la funzionaria. Non mi dice di sedermi e mi chiede il motivo della mia comparsa non annunciata. Spiegacchio, stavolta un po’, solo un po’, incazzata. Mi accusa di avere sbagliato al front office ma ribadisco di avere mostrato il loro modulo. Chissà che ha detto, insiste. Non ho detto niente, ho solo mostrato … protesto per il guasto all’ascensore. Mi invita a calmarmi. Le rispondo di essere calmissima. Ero preparata: sto leggendo il Processo, le dico. Dopo un po’ mi manda al I^ piano.
    Il terzo funzionario è peggio. Anche lui mi lascia in piedi dopo un’attesa in cui sperava una mia miracolosa sparizione, quindi ha il dente avvelenato. Mi siedo d’imperio rimarcando la sua inciviltà. Se ne fotte. Insiste sugli errori che avrei fatto io, ma mi inalbero sventolandogli il pizzino del front office e la prenotazione online.
    Mi sbarella verso un altro funzionario che avevo già incontrato su tutti i piani, fresco e pettinato. (L’ascensore ce l’hanno, eccome!) Stavolta mi siedo senza aspettare inviti, senza scusarmi nè rimproverare. Ricomincio. Accenna alla solita litania, con tono perplesso, ma sono inchiodata e non mi smuove nessuno. Mette mani svogliato al data base. Trova il mio fascicolo, guarda, caccia fuori da un cassetto sotto la scrivania un opuscolo e me lo sbandiera indicando un rigo: il punto dice che ho torto. Gli dico che quel punto non mi riguarda e che l’opuscolo lo so a memoria. Fosse stato qualche mese prima avrei fatto la fine di Joseph K. In più, estraggo “il mio punto” fotocopiato dalla borsa. Dice che ho ragione.
    Dopo il “tribunale” domani mi aspetta Huld – il mio commercialista - medito un'omicidio, mi serve per sfogarmi. Poi striscerò come il commerciante di Kafka.

    ha scritto il 

  • 4

    Un romanzo (incompiuto) assurdo, dalla struttura “labirintica”, senza una trama vera e propria, sembra di assistere ad una commedia sulla colpa di esistere! Ma si capisce già dopo le prime pagine la t ...continua

    Un romanzo (incompiuto) assurdo, dalla struttura “labirintica”, senza una trama vera e propria, sembra di assistere ad una commedia sulla colpa di esistere! Ma si capisce già dopo le prime pagine la triste sorte del protagonista, che non sarà tutta rose e fiori, il quale è rimasto inconsapevolmente (ma soprattutto senza una logica!) invischiato in un assurdo processo.
    I capitoli sono frammentari, alcune parti sono oscure, pregne di simbolismo e dettagli e la lettura può sembrare complessa da decifrare.
    Arrivato al capitolo nove, dove compare la parabola “Davanti alla legge”, ho capito di essere di fronte ad un grande pezzo di letteratura, un capitolo veramente spettacolare oltre che essere la chiave di lettura dell'intero romanzo!

    Dietro i romanzi incompiuti di Kafka (Il processo, Il castello) c'è chi addirittura ci vede dietro messaggi subliminali o chiavi di lettura poco credibili, ma a mio modesto parere, alla fine il messaggio è la decadenza e la crisi di identità dell'uomo moderno, e si può dire che insieme ad altri grandi scrittori ci ha visto giusto.

    ha scritto il 

  • 5

    Cent'anni di Kafka (e uno di Brautigan)

    Qualcuno doveva aver calunniato il signor D perché qualche giorno prima di Natale, al risveglio, un ufficiale giudiziario bussò alla sua porta e gli consegnò un'ingiunzione di pagamento di trentaquatt ...continua

    Qualcuno doveva aver calunniato il signor D perché qualche giorno prima di Natale, al risveglio, un ufficiale giudiziario bussò alla sua porta e gli consegnò un'ingiunzione di pagamento di trentaquattromila euro da saldare entro 30 giorni (il tempo necessario di organizzarsi per una rapina e racimolare il denaro,forse).
    Stupito dalla quantità dell'importo si recò il giorno stesso dal suo commercialista che, sbirciata la lettera d'ingiunzione, si dimostrò fiducioso, quindi chiese al signor D un'altra somma di denaro per la consultazione e l'avvio della procedura di conciliazione bonaria e lo congedò dallo studio con una stretta di mano energica, positiva e la promessa che lo avrebbe ricontattato al più presto.
    Due giorni dopo il commercialista telefonò al signor D e lietamente gli prospettò due possibilità per risolvere il suo problema: pagare un importo "scontato" di venticinquemila euro entro un mese o in alternativa saldare l'intera somma in dodici comode rate mensili da duemilaottocentotrentacinque euro. Il signor D, ingrato, non si dimostrò molto soddisfatto di nessuna delle due possibilità e quando provò a chiedere per quale ragione doveva pagare una cifra del genere, il commercialista si limitò a farfugliare dati incomprensibli, spese accessorie clamorose, interessi di mora e aliquote (?) maturate secondo la vigente legge tal dei tali comma K24...
    Il signor D fece uno sforzo immane per comprendere ma alla domanda - Si, ma che cosa ho fatto o non ho fatto per dover pagare questa somma? Qual è stata la mia colpa?
    A quella domanda il commercialista si dimostrò infastidito e lo liquidò accennando alla difficoltà e allo spreco di tempo e di ulteriore denaro che la ricerca di una risposta al suo sciocco quesito avrebbe comportato.
    Sconsolato, il signor D terminò la conversazione, riattaccò il telefono e provò a leggere qualche pagina di un romanzo del suo autore preferito*.

    Mentre stava almeno temporaneamente dimenticando le notizie del commercialista squillò ancora una volta il telefono. Questa volta la chiamata proveniva dalla caserma dei Carabinieri. Lo stavano convocando in caserma per una notifica. Il signor D chiese di cosa si trattava, ma dall'altra parte, il brigadiere incaricato flemmatico rispose - Niente di grave, ma non possiamo parlargliene al telefono, deve venire in caserma -.
    Il signor D uscì di casa, prese l'auto e si recò alla caserma dei carabinieri. Dopo aver domandato al piantone dove poteva ritirare la notifica attese circa mezz'ora finché lo convocarono in un piccolo ufficio e gli consegnarono un verbale nel quale un ottantenne lo aveva denunciato per minacce. In realtà, provò a spiegare il signor D, quell'uomo era stato fermato e denunciato da lui per avergli rigato con una chiave la sua auto regolarmente parcheggiata e senza alcun motivo. Aveva quindi telefonato ai carabinieri e atteso il loro arrivo per denunciare l'uomo, che, con ancora la chiave del delitto sporca della vernice della sua auto in mano, negava tutto l'accaduto.
    Il brigadiere non mostrò grande interesse per il signor D e la sua storia e lo congedò invitandolo prima a fornire il nome di un eventuale avvocato di fiducia, o gli sarebbe stato fornito d'ufficio.

    Tornando a casa, al signor D improvvisamente si guastò l'auto. Chiamò il numero di assistenza stradale e la sua macchina venne portata al deposito per poi essere inviata al centro meccanico autorizzato. La mattina seguente chiese un giorno di ferie per sbrigare alcune faccende fra cui il recupero dell'auto e in officina dopo svariate diagnosi, una più grave dell'altra, conclusero che si trattava di un guasto piuttosto serio, molto costoso, ma che avrebbero riparato in una giornata.

    Ormai curioso solo di vedere cosa diavolo sarebbe ancora successo, il signor D cerchò di riprendere la sua vita di tutti i giorni, ma non passò molto che una mattina lo informarono sul lavoro che sarebbe stato licenziato. Domandò come mai, e lo tranquillizzarono. Si trattava soltanto di una riorganizzazione della ragione sociale dell'azienda che avrebbe comportato un licenziamento breve, dopodiché sarebbe stato nuovamente riassunto con un contratto leggermente diverso. Il contratto "leggermente" diverso non prevedeva più la quattordicesima mensilità, una paga oraria ridotta del 20 percento e un'assunzione part time da 36 ore retribuite anziché 43 come le ore effettivamente lavorate, e infine con il taglio delle festività non più riconosciute come straordinari festivi.
    Gli fecero capire però di non lamentarsi troppo, poichè lui e molti altri come il signor D, erano stati fortunati e dei privilegiati, in confronto a chi invece un lavoro lo aveva proprio perso.

    Quella sera tornò a casa con l'intenzione di parlare di questa novità alla famiglia, ma quando aprì la porta e suo figlio trotterellando gli corse incontro sorridente, anziché spiegare alla moglie la loro perdita di alcuni diritti che le generazioni prima di lui avevano lottato per ottenere, si convinse a lasciar andare, gliene avrebbe parlato quando i loro guai fossero stati lontani. Così prese suo figlio in braccio e incomincìò la sua fuga raccontandogli che
    "Una volta, tanto tempo fa, c'era un cavaliere nano cui erano state concesse per tutta la vita solo cinquanta parole, ed erano talmente brevi e veloci che lui ebbe solo il tempo di indossare l'armatura, montare il nero destriero e scomparire per sempre in un bosco di luce".

    ha scritto il 

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