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Il sacramento del linguaggio

Archeologia del giuramento (Homo sacer II, 3)

By Giorgio Agamben

(50)

| Paperback | 9788842087816

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Book Description

Che cos’è il giuramento, qual è la sua origine, quale il suo scopo se esso sembra mettere in questione l’uomo stesso come animale politico? L’archeologia del giuramento che questo libro propone cerca di rispondere a queste domande. Attraverso un’inda Continue

Che cos’è il giuramento, qual è la sua origine, quale il suo scopo se esso sembra mettere in questione l’uomo stesso come animale politico? L’archeologia del giuramento che questo libro propone cerca di rispondere a queste domande. Attraverso un’indagine di prima mano sulle fonti greche e romane, che ne mette in luce il nesso con la legislazione arcaica, la maledizione, i nomi degli dei e la bestemmia, Agamben situa l’origine del giuramento in una prospettiva nuova, in cui esso appare come l’evento decisivo nell’antropogenesi, nel diventar umano dell’uomo. Il giuramento ha potuto costituirsi come “sacramento del potere” perché esso è innanzitutto “sacramento del linguaggio”, in cui l’uomo, che si è scoperto parlante, decide di legarsi alla sua parola e di mettere in gioco in essa la sua vita e il suo destino.

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    Di solito Agamben non ama ripetersi. Ogni riflessione porta sempre da qualche parte. Ho come avuto l'impressione che questa regola esemplare sia stata in qualche parte mancata in questo "Il sacramento del linguaggio". Per quanto il testo sia breve, m ...(continue)

    Di solito Agamben non ama ripetersi. Ogni riflessione porta sempre da qualche parte. Ho come avuto l'impressione che questa regola esemplare sia stata in qualche parte mancata in questo "Il sacramento del linguaggio". Per quanto il testo sia breve, mi è sembrato troppo lungo. Sarebbe bastato molto meno per dire le stesse cose (le ultime pagine mi sono risultate molto indigeste poiché nulla aggiungevano su quanto detto). Una prova (filosofica) meno riuscita.

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    Sorel1968 said on Feb 2, 2012 | Add your feedback

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    Alla prima giunta, questo saggio breve ma denso mi ha un po’ sorpreso, perché, mentre di solito Agamben si avvicina circolarmente al nucleo del discorso, qui procede per mezzo di stratificazioni o, se si preferisce, accumulando materiale, il che un p ...(continue)

    Alla prima giunta, questo saggio breve ma denso mi ha un po’ sorpreso, perché, mentre di solito Agamben si avvicina circolarmente al nucleo del discorso, qui procede per mezzo di stratificazioni o, se si preferisce, accumulando materiale, il che un po’ disorienta: solo a tre quarti del libro il cielo si schiarisce rapidamente, e retrospettivamente la luce si diffonde anche su tutto il materiale dianzi raccolto. Credo che un buon punto di partenza per rileggere l’intero saggio sia quanto Agamben scrive a pagina 80: «Religione e diritto non preesistono all’esperienza performativa del linguaggio che è in questione nel giuramento, piuttosto essi sono stati inventati per garantire la verità e l’affidabilità del logos attraverso una serie di dispositivi, fra i quali la tecnicizzazione del giuramento in un “sacramento” specifico – il “sacramento del potere” – occupa un posto centrale.» Notevole anche il passo sulla filosofia a pag. 98: «La filosofia è, in questo senso, costitutivamente critica del giuramento: essa mette, cioè, in questione il vincolo sacramentale che lega l’uomo al linguaggio, senza per questo semplicemente parlare a vanvera, cadere nella vanità della parola. In un momento in cui tutte le lingue europee sembrano condannate a giurare in vano e in cui la politica non può che assumere la forma di una oikonomia, cioè di un governo della vuota parola sulla nuda vita, è ancora dalla filosofia che può venire, nella sobria consapevolezza della situazione estrema cui è giunto nella sua storia il vivente che ha il linguaggio, l’indicazione di una linea di resistenza e di svolta.»

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    Asclepiade said on Apr 6, 2011 | Add your feedback

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    Mio zio Pasticcino e sua moglie Giupeppa, quando suo figlio arrivava in ritardo della cena, hanno sempre detto Sacramento, o Cramento o delle volte anche Cranun per dire una bestemmia. Che infatti si dice anche sacramentare, nelle parole della gente ...(continue)

    Mio zio Pasticcino e sua moglie Giupeppa, quando suo figlio arrivava in ritardo della cena, hanno sempre detto Sacramento, o Cramento o delle volte anche Cranun per dire una bestemmia. Che infatti si dice anche sacramentare, nelle parole della gente comune. Esso è un libro che parla di codeste cose. Allora l'autore di questo libro non ha scoperto nulla, però è scritto benissimo.

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    Ciriffo said on Aug 17, 2009 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    Devo rileggerlo

    Durante la lettura delle prime 70 pagine circa, pur apprezzando tutti i dettagli dello sforzo filosofico e anche metodologico ("Un altro aspetto del mitologema scientifico che abbiamo appena descritto [...] è l'idea che la sfera della sacertà e della ...(continue)

    Durante la lettura delle prime 70 pagine circa, pur apprezzando tutti i dettagli dello sforzo filosofico e anche metodologico ("Un altro aspetto del mitologema scientifico che abbiamo appena descritto [...] è l'idea che la sfera della sacertà e della religione [...] coincidano con il momento più arcaico cui la ricerca storica nelle scienze umane possa, sia pure con prudenza, risalire. Una semplice analisi testuale mostra che si tratta di una presupposizione arbitraria", pp. 22-23), ho proceduto con una certa perplessità. Un po' come tutta la prima parte del Regno e la Gloria. Raramente Agamben è ripetitivo: se ti sembra che stia ripetendo lo stesso concetto accumulando citazioni che vogliono corroborarlo nello stesso senso vuol dire che non stai afferrando la progressione logica del percorso da concetto a concetto su cui ti sta conducendo. I suoi testi sono sempre eccezionalmente compatti. Perciò adesso io lo devo rileggere perché ho invece proprio in testa l'idea che abbia sostenuto per oltre 50 pagine la stessa cosa: l'istituzione giuramento è la traccia nel linguaggio che parliamo, nel linguaggio storico, di qualcosa come un'età dell'oro del linguaggio, quando parlavamo come il leone ruggisce, o le api producono la loro danza di significati, gli uccelli cantano. Non c'è nel libro, ma mentre riferivo a F. delle tesi del libro mi ha ricordato la fase "realista" delle pitture preistoriche, che viene prima delle fasi della stilizzazione. Una fase "originaria", nel senso di origine che Benjamin dà alla parola nel suo libro sul Dramma barocco, del parlare in cui non è (ancora?) avvenuta la frattura del significato e del significante, la caduta postadamitica, dove i nomi e le cose stavano fra loro in un'armonia che noi figli del perpetuo differimento del significato neanche riusciamo a immaginare (appunto!).

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    finO said on Nov 22, 2008 | Add your feedback

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