Il saggio è senza idee

o l'altro della filosofia

Di

Editore: Einaudi (Biblioteca Einaudi, 136)

4.1
(15)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 215 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806156470 | Isbn-13: 9788806156473 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Mario Porro

Genere: Filosofia

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Descrizione del libro
Da anni François Jullien scandaglia i presupposti della cultura dell'Occidente, passando attraverso la cultura della Cina, un «altrove» formatosi in modo del tutto indipendente da noi. Grazie ad un luogo altro in cui il pensiero si è sviluppato secondo forme di coerenza e intelligibilità differenti dai nostri, possiamo gettare uno sguardo spaesato sui partiti presi che tanta parte hanno nella costruzione delle nostre basi culturali. In questo libro, forse quello centrale di Jullien, il confronto fra la Cina e l'Occidente verte sui rapporti fra saggezza e filosofia. È convinzione comune che spetti ai Greci l'avvento del logos: ed è a partire da quella biforcazione che la saggezza, salvo rare eccezioni, è stata relegata ad un ruolo minoritario. Ricostruendo la logica senza logos dei saggi orientali riscopriamo un fondo del pensiero e dell'esperienza che l'Occidente ha abbandonato. Di questo fondo privo di rilievo, le formule della saggezza, in apparenza banali e insipide, continuano a parlare: senza pretendere di spiegare, sono osservazioni che invitano a prendere coscienza di quell'evidenza ordinaria che ci rimane nascosta proprio perché l'abbiamo quotidianamente sotto gli occhi. Il pensiero cinese passa accanto alle forme che la ragione occidentale ha promosso; ignora i dualismi, le definizioni e le prescrizioni che hanno scandito la storia della filosofia, non fa della verità una fissazione. La saggezza esorta a diffidare delle idee, a non sostenere idee proprie da opporre a quelle altrui. Il saggio non vuole chiudersi in una posizione esclusiva, ma si mantiene aperto a tutte le possibilità, evitando che un punto di vista parziale renda impraticabile la via (il Tao) lungo la quale il mondo continua a procedere.
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    Opera affascinante ed illuminante... tuttavia, come l'autore stesso annuncia all'inizio del libro, alla fine risulta un po' troppo pesante e ripetitiva: d'altronde, è questo lo spirito della saggezza, ...continua

    Opera affascinante ed illuminante... tuttavia, come l'autore stesso annuncia all'inizio del libro, alla fine risulta un po' troppo pesante e ripetitiva: d'altronde, è questo lo spirito della saggezza, a cui non ci si può accostare in maniera diretta, bensì è necessario girarci attorno, rimugugnarla, ripeterla, sino a ché non la si ha "realizzata".

    ha scritto il 

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    Dal momento in cui si dice qualcosa, si opera in senso contrario rispetto all’indistinguibilità delle cose, si perde di vista il loro fondo comune e, disgiungendo ogni cosi, lo si imprigiona e irrigid ...continua

    Dal momento in cui si dice qualcosa, si opera in senso contrario rispetto all’indistinguibilità delle cose, si perde di vista il loro fondo comune e, disgiungendo ogni cosi, lo si imprigiona e irrigidisce. Dire è scegliere, dire è spezzare; ciò facendo, si «offuscano» l’indelimitabilità e l’indissociabilità del corso – della «via» – che si estende continuamente da tutti i lati, su di uno stesso piano (l’esistenza), dunque senza più spigolo, e nemmeno biforcazione o lato: infatti senza privilegiare niente – senza mettere niente in rilievo – e senza separare niente, la via può fare esistere tutto (coesistere: il «mondo»). Quando si oppone la parola alla saggezza, ne deriva una conseguenza del tutto naturale. Una esclude l’altra. E solo «se non si parla» che si riesce a «(ri)mettere tutto su di uno stesso piano», su di un piede di uguaglianza. Dal momento in cui si parla, invece, «tutto non è più sullo stesso piano»: qualunque affermazione recisa, in sé, è un partito preso e, di conseguenza, si instaura una differenza che va a costituire l’alveo delle preferenze; la parola introduce una «parzialità» che si traduce nell’essere di parte. Ogni dire in effetti mette in risalto qualcosa, e in tal modo comporta l’abbandono del carattere piano, «uguale», dell’esistenza. Piano di fondo – indifferenziato.

    Il primo modo di salvare la parola è indeterminarla: non dicendo più niente per nome, con precisione, ma espandendosi all’estremo, essa riuscirebbe a lasciar passare. Parola sfocata, vaga, allentata, «lassa». Nella dissoluzione del senso – per espansione delle differenze – passa l’indistinguibilità della «via». Il che induce a concepire altrimenti la funzione referenziale della parola: senza comunque abbandonare ogni rapporto referenziale fino al punto di perdere contatto con il referente. Vi si ritrovano le due fasi della saggezza, questa parola non si incolla né abbandona. Non si incolla al riferimento, in modo diretto, né abbandona ogni rapporto referenziale e quindi non diventa vuota: non si arena in referenti e nep¬pure si priva di ogni capacità di riferimento; il rapporto referenziale non è rotto ma è diffuso e, di conseguenza, in ogni occorrenza, obliquo. Invece di essere limitativo, il riferimento diventa evasivo; invece di essere vincolante, è disponibile: restando aperto nel modo più completo – come è «aperto» lo spirito del saggio -, il riferimento si presta al tutto che lo attraversa e al tempo stesso è espressivo di ogni cosi. È per questo motivo che la formula di saggezza è cosi povera, nel suo enunciato – e sembra deludente -, ma non cessa di dare da pensare: perché nella sua piattezza, raggiunge questo piano di fondo (uguale) che fa comunicare tutto e, in tal modo, diventa comprensiva.

    È per questo motivo che la formula di saggezza si concepisce come una variazione. Solo essa infatti permette di considerare sempre in modo indifferente questo o quell’aspetto, come viene, «a discrezione», e di accogliere senza integrarla in anticipo, e dunque anche senza codificarla, la particolarità di ogni così. Questa è la parola sempre disponibile e non fa mai nient’altro che cominciare a dire, evitando la costruzione, e può ogni volta volgersi dal lato che occorre; non concentrandosi su nulla, e non mettendo nulla in rilievo, essa risponde col suo solo procedere, restando a filo, all’«uguaglianza» delle cose. E inoltre: poiché, passando da un punto di vista all’altro, permette di non fermarsi su nessuna cosa, la variazione continua a schiudere il punto di vista e lo mantiene aperto; al tempo stesso, è solo continuando a variare l’angolo visivo, ritornandoci sempre sopra, che si può «realizzare» [ciò che], espandendosi attraverso tutto, non è mai isolabile, e non è più visibile a forza di essere evidente.

    Il saggio «contiene in sé», tiene insieme, com-prende. Non nel senso derivato, intellettuale, di chi perviene alla chiarezza delle idee, ma in quello, più elementare, di chi tiene tutto abbracciato, di chi tiene tutto, su di uno stesso piano, in uno stesso tutto: il saggio non lascia che si dissocino punti di vista che, portati poi a scontrarsi, finiscano per lacerare la realtà. La folla degli altri, invece, discute per «mostrarsi gli uni agli altri», si dice, ciascuno vuole «far vedere» all’altro, vuole far vedere quello che lui vede – vuole far vedere che è lui che vede. Sotto le parvenze di un dibattito per la verità, abbiamo sempre a che fare con una «ostentazione» e una parata; ogni faccia a faccia, il che vale anche per gli argomenti, assume il carattere di una messa in scena.

    Ciò che la discussione fa emergere, in effetti, è sempre predisposto dal conflitto che essa organizza. Ogni dibattito, essendo qualcosa di costruito, lascia fuori gioco tutto ciò che sfugge alla contrapposizione: lascia fin dapprincipio fuori gioco tutto ciò che, del reale come del pensiero, non potrebbe essere increspato, piegato, opposto, contestato. Ignora fin dapprincipio tutto ciò che non potrebbe essere oggetto di controversia. E dunque per principio che una discussione, a dispetto di sé e a sua completa insaputa, lascerà da parte l’essenziale: quel fondo delle cose che, in quanto è comune, non si lascia dissociare, che, in quanto è uguale, non lascia emergere contrasti. Su di esso la discussione non ha presa. Ciò che è proprio dell’evidenza, come sappiamo, è di essere indiscutibile. E tuttavia è proprio di questa evidenza che bisognerebbe potersi penetrare, è questa evidenza che bisognerebbe «realizzare»: quella che ci circonda da ogni parte al
    punto che non la si può vedere – non solo ci circonda, ma anche ci attraversa: la «vita» -, quella che passa inavvertita perché l’abbiamo sempre sotto gli occhi.

    Essendo chiusa la via della discussione, resta la via della variazione in cui quello del saggio non è più un dialogo ma un soliloquio. Infatti non è «l’uno dell’altro», relazionalmente, ma «di (per) sé», che si deciderà «senza errore». Si intende mediante il proprio itinerario, «realizzando» in se stessi, grazie al quale si può incitare l’altro, obliquamente, ma che non si può comunicare.

    http://spaziodimanovra.wordpress.com/2008/10/01/francois-jullien-1998/

    ha scritto il