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Il secolo armato. Interpretare le violenze del Novecento

Di

4.0
(3)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 256 | Formato: Altri

Isbn-10: 8807111187 | Isbn-13: 9788807111181 | Data di pubblicazione: 

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Descrizione del libro
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    in "Storiografia", n.XVII, 2013

    Enzo Traverso, Il secolo armato. Interpretare le violenze del Novecento, Milano, Feltrinelli 2012


    Per una lettura del saggio di Enzo Traverso partirei dal suo titolo originale: Histoire comme champ de bataille, edizioni La Découverte, tradotto in italiano purtroppo in maniera tale da cambi ...continua

    Enzo Traverso, Il secolo armato. Interpretare le violenze del Novecento, Milano, Feltrinelli 2012

    Per una lettura del saggio di Enzo Traverso partirei dal suo titolo originale: Histoire comme champ de bataille, edizioni La Découverte, tradotto in italiano purtroppo in maniera tale da cambiare il quadro epistemologico nel quale andrebbe collocato questo lavoro dello storico italo-francese, attualmente Susan and Barton Winokur Professor presso la Cornell University di Ithaca, Stati Uniti. Definire la storia come “campo di battaglia” ci porterebbe immediatamente sul terreno nel quale Traverso decide di muoversi, ovvero una storiografia delle contrapposizioni interpretative su alcuni degli eventi del Novecento più carichi di tensione tragica. Sono temi che in parte l’autore ha già sviluppato in Il passato: istruzioni per l’uso, uscito in Italia nel 2006 per Ombre Corte, ma con significativi ampliamenti tematici. La scelta dell’edizione italiana di spostare il fuoco sullo sfondo delle questioni affrontate, il Novecento come “secolo armato”, può infatti fuorviare il lettore rispetto ai temi di questa opera di sintesi che, nella densità della narrazione e dell’apertura interdisciplinare ci porta a spaziare da Eric J. Hobsbawm a Giorgio Agamben, dalla storiografia postcoloniale a Walter Benjamin, le cui Tesi di filosofia della storia risuonano lungo tutto il percorso proposto dalle pagine del libro. Un’influenza, quella di Benjamin, che Traverso ammette fin da subito essere «sotterranea ma onnipresente» (p.18) e che si materializza nello sguardo attento alla dialettica tra “vincitori” e “vinti” nel campo della conoscenza storica o nella riflessione sul tema delle diaspore, ebraica e africana su tutte, come condizione tragica, ma allo stesso tempo di straordinaria vivacità intellettuale. Fin dall’introduzione Enzo Traverso pone al centro del ragionamento la questione dell’uso pubblico della storia e dell’esigenza di una storiografia integrata nel contesto di nuova modernità apertosi con il 1989 e con le trasformazioni avvenute sul piano concettuale nello studio del passato: dalla scomparsa del mondo bipolare e l’apertura epistemologica al punto di vista globale ad un rinnovato ruolo della memoria, costitutivo di un vero e proprio “paradigma storiografico”. Riprendendo Benjamin, siamo costantemente richiamati all’esercizio epistemologico a non abbandonarsi alle metodologie e alle interpretazioni dominanti, «alla fatica dei grandi geni” dimenticando la “schiavitù senza nome dei loro contemporanei», poiché «Le tensioni tra passato e presente, tra storia e memoria, tra reificazione e uso pubblico del passato, sono permanenti; i suoi luoghi di produzione non si limitano più all’università ma riguardano i media nel significato più ampio del termine. […] La storia si scrive sempre al presente» (p.11). Questi due passaggi, il secondo in particolare ancora di ispirazione benjaminiana, nella loro chiarezza sono un punto di partenza importante per afferrare il messaggio che Traverso lancia al mondo della ricerca e che andrebbe indirizzato in particolar modo alle nuove generazioni di storici che nella scelta dei temi, come dell’approccio metodologico e interpretativo si assumono oggi una responsabilità che va ben oltre il riconoscimento accademico. Una storiografia, ma si potrebbe ampliare la riflessione ad altri campi del sapere, che “neutralizzi” la narrazione, specie degli eventi che hanno segnato le contrapposizioni ideologiche del passato, pare essere un’illusione ingenua quando non puramente disonesta: Traverso in questo ci invita a diffidare delle operazioni che cercano di restituire il senso degli eventi storici attraverso la mera «esibizione di “prove”» (p.52), poichè lo studio della storia passa attraverso le interpretazioni, anche dolorose e contraddittorie, degli eventi che hanno segnato la superficie sociale e politica delle nazioni. Scorrendo il volume, in cui ogni saggio rappresenta un percorso storiografico autonomo, veniamo sollecitati a diffidare delle narrazioni “deideologizzate”, tanto più quando queste si rivelano deboli tanto sul piano metodologico che su quello interpretativo o decisamente inclini al “revisionismo”, inteso, per non fare torto ad un precedente contributo dello stesso Traverso sulla questione, come un «intento politico» e «apologetico» del fascismo. Questo orientamento è dichiarato in particolare dai tre saggi dedicati ai temi Rivoluzioni, Fascismi e Nazismo e dalle riflessioni critiche su François Furet. Per concludere, possiamo di dire di trovarci davanti ad una lezione di metodo storico importante, che ravviva una prospettiva della ricerca ben oltre i limiti formali di una neutralità presunta e che stimola le nostre capacità critiche, mettendoci –uomini e donne dell’oggi- di fronte a domande che interrogano il passato a partire dalla nostra attualità. Di questo dobbiamo tenere conto anche nei primissimi passi della nostra attività di studio.

    ha scritto il